“Robertino e la mamma” di Raffaella Tavernini

Da piccolo ero un bambino vivace. Non uno scalmanato, come quei bambini antipatici anche agli altri, che sono sempre fuori controllo, ma neanche uno di quelli con i vestitini sempre a posto e appiccicato alla gonna della mamma. Lei diceva sempre a tutti che ero il suo allenatore e che finché doveva correre dietro a me sarebbe rimasta giovane.

Mi piaceva tantissimo andare in bicicletta. Con il mio amico Franceschino ci inventavamo delle storie fantastiche: sognavamo di essere dei pirati che scappavano con il tesoro o degli astronauti che arrivavano su un nuovo pianeta sconosciuto a tutti. Poi a sette anni presi un virus misterioso. Io mi ero convinto di averlo preso proprio in una di queste gite esotiche perché anche all’Ospedale nessuno di quei dottori specializzati capiva cosa avessi.

La mamma era molto preoccupata. Me ne accorgevo perché i suoi occhi non erano più allegri e non diceva più a nessuno che ero il suo allenatore. Mi facevano continuamente esami, iniezioni, prelievi del sangue e un sacco di altri trattamenti che non conoscevo, ma sembrava proprio che non si capisse come farmi guarire.

Una sera, dopo circa un mese di ricovero, ero davvero molto stufo di stare in ospedale e mi lamentavo tanto con la mamma. Era arrivato l’inverno e io le dissi che avevo paura di non rivedere mai più la neve. Mi ero divertito tanto l’anno prima con il mio amico Franceschino a costruire un pupazzo di neve gigantesco, con una carota infilata al posto del naso e poi avevamo giocato a palle di neve, ma il gioco era degenerato perché avevamo cominciato a tirarci la neve con i secchielli e la mamma era venuta a riprendermi e mi aveva portato a fare un bel bagno bollente.

Mamma, ho paura di non vedere più la neve se resto ancora un po’ in ospedale.”

La mamma allora mi aveva risposto: “Ti svelo un segreto Robertino, che per me ha funzionato quasi sempre: quando desidero forte, ma davvero forte una cosa provo a scriverla tante volte su una pagina bianca e spero con tutto il cuore che il mio desiderio si realizzi. Tieni questo quaderno e prova anche tu. Magari non succederà subito, ma tu prova e riprova e vedrai che prima o poi il tuo desiderio si realizzerà”.

Quella sera scrissi tante volte spuma di neve sulla pagina bianca. Strana euforia, che mi fece addormentare sognando pupazzi di neve e io e Franceschino che correvamo fortissimo con la bicicletta che slittava su una montagna di neve. Fui tanto fortunato: la mattina dopo quando mi svegliai corsi alla finestra e vidi che la notte aveva portato un nevicata così abbondante che non ne vidi più in tutta la mia vita. Fui fortunato davvero quella mattina: la mamma entrò nella mia stanza d’ospedale felicissima come non l’avevo mai vista. I dottori le avevano detto che finalmente avevano trovato la cura giusta per la mia infezione e che quella mattina stessa avrei potuto tornare a casa con lei.

Per qualche giorno la mamma si comportò con me come se fossi molto fragile e delicato, ma con la primavera la mia vita tornò alla normalità: ricominciarono le mie scorribande con Franceschino e la mamma a rincorrermi dicendo a tutti che ero il suo allenatore e che finché doveva correre dietro a me sarebbe rimasta giovane.

Dopo quella volta mi dimenticai il trucco della pagina bianca, fino a pochi giorni fa. Oggi ho quarant’anni, la mamma il mese scorso si è ammalata, ma non è tornata a casa dall’ospedale. Io ho provato a scrivere sulla pagina bianca tante volte mamma, ma il trucco questa volta non ha funzionato, lei non può più rincorrermi e io non sono più il suo allenatore.

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