“Balla balla ballerina” (4) di Raffaella Tavernini

“Armando”, il tono della voce arrendevole, la postura del corpo morbida, lo sguardo vellutato, “signor Armando, sono in affitto da lei da quasi dieci anni. Non mi dica che non conta nulla”.

Era rimasta sorpresa quando il padrone di casa, quel signor Armando che fino a oggi non si era sognata neanche lontanamente di chiamare per nome, le aveva detto che non poteva più accettare ritardi nel pagamento dell’affitto:

“Cara signorina, lei non mi paga da quattro mesi. Prima quella storia dello scooter rotto, poi il nuovo spettacolo. Mica posso pagarle io le lezioni nuove che mi risulta stia prendendo”.

Armando, il signore, allo scoccare del quarto mese di ritardo si era presentato da lei con la disdetta del contratto.

“Su, da quanto ci conosciamo? Sono mai stata meno che puntuale in tutti questi anni Armando?”

“Appunto signorina, ecco. Lasci stare che mia nipote sta cercando casa e questa è la soluzione ideale, però c’è qualcosa che non quadra.”

“Signor Armando”, Angelica si era avvicinata ben oltre lo spazio socialmente accettabile fra inquilina e padrone di casa e gli aveva accarezzato la guancia, “Signor Armando, mi permetta di alleggerire il mio debito: potrei fare qualche lavoretto di sartoria per lei e intanto farle compagnia”.

“Bella signorina, mi permetta di parlarle come se fossi suo padre: forse è arrivato il momento di fare qualche scelta diversa per lei. Senza che debba pentirsene. È così brava a fare la sarta: apra un negozietto e lasci la danza al suo tempo libero.”

Crac, questo era stato il rumore che Angelica aveva sentito nelle orecchie:

“Ma che cazzo ne sai tu di quello che devo fare io? Non preoccuparti, domani sono fuori da questo buco. Vediamo se tua nipote starà bene in questo cesso di appartamento”.

Angelica aveva voltato le spalle al signor Armando, si era infilata il casco ed era salita sul suo scooter per arrivare puntuale alle prove, Santamaria detestava i ritardatari.

Ma pensa te, questo vecchio che potrebbe essere mio nonno e si permette di darmi consigli da padre. Non me li da neanche il mio di padre. Ci deve solo provare questo stronzo. Per quel buco di appartamento gli ho già dato anche troppi soldi in tutti questi anni. Venirmi a dire di smettere di ballare. L’unico spettacolo che avrà mai visto in vita sua sarà stato quello della nipote all’asilo che ballava la bella lavandaia. Mamma mia, se penso che gli ho anche fatto due moine. Che umiliazione! Quello lì non mi vede più. Deve cercarmi solo sulle locandine a teatro per vedermi. Giuro, domani gli mollo le chiavi dell’appartamento nella buca della posta. Sento Samu, che mi ha detto mille volte di stare a dormire da lui. Mi faccio ospitare qualche giorno, giusto il tempo di trovare una sistemazione decente. Magari più vicina al parco e alla sala prove, Rossella l’altro giorno parlava dell’appartamento di un suo amico. ‘Sto stronzo, pensa te: “Dovrebbe fare la sarta e smetterla di ballare”. Ma pensa a quel cesso di tua nipote che entrerà nel mio appartamento. È talmente brutta che la prima notte che dorme lì i vicini le murano la porta. Sono abituati bene quelli, con me che lascio la finestra aperta quando mi faccio la doccia. Tempo un mese andranno loro a chiedere al vecchio di mandare via la nipote e riprendere me!

Angelica era arrivata alla sala prove, puntuale. Parcheggiato lo scooter, si era cambiata e con stampata in mente l’infamia del suo padrone di casa, la bruttezza della nipote, ma anche lo squallore delle sue moine, aveva fatto una delle migliori sessioni di prove di sempre.

“Samu, ti va un caffè dopo? Ti devo chiedere una cortesia.”

Samuele le aveva sorriso, con quel sorriso capace di bloccare per un secondo il respiro a tutto l’universo femminile presente nei dintorni e aveva alzato il pollice dicendole: “Ti devo parlare anch’io”.

Angelica aveva pensato che non sarebbe stato poi così male stare da lui qualche giorno, magari avrebbe potuto starci anche un paio di settimane.

“Samu, ho dovuto lasciare il mio appartamento. Il proprietario mi ha chiesto l’aumento e dai, l’hai visto anche tu qualche volta, non ci sta proprio. Poi mi sono un po’ innervosita e ci ho litigato. Insomma, volevo sfruttare l’offerta che mi hai fatto tante volte e chiederti se posso stare da te qualche giorno, finché non trovo un’altra sistemazione.”

“Certo, Angi, credo che non ci saranno problemi. Ti piazziamo la rete in salotto e, va be’, ci sentirai quando andremo in bagno. Ecco, quello che volevo dirti io è che, insomma, quella con Maria Chiara è una storia che sembra funzionare e lei è venuta a stare da me. Ma non preoccuparti, per te c’è sicuramente posto finché ne avrai bisogno.”

Solo che queste ultime parole Angelica non le aveva sentite. Crac-issimo, aveva sentito nelle orecchie. Non era riuscita a fermare le gocce che le uscivano a tradimento dai dotti lacrimali:

“Ma cazzo. Ma a vivere insieme Samu? E io? Devo dormire con lei? Ma non esiste proprio. Ma vi siete messi d’accordo? Tu e quell’Armandaccio? Sai cosa ti dico: ma va a quel paese! Tu, Maria Chiara, l’Armando, l’ago e il filo. Ma andatevene un po’ insieme. Io sono brava, Samu. Sono veramente brava. E sono bella. E non ho bisogno di nessuno.”

Le lacrime non si erano fermate neanche mentre correva con lo scooter. Correva, Angelica, ma non sapeva bene dove stava andando. Questa volta, davvero, non sapeva dove andare.

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

Annunci

“Complicità” di Marcello Rizza

Coi muscoli in tensione, le gambette già forti per le tante fughe e leggermente divaricate e salde, con quella fatica che i bambini nemmeno se ne accorgono, Ionita sorreggeva l’acerba e agile Domnita che coi piedini scalzi e screpolati gli stava ritta sulle spalle. Era il crepuscolo nel vicolo maleodorante a lato dello sfavillante e patinato ingresso sulla Via Roma della sala da ballo il Coup de Fou. I due erano complici senza capirne il presupposto, legati dall’esperienza stradaiola di carne e sangue. La bambina dal musetto sporco e occhi scintillanti, aggrappata alla grata della finestrella con vista sulla sala da ballo, parlava a ruota libera di ogni cosa che le venisse in mente; raccontava all’amichetto e collega quel che accadeva all’interno saltando di palo in frasca, esercitando quello strano modo di associare idee con cui le donne sono capaci di confondere i maschi.

Sei pesante Dom. Mi fanno male le spalle. Cosa stanno facendo? Sono già entrati nella sala?”

A far la questua dal momento dell’apertura del club, tra moine e suppliche erano riusciti a raggranellare qualche soldo. Le persone entrate per ballare erano state memorizzate tutte.

Stanno già saltellando quasi tutti, mancano ancora il ciccione e gambe secche. Ho fame Ionita”.

Anch’io ho fame. Ci daranno da mangiare stasera, Dom?”

Quanto avevano ricavato dalla questua non sarebbe stato sufficiente, lo sapevano, non bastava per garantire loro la cena da parte della comunità accampata dall’altra parte del fiume. Forse sarebbero anche stati picchiati e fatti dormire all’aperto infradiciati d’acqua gelata. Domnita era assorta a guardare i ballerini, la musica giungeva a lei attutita.

Guarda!”, Ionita non poteva guardare dalla finestra, guardava quello che poteva da lì sotto: le mutandine di Domnita. Non sapeva esattamente perché gliele guardasse, perché gli piacesse, ma gli sembrava fosse suo dovere osservare le femmine e le loro nudità. Nessuno della sua famiglia o della carovana l’aveva mai castigato quando scoperto a spiare le donne più grandi di lui che si lavavano al fiume.

Quel signore antipatico, quello che mi ha guardato come lo zio Andreu prima di darmi il soldo, sta ballando con quella con gli occhiali. Quant’è brutto quel signore, quella donna proprio non ci vede. Da grande ti sposerò Ionita, e poi picchierai lo zio Andreu”.

Lo zio Andreu faceva paura a tutti e due.

Si… ci sposeremo. Sono arrivati il ciccione e gambe secche? Mi stai facendo male coi piedi!”

No, non ci sono ancora. Stanno ballando tutti, ma loro due non si vedono. Forse sposerò Manuelito, è più grande di te e tra un po’ potrà già picchiare zio Andreu”, Ionita divenne rosso in viso e non per la fatica.

Manuelito l’ho preso a pugni e calci l’altra sera, mi aveva rubato le scarpe. L’ho buttato giù e gli ho pisciato addosso, tutti ridevano e gli hanno pisciato addosso anche loro. Lo picchierò io lo zio Andreu”.

Ci saranno tante chitarre come al matrimonio del Re quando ci sposeremo. E anche le fisarmoniche. Solo tu potrai guardarmi come mi guarda quello schifoso dello zio Andreu. Ora smettila di guardarmi le mutandine! Sono arrivati ciccione e gambe secche! Andiamo!”

Domnita scese di corsa scivolando dalle spalle del piccolo complice, si appostò sulla strada, seduta all’ingresso delle scale della cantina che Ionita sapeva essere collegata allo spogliatoio della sala da ballo. Dom avrebbe fischiato due volte per avvisarlo che c’era gente che si avvicinava. Ionita voleva bene a Domnita. Forse avrebbero mangiato quella sera.

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.