“Inevitabile” di Barbara Favaro

La tavolata vociante cominciava a darle sui nervi. Lo guardava parlare fitto fitto, e qualche volta sorridere in quel suo modo, con la donna dal seno rifatto e sguardo rigato dal kajal.

Si trovò a ridere senza sapere perché, il sedicente scrittore intellettualoide, che le stava accanto, insisteva nell’illustrarle la trama del suo ultimo romanzo psicotico, no psichedelico o forse psicotrofico, e lei sorrideva. Si guardava restare lì, come se niente fosse, mentre la sala dell’Hilton la stava scarnificando con il suo acre odore di soldo.

Scusami, ma penso che sia arrivato il momento di andare…” e con un sorriso irreprensibile rivolse un’occhiata di scusa, tipicamente femminile, allo scrittore psicotico, alzandosi e dirigendosi senza esitazioni verso il suo editore, alle prese con un occhialuto fotografo in missione per una rivista dalla copertina patinata e fitte pagine pubblicitarie di alta moda.

Vado”, gli disse puntando lo sguardo sul viso sorpreso

È ancora presto, volevo farti conos… ”

No, vado. Ne ho abbastanza”

Come vuoi, se sei di questo umore tanto vale insistere”

Bravo. Ciao ciao”

Ti chiamo domani”

Sì, sì, sul tardi però” e recuperò il cappotto e l’uscita e l’aria fresca della notte.

C’erano dei taxi nel parcheggio dell’Hotel. Ne avrebbe preso uno e si sarebbe fatta portare a casa.

Aspetta, aspettami!”

La voce alle sue spalle, in un ansimo da corsa fuori programma. Poteva far finta di nulla ma le era già vicino.

Non andartene così… “, le prese il braccio e la fece voltare.

Così come?”, lo guardò dritta

Senza salutare”

Nessuno se ne preoccuperà, tranquillo. Ne ho abbastanza e vado, torna dentro prima di destare sospetti”, gli sorrise. Avrebbe potuto non farlo e tutto sarebbe suonato come un’accusa, con il sorriso il tono si addolciva e le parole scivolavano meglio.

Non è di loro che mi preoccupo”

No, ma dovresti. Buonanotte”

Non mi hai ancora guardato. Non puoi andartene e lo sai”

Quelle parole, sapeva sarebbero arrivate, ma sperava di riuscire a salire sul quel maledetto taxi prima.

L’ho fatto. Eri troppo impegnato per accorgertene.”

Non l’hai fatto abbastanza da incontrarmi, ti ho cercata tanto.”

E guardarlo ora è inevitabile. Tutti e due lì.

Sembri un po’ stanco… come stai?”, la voce più bassa mentre lui le si avvicina.

Sto diventando matto per cercare di starti lontano e come vedi non funziona”

Vieni via con me”

Sì”

Il taxi si ferma davanti a casa. E nel tragitto le parole escono senza spazi, neppure quelli giusti per loro.

Il Canada ti ha fatto bene, sei bellissima”

È l’aria fresca”, sorride, scende dal taxi e lui la guarda in cerca di qualcosa. Dovrebbe dirglielo, dovrebbe…

Devi ritornare alla festa?”

No”

Resti con me?”

Detto.

Lui paga, scende, la prende per mano mentre lei si gira e s’incammina sul vialetto tra il verde.

 

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“Funerale” di Barbara Favaro

Lo zapping forsennato di quella notte era stato interrotto dall’urlo di “Anarchy in the UK”.

Rotten. Funckin’ Rotten, borbottò mentre un lungo sorso di vino da poco gli scendeva nella gola per riempirgli lo stomaco già piuttosto pieno. Avrebbe voluto la sua batteria lì, in quel preciso istante, per spaccare la notte dei vicini ordinari.

Punk’ll never die, borbottò con un nuovo sorso.

Il cellulare squillò per l’ennesima volta e ancora non erano le 11 di quella sera da riempire come lo stomaco, come la testa, come le mani. Non doveva darla via la batteria, ma dove cazzo erano finite le sue bacchette? Non se le era vendute quelle, ne era sicuro. Quasi. Sì, insomma, sicuro all’80%, una percentuale onorevole considerando il periodo che stava passando. Se l’era venduta a un terzo del prezzo di mercato.

Fuck off Rotten!

Fece volare il cd dall’altra parte della stanza, poi si ricordò che il cellulare aveva suonato. Visualizzò la chiamata persa. Brian. Che cazzo voleva ancora? Lo richiamò.

– Che c’è?

– Dai vieni qui, ti stiamo aspettando

– No, non stasera

– Dai, ti fai un paio di birre e poi te ne torni a casa

– No, cazzo Brian no

– Ma cosa cazzo dei fare?

– Un funerale

– E che cazzo di funerale è?

– Del mio pesce

– Vuoi dire che Hughie è schiattato?

– Sì, fottutamente morto

– Ah. Mi dispiace Amico mio. Va bene… vuoi che venga lì?

– E che cazzo ci vieni a fare? È un pesce, mica mia madre!

– Sì, hai ragione, allora ciao… ti chiamo domani

– Sì, ok… a domani… ciao… ah, salutami tutti

Buttò il cellulare sul divano e quello rimbalzò finendo sul pavimento, sotto il divano. Si chinò a raccoglierlo, si allungò con il braccio teso al massimo finché toccò qualcosa che, stranamente, riconobbe. Le bacchette. Rise di gusto.

L’aveva detto che l’80% era una fottuta buona percentuale. Oh, yeah! Prese i Clash e cercò la sua preferita, “Rock the Casbah”. Iniziò a picchiettare su ogni cosa fosse degna di essere picchiata. Sorrise soddisfatto, non aveva perso il tocco. Si concentrò sul pezzo e diede l’anima per tre minuti. Si concesse una pausa e un sorso. Guardò il corpo esanime di Hughie nel lavello, ancora intatto nonostante i tre giorni di decesso. Era stato un incidente. Ma non è che un dannato pesce rosso viva per sempre, no? Un incidente può succedere a tutti. La vita è breve. E piena di sorprese. Come quella volta che aveva dato una craniata allo skinhead sbagliato e si era lacerato l’occhio, fucking bastard, quella volta era sicuro di averlo perso quel suo cazzo di occhio. Ma lui era uno che si riprendeva in fretta.

Hughie era stato un po’ sfortunato e un po’ deboluccio. Forse era da qualche giorno che non gli dava da mangiare. Non ricordava. E poi l’acqua era abbastanza lercia, forse era già morto ancor prima che lui sbattesse la boccia di vetro contro il muro. Forse non era stato il trauma cranico a farlo crepare, forse era già morto per mancanza di cibo. Anyway, sempre di un incidente si trattava. Esistono migliaia di tipi diversi di incidenti nel mondo. Non è colpa di nessuno. E lei poteva anche restare. Nessuno l’aveva obbligata ad andarsene. Non era colpa di nessuno. La vita è piena di sorprese.

Fuck off girl!

Un sorso lungo e poi un altro e poi un altro ancora. Alla tua salute Hughie! Alla tua salute donna, ovunque tu sia…

E ne aveva abbastanza anche dei Clash. Cambiò cd. “Why does my heart feel so bad?”, cantò quella voce nera, e lui si girò verso il suo letto e la vide ancora lì sotto le lenzuola che lo guardava e gli chiedeva di stendersi accanto a lei. Lui pensava che era bella come un sogno.

Fuck off Moby-bastard!

Rimise su i Clash.

– Time for funeral, Hughie!

Lo raccolse con cura e lo tenne nel palmo della sua mano. E con le note di “Should I stay or should I go?” (canticchiando come si conviene) tenne il passo diretto verso il gabinetto. Accese la luce che lo colpì alla testa come un pugno. Barcollò e si appoggiò al muro con un tonfo. Strinse il pugno e il corpo di Hughie si stritolò un po’, come una spugna. Aprì di scatto la mano, terrorizzato.

– Ti ho fatto male?

Hughie non rispose, ma come una spugna ritornò alla sua forma originaria.

– Ti ho fatto male baby? Mi dispiace, non volevo, non volevo che te ne andassi. Volevo che la nostra fosse una famiglia. Avremmo potuto fare una fantastica festa con tutti gli amici… poteva essere fantastico…

Si inginocchiò davanti al WC con il palmo aperto e Hughie più morto che mai. I suoi occhi appannati, è la vita, le dannate sorprese della vita. Se solo lei avesse aspettato qualche giorno prima di andare, lui avrebbe potuto fare qualcosa per farsi perdonare.

Fuck off bloody woman!

Si asciugò gli occhi con il braccio libero.

– The speech now!

Guardò Hughie e lo ricordò felice nella sua boccia, lo rivide nuotare agilmente tra le piantine di plastica verde fosforescente. Dopotutto la sua era stata una bella vita. Tranquilla, senza problemi. Una vita onorevole. Sì.

– Sei stato un buon amico Hughie…

Lo disse con il cuore. Gli sembrò sufficiente. Dalle sue parti contavano poco le parole, contavano i fatti. Si alzò in piedi, tese il braccio con il palmo in alto sopra la tazza.

– Rest in peace my friend…

Rovesciò il palmo e Hughie volò giù.

– Bye bye!

E tirò lo sciacquone. Svuotò la vescica. Ritornò in cucina. Svuotò anche la bottiglia di vino da poco. Prese le bacchette e si buttò sul divano. La vide sorridergli mentre usciva da casa dandogli appuntamento per la mattina seguente. Era bella. Come un sogno.

Il cellulare suonò ancora e ancora, ma non se ne accorse. La sua notte era finita.

 

 

 

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“Migliori” di Barbara Favaro

Non si tratta di buoni propositi, si tratta di disciplina. A raccontarsela son bravi tutti: oggi – primo giorno di lockdown – faccio giù una lista minuziosa di tutto quello che in questi ultimi tre anni di lavori forzati non ho potuto fare e quantevveroiddio spunterò voce dopo voce finché arrivati alla fine della lista avrò fatto un salto quantico di consapevolezza che Gandhi se la sogna.

Siamo al giorno 42, che per la “Guida galattica per autostoppisti” e per chiunque si possa definire Umano è un numero simbolico importante, e la lista è macchiata di caffè, ragù e qualcosa di cui è meglio non indagare la natura.

Si temeva – all’alba del secondo giorno di quarantena – che il mondo sarebbe piombato in un silenzio mortale, che si sarebbero fermati i lamenti, l’odio e la miseria umana di cui il web è latrina consenziente e che il vuoto avrebbe inghiottito l’intero sistema umano in un niente annichilente.

Si temeva il peggio. In effetti, il peggio si è avverato, ma vestito bene, una allure intrigante da lasciare interdetti. Al riparo dalla costrizione dei corpi comunicanti a distanza ravvicinata (baci, abbracci, sorrisi e manate sulle spalle), i sensi recepiscono le cose in modo strano. Sembra tutto più bello. Più sincero. Più sicuro. Più sano.

Ma ci si deve pur svegliare prima o poi, e quel poi sta slittando di settimana in settimana e non lo decidi tu, lo decide il Governo. Prima a nominarlo era come invocare il Joker, sapevi che ti dovevi aspettare qualcosa di malefico ma c’era il beneficio del dubbio (l’illusione del potrebbe-stavolta-non-accadere). Nominarlo ora è come macchiarsi di un crimine orribile e, con Tu-sai-chi, non hai scampo: lui compare e t’arriva la mazza sul mellino. Crack.

Aveva dato fondo a ogni sua risorsa. Nell’ordine – a ricordo – aveva: letto una decina di libri (ossessivo 1-Click sul Kindle Store); visto una ventina di film/serie tra Netflix e Prime (le migliori di una stagione soltanto, ma com’è possibile?); partecipato a una trentina di webinar gratuiti. Bello, bellissimo. Un po’ l’entusiasmo, un po’ la commozione del contatto umano a distanza che permette di ascoltare una lezione mentre giochi con Doom e ti fai di Budweiser in endovena per scrivere in chat “Grazie è stato tutto interessantissimo, ho preso un sacco di appunti e adesso la mia vita è migliore”. Ma poi la festa finisce con: non-me-ne-frega-un-cazzo amo la mia ignoranza atavica e la difenderò a costo della mia stessa vita.

Dunque, l’annunciata Fase 2 gli si era palesata tra una dormita sul divano e una sulla tastiera durante il controllo della posta (Smart Working è felicità). Inutile negarlo: la news lo aveva infastidito.

Cazzo! Cosa si aspetta da me ora, Tu-sai-chi, cosa vuole farmi fare, cosa vuole ancora togliermi?”

Giro in Rete per capire se la paranoia è sentimento condiviso. Confermato. Giro in Whatsapp per testare la paranoia sui conoscenti/colleghi/amici per raccogliere eventuali lamentele, dubbi, costernazioni più varie et eventuale. Doppia conferma. Giro per casa, per controllare le scorte di cibo (tra frigo, freezer e dispensa) e homebanking per guardare una buona volta in faccia la realtà. Terza conferma: la paranoia è motivata.

Cosa resta a un Uomo una volta che anche le ultime illusioni si sono sfasciate? YouPorn (benedetti siano i suoi Server, morte all’Inps che non regge il confronto).

Dopo qualche giorno, finite anche le crocchette del fu-Tobia (morto già da due anni, ma che fai? Butti le crocchette non ancora scadute? Ma che sei matto? Potrebbe esserci un’emergenza, non lo so… una pandemia che ti fa rimanere bloccato al centro della Terra senza nulla se non quello che t’è rimasto in casa… eh, sembra fantascienza, ma fidati che ho visto cose che voi umani… ), ci si prende in carico il cambiamento.

Ok, vediamo cosa cazzo mi posso inventare”, e una volta che la decisione è presa, la decisione è irrevocabile. Si ricorda di avere da qualche parte un libro, uno di quelli che si era riproposto di leggere perché importante. Non sa esattamente perché importante. Ma una voce dentro, in fondo chissà dove, insiste: cerca quel libro… cerca quel libro… cerca quel libro…

Ok, un martello. Ma diamo per scontato che il rallentamento sinaptico dovuto alla quarantena prevede almeno un anno di allenamento duro prima di recuperarsi e nel frattempo dal concetto cerca-quel-libro-importante-perché-ne-va-della-tua-vita al ora-vado-in-balcone-nudo-cantando-sono-un-italiano-vero possono passare anche diversi giorni di nebbia pesante, la Voce che insiste segue soltanto il buonsenso. Scelta condivisibile.

Insomma, molto probabilmente la Voce dopo giorni di martello si è un po’ rotta le palle e decide di muovere le cose.

Sceglie la domenica mattina. All’alba. Sceglie un momento topico: la seduta al cesso. Sceglie il modo più chiaro e doloroso possibile per farsi notare: la mensola sopra la testa che cede (forse, diciamo forse, per il peso eccessivo dovuto a: tre bottiglie di Amuchina da 5 litri, otto confezioni di guanti monouso, tre confezioni di mascherine altamente certificate fatte con pelle di pecora stagionata, e un libro: “La Peste” di Albert Camus).

Bestemmioni. Certo. Ma soltanto dopo aver ripreso i sensi, essersi pisciato addosso e aver capito che il sangue esagerato proviene da un taglio sul sopracciglio e che non c’è bisogno di metterci punti.

Che merda questa Fase 2, passiamo alla 3 che ne ho già pieni i coglioni”, pensiero legittimo, ma Tu-sai-chi ha i suoi tempi, non i tuoi.

Ripulito il macello sul pavimento, incerottata la ferita al sopracciglio, recuperato la preziosa Amuchina e tutto il resto, accatastatolo nell’angolo del bagno, lo sguardo si posa sul libro. Quel libro.

Va bene, sono pronto”, una presa di coscienza dovuta certamente al trauma cranico, eppure mirabile nella sua pura e lucente bellezza.

Lo afferra deciso, salta di capitolo in capitolo senza sapere cosa sta cercando, ma riconoscendo la Voce che – più che mai sveglia – gli ordina: vai alla fine… vai alla fine… vai alla fine…

Ok. Pagine finite. Libro finito.

E che cazzo!”, non può credere ai suoi occhi. Non può essersi sbagliato. Anzi, la Voce non può essersi sbagliata. Perché nel caso si fosse sbagliata allora quel taglio al sopracciglio, il trauma, il mal di testa, il sangue e il piscio a chi li farà pagare? Eh?!

Fermati. La Voce sa essere perentoria quando vuole. E lui si ferma. Una fitta sopra l’occhio, un fanculo sbiascicato e poi… eccola lì.

Una frase appuntata sul retro di copertina. Una bella calligrafia. Non sua. La sua calligrafia fa schifo. Ma di chi è?

Un’altra fitta. Accompagnata da un flash. Lei.

Lei che prima di lasciarlo partire gli consegna “La Peste” di Camus: Non lo hai letto? Dovresti. È illuminante.

Lui le sorride cercando di rassicurarla che quel regalo è proprio quello che desiderava, non un’ultima scopata – sia mai!, ma proprio quel libro. La Peste. Proprio quello e nessun altro. Un bacio e via. A mai più.

E ora la frase:

Tutti i grandi propositi e i grandi pensieri hanno un’origine ridicola. Grandi realizzazioni sono germinate in un angolo di strada o tra le porte girevoli di un ristorante.” (Albert Camus)

Che cazzo significa?”, il mal di testa sta centuplicando la sua portata. Alza la testa in cerca di ispirazione e si accorge che Geremia ha acchiappato, nella sua ragnatela, ormai diventata enorme, il moscone che da due giorni lo faceva diventare matto.

Bravo Geremia! Sapevo di poter contare su di te, bro’”, gli lancia un’occhiata eloquente annuendo con rispetto, “è arrivato il momento di fare qualcosa per te, bro’… D’ora in poi sarò io a procurarti il cibo, tu ti potrai riposare. Te lo meriti bro’”. È più che un impegno, è una promessa che ti cambia la vita.

Albert, t’ho capito”, e ripone il libro ai piedi del cesso col proposito di leggerlo prima o poi.

Saremo tutti migliori. Lo dice la Tv, lo dice la Rete, lo dice Tu-sai-chi.

Crediamoci.

 

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Nuovi Scrittori Instabili in arrivo!

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La famiglia cresce, le Storie si moltiplicano… lo avete notato?

Nelle prossime settimane sarete accompagnati dai racconti frutto dei laboratori di NEVERLANDstorie degli ultimi mesi, in poche parole vi apprestate ad entrare in contatto con il mondo narrativo di quattro nuovi Scrittori Instabili, ovvero: Marcello Rizza, Jlenia adain Rodolfi, Raffaella Tavernini e Alessandro Tondini.

Questa è la foto del Reading di fine corso ospitato dalla Casa Cultura di Soiano del Lago , trovate da sn: Gianluigi Bergognini, Francesca Garioni, Silvia Visini  (Voci di Pandora, le Storie del Vaso che ci accompagnano e danno nuova vita alle storie del Circolo Scrittori Instabili), Rossana Mazza, Letizia Lancini, Bruno Barcellan, Bianca Patrizi, Raffaella Tavernini, Alessandro Tondini, Jlenia adain Rodolfi, Marcello Rizza, io.

CircoloScrittoriInstabili+PandoraleStoriedelVaso

Vi assicuro che queste Storie non vi lasceranno indifferenti, ma per esserne sicuri non vi resta che leggerle ogni mercoledì qui sul nostro blog.

Buona estate a tutti!

Barbara Favaro

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ASI SE BAILA EL TANGO

TANGO

Una lezione indimenticabile dello scorso anno nel laboratorio di narrazione NEVERLANDstorie è stata dedicata al Tango. Se volete saperne di più questa è il post dove racconto l’essenza della serata: Un abbraccio di penna e tango (percorso esperienziale).

Scopo di questa esperienza era, ovviamente, scriverne una storia. Nelle prossime settimane leggerete i racconti scaturiti dall’immaginazione di: Bruno Barcellan, Gianluigi Bergognini, Maria Chiaramonte, Elda Cortinovis, Rossana Mazza,  Aldo Quagliotti, Bianca Patrizi (non in quest’ordine quindi restate sintonizzati).

Porque asi se baila el tango!

Barbara Favaro

 

Il nuovo che inizia!

writing is the painting of the voice
Immagine catturata nel sito Lulu.com

Inizia ufficialmente un nuovo anno di Storie firmato: Circolo Scrittori Instabili.

Il progetto è nato nel 2014, come conseguenza dei laboratori di narrazione NEVERLANDstorie curati dalla sottoscritta, Barbara Favaro.

Nel 2015 il lavoro di scrittura del C.S.I. era focalizzato su tematiche mensili scelte ad hoc, come sapete bene (se siete nostri lettori abituali) o come potete rendervi conto in presa diretta se siete capitati qui per la prima volta, dando un’occhiata al nostro blog (vi ricordo che cliccando qui potete acquistare una copia del nostro libro “Impronte”).

Nuovi allievi hanno terminato il percorso previsto per il primo anno di scrittura, impegnandosi in esercizi che, di volta in volta, focalizzavano l’attenzione su una o l’altra problematica narrativa che si intendeva affrontare. Molti di questi esercizi sono andati a buon fine, superando di gran lunga le mie aspettative.

Ho scelto di pubblicare questi racconti durante i prossimi mesi; avrete modo di leggere ancora gli Scrittori Instabili che già hanno pubblicato qui nel blog e nuovi Scrittori Instabili che proprio qui debutteranno.
Sono certa che troverete pagine capaci di toccarvi, almeno quanto hanno toccato me.

Augurandovi buona lettura, voglio ringraziarvi a nome del Circolo Scrittori Instabili al gran completo, per il tempo e l’attenzione che vorrete dedicarci.

Barbara Favaro

 

 

Pessoa

Una serata indimenticabile!

Come promesso, vi abbiamo preparato un video-ricordo della presentazione di Bergamo, ospiti dello Studio Vanna Casati. E’ stato un piacere enorme condividere la nostra avventura con i presenti che ci hanno donato la loro attenzione e il loro apprezzamento. Un grazie di cuore da tutti noi!

Circolo Scrittori Instabili

Video di Laura Giardina  – Foto di Mara Fracella e Luca Bonini

 

Foto di Riccardo Sangalli che ringraziamo di cuore per la disponibilità e la capacità di cogliere gli istanti in tutta la loro Bellezza.

Una splendida realtà!

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(da sn) Elda Cortinovis, Barbara Favaro, Luca Bonini, Laura Giardina, Rossana Mazza, Mara Fracella, Franco Pelizzari, Giovanni Zambiasi, Giorgio Matteotti – foto di Elisabetta Belletti

Immaginare di realizzare un’impresa come questa è stato facile. Realizzarla non è stato facile, ma è stato inevitabile. La fortuna dalla nostra ha fatto in modo che si arrivasse alla pubblicazione (vera!) della nostra raccolta di racconti senza dover combattere, senza dover convincere un editore a darci retta. Tutto è successo con una naturalezza che ha del soprannaturale. Una festa, una vera festa.

Ecco perché la prima presentazione di “IMPRONTE” è stata un miscuglio di elementi: storie, note, voci. Lo è stata perché voleva essere una celebrazione di un progetto portato a buon fine grazie alla partecipazione di tutti.

Il Circolo Scrittori Instabili, pertanto, vuole ringraziare tutti quelli che si sono uniti alla nostra festa e che ci hanno dimostrato autentico apprezzamento per ciò a cui hanno assistito.

Questo è il video [le riprese sono di VerdeBlu Garda TV, grazie a Paolo e Angela], per chi non fosse riuscito a raggiungerci, e nei prossimi mesi ci saranno altre occasione in cui presenteremo “Impronte” pertanto vi terremo aggiornati.

Ora, però, se volete avere tra le mani la nostra raccolta di racconti (scelti) impreziositi dai disegni di Silva Cavalli Felci… allora cliccate la foto qui sotto e ordinatelo su IBS!

ibs-IMPRONTE

 

Noi vogliamo ringraziare in particolar modo: Casa Cultura di Soiano del Lago per averci dato ospitalità, i Musica Cruda per essere stati parte di InstabilMente-contaminazioni d’Arte con la loro esibizione, Aligi Colombi che ci ha accompagnato con l’hang e le percussioni durante le letture, Giovanni Boscaini che ha permesso che il suono (fondamentale) fosse tecnicamente perfetto.

Ringraziamo gli attori  di Pandora, le Storie del Vaso che hanno dato voce alle nostre storie facendo emozionare anche noi: Elisabetta Belletti, Gianluigi Bergognini, Francesca Garioni e Silvia Visini.

Grazie alla Scuderia Castello e alle Cantine Scolari per averci offerto ottimo cibo e ottimo vino, il che ha riscaldato i cuori di tutti nel gran finale.

E, soprattutto, grazie a Silva Cavalli Felci per la sua Arte e alla Lubrina Editore per aver creduto in questa pubblicazione realizzando un sogno che ci sembrava irraggiungibile!

Grazie a tutti quelli che vorranno leggerci ancora e se volete lasciare il vostro commento qui sul blog sappiate che siete i benvenuti.

A presto!

Circolo Scrittori Instabili

 

Eccovi una parziale photo-gallery by Elisabetta Belletti (grazie Betta!):

 

 

 

CONCLUSIONE (7) _ Barbara Favaro

Aveva chiuso la porta dello studio del Dott. Chiavini, il ginecologo, da oltre dieci minuti. Si era riseduta sulla comoda poltroncina per aspettare che la visita alla zia fosse conclusa. Non era stata una buona idea, lo sapeva, ma non era stata una sua idea. Fosse stato per lei gliel’avrebbe risparmiata, aveva ottant’anni quella donna e non era il caso di causarle traumi. Il suo medico, però, non aveva sentito ragioni:
“Per essere sicuri che non si tratti di tumore c’è bisogno di una serie di visite specialistiche e di esami”, aveva sentenziato.
La zia non stava bene, questo era evidente, ma non era mai stata bene negli ultimi vent’anni, e tutti si erano abituati alle sue lamentele. Anche quando si lasciava andare a drammatiche rappresentazioni, con maledizioni scagliate a destra e a manca, nessuno faceva una piega.
“Zia Amelia, abbiamo capito, ora mangia tutto che poi ci prepariamo per andare a letto.”
“Crepa”, rispondeva Amelia.
Non sopportava il fatto di essere diventata vecchia. Le palpebre cadenti erano state la tragedia portante di quegli ultimi anni:
“Non ci vedo più!”, urlava tirandosi su la pelle cascante puntando gli indici sopra i bulbi e alzando ridicolmente le sopracciglia.
Voleva farsi una di quelle operazioni chirurgiche delle dive:
“Lo ha fatto la Sofia Loren, posso farlo anch’io!”
Il medico, di volta in volta, cercava di dissuaderla con tecniche diverse. Le aveva provate tutte, dall’indifferenza alla strigliata, ma quando Amelia decideva di rompere le scatole era inarrestabile. Quando Amelia decideva che doveva frantumarti i nervi era imbattibile. Quando Amelia decideva che doveva dirti sul muso quello che pensava era implacabile:
“Quella puttana della Franca andava in giro con le sottane sempre alzate, l’ho vista io!”, sbottava tra una cucchiaiata di brodo e l’altra.
“Dai, zia, sono passati cinquant’anni, forse non ti ricordi bene”, la blandiva la nipote.
“Va’ al diavolo! Io mi ricordo di tutto!”, e sbatteva il cucchiaio nel piatto facendo saltare la pastina sulla tovaglia, cosa che alla nipote dava l’effetto di un trapano sul nervo scoperto.
“Guarda che quella andava dietro a tutti. A tutti! Anche a tuo zio!”, eccolo il colpo di grazia. Suo fratello Bepo era il latin-lover del paese, se l’era fatte tutte: giovani e vecchie, zitelle, vedove e maritate. Tutti sapevano, donne e uomini (cornuti o meno che fossero) e, inspiegabilmente, nessuno di loro era mai passato al contrattacco, magari con un pugno sul grugno tra un bicchiere e l’altro. Erano tutti suoi clienti e nessuno lo aveva mai affrontato per risolvere la questione. Mai un commento fuori posto, mai un’alzata di sopracciglio. Al massimo dicevano che il suo bianco faceva schifo, ma non che il Bepo gli stava scopando la moglie. Amelia, dal canto suo, aveva avuto delle tresche, tutte segretissime finché le sue amiche ne avevano sparlato in giro. Si ricordava di un certo Mario, poi lui era partito e zia Amelia aveva reagito prima chiudendosi in casa per giorni e poi uscendo tutte le notti d’estate con uno o l’altro alle feste di paese e rincasando al mattino. Zio Bepo l’andava a cercare, le mollava una bella sberla per farla rinsavire, lei lo mandava al diavolo e con la guancia in fiamme se ne andava a letto. Senza mai versare una lacrima. Amelia era una che non te la faceva passare liscia, aveva una memoria formidabile e il gusto della vendetta. Al momento opportuno sapeva cosa dire e come dirlo per farti cascare addosso la frana che ti meritavi, almeno secondo lei. Ce l’aveva con la Franca perché se la faceva con suo fratello e suo fratello la difendeva sempre. La Franca era l’unica a tenerle testa, era vedova e non doveva dar conto a nessuno.
“Puttana!”, la salutava Amelia appena Franca entrava nel bar.
“Puttana tu!”, ribatteva senza scomporsi la Franca ammiccando in direzione del bancone dove il Bepo le stava già preparando il Fernet liscio da far sparire in un paio di sorsi, mentre la sigaretta Stop-senza filtro si consumava tra le sue dita di sarta.
La porta dello studio si aprì e il Dott. Chiavini anziché farla entrare uscì prendendola per un gomito con una certa foga.
“Dottore, cosa succede?”
“Sua zia si sta rivestendo, ma me lo poteva dire per Dio!”, Chiavini era furioso.
“Dirle cosa?”
“Che è vergine!”
Aprì bocca e poi la richiuse senza emettere suono. Guardò la zia che si stava risedendo alzandosi le palpebre con le dita. Guardò il dottore. Riguardò la zia:
“Vergine.”
E non sapeva se ridere o se piangere.

 

 

 

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CONQUISTA (7) _ Barbara Favaro

L’aveva occupata come fosse stata un appartamento, un’occupazione abusiva. Si era introdotto nella sua notte, spaccando il vetro della finestra sul retro. Senza chiedere permesso e senza curarsi degli effetti collaterali. Tanto non erano i suoi.
Certo, lei glielo aveva lasciato fare. Era sovrappensiero. Di nuovo.
Kate lo stava fissando da dieci minuti, Colin era impegnato a sistemare la porticina della gabbia di Mickey, il criceto dai muscoli portentosi. Riusciva a crearsi un varco tra le sbarre afferrandole con le manine. Sì, piccole manine affannate. Kate se lo teneva stretto con la voglia di stritolarlo un po’, aveva di nuovo rosicchiato i fili delle casse e non c’era verso di farlo desistere. Mickey squittì infastidito.
“Lascialo andare, tanto non scappa”, disse Colin buttandole un’occhiata quasi casuale, era sicuro che la sua donna odiasse il suo criceto.
“Se si attacca di nuovo alle mie casse lo schiaccio senza pietà”, ribatté secca, spostando prontamente il pollice prima che Mickey glielo timbrasse con i lunghi incisivi.
Era evidente che i due non si piacevano.
Ogni tanto Colin sospettava che neppure lui piacesse alla sua donna. Kate era di poche parole, il che non era male, le parole delle donne spesso stordiscono. Kate era una brava cuoca, ben disposta a farlo, era il suo pregio. Fosse stata come sua madre non si sarebbe convinto a trasferirsi lì.
Kate continuava a fissarlo. Stava cercando di capire come aveva fatto. Da giorni sistemava il ricordo di quell’incontro e per quanto ci provasse c’erano dei vuoti inconcepibili. S’era svegliata al mattino e se l’era trovato lì nel suo letto. Punto.
E da quel punto in avanti era sempre rimasto lì. Dopo due giorni di sesso no-stop lo aveva costretto a farsi una doccia, obbligo di routine altrimenti Colin non ci avrebbe mai pensato. E poi lo aveva costretto ad andare a prendersi dei vestiti e della biancheria a casa. Preferiva fosse pulito se proprio aveva deciso di restare lì con lei.
Erano trascorsi tre anni. E c’erano Mickey e i calzini sporchi sparsi per casa. C’erano i suoi dischi su cui lui ci appoggiava la bottiglia di birra appena lei voltava le spalle. C’era il suo letto, mai rifatto per bene, con lui sopra o dentro, mai più solo suo. C’era quel sentirsi depredata, invasa, calpestata.
Colin alzò lo sguardo trionfante: “Fatto!”.
Kate si precipitò a consegnargli il topo peloso. Lei avrebbe voluto un gatto. Un norvegese, un norvegese col senso spiccato del territorio. Un maschio con artigli affilati, il gusto per la caccia. Mickey vedendo avvicinarsi la gabbia cercò di divincolarsi. Kate lo lanciò verso Colin che lo prese al volo, senza riuscire a schivare un morso. Questo lo fece ridere, adorava quello scriccioletto ribelle. Mickey ritornò dietro le sbarre. Vi si attaccò con le manine e fece forza per aprirle di nuovo, sotto i loro occhi. Il fil di ferro attorcigliato era fissato bene, ci sarebbero volute alcune notti di denti affilati per averne la meglio. Mickey aveva pazienza ed era un criceto costante. Per scaricare il nervoso saltò sulla ruota e pedalò a più non posso. Colin rise. Kate li guardava nauseata.
Colin ne fu colpito, quel modo di Kate lo attizzava sempre, e attirandola a sé sussurrò:
“Scommetto che è stato per questo che ti ho conquistata”.
Kate spalancò gli occhi. Conquistata?
“Cosa significa?”, chiese gelida.
“Ci so fare con gli animali”, Colin le strizzò l’occhio.
Kate si divincolò, ma lui era deciso a non lasciarla. Le mise il braccio attorno alle spalle e la strinse. Kate non fece resistenza, diede un’occhiata veloce a Mickey, e addentò più forte che poteva il braccio del conquistatore. Colin lanciò un urlo e mollò la presa.
Mickey squittì.

 

 

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