“La scelta di Mr. Owe” di Barbara Favaro

Il naso appiccicato alla vetrina, dentro al negozio una bambola grande almeno quanto lei. C’era la neve, lì fuori, bianca e marrone dove le ruote delle biciclette l’avevano marchiata e l’acqua putrida della strada si era mescolata al candore dei cristalli.  Le piaceva la neve, ma faceva freddo. Aveva i piedi quasi blu sotto le calze sporche, infilati in sandali estivi. Viveva all’angolo tra la 33esima e Avenue Gold, con il Nonno ancora in gamba che suonava il flauto traverso come un usignolo a primavera. Aveva le mani semiprotette da guanti di lana tagliati sui polpastrelli e lo sguardo buono.

Il naso appiccicato alla vetrina lasciava dei segni e Mr. Owe cercava di sopportare, ma dopo un po’ sbroccava: “Vattene Lily, disturbi i clienti che vogliono entrare!”. Lei diceva sì con la testa, sorrideva, faceva il giro dell’isolato e poi ritornava lì. Parlava poco Lily, parlava più che altro nella sua testa e solamente con la bambola in vetrina. Erano amiche. No, non la voleva per sé, la voleva lì dentro accanto agli altri (tutti gli altri giochi) al caldo e al sicuro. Ci teneva che almeno lei avesse una casa. Almeno lei.

Mr. Owe aveva avuto un paio di occasioni per vendere quella bambola, ma non poteva reggere al pensiero di quel visetto con il naso all’insù appiccicato alla vetrina in preda al panico qualora non avesse più trovato la sua amica al proprio posto. Aveva deciso che l’avrebbe lasciata lì, come guardiana del suo negozio. Andava bene così. Lily non lo sapeva, non voleva pensarci, era sicura che la sua amica si sarebbe rifiutata di uscire dal negozio per trasferirsi altrove però. Era il loro patto.

Quel Natale aveva portato il solito scompiglio sulle strade, gente frettolosa e accigliata che si mescolava con i cultori dei pacchetti e pacchettini con fiocchetti e fiocchettini. Il Nonno aveva cambiato il repertorio classico con le melodie natalizie, qualche moneta in più riusciva a guadagnarsela e Lily sorrideva felice perché a lei il Natale piaceva. Andavano insieme alla Chiesa di Santa Lucia e mangiavano con gli amici del Nonno la zuppa servita dai volontari. Qualcosa ci scappava sempre, un dolcetto in più per lei sbucava fuori come per magia perché era la più piccola e tutti la tenevano d’occhio. Era la bimba più protetta della città, a vederla bene. Perché le cose bisogna vederle bene per conoscerle.

Mr. Owe era un po’ giù di corda, invece. La signora Owe se n’era andata in primavera con un mercante di stoffe, lo aveva lasciato senza neppure guardarsi indietro una volta. Lui se lo aspettava da tempo, l’aveva vista sempre più gelida nei suoi confronti, ma non aveva voglia di trattenere nessuno. Lui non mendicava.

Aveva quindi deciso di trascorrere la notte di Natale a fare i conti, nel retro del negozio, e portarsi un po’ avanti con le pulizie. Sì, s’era un po’ lasciato andare e il negozio ne pagava le conseguenze. S’era dato una svegliata la mattina in cui alzando la testa dalla scrivania aveva buttato a terra le tazze sporche delle ultime tre cene solitarie. Aveva sentito dentro la testa la voce della signora Owe che gli urlava: “Scendi dalle nuvole, Herbert! Guarda che disastro!”. Come darle torto?

Aveva ricominciato a nevicare, Mr. Owe era sul retro a fare di conto, la stanza conteneva una brandina e un fornello, avrebbe potuto trasferirsi lì definitivamente, ma ancora non si era deciso, dopotutto l’appartamento dove aveva vissuto per tutta la vita era per la prima volta completamente a sua disposizione, senza genitori anziani da accudire, senza moglie a fare e disfare a seconda dell’estro che le prendeva e senza più il vecchio Charlie – il pappagallo più pettegolo del mondo – volato all’altro mondo per un’indigestione letale. No, se lo sarebbe goduto per un po’ quel luogo, in santa pace finalmente!

Mentre annuiva tra sé e sé a quel pensiero risoluto, sentì una vocina squillante provenire dalla strada: “Nonno, facciamo gli auguri a Bea!”. Era Lily, sicuramente. Incuriosito, senza accendere la luce, si affacciò nascondendosi dietro il bancone e spinse lo sguardo oltre la vetrina che luccicava. Lily aveva un capottino nuovo, di seconda mano certamente, ma in buono stato. Sembrava lei stessa una bambola, una bambola felice.

Buon Natale Bea!”, disse il Nonno ridendo.

Ora, appiccicati alla vetrina c’erano due nasi e Mr. Owe si mise a ridere. Si avvicinò alla porta d’entrata, aprì e li guardò: “Perché non entrate? Ho con me del pan dolce, del vino e del latte fresco, possiamo brindare insieme”, disse guardando il Nonno che sembrava piuttosto stupito.

Possiamo brindare con Bea?”, chiese Lily speranzosa.

Certo… ho sedie sufficienti per tutti, credo”, rispose Mr. Owe.

Nonno e Lily si guardarono, sembrava un invito provvidenziale, perché no? Mr. Owe fece un cenno con la testa, un “entrate” molto delicato, e si avviò sul retro:

Lily, prendi Bea e portala con te”, disse gentilmente.

Lily si avvicinò cauta alla sua amica, non voleva combinare un disastro buttando a terra tutti gli altri giocattoli appostati in bella mostra. Bea era più pesante di quello che Lily immaginasse, Nonno l’aiutò e Lily se l’abbracciò stretta per non farla cadere.

Venite, è tutto pronto”, annunciò Mr. Owe.

In effetti era proprio un bel vedere: la scrivania era libera dalle cartacce, c’erano quattro piattini per il dolce e in ognuno era adagiata una fetta dorata e invitante. Due bicchieri mezzi colmi di vino frizzante, una tazza di latte tiepido:

Lily, ti dispiace dividere il tuo latte con Bea? Temo di non avere una tazza anche per lei… “, si scusò Mr. Owe.

Certo, Mr. Owe, beviamo insieme”, annuì sorridendo mentre sistemava sulla sedia la sua amica che faceva un po’ fatica a piegare le gambe e tendeva a scivolare un po’. Nonno l’aiutò a sistemarla, poi con un hoplà! issò la nipotina sulla sedia accanto a sé e dopo aver chiesto permesso si sedette a sua volta. Mr. Owe fece altrettanto. Si guardarono un po’ in imbarazzo i due uomini, uno più giovane ma triste, uno più vecchio ma decisamente felice.

Iniziamo?”, chiese Lily che aveva ancora fame, anzi, per quanto fosse piccola lei aveva sempre fame.

Dopo di lei, signorina Lily”, disse Mr. Owe divertito.

Lily staccò un pezzo di pan dolce e lo fece provare a Bea, che approvò soddisfatta. Poi se lo mise in bocca, chiuse gli occhi e sospirò:

Delizioso!”, come se fosse una signora di mezza età con le amiche del circolo all’ora del tè.

I due uomini risero di gusto, l’imbarazzo si sciolse. E si sciolse un po’ anche il cuore di Mr. Owe che sentì un po’ di sollievo. Si guardò intorno, quella stanza avanzava. Lui doveva ritornare su, nel suo appartamento, non doveva più rifugiarsi lì dentro per non dare fastidio agli altri coinquilini. Annuì deciso.

Ho bisogno di un aiuto qui in negozio, qualcuno che tenga d’occhio i giocattoli, che spolveri di qua e di là… vi potrebbe interessare?”, chiese al Nonno. Nonno lo guardò senza parole. Beninteso, tutto pagato e… potreste occupare questa stanza per comodità. Il bagno è ben funzionante, c’è solo da aggiungere una branda e poi posso portare giù dei piatti e dei bicchieri dal mio appartamento… “, aggiunse sperando di essere convincente.

A Nonno si riempirono gli occhi di lacrime, Lily aveva la bocca spalancata.

Certo, sarebbe un cambiamento importante per voi… potete prendervi tutto il tempo che volete per decidere… “, Mr. Owe stava dubitando di aver fatto la cosa giusta, sperava di non aver offeso quell’uomo con la sua offerta.

Sarebbe un onore poter lavorare per lei, Mr. Owe”, rispose finalmente Nonno.

Lily chiuse la bocca per sorridere: Mr. Owe, dovrebbe mangiare il pan dolce è buonissimo!”, squittì con il cuore pieno di gioia.

Bea era d’accordo, su tutto. E il Natale iniziò.

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“Voce” di Barbara Favaro

Lo ascoltava pronunciare i nomi di perfetti sconosciuti, come fosse un semplice appello, ma era una cerimonia di consegna diplomi. Non era la sua cerimonia, lei era già lontana, proprio un altro pianeta. Con sollievo. Ammetteva a sé stessa: enorme sollievo.

Però quella voce. Quella stramaledetta voce.

Ripercorrendo tutto e riguardando dove ancora, forse, non aveva guardato, c’erano dei nervi scoperti che scoppiettavano.

Il trapano del dentista quando tocca la polpa dentale. Quel dolore lì. Ti partirebbe volentieri un pugno se non fosse che quel trapano è dentro la tua bocca e finirebbe in un disastro per te.

Stessa identica cosa. Colpisci quella maledetta voce e qualcosa dentro di te si trasforma in un disastro. Come si fa?

Non aveva voglia di altri disastri, ne aveva avuti abbastanza. Pensava soltanto che anche da milioni di secondi di distanza e chilometri e vicissitudini varie, quella stramaledetta voce aveva ancora il suo stramaledetto potere. E si domandava perché ancora quel dolore.

Prese l’ennesima stupida decisione: “… mi avvicinerò di nuovo”. Da lontano, ma farà un passo. D’ascolto soprattutto, in quasi totale anonimato, ma ascoltare le aveva sempre fatto bene.

Quindi l’ennesima stupida decisione poteva essere giustificata. In modo contorto, come sempre, ma la logica non le era mai mancata. Poteva raccontarsela bene perché era quello in cui si era specializzata nel tempo. Sempre meglio, ma in piena verità.

Quindi i nomi continuavano a sfilare tra un’orecchia e l’altra e lei non si staccava, sapeva che prima o poi la litania sarebbe terminata e lui avrebbe ringraziato e salutato tutti.

Voleva essere tra quei tutti salutati, perché era la giornata di stupidità che si era voluta concedere ed era intenzionata ad andare fino in fondo. Sentirsi stupida fino in fondo. Proprio fino in fondo. Cos’altro c’è di meglio? Quasi niente.

La voce incrinata da un sorriso mesto e una battuta arguta, da una sorta di gioia della festa, da un divertito feedback della platea, da qualcosa che si muoveva dentro di lui e che lei poteva soltanto intuire raccontandosi che conosceva quel qualcosa, ed era quello che li legava.

Certo con uno stramaledetto elastico, certo, seghettato, certo, ma questo era.

Se con un elastico, spesso, puoi risolvere la situazione, con uno seghettato potresti lasciarci la pelle. Ecco, il Dilemma.

Non poteva negare l’enorme gratitudine che provava per quella voce, non poteva neppure negare l’immensa frustrazione del disastro conseguente alla sua scelta di allontanarsi da tutto. Fosse scelta obbligata, non cambiava nulla.

Erano state tutte scelte consapevoli. Senza alcun controllo possibile, come la vita ti impone. Senza alcun senso evidente, come la vita ti impone. Senza alcuna speranza, come la vita ti insegna.

Ascoltava la voce arrivare – di nome in nome – alla fine dell’elenco, sempre dolorosamente bella nonostante gli anni. Si fece salutare in quel tutti che non le apparteneva, o forse sì, un pezzo sì, e chiuse il libro. Niente più voce, solo riverbero.

Quello lo poteva controllare, si era sempre accontentata di quello e non c’era motivo per cui ora le cose dovessero cambiare.

Toccò con il culo il fondo della sua stupidità, rimbalzò nelle sue profondità e si diede una bella spinta con le gambe per risalire.

Lentamente. Con calma. Non c’era nessuna fretta, il giorno doveva ancora compiersi. Mica voleva rischiare un’embolia!

 

 

 

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“Addio sospeso” di Barbara Favaro

La notte era tiepida. Notte, in realtà era quasi mattina, e la luna rischiarava il viale silenzioso e loro due – uno accanto all’altra – stavano respirando l’aria fresca in attesa di qualcosa. La sigaretta tra le labbra si consumava senza fretta, lei un passo indietro per non prendersi quel fumo addosso.

Avrebbe potuto essere un addio perfetto se fossero stati entrambi coscienti che quello era un addio. Lui avrebbe detto le cose giuste, o le avrebbe dette lei, e quella notte i silenzi avrebbero avuto un significato diverso. Le auto parcheggiate avevano i vetri appannati, la pioggia che dal materassino steso nel retrobottega li aveva accompagnati mentre facevano l’amore aveva lasciato tracce visibili ovunque. Fuori e dentro.

Chiuse gli occhi, doveva guidare per due ore prima di poter raggiungere il suo letto e buttarsi alle spalle quella serata. L’amarezza no, quella sarebbe rimasta, ne fu certa in quell’istante, quando lui soffiando il fumo verso il cielo disse:

Ho una giornata di merda oggi. Avere mio suocero in negozio mi fa girare le palle… “

È gentile a darti una mano, apprezza questo e il resto fattelo scivolare addosso”, lo disse più che altro per non stare zitta, non gliene fregava nulla del suocero e del negozio, delle sue lamentele e di tutto quello che le buttava addosso da due anni. Questo voleva dirgli, ma se lo evitò. Voleva soltanto andare a casa e crollare a letto e dormire. Solo questo.

Lui la guardò, le si avvicinò e le diede un bacio leggero sulle labbra: Grazie per la bella serata, piccola”.

Lei sorrise pensando: chissà se si ricorda come mi chiamo…

Vado”, ma gli uscì bene quel suono, nulla che lo potesse mettere in allarme.

Non correre e mandami un messaggio quando arrivi, così dormo tranquillo”, probabilmente dirlo lo faceva sentire meno in colpa considerato che avrebbe dovuto spostarsi lui e invece per la terza settimana consecutiva era stata lei a raggiungerlo, come se fosse ovvio, come se fosse dovuto.

Non rispose, aprì la portiera e lui l’abbracciò da dietro: Neanche un bacio?”, le sussurrò all’orecchio.

No, mi rimarrebbe il sapore della sigaretta addosso e ricorderei per i prossimi 195 km che ti odio quando te ne freghi del fatto che detesto il fumo e che ti odio quando neanche ti ricordi di chiedermi come sto e ti odio quando nomini tuo suocero in un momento in cui vorrei dimenticare che non sei mai mio completamente e appartieni alla tua vita che non sono io.

Non disse nulla. Si voltò, si baciarono e lui la tenne stretta per dieci secondi. Salirono sulle reciproche auto, raggiunsero le reciproche case, si immersero di nuovo nelle loro reciproche vite. Distanti e complicate, distanti e annoiate, distanti e infelici. Come loro.

Quell’addio bastardo consumato nel silenzio avrebbe rimesso tutto a posto con il tempo, ma ancora non potevano saperlo. In quel momento avevano scambiato una fine per un arrivederci e quel vuoto spiegava soltanto metà della loro storia. Che poi una storia, per essere tale, dovrebbe avere un finale scritto, altrimenti che cosa ne rimane?

 

 

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“Parete Blu” di Barbara Favaro

La luce s’infilava gentile attraverso le persiane, colpendole il viso. Con fatica ritornò al presente. Con fatica prese coscienza del suo corpo steso su di un materasso morbido, nudo e caldo tra lenzuola ruvide. Con fatica capì di essere girata su di un fianco, le braccia pesanti e inermi, ogni muscolo di cemento e la testa ronzante. Con fatica aprì gli occhi e tutto quello che vide fu blu.

Ci mise qualche secondo, qualche secondo in più a capire che era una parete. Una parete blu. Che lei non riconosceva. Troppo stanca per muoversi, troppo presto. Fissò quella parete sperando di ricordare. Cercando una risposta al “dove sono”. Il ronzio nella sua testa diventò assordante. Chiuse gli occhi strizzandoli. Li riaprì sempre su quella parete blu. Che non le ricordava nulla. Uno schermo blu senza immagini. Senza ricordi della notte precedente. Senza appigli a cui aggrapparsi. Freeclimber maldestra e incosciente. Freeclimber pericolosa.

Si voltò pesante, dolorante. Supina. Sul soffitto una scritta: “Sei a casa”. Fissò quelle parole senza metterle a fuoco. Quella non era casa sua. Nessuna parete blu in casa sua. Nessuna. E si accorse che qualcuno accanto a lei respirava. Un respiro profondo e leggero. Non voltò subito il viso, non era sicura di voler riconoscere il corpo che le stava accanto. Non era sicura di poterlo riconoscere. Poi lo guardò. E sorrise. Carino. Le era andata bene. Stavolta. Carino.

Chiuse gli occhi senza smettere di sorridere. Qualsiasi cosa fosse successa durante la notte non doveva essere stata  così male. E un po’ le scocciava non ricordare. C’era un’immagine confusa di lei nel bagno dell’Alkaline, addosso alle piastrelle fredde e qualcuno che la baciava. Non era sicura fosse riferita alla notte precedente. Non era sicura fosse successo davvero. Poi un’altra immagine: lei che baciava qualcuno sul cofano di una Audi. Quella era lei, lui non sa. Forse il tipo che le respirava accanto. Forse no. Lo sentì muoversi, lo guardò risvegliarsi. Le braccia nude e la schiena muscolosa.

Ehi. Che ora è?”, la sua voce roca le arrivò piacevole.

Non lo so. E non so dove sono.”

Sei a casa mia”

E tu chi sei?”

Billy e tu?”

Alice”

Ci abbiamo dato dentro ieri sera, ho la testa frantumata”

Non mi ricordo un cazzo”

No?”

No”

Non era sicura di voler sapere i particolari. A volte diventava una scocciatura chiedere scusa e giustificarsi. Preferiva di gran lunga non ricordare. Fare finta di niente. Ricominciare la sera stessa senza freni, senza limiti. Preferiva così.

Non ti ricordi che hai rotto in testa una bottiglia al tipo con cui stavi e che mi hai trascinato in bagno?”

No”

E che mi hai chiesto di continuare a casa mia?”

No”

E che… ”

No, e falla finita. Hai qualcosa da mangiare? Ho fame”

Sì, dev’esserci qualcosa, fammi pisciare e poi vedo”

Lo osservò alzarsi. Sorrise. Carino. Non deve essere stato male. No. Si passò una mano tra i capelli e vide una scia rosso sbiadito sull’avambraccio. Scia rossa secca. Sangue rosso secco. Un flash dello sguardo sorpreso di Luca, mentre la bottiglia si frantumava sulla sua testa. Si ricordò di quella roba che in un sorso le scendeva nello stomaco per risalirle in testa e che le era scoppiata scheggiandole i sensi. Si ricordò la vodka e le pasticche, si ricordò di essere rimasta senza soldi. Sbadigliò. E mentre si stiracchiava rivedeva gli ultimi mesi. Si rivide a chiedere scusa a sua madre per averla insultata davanti a tutti con due litri di gin liscio nello stomaco, a chiedere scusa a suo fratello per avergli distrutto l’auto in quella sera di acido e coca, si rivide in silenzio davanti allo sguardo disgustato di suo padre mentre apriva la porta e le chiedeva di uscire dalla loro vita. Si rivide piccola, alla sua festa di compleanno, con gli amici attorno e i palloncini e le candeline da soffiare via, dare una manata rabbiosa alla torta alla panna rovinando a tutti la festa. Si rivide raggomitolata sulla sua brandina, in una stanza senza colori, l’intonaco scrostato e i murales anarco-surreali a coprire la muffa, ospite di amici cambiati anche loro da abitudini sballate. Guardò la parete blu.

Sul soffitto la scritta “Sei a casa”. Casa di chi? Dentro la sua testa quel ronzio rassicurante. Le ossa rotte, il corpo nudo, asciutto, esausto. La fame. Forse due giorni senza cibo, cibo vero.

Allora ti muovi? Ho fame!”, gridò in direzione di quella che doveva essere la cucina

Non rompere, ho quasi finito!”

Carino. Stavolta non le era andata male. Luca? Lui stava bene, sì lui doveva per forza stare bene. Gli avrebbe chiesto scusa e tutto sarebbe andato come sempre. Nessun problema. Sorrise, stanca.

Stanca.

 

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“Inevitabile” di Barbara Favaro

La tavolata vociante cominciava a darle sui nervi. Lo guardava parlare fitto fitto, e qualche volta sorridere in quel suo modo, con la donna dal seno rifatto e sguardo rigato dal kajal.

Si trovò a ridere senza sapere perché, il sedicente scrittore intellettualoide, che le stava accanto, insisteva nell’illustrarle la trama del suo ultimo romanzo psicotico, no psichedelico o forse psicotrofico, e lei sorrideva. Si guardava restare lì, come se niente fosse, mentre la sala dell’Hilton la stava scarnificando con il suo acre odore di soldo.

Scusami, ma penso che sia arrivato il momento di andare…” e con un sorriso irreprensibile rivolse un’occhiata di scusa, tipicamente femminile, allo scrittore psicotico, alzandosi e dirigendosi senza esitazioni verso il suo editore, alle prese con un occhialuto fotografo in missione per una rivista dalla copertina patinata e fitte pagine pubblicitarie di alta moda.

Vado”, gli disse puntando lo sguardo sul viso sorpreso

È ancora presto, volevo farti conos… ”

No, vado. Ne ho abbastanza”

Come vuoi, se sei di questo umore tanto vale insistere”

Bravo. Ciao ciao”

Ti chiamo domani”

Sì, sì, sul tardi però” e recuperò il cappotto e l’uscita e l’aria fresca della notte.

C’erano dei taxi nel parcheggio dell’Hotel. Ne avrebbe preso uno e si sarebbe fatta portare a casa.

Aspetta, aspettami!”

La voce alle sue spalle, in un ansimo da corsa fuori programma. Poteva far finta di nulla ma le era già vicino.

Non andartene così… “, le prese il braccio e la fece voltare.

Così come?”, lo guardò dritta

Senza salutare”

Nessuno se ne preoccuperà, tranquillo. Ne ho abbastanza e vado, torna dentro prima di destare sospetti”, gli sorrise. Avrebbe potuto non farlo e tutto sarebbe suonato come un’accusa, con il sorriso il tono si addolciva e le parole scivolavano meglio.

Non è di loro che mi preoccupo”

No, ma dovresti. Buonanotte”

Non mi hai ancora guardato. Non puoi andartene e lo sai”

Quelle parole, sapeva sarebbero arrivate, ma sperava di riuscire a salire sul quel maledetto taxi prima.

L’ho fatto. Eri troppo impegnato per accorgertene.”

Non l’hai fatto abbastanza da incontrarmi, ti ho cercata tanto.”

E guardarlo ora è inevitabile. Tutti e due lì.

Sembri un po’ stanco… come stai?”, la voce più bassa mentre lui le si avvicina.

Sto diventando matto per cercare di starti lontano e come vedi non funziona”

Vieni via con me”

Sì”

Il taxi si ferma davanti a casa. E nel tragitto le parole escono senza spazi, neppure quelli giusti per loro.

Il Canada ti ha fatto bene, sei bellissima”

È l’aria fresca”, sorride, scende dal taxi e lui la guarda in cerca di qualcosa. Dovrebbe dirglielo, dovrebbe…

Devi ritornare alla festa?”

No”

Resti con me?”

Detto.

Lui paga, scende, la prende per mano mentre lei si gira e s’incammina sul vialetto tra il verde.

 

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“Funerale” di Barbara Favaro

Lo zapping forsennato di quella notte era stato interrotto dall’urlo di “Anarchy in the UK”.

Rotten. Funckin’ Rotten, borbottò mentre un lungo sorso di vino da poco gli scendeva nella gola per riempirgli lo stomaco già piuttosto pieno. Avrebbe voluto la sua batteria lì, in quel preciso istante, per spaccare la notte dei vicini ordinari.

Punk’ll never die, borbottò con un nuovo sorso.

Il cellulare squillò per l’ennesima volta e ancora non erano le 11 di quella sera da riempire come lo stomaco, come la testa, come le mani. Non doveva darla via la batteria, ma dove cazzo erano finite le sue bacchette? Non se le era vendute quelle, ne era sicuro. Quasi. Sì, insomma, sicuro all’80%, una percentuale onorevole considerando il periodo che stava passando. Se l’era venduta a un terzo del prezzo di mercato.

Fuck off Rotten!

Fece volare il cd dall’altra parte della stanza, poi si ricordò che il cellulare aveva suonato. Visualizzò la chiamata persa. Brian. Che cazzo voleva ancora? Lo richiamò.

– Che c’è?

– Dai vieni qui, ti stiamo aspettando

– No, non stasera

– Dai, ti fai un paio di birre e poi te ne torni a casa

– No, cazzo Brian no

– Ma cosa cazzo dei fare?

– Un funerale

– E che cazzo di funerale è?

– Del mio pesce

– Vuoi dire che Hughie è schiattato?

– Sì, fottutamente morto

– Ah. Mi dispiace Amico mio. Va bene… vuoi che venga lì?

– E che cazzo ci vieni a fare? È un pesce, mica mia madre!

– Sì, hai ragione, allora ciao… ti chiamo domani

– Sì, ok… a domani… ciao… ah, salutami tutti

Buttò il cellulare sul divano e quello rimbalzò finendo sul pavimento, sotto il divano. Si chinò a raccoglierlo, si allungò con il braccio teso al massimo finché toccò qualcosa che, stranamente, riconobbe. Le bacchette. Rise di gusto.

L’aveva detto che l’80% era una fottuta buona percentuale. Oh, yeah! Prese i Clash e cercò la sua preferita, “Rock the Casbah”. Iniziò a picchiettare su ogni cosa fosse degna di essere picchiata. Sorrise soddisfatto, non aveva perso il tocco. Si concentrò sul pezzo e diede l’anima per tre minuti. Si concesse una pausa e un sorso. Guardò il corpo esanime di Hughie nel lavello, ancora intatto nonostante i tre giorni di decesso. Era stato un incidente. Ma non è che un dannato pesce rosso viva per sempre, no? Un incidente può succedere a tutti. La vita è breve. E piena di sorprese. Come quella volta che aveva dato una craniata allo skinhead sbagliato e si era lacerato l’occhio, fucking bastard, quella volta era sicuro di averlo perso quel suo cazzo di occhio. Ma lui era uno che si riprendeva in fretta.

Hughie era stato un po’ sfortunato e un po’ deboluccio. Forse era da qualche giorno che non gli dava da mangiare. Non ricordava. E poi l’acqua era abbastanza lercia, forse era già morto ancor prima che lui sbattesse la boccia di vetro contro il muro. Forse non era stato il trauma cranico a farlo crepare, forse era già morto per mancanza di cibo. Anyway, sempre di un incidente si trattava. Esistono migliaia di tipi diversi di incidenti nel mondo. Non è colpa di nessuno. E lei poteva anche restare. Nessuno l’aveva obbligata ad andarsene. Non era colpa di nessuno. La vita è piena di sorprese.

Fuck off girl!

Un sorso lungo e poi un altro e poi un altro ancora. Alla tua salute Hughie! Alla tua salute donna, ovunque tu sia…

E ne aveva abbastanza anche dei Clash. Cambiò cd. “Why does my heart feel so bad?”, cantò quella voce nera, e lui si girò verso il suo letto e la vide ancora lì sotto le lenzuola che lo guardava e gli chiedeva di stendersi accanto a lei. Lui pensava che era bella come un sogno.

Fuck off Moby-bastard!

Rimise su i Clash.

– Time for funeral, Hughie!

Lo raccolse con cura e lo tenne nel palmo della sua mano. E con le note di “Should I stay or should I go?” (canticchiando come si conviene) tenne il passo diretto verso il gabinetto. Accese la luce che lo colpì alla testa come un pugno. Barcollò e si appoggiò al muro con un tonfo. Strinse il pugno e il corpo di Hughie si stritolò un po’, come una spugna. Aprì di scatto la mano, terrorizzato.

– Ti ho fatto male?

Hughie non rispose, ma come una spugna ritornò alla sua forma originaria.

– Ti ho fatto male baby? Mi dispiace, non volevo, non volevo che te ne andassi. Volevo che la nostra fosse una famiglia. Avremmo potuto fare una fantastica festa con tutti gli amici… poteva essere fantastico…

Si inginocchiò davanti al WC con il palmo aperto e Hughie più morto che mai. I suoi occhi appannati, è la vita, le dannate sorprese della vita. Se solo lei avesse aspettato qualche giorno prima di andare, lui avrebbe potuto fare qualcosa per farsi perdonare.

Fuck off bloody woman!

Si asciugò gli occhi con il braccio libero.

– The speech now!

Guardò Hughie e lo ricordò felice nella sua boccia, lo rivide nuotare agilmente tra le piantine di plastica verde fosforescente. Dopotutto la sua era stata una bella vita. Tranquilla, senza problemi. Una vita onorevole. Sì.

– Sei stato un buon amico Hughie…

Lo disse con il cuore. Gli sembrò sufficiente. Dalle sue parti contavano poco le parole, contavano i fatti. Si alzò in piedi, tese il braccio con il palmo in alto sopra la tazza.

– Rest in peace my friend…

Rovesciò il palmo e Hughie volò giù.

– Bye bye!

E tirò lo sciacquone. Svuotò la vescica. Ritornò in cucina. Svuotò anche la bottiglia di vino da poco. Prese le bacchette e si buttò sul divano. La vide sorridergli mentre usciva da casa dandogli appuntamento per la mattina seguente. Era bella. Come un sogno.

Il cellulare suonò ancora e ancora, ma non se ne accorse. La sua notte era finita.

 

 

 

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“Migliori” di Barbara Favaro

Non si tratta di buoni propositi, si tratta di disciplina. A raccontarsela son bravi tutti: oggi – primo giorno di lockdown – faccio giù una lista minuziosa di tutto quello che in questi ultimi tre anni di lavori forzati non ho potuto fare e quantevveroiddio spunterò voce dopo voce finché arrivati alla fine della lista avrò fatto un salto quantico di consapevolezza che Gandhi se la sogna.

Siamo al giorno 42, che per la “Guida galattica per autostoppisti” e per chiunque si possa definire Umano è un numero simbolico importante, e la lista è macchiata di caffè, ragù e qualcosa di cui è meglio non indagare la natura.

Si temeva – all’alba del secondo giorno di quarantena – che il mondo sarebbe piombato in un silenzio mortale, che si sarebbero fermati i lamenti, l’odio e la miseria umana di cui il web è latrina consenziente e che il vuoto avrebbe inghiottito l’intero sistema umano in un niente annichilente.

Si temeva il peggio. In effetti, il peggio si è avverato, ma vestito bene, una allure intrigante da lasciare interdetti. Al riparo dalla costrizione dei corpi comunicanti a distanza ravvicinata (baci, abbracci, sorrisi e manate sulle spalle), i sensi recepiscono le cose in modo strano. Sembra tutto più bello. Più sincero. Più sicuro. Più sano.

Ma ci si deve pur svegliare prima o poi, e quel poi sta slittando di settimana in settimana e non lo decidi tu, lo decide il Governo. Prima a nominarlo era come invocare il Joker, sapevi che ti dovevi aspettare qualcosa di malefico ma c’era il beneficio del dubbio (l’illusione del potrebbe-stavolta-non-accadere). Nominarlo ora è come macchiarsi di un crimine orribile e, con Tu-sai-chi, non hai scampo: lui compare e t’arriva la mazza sul mellino. Crack.

Aveva dato fondo a ogni sua risorsa. Nell’ordine – a ricordo – aveva: letto una decina di libri (ossessivo 1-Click sul Kindle Store); visto una ventina di film/serie tra Netflix e Prime (le migliori di una stagione soltanto, ma com’è possibile?); partecipato a una trentina di webinar gratuiti. Bello, bellissimo. Un po’ l’entusiasmo, un po’ la commozione del contatto umano a distanza che permette di ascoltare una lezione mentre giochi con Doom e ti fai di Budweiser in endovena per scrivere in chat “Grazie è stato tutto interessantissimo, ho preso un sacco di appunti e adesso la mia vita è migliore”. Ma poi la festa finisce con: non-me-ne-frega-un-cazzo amo la mia ignoranza atavica e la difenderò a costo della mia stessa vita.

Dunque, l’annunciata Fase 2 gli si era palesata tra una dormita sul divano e una sulla tastiera durante il controllo della posta (Smart Working è felicità). Inutile negarlo: la news lo aveva infastidito.

Cazzo! Cosa si aspetta da me ora, Tu-sai-chi, cosa vuole farmi fare, cosa vuole ancora togliermi?”

Giro in Rete per capire se la paranoia è sentimento condiviso. Confermato. Giro in Whatsapp per testare la paranoia sui conoscenti/colleghi/amici per raccogliere eventuali lamentele, dubbi, costernazioni più varie et eventuale. Doppia conferma. Giro per casa, per controllare le scorte di cibo (tra frigo, freezer e dispensa) e homebanking per guardare una buona volta in faccia la realtà. Terza conferma: la paranoia è motivata.

Cosa resta a un Uomo una volta che anche le ultime illusioni si sono sfasciate? YouPorn (benedetti siano i suoi Server, morte all’Inps che non regge il confronto).

Dopo qualche giorno, finite anche le crocchette del fu-Tobia (morto già da due anni, ma che fai? Butti le crocchette non ancora scadute? Ma che sei matto? Potrebbe esserci un’emergenza, non lo so… una pandemia che ti fa rimanere bloccato al centro della Terra senza nulla se non quello che t’è rimasto in casa… eh, sembra fantascienza, ma fidati che ho visto cose che voi umani… ), ci si prende in carico il cambiamento.

Ok, vediamo cosa cazzo mi posso inventare”, e una volta che la decisione è presa, la decisione è irrevocabile. Si ricorda di avere da qualche parte un libro, uno di quelli che si era riproposto di leggere perché importante. Non sa esattamente perché importante. Ma una voce dentro, in fondo chissà dove, insiste: cerca quel libro… cerca quel libro… cerca quel libro…

Ok, un martello. Ma diamo per scontato che il rallentamento sinaptico dovuto alla quarantena prevede almeno un anno di allenamento duro prima di recuperarsi e nel frattempo dal concetto cerca-quel-libro-importante-perché-ne-va-della-tua-vita al ora-vado-in-balcone-nudo-cantando-sono-un-italiano-vero possono passare anche diversi giorni di nebbia pesante, la Voce che insiste segue soltanto il buonsenso. Scelta condivisibile.

Insomma, molto probabilmente la Voce dopo giorni di martello si è un po’ rotta le palle e decide di muovere le cose.

Sceglie la domenica mattina. All’alba. Sceglie un momento topico: la seduta al cesso. Sceglie il modo più chiaro e doloroso possibile per farsi notare: la mensola sopra la testa che cede (forse, diciamo forse, per il peso eccessivo dovuto a: tre bottiglie di Amuchina da 5 litri, otto confezioni di guanti monouso, tre confezioni di mascherine altamente certificate fatte con pelle di pecora stagionata, e un libro: “La Peste” di Albert Camus).

Bestemmioni. Certo. Ma soltanto dopo aver ripreso i sensi, essersi pisciato addosso e aver capito che il sangue esagerato proviene da un taglio sul sopracciglio e che non c’è bisogno di metterci punti.

Che merda questa Fase 2, passiamo alla 3 che ne ho già pieni i coglioni”, pensiero legittimo, ma Tu-sai-chi ha i suoi tempi, non i tuoi.

Ripulito il macello sul pavimento, incerottata la ferita al sopracciglio, recuperato la preziosa Amuchina e tutto il resto, accatastatolo nell’angolo del bagno, lo sguardo si posa sul libro. Quel libro.

Va bene, sono pronto”, una presa di coscienza dovuta certamente al trauma cranico, eppure mirabile nella sua pura e lucente bellezza.

Lo afferra deciso, salta di capitolo in capitolo senza sapere cosa sta cercando, ma riconoscendo la Voce che – più che mai sveglia – gli ordina: vai alla fine… vai alla fine… vai alla fine…

Ok. Pagine finite. Libro finito.

E che cazzo!”, non può credere ai suoi occhi. Non può essersi sbagliato. Anzi, la Voce non può essersi sbagliata. Perché nel caso si fosse sbagliata allora quel taglio al sopracciglio, il trauma, il mal di testa, il sangue e il piscio a chi li farà pagare? Eh?!

Fermati. La Voce sa essere perentoria quando vuole. E lui si ferma. Una fitta sopra l’occhio, un fanculo sbiascicato e poi… eccola lì.

Una frase appuntata sul retro di copertina. Una bella calligrafia. Non sua. La sua calligrafia fa schifo. Ma di chi è?

Un’altra fitta. Accompagnata da un flash. Lei.

Lei che prima di lasciarlo partire gli consegna “La Peste” di Camus: Non lo hai letto? Dovresti. È illuminante.

Lui le sorride cercando di rassicurarla che quel regalo è proprio quello che desiderava, non un’ultima scopata – sia mai!, ma proprio quel libro. La Peste. Proprio quello e nessun altro. Un bacio e via. A mai più.

E ora la frase:

Tutti i grandi propositi e i grandi pensieri hanno un’origine ridicola. Grandi realizzazioni sono germinate in un angolo di strada o tra le porte girevoli di un ristorante.” (Albert Camus)

Che cazzo significa?”, il mal di testa sta centuplicando la sua portata. Alza la testa in cerca di ispirazione e si accorge che Geremia ha acchiappato, nella sua ragnatela, ormai diventata enorme, il moscone che da due giorni lo faceva diventare matto.

Bravo Geremia! Sapevo di poter contare su di te, bro’”, gli lancia un’occhiata eloquente annuendo con rispetto, “è arrivato il momento di fare qualcosa per te, bro’… D’ora in poi sarò io a procurarti il cibo, tu ti potrai riposare. Te lo meriti bro’”. È più che un impegno, è una promessa che ti cambia la vita.

Albert, t’ho capito”, e ripone il libro ai piedi del cesso col proposito di leggerlo prima o poi.

Saremo tutti migliori. Lo dice la Tv, lo dice la Rete, lo dice Tu-sai-chi.

Crediamoci.

 

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Nuovi Scrittori Instabili in arrivo!

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La famiglia cresce, le Storie si moltiplicano… lo avete notato?

Nelle prossime settimane sarete accompagnati dai racconti frutto dei laboratori di NEVERLANDstorie degli ultimi mesi, in poche parole vi apprestate ad entrare in contatto con il mondo narrativo di quattro nuovi Scrittori Instabili, ovvero: Marcello Rizza, Jlenia adain Rodolfi, Raffaella Tavernini e Alessandro Tondini.

Questa è la foto del Reading di fine corso ospitato dalla Casa Cultura di Soiano del Lago , trovate da sn: Gianluigi Bergognini, Francesca Garioni, Silvia Visini  (Voci di Pandora, le Storie del Vaso che ci accompagnano e danno nuova vita alle storie del Circolo Scrittori Instabili), Rossana Mazza, Letizia Lancini, Bruno Barcellan, Bianca Patrizi, Raffaella Tavernini, Alessandro Tondini, Jlenia adain Rodolfi, Marcello Rizza, io.

CircoloScrittoriInstabili+PandoraleStoriedelVaso

Vi assicuro che queste Storie non vi lasceranno indifferenti, ma per esserne sicuri non vi resta che leggerle ogni mercoledì qui sul nostro blog.

Buona estate a tutti!

Barbara Favaro

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ASI SE BAILA EL TANGO

TANGO

Una lezione indimenticabile dello scorso anno nel laboratorio di narrazione NEVERLANDstorie è stata dedicata al Tango. Se volete saperne di più questa è il post dove racconto l’essenza della serata: Un abbraccio di penna e tango (percorso esperienziale).

Scopo di questa esperienza era, ovviamente, scriverne una storia. Nelle prossime settimane leggerete i racconti scaturiti dall’immaginazione di: Bruno Barcellan, Gianluigi Bergognini, Maria Chiaramonte, Elda Cortinovis, Rossana Mazza,  Aldo Quagliotti, Bianca Patrizi (non in quest’ordine quindi restate sintonizzati).

Porque asi se baila el tango!

Barbara Favaro

 

Il nuovo che inizia!

writing is the painting of the voice
Immagine catturata nel sito Lulu.com

Inizia ufficialmente un nuovo anno di Storie firmato: Circolo Scrittori Instabili.

Il progetto è nato nel 2014, come conseguenza dei laboratori di narrazione NEVERLANDstorie curati dalla sottoscritta, Barbara Favaro.

Nel 2015 il lavoro di scrittura del C.S.I. era focalizzato su tematiche mensili scelte ad hoc, come sapete bene (se siete nostri lettori abituali) o come potete rendervi conto in presa diretta se siete capitati qui per la prima volta, dando un’occhiata al nostro blog (vi ricordo che cliccando qui potete acquistare una copia del nostro libro “Impronte”).

Nuovi allievi hanno terminato il percorso previsto per il primo anno di scrittura, impegnandosi in esercizi che, di volta in volta, focalizzavano l’attenzione su una o l’altra problematica narrativa che si intendeva affrontare. Molti di questi esercizi sono andati a buon fine, superando di gran lunga le mie aspettative.

Ho scelto di pubblicare questi racconti durante i prossimi mesi; avrete modo di leggere ancora gli Scrittori Instabili che già hanno pubblicato qui nel blog e nuovi Scrittori Instabili che proprio qui debutteranno.
Sono certa che troverete pagine capaci di toccarvi, almeno quanto hanno toccato me.

Augurandovi buona lettura, voglio ringraziarvi a nome del Circolo Scrittori Instabili al gran completo, per il tempo e l’attenzione che vorrete dedicarci.

Barbara Favaro

 

 

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