“Stili a confronto” di Bianca Patrizi

La bambola bionda 90-60-90 entra bilanciandosi abilmente sui trampoli con zeppa dieci e mi si avvicina scuotendo i boccoli freschi di parrucchiere.

«Non c’è Manricoi?», mi chiede guardandosi in giro. Sto per rispondere, ma il telefono squilla e le faccio cenno di attendere: «Coiffeur Manrico. Buongiorno, sono Ulricaii».

Mi sento sempre un po’ a disagio, quando mi presento, perché se becco il melomane ironico di turno le battute si sprecano: «Ah, e non ha visto per caso Rigolettoiii?», mi hanno già chiesto, oppure, «Scusi, ho sbagliato numero, cercavo Radamèsiv».

«Solo un attimo, per cortesia», dico al mio interlocutore e lo metto in attesa.

«Mio fratello è andato a mangiare un boccone», sorrido alla bambola che è uscita dalle sue mani solo mezz’ora prima, «se intanto vuole accomodarsi… dovrebbe arrivare a minuti».

Le accenno il divanetto a fianco dell’acquario, dov’è seduta la figlia sfigata della seconda moglie dell’avvocato che ha lo studio sopra di noi e che aspetta la madre. Sfigata perché è una cosina scialba e senza forma: capelli appiccicati alla testa, occhialini, maglione over-size e i jeans di quando era giovane suo padre. Per dire, s’intende. Riprendo la telefonata lasciata in sospeso, annoto sull’agenda telematica la prenotazione del cliente e riattacco. Nel frattempo la bionda boccoluta e la sfigata hanno incominciato a chiacchierare fra di loro.

«Ma tu che lavoro fai, scusa?», chiede la bambola dopo aver osservato con aria perplessa lo strano abbigliamento della nerd.

«Lavoro nel Centro Olistico qui accanto», le sorride la cosina informe e io rettifico quanto ho appena pensato: non è nemmeno una nerd.

«Centro Olistico?», chiede la bambola sempre più perplessa, «Vuoi dire che vendete olio?»

«Non esattamente, ma ci sei vicino, in un certo senso», la non nerd continua a sorridere placida alla bambola che ha la classica espressione dell’Oca Giuliva e le spiega: «in pratica ci occupiamo di natura. Cerchiamo di avvicinare la gente a tutto ciò che è naturale: nutrizione, respiro, movimento, tecniche di guarigione… Conduco una rubrica alla radio, intorno all’ora di cena su questi argomenti. Ascoltaci, se vuoi saperne di più, o fai un salto nel nostro centro a dare un’occhiata. Il primo trattamento è sempre scontato».

Il telefono suona di nuovo e sono costretta a rispondere perdendo il resto della conversazione.

«Coiffeur Manrico. Buongiorno, sono Ulrica».

Sì, però anche i miei genitori! Non potevano appassionarsi degli U2, invece che di Verdi? Mio fratello entra, scorge la bambola seduta impettita per non sciuparsi l’abito firmato e le va incontro a braccia tese.

«Ma tesoro, cosa ti è successo? Qualcosa non va?», le chiede preoccupatissimo. Più all’idea di perdere la cliente affezionata che ci lascia giù metà del suo stipendio tutti i mesi per cambiare look che il suo scalda-letto di turno e l’accompagna premuroso oltre la porta di vetro smerigliato verso il salone di bellezza.

La seconda moglie dell’avvocato del piano di sopra esce dalla stessa porta con la sua nuova acconciatura rosso fiammante e si specchia soddisfatta, mentre io pigio sui tasti del computer per fargli sputar fuori lo scontrino. Altra cliente di un certo peso che sarebbe un peccato perdere. Peccato anche che lei non sia mai riuscita a convincere la figlia sfigata a farsi dare una sistemata da Manrico. Ne avrebbe proprio bisogno. La madre paga senza batter ciglio (ma se lo può permettere) e la figlia sfigata si alza dal divanetto.

«Ti riaccompagno a casa?», le chiede con le chiavi dell’auto già in mano.

«Sì, grazie, cara», le risponde la fiaccola fiammeggiante, ma poi ha un ripensamento. «Fra un attimo. Prima faccio un salto su da tuo padre, così ci mettiamo d’accordo perché non so ancora di preciso a che ora vuol partire», e lascia la cosina informe lì dov’è, ma sulla porta ha un rigurgito di cure materne e aggiunge: «Tu sei sicura di non voler venire con noi, vero, cara? Sharm è così gradevole di questi tempi! Ti farebbe proprio bene un po’ di mare…», e esce, senza aspettare la risposta. La cosina informe sorride, pacata e quasi divertita. In quella la porta si riapre e un ragazzo niente male, con un sorriso da pubblicità di dentifricio entra portandosi appresso una ventata di non so cosa, ma so che è piacevole e, istintivamente, ricambio il sorriso.

«Tu sei Ulrica, vero?», mi chiede avvicinandosi, «Salve, io sono Rudy», e mi porge una mano dinamica e fresca che stringo con piacere, «una mia amica, vostra cliente, mi ha consigliato di rivolgermi a te perché avrei un favore da chiedere».

«Dimmi», gli sorrido già propensa a concederglielo.

La bambola bionda esce dal salone di bellezza scortata da mio fratello e si ferma sorpresa.

«Rudy!», esclama felice di vederlo. Evidentemente i due si conoscono e la cosa mi sgonfia l’entusiasmo. Per quanto non sia al livello della non nerd e mi difenda bene (nome a parte), non arrivo certo al 90-60-90.

Le voci si mescolano, le risate anche, il telefono squilla e io perdo il bandolo della matassa. Alla fine capisco che tutto si riduce alla richiesta di un taglio da urlo per un batterista che non si può concedere la mano esperta di Manrico.

«Non possiamo venirci incontro reciprocamente?», suggerisce una voce femminile trillante e gioiosa che esce dalla cosina informe con i capelli a spaghetto scotto. «Scusate se mi intrometto», sorride a tutti e nessuno, «ma non ho potuto non sentire quello che dicevate. Il batterista di cui parlate è il mio ragazzo. Se voi gli fate lo sconto, io vi posso offrire un trattamento a prezzo ridotto. Che ne dite?»

Il gruppetto si blocca perplesso e si guarda titubante valutando la proposta.

«Questa è un’idea geniale!», sorride Rudy e io mi incanto a guardarlo, «Che si può estendere a tutti i clienti, non pensate?»

«In che senso?», chiede Manrico diffidente.

La bambola si anima di colpo perché è la prima a capire il meccanismo e scuote i boccoli biondi.

«Questo è uno zot da Oscar, Rudy!», esclama e guarda a turno tutti gli altri, «Ma non capite? I clienti abituali di Manrico potranno godere di uno sconto speciale presso il Centro Olistico e gli affezionati del Centro Olistico potranno godere di un trattamento scontato da Manrico! Questo vuol dire ampliare la propria clientela e di questi tempi non mi pare proprio una proposta da sputarci su! O no?».

L’affare sembra interessante e Manrico propenso ad accettare. So già che trascorreremo la serata alla scrivania a conteggiare percentuali e quando tutti se ne vanno, rimango con la piccola sfigata che mi sorride porgendomi un opuscolo.

«Dia un’occhiata ai nostri trattamenti», mi suggerisce, «quello con le pietre calde è specifico per decontrarre i muscoli e liberare dalle tensioni. Sarebbe perfetto per alleviare il suo mal di schiena», mi informa e si risiede sul divanetto a sorridere all’acquario.

La fisso allibita, col catalogo in mano, domandandomi perché i pesci si siano improvvisamente messi a girare in tondo scodinzolando allegramente, quando di solito vagano annoiati fra le alghe finte.

E come cazzo ha fatto a sapere che soffro di mal di schiena?

Che anche lei si chiami Ulrica? Ma che sia quella vera?

iManrico, protagonista dell’opera Il Trovatore di G. Verdi

iiUlrica, la Maga, co-protagonista dell’opera Un Ballo in Maschera di G. Verdi

iiiRigoletto, protagonista dell’opera omonima di G. Verdi

ivRadamès, co-protagonista dell’opera Aida di G. Verdi

“Ufficio personale: ultima porta in fondo a destra” di Bianca Patrizi

Noi siamo quelli dell’ufficio personale. Quelli che si beccano le lavate di capo dai superiori che vorrebbero tutti in servizio a tutte le ore e le parolacce dai colleghi che ci prendono per quelli che decidono chi sta a casa e chi no, chi si gode l’indennità di cassa o il premio di produzione e chi no. E io sono il responsabile di quell’ufficio.

Mi sono fatto la mia brava gavetta dopo la laurea e il concorso; mi sono fatto ore di straordinari per capirci qualcosa nelle decisioni delle alte sfere, ma come ripeteva spesso un mio docente all’università “più sali in alto, più hai una visione ampia della situazione, più stai in basso, più la tua visione è limitata”. Talvolta mi sembra ancora di avere la testa infilata in un water. E serve a poco tirare lo sciacquone.

Così mi arrangio con quello che ho: me stesso. Sgretolato l’entusiasmo iniziale di fronte alle ingiustizie, deluso dall’imbecillità dilagante di chi vede il sassolino davanti alla propria scarpa ma non il pozzo nero due passi più in là, mi adeguo all’andazzo generale e sto alle regole. Che in pratica si riassumono in una, unica, ma inderogabile: salvarmi il posto di lavoro. Sono diventato duro, elastico e morbido, ma soprattutto invisibile.

Non ho il fisico atletico e l’addome tartarugato del belloccio che impera nel commerciale, né l’aria fascinosa del Vice Presidente, sessantenne vissuto e danaroso che ha fatto assumere l’Oca Giuliva che passa le giornate a fotocopiare documenti. La chiamano Kama o Sutra e dicono che se la siano trombata tutti, promettendole un posto migliore, ma lei è sempre lì, incollata alla fotocopiatrice. Oggi in sala mensa era seduta allo stesso tavolo della Vispa Teresa della contabilità due piani più sotto: una che non scherza, sempre di corsa, ma puntuale come un orologio svizzero – di quelle che se arrivano con cinque minuti di ritardo ne recuperano dieci – una specie di macchina da guerra.

L’Oca Giuliva – che giuliva non era poi tanto in quel momento – si lamentava dei colleghi maschi e la Vispa Teresa della collega incinta, ma entrambe erano d’accordo nel sostenere che quelle merde dell’ufficio personale se ne sarebbero fregate dei loro problemi. Non mi è piaciuto sentirmi dare della merda, ma d’altro canto, visti i precedenti… Oltretutto sono stato chiamato con nomi peggiori, come checca e frocio, per dirne un paio. Se non altro è la prima volta che quelle due, che si sono sempre guardate in cagnesco, si parlavano sedute allo stesso tavolo. Ho addirittura sorriso quando l’Oca Giuliva ha chiesto alla collega come facesse ad avere quel fisichino asciutto e pimpante da teen-ager nonostante un marito e due figli. Al che la Vispa Teresa è rimasta con la forchetta a mezz’aria a fissare allibita l’altra come se fosse stata colpita da uno zot, come dice Rudy, la nuova recluta che il mattino smista la corrispondenza.

Se ne sono andate insieme a bersi un caffè. Nessuna delle due mi ha notato e io ho finito di leggermi la pagina culturale del quotidiano. Ho scoperto che stasera inaugurano un locale, giusto a due passi da casa mia, con un concerto di Hot Jazz. Roba da pelle d’oca.

Così, finita la cena, sono andato a dare un’occhiata. Mi sono trovato un tavolino d’angolo, mi sono goduto i primi accenni del sax e ho ordinato un Single Malt invecchiato dodici anni, anche quello da brivido.

Cazzo, mi è preso uno zot quando ti ho visto! Cosa ci fai qui?”, mi ha chiesto una voce conosciuta mentre sorseggiavo il Whiskey, “Non immaginavo tu fossi tipo da Hot Jazz! Posso sedermi?”

E tu cosa ci fai qui?”

Ci lavoro. Faccio le pulizie”, mi ha sorriso, “sai, smistare corrispondenza per mezza giornata non mi basta: o ci mangio o ci pago l’affitto”.

Poi ha accennato al batterista, un ragazzino magro, ma scatenato in un a solo frenetico: “Questa sera sono venuto prima perché ci ho accompagnato un amico. Sono settimane che prova con la band”.

L’idea mi è venuta in quel momento. Forse è stata la musica a ispirarmi. Forse la vicinanza di Rudy. Forse un rigurgito di entusiasmo giovanile. Sta di fatto che la mattina successiva quando Rudy mi ha portato la corrispondenza, con due occhiaie che gli arrivavano al mento, avevo già scartabellato le schede degli interessati, steso un conteggio dettagliato di quanto sarebbe costato alla società assumerlo in pianta stabile con un progetto di formazione, (che comprende la fotocopiatrice), spostare l’Oca Giuliva al reparto contabilità, evitando al contempo l’assunzione di una seconda ragioniera per sostituzione di maternità. Ero già stato anche dal Vice-Presidente sessantenne, vissuto e danaroso che non sapeva più come scollarsi di dosso l’Oca – una volta Giuliva – che aveva assunto con tanto libidinoso entusiasmo.

Com’è finita ieri sera?”, ho chiesto a Rudy, “Il tuo amico ha…”

Non è il mio amico”, mi ha interrotto secco, “è solo un vecchio compagno di scuola. Il figlio più piccolo della Vispa Teresa dell’ufficio contabilità, ma se le dici che passa le notti a suonare in una band, racconto in giro che ti fai l’Oca Giuliva del piano di sotto”.

Non è il mio tipo”, ho scosso la testa e Rudy si è smollato di colpo.

Ah no?”, ha chiesto piacevolmente sorpreso.

No”, ho confermato ancora titubante. Poi mi sono deciso: “Senti, Rudy…”

Zot, per gli amici”, mi ha sorriso porgendomi la mano e io gliel’ho stretta. È un bravo ragazzo, con una mente pronta, appassionato di cinema e musica e molto, molto dolce.

Senti, Zot, me lo faresti un piacere? Avrei bisogno di parlare con la Vispa Teresa, con l’Oca Giuliva e con te per un nuovo progetto già autorizzato dalle alte sfere. Non è il massimo come soluzione, ma è un inizio. Potresti portarmele qui tu, per favore?”

Una alla volta o tutti insieme appassionatamente?”, mi ha chiesto lui con un sorriso ironico.

Prima uno alla volta, poi tutti insieme”, ho risposto sedendomi sulla mia sedia girevole mentre lui usciva dall’ufficio con un cenno di assenso.

Avevo una manciata di minuti per studiare come presentare il progetto e renderlo accettabile. Il tempo per l’Oca – che forse sarebbe tornata Giuliva – e per la Vispa Teresa di salire al quinto piano e percorrere il corridoio fino all’ufficio personale: ultima porta in fondo a destra.

“Con quello che succede in giro!” di Bianca Patrizi

Suona la sveglia e penso: “No, non adesso. Non dirmi che è già ora!”

Ho alle spalle una notte di merda: lui che russa come un mantice, io che mi giro nel letto come una trottola e come mi addormento suona la sveglia. Faccio pipì pensando che adesso mi ci vorrà mezz’ora per svegliare i ragazzi, così poi arriveranno in ritardo al bus, che poi magari lo perdono anche, così mi tocca pure accompagnarli a scuola e arrivo in ritardo anch’io al lavoro. Che se mi capita oggi, è una grana assicurata perché la mia collega non c’è. Ma proprio oggi doveva andare a fare l’ecografia? Se è incinta sono cazzi, perché quelle merde dell’ufficio personale mica l’assumono una sostituta. Allungo la mano verso il rotolo di carta igienica e scopro che è finita.

CHI CAZZO HA FINITO LA CARTA IGIENICA?”, sbraito dal bagno, “Mica fate fatica ad allungare il braccino e prendere il rotolo nuovo dal mobile, no?”

Infilo il rotolo nuovo nel supporto e mentre esco dal bagno vado a sbattere contro mio marito con la sua aria da zombie.

Era ora!”, borbotta, “Ma quanto ci stai in bagno?”

Senti chi parla!”, rispondo e mi fiondo in cucina perché adesso ho proprio voglia di un caffè. Ma prima sveglio i ragazzi.

Apro la porta, alzo la tapparella e li chiamo. Il grande si infogna sotto il cuscino grugnendo. Il piccolo non dà nemmeno segni di vita. Non so neanche a che ora è rientrato stanotte. So solo che era tardi. Chissà dove va. Chissà con chi va. In cucina riempio d’acqua la moka, ci infilo il filtro e prendo il barattolo del caffè. Che è come il rotolo di carta igienica: finito. Nel mobile non vedo il barattolo di scorta. Eppure l’avevo messo nell’elenco della spesa.

HAI PRESO IL CAFFE’?”, grido a mio marito ancora chiuso in bagno che ovviamente non risponde.

Cosa cazzo gridi?”, mi rimprovera mio figlio, quello grande, ciabattando in cucina con aria immusonita, “Possibile che gridi sempre?”

Prende un bicchiere dal mobile, la bottiglia d’acqua dal frigo e quando ciabatta verso il bagno sul tavolo rimangono il bicchiere, la bottiglia e il tappo della bottiglia. Perché rimettere le cose a posto è troppa fatica, vero? Ma è mai possibile che tutti lascino sempre tutto in giro? Poi sono io quella che rimette in ordine e pulisce.

Hai fatto il caffè?”, chiede mio marito entrando in cucina trafelato, perché anche lui è in ritardo.

Se tu avessi preso il caffè, ieri”.

Certo che l’ho preso.”

E dov’è, si può sapere?”

Al suo posto, dove vuoi che sia? Dove sono i calzini puliti?”

Al loro posto, dove vuoi che siano?”

Mollo la moka e vado a recuperare i calzini che sono sempre nel solito cassetto del solito armadio della solita camera da letto che divido con mio marito da quando ci siamo sposati, ma chissà perché lui lo domanda tutte le sante volte. Torno in cucina alla ricerca del caffè. Lo trovo, ma quello stordito l’ha preso in chicchi. E cazzo, però anche lui, per una volta che va a far la spesa! Così faccio quello deca, che non piace a nessuno, ma è l’unico che ho.

Che caffè di merda!”, brontola mio figlio e pianta lì la tazzina in mezzo al tavolo, raccoglie lo zaino ed esce sbattendo la porta.

Ciao, io vado”, mio marito mi mette in mano la tazzina vuota e si fionda giù dalle scale perché il suo collega è sotto casa e ha già suonato due volte il clacson.

L’altro figlio è uscito pure lui senza nemmeno salutare. Spero solo che vada a scuola e non in giro. Lancio un’occhiata all’orologio pensando che arriverò in ritardo. Prendo la moka per versarmi il caffè, ma la moka è come il rotolo di carta igienica, come il barattolo del caffè buono: vuota.

Al lavoro non va meglio perché la giornata ha preso una brutta piega. La stampante non funziona e il mio capo vuole le copie dell’ultimo rapporto settimanale. Devo andare al piano di sopra e lì hanno tutti la puzza sotto al naso. Manco a dirlo trovo la troiona dell’ufficio statistica che sta fotocopiando un manuale e ne avrà per un bel po’. Manuale di che, lo sa solo lei. Forse del Kamasutra. Come se non ne sapesse già abbastanza. Lei e il suo culo rifatto! E c’è ancora qualcuno che si domanda perché l’hanno assunta. Torno al piano di sotto e vado in archivio. Lì c’è una vecchia stampante, un po’ lenta, ma mi tocca. Mi tocca anche “Manina morta”. Quello proprio non lo sopporto. Mi ricorda tanto il vicino di casa di quand’ero piccola, con l’alito che puzzava di aglio e le unghie nere.

Alla mensa arrivo tardi perché la fotocopiatrice dell’archivio è davvero una lumaca. È rimasta solo la pasta che di sicuro ormai è fredda e ci scommetto che le cotolette saranno secche. Guardo l’orologio. Sono di nuovo in ritardo e so che qualsiasi cosa prenderò, mi rimarrà sullo stomaco.

Tornando a casa mi fermo dal parrucchiere perché stasera esco a cena con mio marito. Non mi sembra vero. Solo una pizza, ma è una vita che non usciamo. Corro a casa e preparo la cena per i ragazzi. Poi una doccia veloce. Mi sto truccando quando chiama mio figlio, quello grande e mi dice che sta a cena e a dormire da un amico. Poi chiama mio marito e mi informa che il suo capo ha indetto una riunione straordinaria e che farà tardi.

Ma tanto non è un problema, vero?”, non lo chiede, lo dà per scontato, “A mangiare la pizza ci andiamo un’altra volta”.

Riattacco e ripenso alla troiona dell’ufficio statistica che fotocopia il manuale del Kamasutra e mi domando se ce n’è una anche nell’ufficio dove lavora mio marito, se devo cominciare a preoccuparmi di rimanere sola con due figli come è capitato alla cassiera dell’Iper che una sera torna a casa e trova il marito sulla porta con la valigia in mano. Con l’abito bello, mezza truccata mi siedo al tavolo di cucina davanti alla cena che si fredda. Prendo il cellulare e chiamo mio figlio, il piccolo. Sono pronta a dirgliene quattro per quel suo brutto vizio di non avvertire quando fa tardi. Va e viene come se la casa fosse un albergo. Il suo cellulare squilla a vuoto, ma lui non risponde. Mi domando dove sia. La sirena di un’autoambulanza che si avvicina mi fa accapponare la pelle e mi alzo di scatto, vado alla finestra e guardo giù, in strada. Anche mia madre stava telefonando a papà, per dirgliene quattro perché era in ritardo e la cena si freddava, ma allora al cellulare aveva risposto una voce sconosciuta per dirle che c’era stato un incidente… Accendo la radio e una voce femminile, trillante e gioiosa sta parlando di pensiero positivo. Ecco, adesso la giornata è al completo: dopo la Troiona del Kamasutra, la sensitiva olistica che invita all’amore universale. Con quello che succede in giro!

“Natale! No, Dario” di Bianca Patrizi

Mi accendo una sigaretta appoggiata alla ringhiera del balcone di casa. Maura, spaparanzata nella poltroncina di vimini fuma qualcosa di più pesante.

«Ringrazia il cielo di non doverti sottoporre alle analisi anti-doping!», commento acida.

«Senti l’esperta!», sghignazza lei, «Il doping è proprio la tua specialità». Capisce che non ho capito e precisa: «Sai, quella pratica anglosassone di rimandare a più tardi… ».

La mando a quel paese con un gesto della mano. Spero che smaltisca l’effetto della maria prima dell’arrivo dei miei vetusti commensali, perché i suoi giochi di parole potrebbero provocare qualche sconquasso. Ad andar bene, perché con Maura è sempre così. L’ultimo suo sms recitava:

«Ciao tesoro. Abbiamo un problema e dobbiamo PORCI rimedio. Parlavo col salame in frigo e mi ha dichiarato che si rifiuta di farsi affettare se non ci sei tu».

La mia risposta era stata automatica: «Rimedio: ACCETTA salame e situazione».

Penso con orrore a quello che potrebbe accadere a pranzo, perché lo so che le sue provocazioni sono come le vignette che Barbara Favaro invia sul gruppo degli Scrittori Instabili: irresistibili. So già che sarà un fuoco di fila di battute e controbattute, di sussulti e trasalimenti che metteranno a dura prova la già precaria senilità di alcuni invitati. E io nel mezzo a cercare di arginare l’inarginabile. Sudo.

Il gruppo è eterogeneo: la mamma a un passo dai novanta, sorda, fragile come cristallo e acuta come un triangolo isoscele; lo zio con la moglie logopedista, irreprensibili; il cugino di lei, un don traballante e balbuziente; una lontana parente suora, ingenua e serafica; la vicina extracomunitaria, vedova bianca con due pargoli curiosi e turbolenti; il matematico in odor di omosessualità, che rifugge il coming-out con indignata testardaggine; il benzinaio di colore, laureato in ingegneria che ha attraversato il Mediterraneo su un gommone affollato; mio fratello e mia cognata con i figli e… lei, Maura.

Dal balcone li vedo arrivare tutti in lenta processione: i più in gamba che sorreggono i più malandati. Spengo la sigaretta nel portacenere e guardo in alto, in una muta implorazione all’Universo, poi entro in sala da pranzo per dare un’ultima occhiata al tavolo più addobbato dell’albero. Anche lo stereo è sull’attenti pronto a far partire il CD con la raccolta di musiche natalizie per creare l’atmosfera.

«Ben arrivati», sorrido a zio e logopedista, «Come siete stati in montagna? Cervino, vero?»

«Siete stati a Roma?», s’informa Maura cortese prendendo i loro cappotti e tutti e tre ci blocchiamo un attimo perplessi. Eppure è forte in geografia. «Non è la domanda dei clienti all’oste romano?», chiede.

«Ringraziando il Signore ce l’abbiamo fatta», sospira la suorina entrando, «la Madre Superiora è stata ricoverata in ospedale e temevo di non poter partecipare».

«Cosa le è successo?», domando contrita e partecipe togliendole dalle spalle il cappotto logoro.

«Un attacco di appendicite.»

«È giusto qui in corridoio», precisa Maura sfilandomelo dalle mani, «l’attaccapanni per scimmie», prendendo il don sotto braccio.

«A-avete se-sentito l’omelia del Pa-papa?», domanda il prelato, «A-affollata fino all-all’inverosimile, la Ba-basilica».

«Non a caso è la chiesa più aromatica!», sorride Maura guardandolo con affettuosa comprensione.

«Guarda! Guarda cosa mi hanno regalato!», esulta il figlio della vicina fiondandosi in casa, «Una cerbottana!».

«Fa’ vedere!», Maura si china e la esamina con ammirazione, «Un cervo femmina di facili costumi, eh?»

«E a me una balestra!», grida suo fratello saltellandoci intorno.

«Una sala ginnica per gente di colore, vuoi dire?», chiede conferma Maura e l’ingegnere del Senegal che è appena entrato la guarda ridendo.

«Razzista?», le chiede già contagiato.

«Sai com’è, il mondo è pieno di fabbricanti di razzi!», e ridono all’unisono.

«Tieni», mi sussurra mia nipote facendomi scivolare furtivamente qualcosa in tasca, «la nonna l’aveva ancora nei capelli».

Guardo l’oggetto misterioso e mi stupisco: «Un bigodino?»

«Data l’età cosa ti aspettavi?», chiede l’onnipresente Maura, «Un doppio orgasmo piccolino mi pare più che sufficiente».

«Mamma! Mamma!», gridano in coro i due figli della vicina extracomunitaria sventolando un quaderno, «Cosa vuol dire addendo

Il professore di matematica prende fiato, ma l’ingegnere del Senegal è già partito in quarta: «È l’urlo della folla quando a Nairobi, stai per calpestare una merda».

Guardo mia madre e tremo. Questa è una delle due parole che in sua presenza è vietato pronunciare. Affannata, dribblo, rivolgendomi a mio fratello.

«E il vostro scoiattolo?», chiedo, «Ancora intento a rosicchiare noci?»

«Più che mai!», mi sorride grato; anche lui è in ansia per l’aritmia di mammina che ultimamente ci ha dato qualche preoccupazione.

«Ma lo sai, zia», annuncia festoso mio nipote, «adesso abbiamo anche un culo».

Ecco, penso, questa è l’altra parola vietata.

«Un cuculo», lo corregge paziente mio fratello.

«Un gay balbuziente?», chiede Maura e il gelo che scende sui commensali è ormai palpabile.

«La balbuzie si può curare facilmente al giorno d’oggi», commenta la logopedista catalizzando l’attenzione e io sospiro di sollievo per il diversivo, «una terapia psicologica o un corso di dizione danno ottimi risultati. Ne avevi seguito uno anche tu tempo fa, mi pare».

«È vero, al San Clemente a Brescia», confermo con la speranza che parlar di Santi sia di aiuto, «fonetica e dizione. Con un‘ottima insegnante».

«Fonetica?», si stupisce Maura, «Ho sempre pensato che fosse una disciplina che regola il comportamento degli asciugacapelli». Poi sorridendo porge il piatto degli antipasti a mia madre: “Due calamari? Anche se sarebbe meglio portarli a Venezia quando c’è l’acqua alta, secondo me. Sono i molluschi migliori per provocare la bassa marea».

«Venezia?», fa eco mia madre, «Chi è andato a Venezia?»

«Un pezzo di focaccia?», Maura si china verso mio fratello, indicandomi con un cenno della testa, «Sostiene di essere un’animalista convinta, poi mette in tavola una foca selvaggia. Sempre detto io, che predica bene e razzola male».

«Per te scorfano», la minaccio.

«Scordatelo», ribadisce lei, «non riuscirai a farmi mangiare un povero pesce che ha perso i genitori».

«Maura, ti prego. Sei un medico. Se continui così ti farai radiare!», sibilo a denti stretti.

«Ma chi vuoi che mi colpisca usando una radio?»

Ho un cedimento improvviso e nascondo il volto nelle mani. Sento sussurrare qualcosa sul curare gli stati d’ansia e su quanto sia molto meglio prevenire…

«Nel senso di soffrire di eiaculazione precoce?», si informa Maura cortese e il sangue mi monta alla testa.

«Sei mostruosamente colta, lo sappiamo tutti e sei spiritosa, ma in quanto a savoir-faire e bon ton, scusami, ma non conosci nemmeno l’abbecedario… », ringhio.

«Ah beh, se c’è Dario… è figo, almeno?», chiede lei con candore.

«Dario?», si stupisce mia madre che è sì sorda, ma a volte ci sente benissimo. «Ma non stavi con Luigi?».

«Ma andate tutti quanti a darlo via!», sbotto traboccando veleno, «voi e il vostro Natale del cazzo!», perché quando mi ci metto, tra savoir-faire e bon ton, non mi batte nessuno «Se tutte le mie fatiche devono culminare…”

«Nooooo! Dove le trovi le supposte esplosive?”, si stupisce Maura interrompendomi. Qualcuno ha fatto partire il CD in un estremo tentativo di salvare quello che so non essere più salvabile. La suorina ascolta rapita la voce vellutata di Bing Crosby che intona White Christmas e sussurra estasiata: «Che melodia!»

E Maura angelica, apre le braccia e sollevando gli occhi al cielo, implora:

«Signore, ti supplico, esaudisci la preghiera di una vergine!»

 

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“Guerra o Pace?” di Bianca Patrizi

Non so come ho conosciuto Bianca. Mi piace ripetere che sia stato per caso, anche se entrambe sappiamo che nulla avviene per caso. Quando mi ha vista seduta sul bus con quell’arma appoggiata in grembo e gli occhi semichiusi, ha sgranato i suoi e ha trattenuto il fiato. Non poteva sapere allora, che quello che credeva un semplice fucile, fosse invece IL fucile mitragliatore d’assalto per eccellenza, nato (si racconta) in una grotta degli Urali, derivato dallo STG44. Migliore dello STEN inglese, migliore del MAUSER tedesco; in grado di sparare, in qualsiasi condizione, dieci proiettili al secondo, a una velocità di 715 mt al secondo; il che significa che un caricatore standard da trenta colpi si esaurisce in tre secondi di fuoco automatico. IL Kalashnikov AK-47.

Né io potevo sapere, allora, che lei aveva già vissuto i suoi incontri ravvicinati, molto ravvicinati, con le armi. Aveva cominciato da piccola a giocarci. Un po’ maschiaccia e un po’ monella, dopo tanti film della serie Arrivano i nostri, aveva chiesto e ottenuto per Natale, una pistola a tamburo, che non sparava niente, ma faceva un gran baccano. E ci si divertiva anche! Quando l’amica di sua zia si abbioccava sulla poltrona guardando la TV, sparava un paio di colpi e quella povera fornaia stremata sussultava come se le fosse esploso il cuscino sotto il sedere. Lei e la zia istigatrice si facevano di quelle risate!

Poi aveva incontrato la sua prima arma vera e le cose erano cambiate. Aveva forse nove o dieci anni allora, e aveva accompagnato suo padre a caccia, una mattina d’autunno. La campagna era ancora umida e fragrante della brina mattutina e quel velo di foschia rendeva tutto così magicamente impalpabile e vago… finché lo sparo potente e improvviso aveva zittito di colpo i passeri, dopo il frullare d’ali frenetico e spaventato dei superstiti. Suo padre aveva raccolto il piccolo ferito e lei si ricorda ancora oggi la sua mano grande e calda che racchiudeva il batuffolo di piume, ma soprattutto non riesce a dimenticare quegli occhietti vispi che la guardavano. Aveva dato per scontato che lui, suo padre, avrebbe soccorso il piccolo. Invece, con un colpo secco, il cacciatore aveva gettato con forza l’animale contro il calcio del fucile, finendolo, e lei aveva sollevato lo sguardo incredulo. In un raro momento di intesa reciproca, lui – suo padre – aveva stretto le labbra.

«Dispiace anche a me», aveva ammesso, «ma ormai era ferito e stava soffrendo».

Il successivo incontro con un’arma era stato sconvolgente, ma per caso o per fortuna, non tragico. Il terzo, invece, era stato devastante. Il quarto, l’aveva fatta fuggire. Poi, la scoperta che non è l’arma in sé ad essere pericolosa, ma l’uso che se ne fa. Un coltello puoi usarlo per affettare il pane e dividerlo con gli amici. Un ferro per stirare, per accarezzare una camicia sgualcita e ridarle vita e dignità. Oppure no.

Bianca aveva preferito la fuga e grazie al cielo, le era stata concessa. Io avevo dovuto scegliere se sparare a chi avevo di fronte, sparare a me o non sparare. Dicono che siamo gente dura. Dicono che la terra forgia. Può essere. Era stata mia nonna a insegnarmi a sparare. Uno dei migliori cecchini, perché già allora avevano capito che le donne erano migliori degli uomini: battito cardiaco più basso, quindi più precise, perché mano più ferma. Non solo. Anche nelle fabbriche dell’AK-47 la maggior parte degli operatori è di sesso femminile. Io ci ho lavorato per anni. Pare che la nostra perizia superi quella maschile.

Quando l’ho raccontato a Bianca, ne è rimasta stupita. Lei continua a sostenere che le armi siano pericolose e quando sono venuta in Italia a trovarla, mi ha portato al Museo XX Secoloi, a Desenzano del Garda. Credeva di stupirmi con effetti speciali, ma non è stato così. Al contrario. Fucili, mitragliatori, cannoni… ordinaria amministrazione. Già le maschere anti-gas l’hanno impressionata, ma è stato davanti al lanciafiamme che Bianca ha avuto un piccolo cedimento. Paradossalmente, più l’arma era potente, meno lei sembrava toccata. Quando siamo arrivate davanti alla catena spinata si è fermata di colpo. Poi le ho spiegato come veniva utilizzata la coda d’istrice, ma soprattutto che derivava dagli antichi Romani e lei mi ha fissata inorridita, a mascella pendula, stile trota che boccheggia. Ma è stato l’azzoppamuli a darle il colpo di grazia. Credo si sia ricordata in quel momento di una mostra itinerante vista in Toscana tanti anni prima, sugli strumenti di tortura utilizzati all’epoca dell’Inquisizione. La Vergine di Norimberga era qualcosa di doloroso, lo ammetto, ma c’è di peggio nella vita.

Abbiamo passato il resto del pomeriggio sedute a un bar a bere lei vodka e io grappa (amiamo gli scambi culturali), guardando il lago, il cielo, il Baldo, i gabbiani in volo, le papere, i cigni, gli alberi delle barche a vela ormeggiate. Ho dovuto guidare io al ritorno, perché lei aveva un po’ di nausea. Sostiene di soffrire il mal di mare e altalene e barche ondeggianti le danno fastidio, ma non so se era per quello che le girava la testa.

È strano come Bianca e io ci siamo intese con uno sguardo, su quel bus. È strano che ancora adesso ci scriviamo regolarmente, nonostante lei sia sempre convinta che le armi siano pericolose, e io che siano una benedizione del cielo. Ma veniamo da terre diverse e abbiamo affrontato situazioni diverse. Lei continua a scappare, io a viaggiare col mio AK-47 in grembo, ma entrambe con lo stesso obiettivo: rimanere in vita.

Mi auguro solo di non trovarci un giorno, una contro l’altra. Potrebbe anche essere che Bianca, nonostante il nome candido, si tinga di sangue e io decida di non sparare. Sarebbe un peccato.

Do svidanije*.

* il termine, di origine polacca, è formato da due parole distinte «do» e «svidanjie» che, tradotte singolarmente e letteralmente, significano: «fino al prossimo incontro», che è esattamente il significato che deve emergere dal testo.

i miei ringraziamenti ai volontari del Museo XX Secolo di Desenzano del Garda (BS) che mi hanno fornito le informazioni tecniche e storiche con cortesia e competenza rare.

 

 

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“Mr. Toad” di Bianca Patrizi

«Buongiorno», mi presentai educatamente all’impiegato dello sportello dell’accettazione dell’ALS, «sono Mr. Toad e vorrei…»

E quelle furono le uniche parole che riuscii a pronunciare perché il tipo dietro al vetro sollevò lo sguardo annoiato, sgranò gli occhi, spalancò la bocca e schizzò dallo sgabello come se l’avesse attaccato un cobra. Sospirai. Ne avevo piene le tasche di quelle reazioni inconsulte e contai da uno a dieci. Arrivato al dieci l’impiegato era sempre lì con occhi e bocca spalancati e quell’espressione di disperata incredulità dipinta sulla faccia stile urlo di Munch.

Passai all’«Ommm», ma la situazione non migliorò. Anzi. Il suono che mi usciva morbido e continuo dalla gola sembrava terrorizzarlo ancor di più, congelandolo in quella posizione statica e innaturale. Sapevo di non essere di una bellezza armoniosa stile Alain Delon, né assassina alla Dirk Bogarde, ma c’era di peggio al mondo e un minimo di esperienza avrebbe dovuto insegnargli a reagire, non dico con britannica coolness1 di cui io stesso sono un esemplare, ma almeno con una dignitosa pseudo indifferenza, se non altro per non allarmare l’interlocutore di turno.

Non si è mai del tutto tranquilli quando si entra in un presidio ospedaliero e lungi da me l’idea di offendere gli addetti ai lavori, ma se ne sono raccontate tante di favole metropolitane su chirurghi distratti che amputano arti sani e qualcosa nell’immaginario collettivo è rimasto latente a sabotare la fiducia nel taumaturgo e la fede nella scienza medica. Per non parlare dell’incertezza psicologica del paziente che lo pone, in quanto tale, in posizione down rispetto al luminare che sta per consultare e dalle cui labbra uscirà la condanna definitiva o la speranza salvifica.

Ma così è. Non tutti siamo uguali e non tutti reagiamo allo stesso modo. Ho ormai accettato queste differenze, in parte culturali, in parte caratteriali, ma in un angolo remoto della mia anima alberga ancora la speranza se non dell’amore almeno dell’amicizia e, quando vengo respinto in maniera così palese dal ribrezzo che suscito negli altri, quel senso di solitudine, di frustrazione e – sì, lo ammetto mio malgrado – di umiliazione, mi ferisce come una spada che mi trafigge da parte a parte. Mi sarebbe bastato arrivare al reparto TSO. Non chiedevo altro. Lì c’era la mia ultima speranza. Quante volte delusa fino a oggi! I miei non facevano che ripetermi che se ero nato così, così dovevo rimanere a vita perché cercare di cambiare la mia natura sarebbe stato innaturale, ma io avevo un sogno.

I have a dream.2

Se l’aveva avuto Martin Luther King perché non io? Perché io non ero alla sua altezza, mi rispondeva una vocina interiore. Così abbassavo il tiro: l’avevano cantato anche gli ABBA, «I have a dream», e l’avevano anche messo in un film di successo, spingendosi perfino oltre, al fatidico «if you see the wonder of a fairy tale3» che mi aveva intrappolato in quella mia speranza cocciuta di diventare chi non ero. Perché dovevo rinunciare?

Così di voce in voce, mi era giunta quella della ragazza ricoverata solo pochi giorni prima che si aggirava pallida ed emaciata nei corridoi spogli del reparto di Trattamento Sanitario Obbligatorio protendendo una mano aperta e vuota. Non so cosa mi prese. Forse fu la disperazione a spingermi a tentare il tutto per tutto. Sta di fatto che abbandonai di colpo il mio britannico aplomb, girai le spalle all’impiegato dell’accettazione senza nemmeno salutarlo e corsi come un forsennato verso l’ascensore. Riuscii ad infilarmici un decimo di secondo prima che le porte si chiudessero con uno sbuffo leggero alle mie spalle. La fortuna era finalmente dalla mia e l’ebbrezza del sogno che stava per avverarsi mi rese audace. Non so. So che arrivai al reparto TSO e lì la vidi.

Avanzava verso di me con la leggerezza di una fata, l’abito rosso lungo fino in fondo ai piedi, i capelli castani (chissà perché li avevo immaginati biondi) che sciolti le ricadevano sulle spalle e in testa, senz’altro messo da qualche ricoverato con le rotelle non propriamente a posto, una scatola di cartone che una volta aveva contenuto un pandoro, rimodellata a cono, rossa come l’abito. Dalla punta di quel cappello di fortuna usciva, morbido e fluttuante, un velo bianco che si librò tremulo nell’aria mentre lei si chinava verso di me, protendendo le braccia diafane.

Mr. Toad!”, esclamò con un sorriso di pura beatitudine.

Finalmente qualcuno che non mi respingeva inorridito. Con un balzo leggero, atterrai nel palmo della sua mano morbida e calda e fu quasi senza fiato che le sussurrai:

«Se mi baci mi trasformerò in un bellissimo principe».

E lei, guardandomi negli occhi rispose:

«Preferisco avere un rospo4 parlante».

1 Coolness, lett. freschezza; fig. sangue freddo, disinvoltura; nel caso specifico è da intendersi come impassibilità

2 Io ho un sogno

3 Se vedi la magia di un racconto di fate

4 Rospo, in Inglese “toad”

 

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“Una pettegola al balcone” di Bianca Patrizi

Oggi tutto è cominciato con una voce sonora, straripante di abdullah che mi ha trapanato le cuffie e oscurato il gorgheggio gentile del soprano che rimpiangeva l’amore perduto. Poi è stata la volta dell’Ucraina mastodontica che strillava nel cellulare ultima generazione puchinkiwaski a tutto spiano, dalla stessa panchina di legno un po’ consunta proprio sotto la portafinestra della cucina. Poi è passato il macchinone rombante che con due colpi di clacson ha allertato la escort scosciata della scala C e ho sentito i suoi tacchi dodici scendere a precipizio le scale.

Non aveva ancora chiuso la portiera che il fabbro nella casa di fronte, armato di flessibile, ha cominciato a tagliare mattonelle. Deve averne in quantità industriale, perché quando comincia va avanti per ore. La sua vicina, invece, fra le dodici e trenta e le quattordici, munita di soffiatore, giornalmente ripulisce la rampa del garage dalle foglie secche e le dirige sulle aiuole sotto ai tigli davanti a casa. Dice, e l’ho sentita io con le mie orecchie, che lo fa perché vuole che il Comune, che a suo dire non pulisce mai la via, si renda conto che deve intervenire, perché così la cosa non è decente. Poi, giornalmente il Pelèr, più puntuale di lei, gliele risospinge lungo la rampa contro la saracinesca del garage.

Sotto casa, inoltre, ci sono in sequenza: un negozio di articoli per animali, una toelettatura per cani e gatti e lo studio di una veterinaria. Miagolii disperati, guaiti strappacuore, latrati funebri e un abbaiare furioso si mescolano al flessibile che dilania mattonelle. Di tanto in tanto c’è anche un ragazzino che scende lungo la via facendo strillare il motore del suo moscerino a due ruote.

Quando la voglia di riempire un secchio di acqua gelata e rovesciarlo sugli occupanti la panchina mi prende, allora vuol dire che proprio non ne posso più e cerco rifugio sull’altro balconcino, quello che dà sul cortile interno. Mi butto sul letto, ma la situazione lì è forse peggiore, perché i muri del caseggiato fungono da cassa armonica e miagolii, guaiti, latrati, le litanie dell’anziana vicina devota, i colpi sordi della coppia che scopa con ritmico entusiasmo, la donna di servizio rumena che passa l’aspirapolvere, sposta i mobili e urla per zittire il pechinese che si infuria per i mobili spostati o forse perché teme di essere risucchiato dall’aspirapolvere mi tirano i nervi e mi alzo di scatto. Mi affaccio al balcone, pronta a emulare Peter Finch nei panni di Howard Beale in Quinto Potere e mi riempio i polmoni d’aria per urlare: sono incazzata nera e tutto questo non lo accetterò più!

Ma non lo faccio, perché io sono una persona tollerante, sono contro la violenza, sono per l’accoglienza, in una parola sono la rappresentazione del politically correct. Per di più io non sono affatto pettegola, non lo sono mai stata e non per merito personale, ma perché i miei passatempi preferiti mi risucchiano come vortici escludendo tutto ciò che sta fuori da me. Ho vissuto quindici anni in un condominio immerso nel verde, un monolocale isolato, lontano dal traffico, ignorando facce e nomi dei miei vicini e la cosa non mi ha minimamente disturbata. Ma da quando mi hanno sfrattata, mi sono dovuta adattare a questo nuovo appartamento, incastonato in un alveare a cento metri dal centro e non ho più nemmeno aperto il pianoforte per non cedere alla tentazione di mettere le mani sui tasti bianchi e neri che gridano per essere toccati. Una tortura.

Così quando la voglia mi prende, mi rintano sul balconcino più discreto che si affaccia su una strada importante, anche se non principale, protetta dal tiglio spumeggiante che lo protegge dal sole battente del primo pomeriggio, o per le veneziane birichine che mi permettono di giocare a mio piacimento al io-vedo-te-ma-tu-non-vedi-me e fumo. Fumo una sigaretta dopo l’altra.

E fumo di rabbia.

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“Smarrirsi” di Bianca Patrizi

«Io lavoro al bar di un albergo a ore. Porto su il caffè a chi fa l’amore… »

Non è esattamente così, ma quasi. Nel senso che spazzo e spolvero e rassetto i vagoni del treno dopo che la locomotiva, con un sospiro fra stanchezza e soddisfazione, lo lascia al capolinea. Lavoro di lena, ma con coscienza, perché mi piace fare le cose per bene; mi dà la sensazione di togliere le tristezze che i viaggiatori abbandonano su quei sedili per ricoprirli con nuove speranze. Una sorta di velo di fiducia che stendo con affetto affinché nuovi pendolari le ritrovino il mattino seguente, magari quando salgono ancora un po’ insonnoliti, ma già stanchi all’idea di affrontare un’altra giornata che a loro appare greve e grigia anche nelle più belle mattine di sole.

«Vanno su e giù coppie tutte uguali, non le vedo più manco con gli occhiali»

E nemmeno questo è vero fino in fondo perché io non vedo i passeggeri, non fisicamente intendo, ma li intuisco attraverso gli oggetti che dimenticano nei vagoni: un libro, una sciarpa, un portafoglio scivolato fuori dalla tasca dei jeans, il tacco di una scarpa e talvolta, spesso purtroppo, il sudiciume che spargono intorno al loro sedile. Non è il vomito che mi indigna, talvolta il bagno è troppo lontano o è occupato, sono le bucce di mandarino, le bottiglie vuote di birra, il contenitore delle patatine fritte o degli hamburger, i leggeri gusci d’arachide con quella pellicina rossastra, croccante e leggiadra che vola dispettosa dove ho appena passato l’aspirapolvere.

Mi chino – toh, guarda! Un bottone dorato e qui, incastrato nell’angolo, un accendino – il cellulare si sgancia, lo riacchiappo al volo sfiorando il tasto sbagliato.

«E il treno corre forte, il treno va lontano e il quadro cambia sempre da dietro al finestrino… »

Come le canzoni che si susseguono nella mia play list.

I treni di oggi sono decisamente più confortevoli di quelli di una volta: sedili imbottiti, aria condizionata d’estate e riscaldamento quando fa freddo, distributori di snack e bevande e velocità assicurata che riduce le attese. Per non parlare dei telefonini che mantengono contatti, prevedono le temperature all’arrivo, informano dei ritardi, delle possibili coincidenze, permettono prenotazioni on line, indicano la via più breve per raggiungere la destinazione una volta scesi dal treno.

Una manna per me che mi perdo nel mio monolocale.

Tutto di corsa, tutto previsto, tutto calibrato, tutto scontato e il più lieve inciampo è motivo di impazienza, di insofferenza, di rabbia.

Dov’ero arrivata? Ah, sì, terza fila.

Chissà come facevano una volta? Come si faceva quando ero piccola io?

Si aspettava. L’autobus, la lettera, la telefonata, la neve a Natale e che gioia alzarsi una mattina e scoprire che tutto intorno era diventato bianco… La meraviglia. Lo scricchiolio sotto la suola delle scarpe. Le palle di neve. Roba d’altri tempi. E l’immagine di quell’ultimo vagone andato in pensione tanti anni fa mi torna in mente e mi ci perdo. No. Mi ci smarrisco.

Buffo, come anche le parole si siano smarrite con l’andar del tempo. Perdersi è molto più moderno. Una parola ridotta nei suoi confini. Smarrirsi spazia e sa di antico. Ho riletto cinque vecchi romanzi di mia nonna e ho contato quante volte l’autore ha usato il verbo smarrirsi in quelle pagine: 57 volte.

«Il cielo che si smarriva nel mare. Incontrò i suoi occhi, si smarrì, tacque all’improvviso. Quando l’azzurro si smarrisce in un delicato colore di perla. Rivedeva i suoi occhi smarriti… »

Perché? Li ha persi?”, mi domanderebbe perplessa mia nipote se mai le parlassi di occhi smarriti. Ma lei è giovane, figlia dei bit, dei bite e dei chip. Non credo nemmeno che troverebbe fascinosa quell’immagine del vecchio vagone vuoto pieno di storia.

I sedili di legno lucidi dall’usura, il supporto dei braccioli e dei porta-bagagli in alto di ferro battuto sagomato, le spesse tendine di stoffa ai finestrini, l’alta portiera con la pesante serratura meccanica e, soprattutto, quelle lame di luce che fendono la penombra del vagone e la esaltano in un gioco di chiaro-scuro che abbaglia o culla dolcemente.

«… e pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo prende il tempo dà… »

Già! Comunque corre, e io sono ancora qui inginocchiata a gingillarmi con i miei pensieri vaganti, ma non riesco a non immaginare le signore nei loro fruscianti abiti lunghi, attillati, le mani guantate, i copricapo con veletta e in mano una cappelliera tonda e ingombrante che certo le impicciava, è vero, ma sicuramente qualche giovane ufficiale le avrebbe cavallerescamente aiutate a riporla sulla retina con un galante: «Permette, signorina… » e un accenno di inchino. Un Conte Vronkskij in piena regola, letale e fascinoso come la Tarantola dalle scarpette rosse che ho visto in una mostra di aracnidi a Villa Alba, se non ricordo male, tanti anni fa. Ero rimasta incantata a fissare quella livrea di velluto nero con la punta delle otto zampette rosse, come intinte nella cera lacca. Lo stesso colore smagliante delle mostrine rosso fuoco che risaltavano con i bottoni dorati sulle uniformi bianche degli ufficiali di fine ottocento, mentre piroettavano in walzer turbinosi provocando nelle loro dame avvolte in veli e pizzi fluttuanti un meraviglioso smarrimento.

«… l’oscurità ci avvolge, prendi il dono che la vita ci porge… »

Dov’ero rimasta?

 

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“Un amore di collega” di Bianca Patrizi

Dunque: C.S.I.

(Non acronimo di Crime Scene Investigation, ma di Circolo Scrittori Instabili e mai nome fu più appropriato), composto da: Barbara, la Teacher, e noi, gli Instabili: Alessandro, Giovanni, Lilli, Livia, Marcello, Ross, Sabrina e la sottoscritta. Rigorosamente in ordine alfabetico.

Il punto è che loro sono bravi, quindi se non puoi emergere, schiacciali.

Ex-marito docet.

Il mio obiettivo: farli fuori in maniera che a Barbara non resti che una sola scelta: ME.

Ma il delitto perfetto ha bisogno di un’accurata preparazione e i cari colleghi mi hanno già messo in mano l’arma perfetta: i loro racconti, perché volenti o nolenti, gli amici si sono messi a nudo e quindi individuare il loro tallone d’Achille sarà un gioco da ragazzi e un divertimento assicurato.

Quindi: Alessandro. Vado a rileggere qualcosa di suo e scopro che è uno sportivo amante della natura. Questo non ci voleva. Mi sarà più difficile farlo fuori. Inoltre utilizza un lessico a me congeniale. Scorgo un’ironia graffiante, ma sempre elegante, contro i trogloditi. Inoltre è riservato. Altro punto a suo favore/sfavore. Va be’, per il momento lo metto in coda. Mal che vada gli saboto la bici.

Giovanni: questo è facile da far fuori. Si diletta con i cavalli, che adoro. Ma disarcionarlo è possibile. Una zoccolata sul naso capita. Di lui non voglio leggere niente. La sua passione per i cavalli è già più che sufficiente. Lo metto in coda dietro a Alessandro. Ci penserò dopo.

Lilli: troppo silenziosa per afferrare la sua indole. Mi par di ricordarla con una macchina fotografica in mano. Se era lei, bene. Se la confondo con un’altra, pace. Adesso vado a fare un giro su Internet, si sa mai che scopra che si può rimanere fulminati fotografando qualcuno. In coda.

Livia come la sistemo? Velocemente e silenziosamente, perché se appena mi soffermo un attimo, addio. Fra le altre cose, ottima cuoca. Bene: un’indigestione di Crème Brûlée e anche lei è a posto. Oddio… dire che è posto è dire veramente tanto. Troppo. Ci devo pensare.

Marcello: qui casca l’asino. Non capisco una mazza di quello che scrive, ma l’arcobaleno nei suoi occhi, il rossore sulle guance che preannuncia passione e l’armonia dei suoi tratti… Come si fa a eliminarlo? E come se non bastasse fa anche il volontario. Eppure basterebbe uno starnuto a toglierlo dalla competizione. Al resto penserebbe il Covid19. La lista dei sospesi si allunga.

Ross col suo abito rosso fiamma. Una Jessica Rabbit sotto le mentite spoglie di chi? Perché alla fin fine, chi è veramente? Una sfinge. Devo leggere per capire, non posso ripetermi e quindi il sabotaggio della bici è escluso. A meno che non cambi il destino di Alessandro. Lascio lui incastrato nel roveto e faccio precipitare Ross e la sua bici da qualche parte. Un’altra in lista d’attesa.

Sabrina, l’ultima new entry. Una ragazzina e come tutti i giovani di oggi, come minimo, una che galleggia in superficie. Perché ai miei tempi… Però è strano che si sia unita a questo gruppo e Marcello la stima. Ho sbagliato qualcosa? Forse sì. Inoltre scopro che ha a che fare col teatro. Ma non è possibile! Io vado matta per il Teatro. Ma una quinta può sempre cadere e causare una strage. Ok. Non posso partire da lei, devo saperne di più. La metto in coda e sono da capo.

***

Dal Vallesabbianews: ASPIRANTE SCRITTRICE ricoverata ai Civili in condizioni disperate. Si teme per la sua vita. L’articolo a pagina 4.

***

Alessandro: “Ma cos’è successo?”

Giovanni: “Ma è vero?”

Lilli: “Incredibile!”

Livia: “Ho appena saputo… ”

Marcello: “Gnhdgte jdhdhdhbff”

Ross: “Possiamo fare qualcosa?”

Sabrina: “Mi dispiace tanto… ”

Barbara: “Ho appena parlato con i medici, ma la prognosi è riservata. Tra l’altro, non si spiega la dinamica dei fatti. Pare che tutto sia cominciato ieri sera con un’indigestione di Crème Brûlée. Hanno rilevato sui jeans, all’altezza delle natiche, due chiare impronte di zoccoli. A ferro di cavallo, hanno detto. In una mano stringeva un cavetto tipo… sapete i freni delle bici? Ecco. Nell’altra una macchina fotografica. La cosa strana è che cavetto, macchina fotografica e mani erano ustionati, come avessero preso una scossa elettrica. Insomma, per farla breve: l’hanno trovata stamattina incastrata in un roveto, che blaterava di una quinta che le era caduta addosso e dalle ultime analisi risulta positiva al Covid19.

***

Così adesso sono qui. In questa stanza bianca, con indosso una camicia bianca e ho un lettino bianco su cui posso sdraiarmi quando sono troppo stanca. Ma tutto è rigorosamente imbottito. Di bianco. Lo so perché non potendo muovere né braccia, né mani, incastrate nella camicia, ho usato i denti per vedere com’era l’imbottitura. Quando se ne sono accorti, mi hanno messo una museruola, tipo Hannibal Lecter, mi sono rimasti i piedi per comunicare, ma non avendo il talento di Christy Brown, né la capacità interpretativa di Daniel Day Lewis, mi sono arrangiata diversamente. La prima penna che un infermiere ha dimenticato nella mia stanza, e non vi dico le contorsioni, me la sono infilata nella nasella libera. L’altra era occupata dal tampone perché ieri mi era venuta voglia di fumare e il secondino mi ha infilato nel naso una Gauloise senza filtro. Al primo tiro il tabacco mi è arrivato in gola… un delirio di starnuti. Il primario dice che è stata una mossa azzardata, la sua, ma il naso adesso è metà otturato dal tampone e metà dalla Bic punta fine. Faccio un po’ fatica a respirare, ma il mio capolavoro letterario adesso è lì. Alla faccia dei colleghi. Una cosa non capisco: ogni tanto mi sfilano tutti quanti davanti, quelli del gruppo di scrittura creativa, con Barbara in testa e scuotono il capo. Li vedo dalla finestrella della porta e leggo il labbiale che più o meno dice sempre la stessa cosa: “Eh, l’ironia della vita! Pensare che era un amore di collega!”.

 

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“Quarantena e paranoie” di Bianca Patrizi

Dereden, dereden, dereden…

Piripim, piripim, piripim…

Et patatì et patatà1, come canta Brel e la giornata comincia con la solita mitragliata di messaggi sul cellulare. Dereden è mia sorella.

Piripim è il gruppo di fancazzisti ch’i g’hà niènt de fa’.

Brel è sacro, quindi viva Brel!

Sospiro e prendo in mano il cellulare. Rispondere alla sorella è d’obbligo: ogni mattina, da quando ho sclerato per via della depressione, mi invia una vignetta e due parole per accertarsi che io sia ancora viva. Rigorosamente in Inglese. Così sono costretta a concentrarmi perché la Teacher non può scivolare sull’errore grammaticale e perdere la faccia.

Fanculo!

Rispondo al dereden e invio un emoticon al piripim. Metto giù il cellulare e quello ricomincia a saltellare come un tarantolato. È il gruppo delle brioches. Quando ci si poteva muovere liberamente ci si trovava di tanto in tanto per una colazione a Salò. Siamo in cinque. Quindi esclusa la sottoscritta, che, sempre per via della depressione, risponde con un sì o con un no solo alla fine della diatriba e la mamma novantenne delle due sorelle brioscine, restano le due sorelle brioscine più un’amica brioscina OSS. Quindi tre abili a chattare. Un diluvio di messaggi:

– Come state? Ci si trova per un caffè?

– Eh, grazie! E come si fa? Io l’autocertificazione ce l’ho, ma non rischio seicento euro di multa!

– Aggiòrnati!

– Sarebbe?

– Coi social, una videochiamata plurima

– Scusa?

– Domani alle nove, ci videochiamiamo con un dolcetto fatto in casa e una tazza di caffè in mano!

– Che figata! Baci e abbracci virtuali a debita distanza, così Conti è contento.

– Ok – rispondo mandandole mentalmente dove, esattamente non so, ma da qualche parte perché anche loro, da quando ho sclerato, mi videochiamano spesso e quando videorispondo, tirano un sospiro di sollievo.

Ma io dico: una sarà pur libera di scegliere come cazzo vivere o morire, o no?

Riappoggio il cellulare e mi fiondo in doccia prima che quello ricominci con il ballo di San Vito. Esco dalla doccia e la lucina verde intermittente mi dice che sono arrivati altri messaggi. Cosa fai? Li ignori? Io che sono più curiosa di una scimmia non ci riesco, così passo parte della mattinata intrappolata in questa rete di dereden e piripim. I gruppi sono tanti, gli iscritti ai gruppi ancor di più, e gli uni moltiplicati per gli altri uguale le cascate del Niagara.

E che cazzo!

Sono bersagliata dai video. Sempre gli stessi che girano in tondo. Perché un piripim ne ha ricevuto uno sul suo numero personale e lo moltiplica sul gruppo dei fancazzisti, i cui iscritti a loro volta lo girano a tutti i loro contatti, che fanno il copia e incolla e la catena di Sant’Antonio si propaga peggio del Covid-19. A fine giornata ho perso il conto di quante volte ho ricevuto lo stesso video.

Ma nessuno ha niente di meglio da fare? Non dico andare a lavorare, visto che è tutto chiuso peggio di una serrata del ’68, ma che ne so, leggere un buon libro? Ascoltarsi un pezzo di musica? Suonarla, magari? Scriverla? Dipingere? Modellare la creta? Anche se non sei Demi Moore e non hai sottomano un Patrick Swayze che, onestamente potrebbe anche essere di qualche ispirazione, se non altro per come ballava, ma comunque può andar bene anche impastare acqua e farina. Ci aggiungi una presa di sale e ti fai gli gnocchi dei poveri. Voglio dire, sempre mettere le mani in pasta è. O se non hai quel tipo di talento, imbiancare le pareti di casa? Pulire i pavimenti? Praticare yoga, meditazione? Che magari aiuta ad abbassare lo stress e ritrovare il contatto con sé stessi che invece qui sembra che tutti si attacchino agli altri peggio delle cozze, anche quelli che fino a ieri manco ti cagavano adesso ti mandano il buongiorno, le barzellette su Conti, la Merkel, Trump, Boris Johnson, le proteste per il Mes, la vignetta del vicino che si tromba la vicina con guanti e mascherina che poi lei non sa più chi è il padre di suo figlio perché dagli occhi non l’ha riconosciuto e la buonanotte.

Allora sospiri. Finalmente!

E lì, io, rinasco. Spengo le luci di casa, accendo lo stereo e la musica mi raggiunge sul balcone, dove nella lanterna bianca regalatami da un’amica arde un lumino altrettanto bianco e la voce di Brel mi accarezza mentre semi sdraiata nella poltroncina di vimini fumo una sigaretta e guardo la luna e Venere che le brilla vicina e respiro quest’aria finalmente pulita e ascolto il canto dell’usignolo che trilla in un silenzio mai sentito prima.

Per la verità, non so se si tratti di un usignolo, ne so poco di ornitologia, magari è solo un merlo, molto meno romantico è vero, ma pur sempre elegante nella sua livrea nera dove spicca il becco giallo, ma Shakespeare dice che l’allodola è del mattino e l’usignolo della notte, quindi io mi fido e affido a lui e sono felice di averlo incontrato fra le pagine della mia vera Bibbia.

Però è strano che questa pandemia che ci ha separati e bloccati e decimati mi abbia tolto dalle spalle quel piombo che mi ostacolava perfino il respiro. Da quando la casa di riposo dove è ricoverata mia madre ha impedito le visite ai famigliari, io volo. Non più l’obbligo giornaliero condiviso con la sorella del dereden, dereden, dereden di farle visita e annaspare alla ricerca di argomenti inoffensivi, ma inutili perché ormai mia madre è più sorda di una campana e se anche urli ti sgoli e basta. Eppoi, diciamocela tutta, che argomenti abbiamo in comune io e lei? A parte il cinema? Troppi non detto di mezzo, troppi non si fa, non sta bene, troppi indici caricati e puntati come una canna di pistola per ricordarti le regole quando invece io dentro ho quel cavallo imbizzarrito che si impenna e scalpita, e l’associazione di idee con Hidalgo, quindi con Viggo Mortensen, alias Aragorn, è immediata e potente è esplosiva e porca puttana, non è possibile! Prima Patrick Swayze, adesso Viggo Mortensen! Non si può continuare a pensare agli uomini più sexy del mondo in questo momento di reclusione e astinenza forzate!

Eh, che cazzo!

Maciullo la sigaretta nel portacenere, mi alzo e spengo lo stereo proprio mentre la voce insinuante, carezzevole, scorticante di Brel canta <<il faut bien che le corps exulte2!>> e vaffanculo anche tu!

Giro per casa come una tigre in gabbia. Qualcosa mi ruggisce dentro e ripenso al pozzo nero della mia depressione, quando non vedevo e non sentivo che l’affanno di un dolore infinito e ci stavo male, ma meglio di adesso, porca miseria. Perché questo Covid-19 mi ha tolto un altro peso dall’anima: mi ha chiuso la possibilità di trovar lavoro e sembrerà anche una contraddizione, ma fino a pochi mesi fa il <<digerire lo stomaco a forza dell’andare e venire, consumar le ginocchia, misurar le altrui scale, far continui esercizi di agilità dorsale3>> (grazie Rostand!) mi ha prosciugato le ultime energie e ho gridato <<No!, Grazie>> come Cyrano e quel grido mi ha fatto finalmente uscire dalla gabbia che io mi ero costruita intorno.

E di chi è la colpa, alla fin fine?”, mi domando fermandomi davanti al pacchetto di tabacco trinciato e la risposta è lì: della sorella, quella del dereden, dereden, dereden che ha fatto combutta con le brioscine, che hanno coinvolto la psicologa, che ha tirato dentro l’amica, quella che mi aveva chiesto di dare lezioni di Tedesco a suo figlio e l’altra amica e…

Ma quante amiche ho? Non mi basta una mano per contarle tutte! Oh cazzo!

Mi arrotolo una sigaretta con mano malferma, meditando vendetta. Ne esce una trombetta, sempre meglio della damigiana, penso e l’accendo, ma non l’ho sigillata bene e metà del tabacco l’ho perso per strada, quindi la cartina prende fuoco e mi strina il naso, ma va bene così.

Esco di nuovo sul balcone, mi sprofondo nella poltroncina di vimini e penso:

Domani chiamo la psicologa! Se è capace di tirar fuori una depressa cronica dalla melma, sarà ben capace di rificcarcela dentro!”

Ma temo che il processo inverso non appartenga al suo codice deontologico.

Chi chiamo? Ah! Il padre della Psicanalisi! FREEEEEEEEUUUUUUUUUUD!

Poi penso che sullo schermo, Freud, l’ha proprio interpretato lui, Viggo Mortensen e mi affloscio senza speranza nella mia poltroncina di vimini, mentre l’usignolo si rimette a trillare felice dell’aria pulita, dell’assenza di traffico in un silenzio mai sentito prima.

 

1    (…) e ci ci ci e ci ci cià (imitando il pettegolezzo sussurrato delle bigotte) da Les Bigotes di Jacques Brel.

2    “Bisogna pur che il corpo esulti” da La chanson des vieux amants di Jacques Btrel.

3    Il famoso monologo “No, grazie!” dal Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand.

 

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