“Io qui non ci volevo venire” di Bruno Barcellan

Ti giuro che non me lo sono inventato, è stata l’agenzia a dirmi di venire qui, in verità è stata Rosemary, la conosci no, con quella sua vocina stridula e precisa, me l’ha detto lei a nome dell’agenzia. Se poi se l’è inventato oppure davvero quei quattro rinsecchiti si sono trovati per decidere, questo non lo so. Conoscendo Rosemary, tutto può essere. Ma tu te l’immagini i quattro vecchi che si incontrano alle tre di un pomeriggio lavorativo in un bar del Queens seduti al bancone ognuno con la sua macchina fotografica poggiata in bellavista per fare a gara a chi ha l’obiettivo più lungo? Io no, ormai quelli si ignorano allegramente, ognuno crede di essere meglio dell’altro anche se poi corrono in edicola quando esce in copertina la foto di uno di loro. In ogni caso io qui non ci volevo venire e soprattutto non volevo che venissi tu, ti ho invitato solo per cortesia. Mi hai sempre fatto una testa così che se diciassette anni fa fossi venuta con me allora avresti fatto anche tu una foto come la mia, così questa volta te l’ho detto e non mi puoi più fare storie. Ma io qui non ci volevo tornare, che ti sia chiaro come questo dannato sole che mi sta uccidendo gli occhi. Per non parlare della polvere, e della sabbia, diamine! Ma se non venivo, se mi rifiutavo, lo sai come sono fatti quelli, se la segnavano per sempre e qualsiasi cosa avessi poi fatto di bello, loro avrebbero detto che però quella volta mi sono rifiutato, e usavano questa come scusa per non farmi mai entrare nel gruppo. Lo so che non dovrebbe fregarmene niente, ma far parte dell’agenzia sai cosa comporta? Sai quanto lavoro arriva senza neanche doverlo cercare? Per non parlare dei soldi, sì dei soldi! Non vivo d’aria io! E neanche tu signorina… signorina, si fa per dire. Se l’avessero chiesto a te avresti fatto lo stesso, anzi ne saresti stata orgogliosa. In ogni caso ora siamo qui e dobbiamo sfangarcela in qualche modo. Se vuoi aiutarmi, bene, altrimenti prendi il primo volo e vattene che io m’arrangio lo stesso, ma se resti mi dai una mano senza fare storie, intesi? L’interprete ha detto che è proprio lei, a guardarla sembra impossibile, so che non è bello da dire, ma a me sembra un uomo, non può essere lei, saranno anche passati diciassette anni, c’è stata la guerra e tutte le traversie che vuoi, ma a me non sembra possa essere lei. Tu che ne pensi? Ho sentito anch’io dire che certe persone possono cambiare di un po’ il colore degli occhi, boh non lo so, a volte a voler credere una cosa poi si finisce a pescare granchi grandi come il Michigan. Non lo so, metti poi che facciamo tutto un circo che l’abbiamo ritrovata: eccola qui la ragazza profuga che ha incantato il mondo con i suoi occhi, guardate come è diventata, guardate cosa succede a vivere da queste parti, e poi fra qualche mese si scopre che era una bufala, che non era lei, ma sua cugina, allora sono io che ci rimetto la faccia, per non parlare della carriera. Io qui non ci volevo tornare, tu dovevi convincermi a non venire, che non ne valeva la pena, di solito ogni cosa che faccio la critichi, questa volta niente? Questa che era l’occasione giusta per dissuadermi dal fare una grandissima, speriamo di no, minchiata? In ogni caso adesso dobbiamo farle una foto, ma non so ancora se è meglio partire dagli occhi e far rivivere la bellezza di quando era bambina o invece sottolineare il fatto che in soli diciassette anni ormai è come se fosse già vecchia, che vivere qui non è mica una passeggiata, pensa che adesso dovrebbe avere quasi trent’anni e ne dimostra il doppio. E se non fosse davvero lei? Ma tu ti fidi di questo cavolo di interprete? Io qui non ci volevo tornare! Dovevo prendere quel lavoro per Calvin Klein, ma lo sai quanto pagava? E poi dicono che le modelle pur di uscire stupende in un servizio sono disposte a tutto, te la regalano come se non fosse loro, io non ci sono mai stato con una modella vera, la più bella donna che ho avuto se stata tu, pensa te! Dai non ti offendere, dopotutto, pensaci bene, ma questo è un complimento. Ok, ti chiedo scusa, le modelle fanno schifo, sono vuote dentro e  magre come stecchi. Copriamole i capelli che sono inguardabili, questa sorta di burka viene a fagiolo, sottolineiamo gli occhi che sono sempre ipnotici, anche se forse non sono i suoi. Chissà se il marito glieli chiude con la mano sopra quando fanno sesso? Tanto loro lo fanno vestiti, cinque minuti ed è fatta. Guarda che io almeno mezz’ora sono sempre durato, questa non me la puoi negare, se vuoi dopo facciamo un ripasso, però facciamolo al buio che non voglio vedere quanto sei invecchiata.

Scusa, non volevo, torniamo al lavoro. Ho detto scusa, falla finita! Ma preferiresti un uomo di questi che la parola scusa non sa nemmeno cosa vuol dire? Il guaio è che non posso neanche cambiarle troppo l’espressione altrimenti si capisce che non è naturale, ma questa qui sembra sempre incazzata, se almeno facesse lo sguardo un attimo più dolce allora sarebbe fatta.

Forse le basta una caramella, o dell’oro, chi lo sa? Chi lo sa cosa ha in mente, se è davvero arrabbiata, o delusa o chissà cosa, forse vede te che sembri così libera di fare quello che vuoi, con i tuoi capelli, i tuoi vestiti, forse ti disprezza e invidia allo stesso tempo, la tua sfrontatezza, potertene andare in giro per il mondo, nessun uomo che ti comanda, lo ha capito subito che io non conto niente, poter vedere le stesse cose che hai visto tu, il mare ad esempio, la neve, la neve che cade a fiocchi dal cielo, e si chiede invece perché lei viaggia solo quando è costretta, quando deve scappare da qualche guerra, e non è lei a decidere dove, non decide niente lei; o forse di tutte queste cose non ha una coscienza precisa, ma le intuisce adesso mentre ti guarda con orrore, sdegno, invidia? O forse si è fatta una corazza così spessa che ormai non passa nulla. Se fossi davvero bravo come dicono, io tutte queste cose riuscirei a coglierle con un solo scatto.

Se le mostriamo la foto di quand’era bambina, forse si scioglie un po’. Passamela, ne ho una copia nel mio zaino, lì nella tasca di sopra. Di’ all’interprete di spiegarle che è lei, speriamo funzioni. Se avesse davvero il burka, uno di quelli con la stoffa traforata sugli occhi, allora le farei un primo piano di questi suoi occhi in prigione con la luce del sole che vuole entrare e loro uscire allo stesso tempo, questa sì che sarebbe la foto giusta. Vorrei fare anche, parallela, una foto a te e le tue di prigioni, che non sono fuori, ma sono dentro, dentro i tuoi occhi semplici color nocciola, sotto queste lenti a contatto colorate che ti ostini ancora a voler portare.

 

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“Marcio in Danimarca” di Bruno Barcellan

C’è del marcio in Danimarca, come in ogni cosa, anche nel patto che MaryJane e Thobias, seduti in penombra al tavolino di un pub, stanno stringendo: a loro sembra una cosa da poco, senza importanza, quasi un gioco fra i due che sono quasi amanti, invece no. Il patto dice che fra cinque anni, qualsiasi cosa succeda, MaryJane e Thobias devono incontrarsi, cinque anni esatti, il 16 giugno 2020, compleanno di lui che farà ventidue anni precisi, lei quaranta, poco più. Una sorta di inquietudine nel non sapere cosa avrebbe riservato loro il futuro dalle apparenti maglie troppo larghe, li ha spinti a fissare una immaginaria puntina da disegno per far svolazzare un po’ meno questo futuro, così almeno sperano. “Cinque anni non sono molti e non sono pochi”, così lei dice a lui mostrandogli la mano aperta con tutte le dita spalancate e, contemporaneamente, guardandosi le unghie lunghe e curate.

Thobias risponde subito di sì, muove su e giù la testa e poggia la mano a combaciare con quella di lei, basta il solo contatto a fargli scattare un brivido, è in questi casi che apprezza il fatto di portare sempre i jeans capaci di mimetizzare il suo turbamento.
Progettano nei dettagli il loro incontro: scelgono il posto, a casa di lui o di lei non va bene, i genitori di lui sarebbero di troppo, lei invece vive in affitto e spera di trasferirsi a breve. Decidono per un posto pubblico, all’aperto, pensano a un ponte, famoso per i suicidi, scelta un po’ macabra. Si figurano la scena: lui deve arrivare da nord, dai giardini pubblici, lei dall’altra parte, alle 23.30, con la pioggia o con la luna, non importa. Devono arrivare a piedi dalle due diverse direzioni, non sono ammessi ritardi e neppure attese, ma così non avverrà perché lui, fra cinque anni, sarà costretto su una sedia a rotelle, ma comunque ci sarà. Lei non è ancora detto che verrà, ci sono buone probabilità che lo faccia, ma qualcosa può andare storto. I futuri possibili che la vedono arrivare all’incontro sono molti, in alcuni lei ha i capelli corti, non come ora, ce ne sono due in cui è bionda platino perché fra quattro anni inizierà a tingersi per superare una storia d’amore, in uno di questi due futuri la storia d’amore che vuole dimenticare è proprio con Thobias. In questo futuro lei sarà molto indecisa se presentarsi all’appuntamento o meno, la promessa da una parte e la poca voglia di vederlo dall’altra, giocheranno quasi alla pari, ma poi vincerà il senso del dovere e la curiosità che contraddistinguono l’animo di MaryJane.

Escono dal pub e si dirigono al ponte per fare le prove generali di quello che sarà. All’ultimo si dividono e Thobias finge di arrivare a piedi, cosa che non potrà succedere, guarda MaryJane mentre si avvicina, si ferma all’inizio del ponte e la aspetta tenendo le gambe larghe nella stessa posa che assume quando sul campo da baseball si prepara alla battuta. Fra due anni è probabile che nella stessa posizione, in un pomeriggio di sole a fine stagione, attenderà la palla decisiva che farà vincere alla sua squadra il torneo. Siamo in seconda divisione, lo stadio non è grande, ma stipato di pubblico, nella tribuna il padre di Thobias assiste orgoglioso alla partita del figlio. Ha un berrettino con la visiera per difendersi dalla luce, non segue l’azione perché ha occhi solo per Thobias. In uno solo dei futuri possibili Thobias è il lanciatore, ma solo in uno, perché un anno prima, durante un allenamento si è lussato la spalla nel tentativo di migliorare il suo tiro, in seguito, in tutti gli altri futuri, ha deciso di diventare battitore, sarà uno dei più bravi della divisione, grazie alla battuta che sta per fare la sua squadra passerà di categoria. Il padre quindi lo osserva mentre tiene in mano la mazza e con il piede liscia il terreno; mastica gomma per stemperare la tensione, guarda dritto negli occhi il suo avversario pronto a lanciare. Esistono delle ecografie a quatto dimensioni, è difficile immaginare la quarta che ovviamente è il tempo, le ecografie a tre dimensioni mettono in risalto i tratti del volto del bambino dentro l’utero, sembra quasi di poterlo toccare, quelle a quattro permettono di vedere i tratti come saranno quando il bambino nascerà e anche oltre, possono evidenziare somiglianze con i genitori, come quella fra Thobias e il padre, che è solo una somiglianza fisica perché il figlio non è tenero di cuore.
Durante la partita il padre, forse a causa del forte sole, inizia a vedere il suo ragazzo a quattro dimensioni, vede come sarà tra un anno, sulla sedia a rotelle. Il lanciatore compie i riti scaramantici come d’abitudine: guarda le basi, ignora il battitore, poi esplode improvviso un lancio fuori bersaglio che colpisce la sedia a rotelle e ne ammacca una forcella di metallo. Thobias non si scompone, sistema la posizione della sedia e impugna la mazza da seduto: è pronto. Il lanciatore sorride beffardo, prepara il movimento, il nuovo tiro è giusto nel mezzo, fortissimo, Thobias fa scattare la mazza e colpisce senza esitare: fuoricampo! Qualche metro più a sinistra e la palla sarebbe arrivata in mano al padre in tribuna pronto a prenderla, anche se in nessuno dei possibili futuri questo avverrà mai. Dopo la battuta Thobias compie il giro delle basi a una velocità inaudita per la sua sedia, con bracciate poderose sulle ruote percorre tutti i punti assolati del diamante incitato dalle urla di gioia dei compagni che alla fine lo prenderanno in braccio e lo lanceranno in aria per festeggiare la promozione. È la giornata più felice di Thobias, al padre scorre una lacrima dimenticando che suo figlio tra poco non camminerà più e non potrà mai essere l’atleta che sta vedendo.

L’acqua sotto il ponte scorre imperterrita, MaryJane e Thobias la guardano senza parlare, l’acqua che scorre sotto il ponte più o meno allo stesso modo è l’unica costante che tiene inchiodati tutti i futuri e anche il presente. In qualche futuro possibile, MaryJane non sarà più insegnante perché verrà radiata per un coinvolgimento sentimentale con un suo studente, in uno di questi lui è un ragazzo di colore, in molti altri è Thobias. Perdere il lavoro la farà stare male non per il lavoro in sé, ma per dover interrompere il contatto con i ragazzi a cui inevitabilmente si affeziona: non le è mai piaciuto l’uomo maturo, a eccezione di qualche possibile svolta in cui costruirà una famiglia con compagni più attempati, ma eterni ragazzi dentro. Le verrà naturale essere sempre complice con tutti i possibili figli concepiti, anche se in molti futuri rimarrà all’oscuro delle gioie e dei dolori della maternità perché non ne avrà proprio di figli.

MaryJane guarda pensierosa l’acqua e non dice nulla. Le probabilità che si trasferisca entro l’anno sono molte, è probabile anche che acquisti casa facendo un mutuo troppo oneroso che in qualche caso non riuscirà a pagare se non chiedendo aiuto alla sorella, in un caso la sorella le chiuderà la porta in faccia, i problemi finanziari e la fine della storia d’amore con Thobias la porteranno in una spirale di depressione che sfocerà in problemi di alcol. Un fatto singolare capiterà in una sera d’estate di quattro anni dopo nel suo appartamento che ormai odia per la solitudine e le difficoltà economiche che continuano a occupare i suoi pensieri senza tregua. Solo grazie all’alcol riesce a superare le preoccupazioni, anche quella sera ha esagerato e si trascina dal divano alla cucina senza sapere neppure perché. Fino a quando vede entrare dalla finestra aperta una farfalla notturna e ne rimane incantata. Pensa che poterla accarezzare possa darle un senso di leggerezza, ma la creatura non vuole farsi prendere. Nel tentativo di raggiungerla mentre svolazza inconsapevole, MaryJane inciampa sulla bottiglia di vino che ha lasciato per terra. La bottiglia si rovescia sul tappeto e lei perde l’equilibrio cadendo rovinosamente sul tavolino, sbatte la testa esattamente all’altezza dell’osso che sporge di un poco sotto l’orecchio. Sviene. In un futuro possibile rimane senza sensi e allo stesso tempo vomita per il troppo alcol bevuto, il vomito la soffoca e muore. In molti altri futuri sviene solamente e si sveglia la mattina dopo in uno stato pietoso, sarà questo il fondo da cui riemergere.

Sul ponte Thobias la guarda senza parlare e, grazie alla vista in quattro dimensioni che improvvisamente gli attraversa gli occhi, intravede fra i capelli il livido viola sotto l’orecchio di lei. MaryJane non si accorge di nulla e continua a guardare l’acqua che scorre. Anche lei riesce a vedere, dentro i riflessi scuri dell’acqua alla luce dei lampioni, una visione in quattro dimensioni. Vede la sedia a rotelle di lui, è esposta in un negozio di articoli sanitari, ha ancora il cartellino del prezzo e il cellophane a proteggerla dai graffi. Poi vede la strada sotto casa dell’appartamento che acquisterà senza avere i soldi necessari. È quasi mattina e dal portone di ingresso Thobias esce dopo una notte, probabilmente, di sesso con lei. Ad attenderlo mezzo addormentato dentro una macchina scura c’è lo stesso ragazzo di colore che in un altro futuro sarebbe stato l’amante di lei. È rimasto tutta la notte ad aspettarlo, è mosso da una gelosia insostenibile. Accende il motore dell’auto e accelera veloce proprio nel momento in cui Thobias attraversa la strada. Lo travolge. L’immagine che MaryJane ha dopo è di Thobias seduto sulla sedia a rotelle all’interno del negozio, come fosse un manichino da esposizione per promuovere l’articolo. Da quel momento la storia d’amore fra i due andrà a rotoli e si porterà dietro le loro speranze.

In un futuro possibile, cinque anni dopo, il 16 giungo, compleanno di Thobias, una ragazza non più giovane e un ragazzo in sedia a rotelle si incontrano alle 23.30 su un ponte famoso per i suicidi. Lei non vorrebbe stare lì. Lui sì. Lui l’aspetta ancora con l’istinto di battere la palla immaginaria che lei potrebbe lanciargli. Lei invece gli si avvicina e gli dice di abbracciarla, ma non si china su di lui. Thobias capisce che MaryJane vuole che lui si alzi, come un tempo, anche se è impossibile. Ma in un futuro impossibile, facendo forza sui braccioli della sedia, Thobias si alza e le si getta addosso, MaryJane lo prende fra le braccia, cerca di tenerlo, ma non ci riesce perché lui è troppo pesante, prova comunque a reggerlo, barcollano, scivolano di lato e sbattono sul parapetto del ponte, lo superano e cadono entrambi in acqua. In nessun futuro possibile riusciranno a salvarsi, lui perché non può notare per via delle gambe, lei perché continua a tenerlo abbracciato.

 

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“La sera tardi” di Bruno Barcellan

La sera tardi, dopo aver sparecchiata la tavola, soffiate via le briciole dal libro che stavate leggendo, accesa la lampada ed esservi rannicchiata comodamente di fronte al fuoco, ecco, allora sarebbe il momento di guardarvi dalla pioggia.  (K. Mansfield)

 

Perché la pioggia fa quel che farebbe un’amica, o una mamma, che vi viene a trovare, e cullare, dice dormi, va tutto bene, con la sua voce di ninna nanna. Ma.
È solo un dormiveglia quello in cui vi porta, tu che credi di essere al sicuro e ti lasci andare in balia di un mare senza onde, abbassi le difese, sciogli anche le piccole rughe della fronte, accogli il sonno, ristoratore, accogli il sogno, corroborante, ma la pioggia no, lei non ti lascia andare, tiene sempre la tua coscienza a galla, reggendola con la punta delle dita. A volte lascia la sua presa, ma è solo un gioco, poi ti riprende. Come quando si insegna un bimbo piccolo a nuotare, lo si lascia anche, ma solo un secondo. Così arriva il sogno, ma non è il viaggio che dev’essere, è solo un’eco del giorno, dove le ansie non hanno il freno della mente vigile, e qui si moltiplicano all’inverosimile. La pioggia fa come le sirene d’Ulisse che mentono e promettono, senza nessuna corda che le ti lega.
Eppure la pioggia qualcosa ti dà, contropartita delle menzogne, lei ti permette di muovere senza andare. Con il suono, prima ti mostra i tetti, comignoli e lamiere, le loro voci anche di notte. Piano poi ti apre le vie attorno, le strade, le pietre. Infine i palazzi, le altre case e, per miracolo, quelli che ci vivono dentro: tante piccole fiammelle che la pioggia non spegne. Anche quell’uomo che guarda dalla finestra, dietro ad un vetro guarda la pioggia sotto il lampione: è così che trascorre la notte.
Chissà che pensa? Vorrei sapere.
Vorrei sapere se anche lui ha paura, non so, delle strade strette, guidarci.
Questa, in verità, è la mia più grande paura, lo ammetto.
Ammetto anche che non guido benissimo, ma me la cavo. Meno che sulle strade, quelle strette.
Ho una mappa mentale di tutte le strade strette che mi fanno paura.
Al primo posto c’è quella che porta in montagna. Doppia corsia, ma basta appena per una macchina.
Da una parte la roccia. Dall’altra il lago. Curve una dietro l’altra. Tornanti. Gallerie.
Poi c’è la strada che corre sopra la diga. Per non farla allungo anche di molto.
Prima di imboccarla bisogna guardare se dall’altra parte arriva qualcuno, se no, allora bisogna partire veloce e percorrerla nel minor tempo possibile per così evitare di incontrare un’altra macchina nel senso opposto. Se così fosse, uno dei due dovrebbe fare retromarcia, e se toccasse a me, non so se riuscirei a farlo.
Altra strada stretta da paura, quella che porta al mare, lungo i canali solcati dai cascinali abbandonati. Da una parte e dall’altra dell’argine, ripide discese. Quando c’è nebbia, d’inverno, debbo avvicinare il naso al parabrezza e sperare in Dio. Quanta fatica arrivare al mare, anche d’inverno.
Ultima, ma non ultima, una strada che non so neppure bene dov’è. È dispersa nella mia memoria, ma ricordo come è fatta. È un ponte che attraversa un fiume. La strada di per sé non sarebbe neppure tanto stretta, ma ci hanno messo, all’inizio e alla fine del ponte, due grossi cubi di cemento. Credo non volessero far passare i camion. Ma così una macchina ci passa appena. Non ci ho mai guidato. Lo fece mia madre. Neppure lei guidava bene. Una sera di tanti anni fa. Con la sua vecchia macchina. Fragile. C’era la pioggia, come stasera.

 

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“Santo, Allegra e Victoria” – capitolo quinto (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Si deve servire un cliente alla volta, farlo sentire il solo e soprattutto, non giudicare. È troppo facile lasciarsi andare a considerazioni gratuite, come con quest’uomo che sicuramente è un pezzo di merda, ma chi sono io per giudicare? E poi se guardassi me senza sapere, anche di me direi cose non proprio belle, ma forse non sbaglierei poi molto. Cliente ventiquattro, perché sono ventiquattro le cravatte che gli ho vendute, oggi credo che diventerà cliente ventisei, o ventisette se mi va bene, ho per lui in serbo una cravatta speciale, l’ultima volta mi ha portato una foto di una ragazzina nuda, adesso quell’immagine è rifatta nel dentro della cravatta speciale, basta girarla ed eccola, una ninfetta nuda nel risvolto. L’ho riconosciuta subito appena entrata, anche se vestita, quei suoi capelli rossi sono inconfondibili. Il guaio è che è sua figlia, che pezzo di merda! Ma chi sono io per giudicare?
Che bella questa bambina, di solito le cose belle nascono da quelle brutte per renderle ancora più brutte per contrasto. Ne ho fatte due copie della cravatta, una per la mia collezione. Che bella questa bambina che già non è bambina. L’ho accarezzata più volte, la sua pelle deve essere morbida come la seta che tenevo in mano. A forza di toccare una cravatta, questa si sciupa, è un peccato che anche lei venga sciupata da un padre così. Non manca poi molto che lui la rovini, è come se già sapessi tutto, che peccato! Molti miei clienti sono delle merde, ma chi sono io per giudicare? Non manca tanto a quando non avrò più bisogno di loro, appena i miei traffici di diamanti funzioneranno a dovere potrò smettere. Potrò togliere mio fratello da quel deserto e farlo venire qui. Ma questa è un’altra storia, devo rimanere concentrato. Non è facile con questa ragazzina attorno, vorrei toccarla, metterle le mai fra i capelli, baciarla. Forse non direbbe niente. Potrei ricattare il padre: non è tipo da permettersi scandali inutili. Ho ancora la foto che mi ha dato.
Cosa fa ora? Beve dal bicchiere, furbetta. Questo è il momento.

Ti ho visto! Tranquilla, non lo dirò a tuo padre.

Troppo bella l’aria colpevole che finge, è brava la ragazzina, questo è il momento, le accarezzo i capelli, lei guarda in basso, le accarezzo il viso, vorrei non finisse questo momento, le accarezzo il collo, rimani qui, tuo padre non ci vede, le accarezzo l’incavo sopra la clavicola, non dire nulla, le accarezzo il collo pieno di efelidi e pallido, rimani con me, non dire nulla, le accarezzo il seno piccolo sotto il vestito, non dice nulla, mi soffermo sul capezzolo, non dire nulla piccola mia, ti porterò via da lui, non ti merita, non è giusto che sia tuo padre, lo sarò io, sarò anche di più, solo per te, non dire nulla amore mio.

Londra in autunno è sempre uguale, o almeno così pensava Victoria dentro il taxi che la faceva sembrare piccola piccola come Cenerentola nella magica zucca trainata dai grigi topi inglesi della City. Medici, avvocati, operatori di borsa, new economy, web, it, startup: per lei erano tutti uguali, tanti topi dalle unghie sporche, anche se curate come quelle delle donne. Scendendo dal taxi si vide riflessa nella vetrina di un negozio, come al solito si trovò né bella né brutta, malgrado il vestito da sera. Il party era diviso nettamente in due, al piano terra c’erano gli intellettuali e gli artisti alternativi, radical-chic, bohemienne. Con i loro discorsi strampalati e l’idolatria del diverso. Attraverso la scala a chiocciola si arrivava al primo piano, una volta salita non avrebbe più potuto tornare giù, era una regola non scritta che ormai sapeva, una presa di posizione senza ritorno.
Quell’uomo non più giovane con la cravatta rossa stava seduto tutto solo in una poltrona alta due metri a forma di gatto nero di peluche, un’altra creazione strampalata del design strumentale. Il gatto e la volpe, seduta sul gatto, che fumava un sigaro lungo quanto una mano e beveva un raro whisky scozzese invecchiato quanto lui. Non passava inosservato. Lui era qui solo per lei, ma non lo diede a vedere. Lei lo guardò trattenendo a stento una smorfia di disgusto.

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– Dottoressa, che piacere vederla!

Indubbiamente si era rivolto a lei. Lo guardò corrucciando le sopracciglia, cercava di ricordare chi fosse, ma non le venne in mente.

– Non si ricorda di me?

Il primo piano era riservato alla gente che conta, uomini d’affari, professionisti, e tutti quelli che facevano girare i soldi. Non era il suo ambiente, ma quello del suo uomo che pretendeva di esibirla come un trofeo, anche se lei si sentiva tutto tranne che un trofeo.

– Si sieda, le ruberò solo qualche minuto.

Non c’erano altre sedie vicine, lui però aveva battuto la mano sulla sua gamba come si fa con un cane. E lei si sedette su quella gamba, senza imbarazzo, come per dimostrare che non aveva paura di nulla.

– Come sta sua madre?
– Benissimo, come sempre! È un suo amico?
– Lo sono stato. E suo padre?
– Mio padre è morto prima che nascessi. Non è che mi ha confusa con un’altra?
– Suo padre è vivo e vegeto, mi colpisca un fulmine se non è vero.
– Conosceva mio padre?
– Come nessuno!
– E dove sarebbe ora, visto che dice che è vivo.
– In questo momento è nell’unico posto dove vorrebbe essere, assieme all’unica persona con cui vorrebbe stare, e, proprio adesso, le sta per raccontare una storia. Non è facile per lui, deve credermi, ha tante cose da farsi perdonare e non sa da dove iniziare, ma non c’è un modo migliore per farlo, quindi ha scelto quello peggiore, perché uno valeva l’altro.
– Ma lei chi è?
– Santo Van Guss, piacere, sono il miglior amico di suo padre e, se vuole, posso raccontarle la sua storia.

Victoria si alzò e, senza guardarlo negli occhi, prese a sistemarsi il vestito scrollando le briciole immaginarie che ci erano cadute sopra.

– Un’altra volta, mi stanno aspettando. Ma passi dal mio studio, un controllo non le farebbe male, non ha l’aria di uno in salute, forse dovrebbe smettere di bere e fumare, non è mai troppo tardi. E poi dovrebbe… cambiare profumo.

 

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“Il carro” – capitolo secondo (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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In un carro nero trainato da cavalli neri, come si usava un tempo: così ha voluto, era nostalgico lui, e un po’ cafone. Manca solo la banda del paese, che si bagnerebbe, ma non troppo perché questa pioggia stenta a cadere, pare che non ne abbia voglia, quasi fosse costretta. Forse c’è qualcuno che dall’alto piange nel vedere che qui non piange nessuno, ma neanche lui si applica molto: poche gocce distanti come le dita della mano quando lasciavo la mia impronta sulla sabbia, al mare, per gioco. I giochi sono tutti uguali e tutti diversi, come i leoncini che per gioco combattono e da grandi per gioco uccidono. Così i miei giochi innocenti sulla sabbia e poi, più tardi, i giochi meno innocenti di Santo con me. Giocava un po’ troppo Santo nella vita, anche con i suoi amici olandesi ha voluto giocare, saltare troppo la corda, che s’è tesa, come una cravatta col nodo troppo stretto.

La mia vita con Santo mi ricorda quel film, “Lolita” con Jeremy Irons: io sono Lolita, lui Humbert, insieme ci divertivamo. C’è questa scena in cui lui va a prendere lei al campeggio, è appena morta la madre, lei non lo sa ancora, eppure qualcosa intuisce. Lui la prende e insieme se ne vanno con una familiare squadrata con gli interni in legno che andavano in voga anni e anni fa, fatti apposta per far crescere i funghi, come tutte le case americane fatte di legno verniciato di bianco, specialmente quelle lungo le spiagge, palafitte affacciate sull’oceano, non hanno il mare loro, non sanno cos’è, non lo so neanch’io, non lo ricordo più il mare che sapevo di quand’ero piccola e giocavo sulla spiaggia. Nella macchina Humbert è felice come non mai, intravede la possibilità di realizzare il suo sogno di vivere con la ninfetta, come me ora che intravedo la mia nuova vita senza Santo, lei invece è solo felice di andarsene dal campeggio, di lasciare la sua infanzia che le è sempre stata stretta e dà a lui un bacio, con l’apparecchio, con le labbra e la bocca di una bambina, mastica la gomma, ma è il miglior bacio che lui potesse volere. Poi arriva la polizia e li ferma, sembra che tutto possa finire prima ancora che inizi, la legge, l’ordine, le cose come devono essere. Anch’io ora ho paura che qualcuno ci scopra, che qualcuno sappia, e poi lo dica: potrebbe essere quella giovane donna. Finirebbe anche il mio di sogno, prima ancora che inizi, ma come nel film il sogno non finisce, continua, però diventa un incubo.

Oscuri presagi? Tutto dipende da oggi, da quanto credibile possa sembrare il mio dolore, è un conto alla rovescia i cui secondi che passano sono scanditi dagli zoccoli dei cavalli che ci portano lungo la strada piena di svolte, in salita sulla collina fino al cimitero dove vedrò tutti. Vedrò Erik che non devo guardare. Vedrò quella giovane donna che non so chi sia, quella inglese, un medico? Vedrò Santo chiuso dentro la bara, vedrò la bara, la bara che mi ricorderà mio padre, vedrò Lolita che corre irriverente nei vialetti attorno le tombe, vedrò me in lei che sorride strizzando l’occhio, non dovrò ridere. Dovrò tenere ferme tutte le cose, tenerle assieme con dei fili di ferro avvolti nella seta, tenerle salde senza mostrare il ferro che le unisce, loro che vogliono scappare, come voglio scappare io, salire su uno di questi cavalli, scioglierlo dal carro, scappare, liberarne un altro per Erik, perché mi raggiunga, ma solo se davvero lo vuole anche lui. È un destino già scritto che nessuno ha letto, è il volo di una farfalla che non sai dove va perché il vento la porta ovunque. Nabokov studiava le farfalle, Lolita è una farfalla, lo sono anch’io. L’amore effimero di Humert per Lolita è come seguire con gli occhi il volo di una farfalla e, come la vita di una farfalla, dura pochissimo e rimane segnato da questo suo tempo breve.

Santo mi diceva che ero come una farfalla che imparava a dispiegare le ali, e, come in queste sue ali si vedono puntini e occhi colorati, così il mio corpo nudo e bianco porta dipinti tanti puntini che lui seguiva con le dita, ma non si può toccare una farfalla, le si porta via quella sua polvere di stelle che la fa volare, ci si sporca le dita di quella magia rubata. Santo diceva che i riflessi del sole controluce nei miei capelli rossi formano proprio la polvere di stelle, la stessa polvere che anche Erik mi ha rubato, con il suo sudore, con le dita ha grattato via la magia, ne ha fatto grumi sui suoi palmi, come faccio ora io a volare?

Questo viaggio fino al cimitero non ha fine, a piedi andrei più veloce, a piedi cambierei strada, scenderei la valle lungo i pendii ordinati di vigneti. Ci vuole ordine nella vita, che qualcuno dall’alto, invece di piangere, metta ordine nelle cose, così queste sono dritte e noi quaggiù, formiche o farfalle, sappiamo dove andare e non saremmo costrette a fare quello che non avremmo dovuto. Ma lassù non c’è nessuno, o non c’è nessuno a cui frega di quello che succede qui, o che sia in grado di agire, o di capire, e noi rimaniamo soli a fare quello che non avremmo dovuto fare, a fare di tutto per scappare, cambiare, come Lolita, scappare verso una vita che non è la felicità, ma solo un posto lontano dove dimenticare. Ma poi guardandoci indietro un senso alle cose lo si trova. Un senso senza senso, un senso mancato in cui a ogni azione segue inevitabile una conseguenza e questa conseguenza diventa l’azione di quel che viene dopo. Così una cravatta annodata ogni giorno con un nodo diverso, lei, sempre uguale e intrisa di oleandro. L’oleandro ha un profumo bellissimo, così gli dicevo, l’oleandro, respirarlo di giorno in giorno porta alla morte, e ora siamo qui e questa pianta non potrò mai scordarla, ogni volta che la vedo e la vedrò saprò quello che ho fatto. Vorrei andare in un posto dove non cresce, un posto lontano. Domani. Domani ci vado, e per tutta la vita, quella nuova, quella che rimane. Ho con me un sacchetto dentro la tasca, se lo apro brilla, pietruzze, lo apro, lo sporgo fuori dal carro, qualche goccia ci cade, guardandolo ora brilla di più, ora che è bagnato, ma non tanto: sono queste le uniche lacrime di oggi, lacrime di rimpianto e lacrime di gioia. Ne prendo una di lacrima-pietruzza, la lancio fuori che cada sulla strada, non la vedrà nessuno, concimerà la terra, che tutto sa e tutto dimentica.

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“Non te la racconto la mia storia” di Bruno Barcellan

Non te la racconto la mia storia, non la capiresti.
Anche se ti dicessi tutti i particolari, ma non è colpa tua.
Perché bisogna viverle certe cose.
E poi sono stanco e la mia storia, ormai, mi è venuta a noia.
Appena mi hanno messo qui, dopo il processo, avrei voluto dire a tutti che non era giusto, o almeno che erano troppi gli anni che mi hanno dato. Ma non ci riuscivo, non riuscivo a parlare e neppure a pensare. Speravo sempre che, da un momento all’altro, arrivasse un giudice a dirmi che si erano sbagliati, che potevo uscire, tante scuse e una stretta di mano.
Dopo qualche anno ho smesso di sperarci ed ho ripreso a parlare, non facevo altro a quel tempo. Raccontavo a tutti di quando stavo fuori, era un modo per riviverlo e non dimenticarlo, ed era anche un trucco per non pensare alla vita di ogni giorno in carcere.
Adesso sono tornato a non dire nulla, ma è diverso.
Ad esempio ora sto parlando con te.
Però le mie parole non sono per tutti, bisogna meritarle.
Cosa mi dai in cambio? Sigarette? Un libro? Un bacio?
Mi basta anche un sorriso, mi accontento di poco.
Puoi raccontarmi anche un segreto, che i segreti allungano la vita, anche la mia.
Ed io posso dirtene un po’ dei miei, li ho scoperti, non te lo immagini quante cose s’imparano qui, cose che prima non sapevo e non avrei mai potuto sapere.
Perché qui dentro le persone non sono come fuori, sono diverse, sembrano in coma, ma non è così, quando meno te l’aspetti, tornano vive, più vive di quanto siano mai state.

Un segreto è che c’è un commercio fra noi detenuti, di foto.
Non è quello che credi, ma sono comunque foto di donne.
Sono le foto segnaletiche delle condannate, quelle che stanno nel braccio femminile. Non dirlo a nessuno. Dal vivo non le abbiamo mai viste, ma ognuno ha la sua collezione di foto, come si fa con le figurine degli atleti. Ce le scambiamo, ce le giochiamo, ci sogniamo sopra la notte. Sono solo le facce, non sono bellissime, ma sono vere, per quel che possono. Fanno pensare, fanno pensare ad una vita, non troppo distante dalla nostra, di un cuore di donna, in un corpo di donna, con cui parlare, con cui fare altro, ma almeno sono donne che potrebbero forse capirci, se solo potessero conoscerci.
Ognuno ha la sua preferita e la porta con sé dentro la giacca, dentro il cuore. Perché le persone vere che stanno fuori, o si sono dimenticate di noi, o sono ancora troppo vive per pensare a loro senza rancore o senza dolore.
Per una sigaretta ti mostro la mia donna, la vuoi vedere?
Bella vero, si chiama Manuela, nome inventato, ovviamente, ma ha la faccia da Manuela, io credo.
Ora la metto via, altrimenti si sciupa.
E questo è solo uno dei segreti che conosco. Ce ne sono tanti altri.
Ad esempio ho scoperto che anche noi abbiamo un’anima.
Vuoi sapere come ho fatto? Quando me ne sono accorto?
È stato in una giornata di freddo glaciale, non so di quanto sotto lo zero era andato il termometro.
Ma questo segreto non è gratis, se vuoi conoscerlo devi darmi qualcosa in cambio.
Ecco, mostrami il contenuto della tua borsetta, rovescia tutto sul tavolo.
Si, così. Non deve rimanere nulla dentro. Cos’è quello?

Era una giornata freddissima, malgrado questo eravamo in molti fuori in cortile.
Passeggiavamo, imbottiti di vestiti, sotto un sole limpido che faceva male gli occhi e non scaldava abbastanza. Non parlavamo, non stavamo fermi un attimo, facevamo su e giù veloci e in modo meccanico come giocattoli caricati a molla.
Il fiato ci usciva dal naso e formava una nube grande la metà di noi, poi spariva.
Ad ogni respiro, ad ognuno di noi, si formava questa nube, poi cessava, sembrava che venisse subito risucchiata dentro, assieme all’aria gelida, ogni volta che si inspirava.
Era questa la nostra anima, venuta allo scoperto. Tentava sempre di uscire da noi, ma, legata, tornava dentro. Poi riandava fuori, verso l’alto, verso il cielo dove voleva andare, e poi di nuovo dentro, senza fine. Non aveva pace.
Le nostre anime in pena che volevano fuggire, quel giorno le vidi e da quel giorno so che ci sono.

Anche di un posto voglio raccontarti. Abbiamo qui una palestra dove fare esercizi. Ma non è la palestra che conta, sono le gradinate attorno. Tre file di blocchi di cemento, tre gradini enormi dove ci si siede e si aspetta. Chi arriva per primo si siede e aspetta. È un modo per dire che si è disposti a parlare. Come se fossimo preti pronti per chi vuole.
Chi arriva dopo, o si siede da solo e fa il prete, oppure si mette affianco di qualcuno già seduto e gli fa la sua confessione. Ognuno sceglie il suo prete, ma ogni prete non può scegliere: chi arriva, arriva. Inizialmente si parla del tempo, poi di quel che succede, le novità del momento. È un modo per cominciare. Poi si abbassa la voce. Spesso si sceglie un prete che non si conosce, non direttamente. Sono confidenze gratuite che lasciano il tempo che trovano. Nessuno può parlare in giro di quel che si dice su questi gradini. Di solito i preti sono sempre gli stessi, hanno imparato ad ascoltare, è un’arte che si apprende col tempo. Io sono uno di quelli. Dico poco o niente. Basta un suono per far capire che si è capito. Basta qualcuno che ascolti. Basta buttar fuori quel che si ha dentro. Poi finisce. Come se non ci fosse mai stato.

A volte mi vedo con la mia divisa arancio, ed anche gli altri. Sembriamo tanti monaci del Tibet, e il carcere è un tempio distante da tutto.

Un altro segreto? Ok, per questo non voglio niente in cambio.
Quando uno arriva qui, all’inizio lotta con le sbarre e le prende in mano, spesso le scuote, comunque le stringe forte, con rabbia.
Col tempo, con le sbarre impara a conviverci e non le serra più con i pugni, ma ci fa passare le mani dentro e appoggia i polsi sui ferri orizzontali che le tengono unite a metà altezza. A volte si mettono le mani rivolte verso il basso, questo è un segno di resa, significa che possono fare di te tutto quello che vogliono, non importa. Quando entro nella mia cella non manco mai di guardare, lungo tutto il corridoio, lo stato delle mani appoggiate fuori dalle sbarre. Così capisco la situazione di ognuno. Le mani sono come bandierine segnaletiche dell’umore. Quelle che serrano le sbarre, quelle rivolte verso il basso e quelle che, invece, guardano verso l’alto. Queste sono come le foglie delle piante che vogliono la luce e l’acqua dall’alto, cercano nutrimento, cercano qualcosa.
Solo che siano così girate, io credo, qualcosa l’hanno trovato, malgrado tutto.

Anch’io ho trovato qualcosa, qualcosa che viene da fuori, solo immaginata, ma c’è.

Sai come faccio ad uscire di qui ogni volta che voglio?
Non è facile, ci vuole un sacco di tempo, ma basta aver pazienza.
Fingo di dormire, invece osservo le sbarre della mia cella.
I raggi di sole che arrivano dal lucernario, la mattina, colpiscono le sbarre e fanno tante linee d’ombra sul pavimento, imprigionate come me. Prima sono lunghe, poi, man mano che il sole si muove, diventano sempre più corte fino a che la luce passa per la finestrella della mia cella e così passano dall’altra parte queste ombre e diventano libere. Il trucco è seguirle, immedesimarsi completamente in loro e seguirle, così anch’io riesco a superare, lentamente, le sbarre che mi tengono dentro, fino a quando non mi tengono più, ed io sono fuori, finalmente fuori, dove posso andare dove voglio.
Ok, è solo un’illusione la mia, ma a me basta, mi basta l’idea.
Non lo so cosa farei se potessi uscire, forse andrei in un bosco, o in cima ad una montagna, o nuoterei nell’oceano con le onde così alte che nessuno avrebbe il coraggio di fare il bagno, ma io si, io non avrei paura, so che lo farei, a costo anche della vita.
Perché a volte penso che non è vita questa, mi capita quando sono proprio giù, a volte succede.
Ma sono forte io, non ti preoccupare, poi mi riprendo sempre.
Ti preoccuperesti poi, tu, per me?
Quando questa sera tornerai a casa, al tuo letto che si può chiamare letto, ti preoccuperai tu per me? Dopo tutto quello che ti ho detto, sarei qualcosa per te, qualcuno? Qualcuno per cui preoccuparsi? E non solo una storia, un articolo?
Dimmi che è così, anche se non è vero.

 

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“Mi ricordo” di Bruno Barcellan

Mi ricordo, signorina, che a detta di tutti, quelli erano gli anni d’oro, proprio gli stessi che racconta alle persone che entrano ogni giorno in casa mia; dovrebbe farlo capire anche a loro quel che sono stati quegli anni.
Anche a quel tempo avevamo molti ospiti in questa casa, erano tutti nostri amici, assieme formavamo quella che era la Milano bene, non questa di ora.
Si sieda signorina, la vedo stanca, oggi ha lavorato tutto il giorno, oggi che è domenica, quando la domenica è fatta per riposare. Si sieda sulla poltrona verde nel salottino, era la mia preferita, ha la mia forma, per così dire. Anche se non potrebbe, si sieda, ha il mio permesso. Si tolga pure le scarpe, ha i piedi gonfi, non dovrebbe stare qui la domenica, dovrebbe andare a divertirsi, non so, a fare una gita fuori porta, ce l’ha il fidanzato?
Intanto, per allietarla io suono un po’ al piano, suono Debussy a memoria come sempre facevo.
Non mi sono mai sposata io, ma son stata bene ed ero felice, davvero!
La mia è stata una vita vissuta, ho avuto tanti amici e non mi è mancato mai nulla. Lo ammetto: sono stata privilegiata, però in cambio io ho dato, con tutta me stessa ho voluto bene, e ne ho fatto di bene. Quando la vedevo mentre spiegava con amore la mia casa a tutti i visitatori di oggi, senza volere facevo il bilancio di questa mia vita che non è più, e sono tanti i ricordi che mi son venuti in mente, tante immagini in bianco e nero e a colori, ma quei colori un po’ sbiaditi e metallici delle foto che si usavano ai miei tempi, quelle con la cornice bianca attorno. Ho avuto una vita lunga e intensa, la mia casa ne è testimone, una parte di me continua a vivere qui dentro.
Quelli in cui ho vissuto erano gli anni d’oro di Milano e di noi che la tenevamo assieme e la portavamo per mano verso il futuro. Avevamo la convinzione di contare e di fare il cambiamento, eravamo certi che, tramite noi, questa città sarebbe stata migliore.
Pensavamo davvero che avremmo caricato sulle nostre spalle tutta la società e le avremmo restituito, almeno un po’ di quel di più che ci era stato concesso, volevamo il meglio non solo per noi, ma anche per lei signorina, soprattutto per lei che doveva ancora nascere.
Adesso ho la sensazione di esserci in parte riuscita, eppure il mondo di ora non è figlio del mio, perché alla fine noi abbiamo abdicato, o ci hanno costretto a farlo: non siamo riusciti a realizzare quel sogno perché il mondo poi ha deciso di fare come voleva lui e ci ha voltato le spalle, per diventare come è ora, con tutte queste sue nuove cose che fatico a capire. È questione di secoli, io appartengo a quello passato: un lungo secolo breve che ha smesso di essere quel che volevamo, forse, già negli anni ottanta, il decennio in cui successe tutto, in cui ognuno ha imparato a pensare, purtroppo, solo a se stesso.
Quanti anni ha signorina? Lei che è così giovane, e che lavora. Lavorate tutte oggigiorno, io non l’ho mai fatto, non ne avevo bisogno. Lo sa che lei è proprio una bella ragazza, davvero non ha il fidanzato? Peccato! Con tutti gli uomini che passano di qui ogni giorno, non ha mai pensato di poter conoscere qualcuno adatto a lei? Solo che vengano qui a visitare la mia casa, solo questo basta a renderli interessanti, io credo. Vedo come ne guarda alcuni, il loro viso, come sono vestiti, il portamento, e se hanno l’anello al dito.
È il motivo per cui viene qui ogni domenica senza essere pagata? Lei che incontra tanti uomini interessanti nei venti minuti di una visita, ma che poi li vede andare via a fine giornata, senza che di loro rimanga niente se non un vago ricordo e una piccola, piacevole impressione.
Signorina, mi piacerebbe che questa notte rimanesse qui a dormire, mi farebbe compagnia, e io a lei. Guardi i quadri alle pareti, sono sempre quelli, ma ora li guardi con un occhio nuovo: non sono solo quadri, sono come persone che vegliano su di noi: ci proteggono da quello che fuori può far male e ci salvano dal tempo che passa. Ho speso il tempo di una vita, la mia vita, a proiettare il passato nel futuro e costruire un ponte fra il prima e il dopo, vivendo appieno l’adesso in una dinamica armonia senza strappi.
Quando è morta mia sorella: quello fu lo strappo più brutto della mia vita, è lì che mi sono sentita davvero sola. Eravamo come sorelle, perché eravamo sorelle. Anche lei spesso si sente sola, lo so, ma sappia che non lo è, ci sono io.
Vivere, vivere, oggi e domani, la prego, inizi ora, qui e ora, in questo secolo che non è tutto brutto, e che non è il mio, ma il suo. Lo faccia diventare davvero suo, come io ho fatto mio, il mio.
Signorina, è proprio adesso il momento per lei, di diventare donna.

 

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“Devono aver suonato alla porta” di Bruno Barcellan

Devono aver suonato alla porta, anche se a volte mi sembra di sentire il campanello quando invece non c’è, non è che mi immagino il ring-ring perché voglio che suoni, anzi, penso proprio che a tradirmi sia la paura che arrivi qualcuno. Quando credo di sentirlo, guardo subito la strada dalla finestra, restando nascosta dalla tenda e, se non vedo nessuno, respiro. Questa volta mi sa che invece è vero. Sono le nove, ho appena finito di mangiare, guardo la tv, non è ancora tardi per dire che già ero a letto, tra poco è buio e da fuori si vedono le luci del salotto, uffa!
Se ci fosse, andrebbe lui ad aprire. Sono questi i momenti in cui più mi manca. Doppiamente. Perché mi sento sola e fragile e perché fuori c’è il tramonto. Lo vedo da qui, seduta immobile sul divano, inchiodata con la paura d’alzami. Un tramonto rosso sangue bruciato, una strana luce, niente orizzonte, niente terra, solo cielo. Mi ricorda una batteria caricata oltre il limite, come quella che ho visto dal meccanico al controllo dell’auto, la batteria ha fatto delle scintille e poi è esplosa. Mi sembra che a ogni tramonto, questo in particolare, debba succedere qualcosa che nessuno è in grado di prevedere. E poi è come se mi arrivassero messaggi morse dalle foglie dell’albero agitate dal vento: fanno ciao ciao e lasciano passare la luce a tratti, vogliono dirmi qualcosa, forse vogliono avvisarmi.
Suonano ancora, ho lasciato passare troppo tempo, non posso andare alla tenda a guardare di nascosto perché la mia ombra si vedrebbe. Come sono vestita? Non troppo bene, questa macchia sulla manica è grossa, dovrei cambiarmi. Suonano ancora. Ok, ho capito, adesso arrivo. Mi alzo e prendo gli scalini che portano giù, accendo la luce esterna, apro la porta: nessuno!
Guardo un po’ in giro, in strada non c’è neppure un passante.
Forse mi sono ancora immaginata il campanello, eppure questa volta mi sembrava vero, non importa, meglio così. Spengo la luce e torno contenta al mio divano. Però l’agitazione è rimasta, e il film è andato avanti, mi concentro a guardarlo, non è bello ma mi impegno lo stesso. Dopo un po’ io e la mia macchia torniamo a essere le stesse di prima, racconto a lei come va a finire il film, tanto si capisce. Ma il campanello suona di nuovo, ancora. Adesso vado giù veloce che voglio proprio vedere, non accendo neppure la luce, apro la porta: nessuno! Forse sono i ragazzini che fanno gli scherzi. Speriamo. Mi sto inquietando, devo stare tranquilla. Dovrebbero inventare i campanelli che si possono staccare, come il telefono.
Torno su, ci sono i titoli di coda, non saprò mai davvero come finisce il film, la macchia è delusa, sta facendo una smorfia. Non è colpa mia, sono i ragazzini! Ma lei non mi perdona. Spengo la tv e anche le luci. Mi apposto alla finestra a guardare, forse li vedo anche se fuori è buio. Per un po’ rimango così, come un segugio. Poi mi distraggo, guardo le case attorno, qualche finestra è accesa, non vedo nessuno dentro, solo un lampadario, una libreria con dei libri, il soffitto in legno di un ultimo piano, ho sempre amato i soffitti in legno, secondo me danno calore. Guardo le case, e guardo la mia casa, immagino di vederla da fuori, dall’alto, come se a guardarla non fossi io ma una bambina, una bambina gigante che guarda la mia casa come fosse la sua casa di bambole, il suo giocattolo, con me dentro, la sua bambola inanimata fatta solo per star dentro il giocattolo. Immagino la sua mano enorme che entra dalla finestra e mi afferra, facendo di me quello che vuole come si fa con un giocattolo, che spesso viene rotto anche senza volere.
Poi inizio a pensare ad altro, ovviamente penso a lui, quando non so che fare ci penso, anche se mi fa male. Potrebbe essere stato lui a suonare, forse voleva dirmi qualcosa, voleva vedermi ma ha cambiato idea e si è nascosto. Poi ci ha riprovato e si è nascosto ancora. Adesso potrebbe essere dietro quell’albero, vedo qualcosa, un’ombra. Rimango immobile a fissarla, non si muove. Più la guardo e più mi sembra di vedere qualcuno, ma forse mi sbaglio e non c’è niente. Allora dico basta e vado in bagno, apro l’acqua della vasca, metto i sali, quelli che mi piacciono tanto. Mentre l’acqua calda scorre, vado in cucina, sul ripiano in alto dovrebbe esserci ancora una bottiglia di vino delle sue.
Sì, c’è. La apro, prendo uno di quei calici grossi e larghi, dal bagno sento l’acqua che gorgoglia, significa che ha raggiunto un buon livello. Porto con me la bottiglia e il bicchiere, non devo romperlo che poi lui si arrabbia, ne ha comprati due quella volta, costavano.
L’acqua della vasca è tutta blu per via dei sali, forse ne ho messi troppi, con la mano li mescolo un po’, il profumo mi piace. Appoggio il calice sul bordo della vasca, lo riempio di vino, poggio la bottiglia per terra a portata di mano. Chiudo l’acqua: può bastare. Poi inizio a spogliarmi, lascio aperta la porta del bagno, mi immagino che ci sia lui a guardarmi dall’altra stanza, al buio. Allora procedo con calma, lascio i vestiti sul tappeto, sono nuda. Lo specchio è già appannato e non posso vedermi riflessa, meglio, così mi immagino più bella di quello che sono. Metto un piede in acqua, scotta un po’, ma non importa, chiudo gli occhi e mi immergo per intero, basta resistere i primi secondi e poi ci si abitua. È così. La mia pelle diventa tutta rossa, mi muovo piano, ho solo la testa fuori dall’acqua, la appoggio indietro e chiudo gli occhi. Non sono una bambola, sono viva, la pelle scotta. Avrei dovuto portarmi un po’ di musica, ma adesso è troppo tardi, sono già dentro. Apro gli occhi, prendo il calice, bevo un sorso, mi piace, ci voleva. Chiudo di nuovo gli occhi, mi rilasso. Immagino lui nell’altra stanza, ora entra in bagno, senza far rumore, mi guarda, pensa che non mi sia accorta di lui, fingo che sia così. Poi si avvicina alla vasca, si inginocchia e appoggia le braccia sul bordo, mi guarda con rimpianto. Io rimango immobile fingendo di dormire, lui allunga una mano, prima sfiora la superficie dell’acqua, sta per toccarmi le labbra, quasi lo sento.
Squilla il telefono. Davvero. Apro gli occhi, lui ovviamente non c’è, il telefono continua a squillare. Non ho idea di che ore siano, ma è tardi. Mi torna tutta l’inquietudine di prima, il telefono squilla. Mi alzo, esco dalla vasca, prendo un asciugamano e mi ci avvolgo, il telefono continua. Esco dal bagno a piedi nudi, lascio delle impronte d’acqua sul pavimento, arrivo in sala e prendo la cornetta: nessuno!
Ho detto pronto, hanno messo giù appena mi hanno sentito. Chi era? Era lui?
Forse ha pensato di parlarmi, poi non ci è riuscito. Potrei chiamarlo al cellulare, ma se non era lui? Rimango così a pensare, con la cornetta in mano, faccio gocce sul pavimento. Adesso ho un po’ freddo, rimetto a posto il telefono, anzi no, lo stacco, non vorrei che chiamasse ancora. Torno in bagno, appoggio l’asciugamano, entro nella vasca, mi bevo tutto di un fiato quel che rimane nel bicchiere. Sento il mio cuore che batte come batte la goccia che cade dal rubinetto. Ho paura, vorrei fosse stato lui, ma allo stesso tempo non lo vorrei. L’acqua è un po’ fredda, allora apro il rubinetto di quella calda, all’inizio non lo è, ma poi arriva, la lascio scorrere finché non sento più freddo. Forse adesso lui sta chiamando ancora, trova occupato, chissà che pensa. Faccio scivolare la testa sott’acqua, riesco a stare tutta sommersa, sento il mondo ovattato, immobile ascolto la goccia regolare che cade.
E se fosse che mi ama ancora, e che mi odia, di quell’odio che nasce dall’amore che muore?
Se fosse lui ad aver suonato, più volte alla porta e poi al telefono, per sapere se ero in casa? E se fosse che è nascosto dietro l’albero, vestito di scuro, il suo sorriso bianco, la mano in tasca gingilla il doppione della chiave che di nascosto s’è fatto prima di restituirmela. E se fosse che ora sale le scale e apre piano la porta. Da qui non lo sentirei. E se fosse già entrato vestito di scuro e un paio di guanti. E se fosse che cerca nello scaffale il libro che m’ha regalato il giorno del mio compleanno, lo rivuole indietro perché non me lo merito, e ora lo strappa con le sue mani forti capaci di torcere qualsiasi cosa, anche un collo. E se fosse che cerca in cucina la sua bottiglia di vino, vuole bere per darsi coraggio per quel che deve fare, ma non la trova perché l’ho presa io, e si arrabbia di più. E se fosse che le cose che ci siamo promessi erano un patto da dover rispettare e io non l’ho fatto. E se ora è dietro la porta del bagno e mi guarda senza che io possa vederlo. E se ora entra e io non lo vedo perché tengo gli occhi chiusi. E se fosse che quando riemergo dall’acqua subito lui mi schiaccia sotto senza mollare la presa, io mi dimeno, apro gli occhi, lo vedo, il suo sorriso bianco, il suo sguardo che non mi vede perché guarda lontano un passato in cui io l’amavo e lui amava me.
E se fosse che ora dovrei proprio respirare, ma ho troppa paura per farlo?

 

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“In una strada deserta” di Bruno Barcellan

In una strada deserta fatta di pietra che scende circondata da case, in cui passa solo il vento che porta il suono lontano di nenie che arrivano dalla vicina Palestina, non sta succedendo proprio nulla. E questo continua da un pezzo, da quando se n’è andato il sole e le ultime persone in giro. Lungo questa strada che porta fuori dal borgo, sempre il vento, fa piccoli mulinelli di polvere che ballano al suono di quella musica odalisca e ipnotica. Anche la luce di qualche sporadica lanterna trema e danza lungo la strada. Potrebbe continuare così per tutta la notte. Calda. Se non fosse che arrivano delle persone, in un corteo, o una processione, forse una banda. Perché suonano strumenti quelli che arrivano, attorno ad un carro che porta la bara. Due chitarre, un violino, una fisarmonica, ed altri strumenti lucenti, ma che non fanno musica questi, fanno solo rumore, quello della morte.
Sono rossi e scuri i fiori sul carro, luccicano i volti di quelli attorno, rigati da qualche lacrima di rabbia che sfugge fra i boccoli neri di uomo, attorcigliati. Si muovono lenti e dritti i loro passi mossi dai ricordi, ma a volte si agitano a caso, rapidi come se volessero qualcosa dal sapore di vendetta. Due muli portano il carro, con la testa bassa. La alzano solo quando, di tanto in tanto, li desta uno sparo, un fucile, una pistola per aria puntata, sempre per rabbia e per dolore. Ma appena fuori dalle case passa di un poco la pena per lasciar posto a una quasi gioia. Tutto si fa più frenetico, le note si affollano, quelli in corteo procedono facendo piroette su se stessi, fino a che giungono al cimitero poco distante. Dove si fermano. La bara si posa nel buco già fatto. Cessa questa musica che viene dai loro padri perduti in qualche angolo d’Europa, in quegli anni ormai passati che ritornano prepotenti solo in questi istanti. Poi accendono le candele alte come bimbi, ognuno getta un po’ di terra e un sasso sulla pietra. Ognuno, finito il saluto, da solo se ne va per la propria strada. Rimane una donna, non più giovane, che canta. Nessuno la sente se non il morto, lei canta, con gli occhi chiusi e le mani intrecciate attorno un bastone che batte per terra. È lo stesso suono dei colpi di remo di chi, da sempre, accompagna il morto con una barca, attraverso il fiume che nasce dalle lacrime di quella donna.

 

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“Seduta” di Bruno Barcellan

Sono seduta, al solleone, su una grande panca vicino a Notre Dame. Di fronte a me si alza una spalliera d’edera. Un vecchio mi cammina accanto con un paniere al fianco, e stacca le foglie avvizzite. Nel giardino della canonica stanno tagliando l’erba. Voglio molto bene a questa superba cattedrale. La visuale limitata che ne ho in questo momento è costituita da guglie appuntite e svelte, che si staccano sul cielo azzurro e da due pappagalli di pietra rannicchiati e come in bilico su un balconcino. Sembra quasi uno schizzo a penna. E mi piacciono i santi con le croci al collo e le teste in mano.

(Kathrine Mansfield)

Sembra uno schizzo a penna di china che qualcuno, un artista, qui su questa panca ha tracciato poco prima che arrivassi. È giunto con la sua bicicletta ruggine, un paio di piccoli occhiali sotto i riccioli castani, la camicia coi polsini consumati, direttamente da Montmartre in cui vive, o sopravvive.
Ha disegnato tutto, soprattutto i bordi, e li ha lasciati proprio a me. Che potessi così vederli, metterli in un paniere e portarli a casa. Perché senza questi segni, sono troppi i colori, le forme e i dettagli per poterli tenere tutti e rubarli. Anche nel viale, i sassi di ghiaia, non potrei mai trascinarli tutti, ma disegnati, questi diventano tanti piccoli tondi di misure più o meno uguali, che pesano come piume, facili da portare. Così il velo che è il cielo e le guglie di stagnola, anche i santi di cioccolata grigia e cava, anche questi riesco a portare. Li prendo con la mano, uno tira l’altro, ci sta tutto nel paniere, ora chiedo al vecchio se me lo presta. Il vecchio, che ha smesso il suo lavoro e guarda soddisfatto, ci lascerei nel suo paniere le foglie secche perché con loro, assieme ai sassi, porterei con me il rumore, il suono scricchiolo di oggi. Percorrendo indietro le stesse strade già fatte, contenta me ne andrei via da questa panca, da questo angolo da cui vedo i tratti verticali del mondo che vorrei, felice di portarli via con me e ospitarli in casa, la mia piccola e superba cattedrale vuota.
La riempirei di tutto quello che oggi ho rubato.
Le guglie, sopra il letto, come trampolini per i sogni. I pappagalli sulla pietra in alto del camino, in bilico, non patirebbero più il freddo della notte. I santi a vegliare l’uscio, muti direbbero: lasciate le testa voi che entrate, portate solo un briciolo di cuore.
Le foglie le spargerei ovunque a profumare quel poco che possono.
Formerei con i sassi dei vialetti in salotto, così starei fuori e dentro, allo stesso tempo. E potrei uscire, solo se voglio.
Il paniere, invece, lo darei al fuoco, che se lo porti via, così nessuno può usarlo per riprendersi questo, che ora è mio.

 

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