“Io qui non ci volevo venire” di Bruno Barcellan

Ti giuro che non me lo sono inventato, è stata l’agenzia a dirmi di venire qui, in verità è stata Rosemary, la conosci no, con quella sua vocina stridula e precisa, me l’ha detto lei a nome dell’agenzia. Se poi se l’è inventato oppure davvero quei quattro rinsecchiti si sono trovati per decidere, questo non lo so. Conoscendo Rosemary, tutto può essere. Ma tu te l’immagini i quattro vecchi che si incontrano alle tre di un pomeriggio lavorativo in un bar del Queens seduti al bancone ognuno con la sua macchina fotografica poggiata in bellavista per fare a gara a chi ha l’obiettivo più lungo? Io no, ormai quelli si ignorano allegramente, ognuno crede di essere meglio dell’altro anche se poi corrono in edicola quando esce in copertina la foto di uno di loro. In ogni caso io qui non ci volevo venire e soprattutto non volevo che venissi tu, ti ho invitato solo per cortesia. Mi hai sempre fatto una testa così che se diciassette anni fa fossi venuta con me allora avresti fatto anche tu una foto come la mia, così questa volta te l’ho detto e non mi puoi più fare storie. Ma io qui non ci volevo tornare, che ti sia chiaro come questo dannato sole che mi sta uccidendo gli occhi. Per non parlare della polvere, e della sabbia, diamine! Ma se non venivo, se mi rifiutavo, lo sai come sono fatti quelli, se la segnavano per sempre e qualsiasi cosa avessi poi fatto di bello, loro avrebbero detto che però quella volta mi sono rifiutato, e usavano questa come scusa per non farmi mai entrare nel gruppo. Lo so che non dovrebbe fregarmene niente, ma far parte dell’agenzia sai cosa comporta? Sai quanto lavoro arriva senza neanche doverlo cercare? Per non parlare dei soldi, sì dei soldi! Non vivo d’aria io! E neanche tu signorina… signorina, si fa per dire. Se l’avessero chiesto a te avresti fatto lo stesso, anzi ne saresti stata orgogliosa. In ogni caso ora siamo qui e dobbiamo sfangarcela in qualche modo. Se vuoi aiutarmi, bene, altrimenti prendi il primo volo e vattene che io m’arrangio lo stesso, ma se resti mi dai una mano senza fare storie, intesi? L’interprete ha detto che è proprio lei, a guardarla sembra impossibile, so che non è bello da dire, ma a me sembra un uomo, non può essere lei, saranno anche passati diciassette anni, c’è stata la guerra e tutte le traversie che vuoi, ma a me non sembra possa essere lei. Tu che ne pensi? Ho sentito anch’io dire che certe persone possono cambiare di un po’ il colore degli occhi, boh non lo so, a volte a voler credere una cosa poi si finisce a pescare granchi grandi come il Michigan. Non lo so, metti poi che facciamo tutto un circo che l’abbiamo ritrovata: eccola qui la ragazza profuga che ha incantato il mondo con i suoi occhi, guardate come è diventata, guardate cosa succede a vivere da queste parti, e poi fra qualche mese si scopre che era una bufala, che non era lei, ma sua cugina, allora sono io che ci rimetto la faccia, per non parlare della carriera. Io qui non ci volevo tornare, tu dovevi convincermi a non venire, che non ne valeva la pena, di solito ogni cosa che faccio la critichi, questa volta niente? Questa che era l’occasione giusta per dissuadermi dal fare una grandissima, speriamo di no, minchiata? In ogni caso adesso dobbiamo farle una foto, ma non so ancora se è meglio partire dagli occhi e far rivivere la bellezza di quando era bambina o invece sottolineare il fatto che in soli diciassette anni ormai è come se fosse già vecchia, che vivere qui non è mica una passeggiata, pensa che adesso dovrebbe avere quasi trent’anni e ne dimostra il doppio. E se non fosse davvero lei? Ma tu ti fidi di questo cavolo di interprete? Io qui non ci volevo tornare! Dovevo prendere quel lavoro per Calvin Klein, ma lo sai quanto pagava? E poi dicono che le modelle pur di uscire stupende in un servizio sono disposte a tutto, te la regalano come se non fosse loro, io non ci sono mai stato con una modella vera, la più bella donna che ho avuto se stata tu, pensa te! Dai non ti offendere, dopotutto, pensaci bene, ma questo è un complimento. Ok, ti chiedo scusa, le modelle fanno schifo, sono vuote dentro e  magre come stecchi. Copriamole i capelli che sono inguardabili, questa sorta di burka viene a fagiolo, sottolineiamo gli occhi che sono sempre ipnotici, anche se forse non sono i suoi. Chissà se il marito glieli chiude con la mano sopra quando fanno sesso? Tanto loro lo fanno vestiti, cinque minuti ed è fatta. Guarda che io almeno mezz’ora sono sempre durato, questa non me la puoi negare, se vuoi dopo facciamo un ripasso, però facciamolo al buio che non voglio vedere quanto sei invecchiata.

Scusa, non volevo, torniamo al lavoro. Ho detto scusa, falla finita! Ma preferiresti un uomo di questi che la parola scusa non sa nemmeno cosa vuol dire? Il guaio è che non posso neanche cambiarle troppo l’espressione altrimenti si capisce che non è naturale, ma questa qui sembra sempre incazzata, se almeno facesse lo sguardo un attimo più dolce allora sarebbe fatta.

Forse le basta una caramella, o dell’oro, chi lo sa? Chi lo sa cosa ha in mente, se è davvero arrabbiata, o delusa o chissà cosa, forse vede te che sembri così libera di fare quello che vuoi, con i tuoi capelli, i tuoi vestiti, forse ti disprezza e invidia allo stesso tempo, la tua sfrontatezza, potertene andare in giro per il mondo, nessun uomo che ti comanda, lo ha capito subito che io non conto niente, poter vedere le stesse cose che hai visto tu, il mare ad esempio, la neve, la neve che cade a fiocchi dal cielo, e si chiede invece perché lei viaggia solo quando è costretta, quando deve scappare da qualche guerra, e non è lei a decidere dove, non decide niente lei; o forse di tutte queste cose non ha una coscienza precisa, ma le intuisce adesso mentre ti guarda con orrore, sdegno, invidia? O forse si è fatta una corazza così spessa che ormai non passa nulla. Se fossi davvero bravo come dicono, io tutte queste cose riuscirei a coglierle con un solo scatto.

Se le mostriamo la foto di quand’era bambina, forse si scioglie un po’. Passamela, ne ho una copia nel mio zaino, lì nella tasca di sopra. Di’ all’interprete di spiegarle che è lei, speriamo funzioni. Se avesse davvero il burka, uno di quelli con la stoffa traforata sugli occhi, allora le farei un primo piano di questi suoi occhi in prigione con la luce del sole che vuole entrare e loro uscire allo stesso tempo, questa sì che sarebbe la foto giusta. Vorrei fare anche, parallela, una foto a te e le tue di prigioni, che non sono fuori, ma sono dentro, dentro i tuoi occhi semplici color nocciola, sotto queste lenti a contatto colorate che ti ostini ancora a voler portare.

 

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“Marcio in Danimarca” di Bruno Barcellan

C’è del marcio in Danimarca, come in ogni cosa, anche nel patto che MaryJane e Thobias, seduti in penombra al tavolino di un pub, stanno stringendo: a loro sembra una cosa da poco, senza importanza, quasi un gioco fra i due che sono quasi amanti, invece no. Il patto dice che fra cinque anni, qualsiasi cosa succeda, MaryJane e Thobias devono incontrarsi, cinque anni esatti, il 16 giugno 2020, compleanno di lui che farà ventidue anni precisi, lei quaranta, poco più. Una sorta di inquietudine nel non sapere cosa avrebbe riservato loro il futuro dalle apparenti maglie troppo larghe, li ha spinti a fissare una immaginaria puntina da disegno per far svolazzare un po’ meno questo futuro, così almeno sperano. “Cinque anni non sono molti e non sono pochi”, così lei dice a lui mostrandogli la mano aperta con tutte le dita spalancate e, contemporaneamente, guardandosi le unghie lunghe e curate.

Thobias risponde subito di sì, muove su e giù la testa e poggia la mano a combaciare con quella di lei, basta il solo contatto a fargli scattare un brivido, è in questi casi che apprezza il fatto di portare sempre i jeans capaci di mimetizzare il suo turbamento.
Progettano nei dettagli il loro incontro: scelgono il posto, a casa di lui o di lei non va bene, i genitori di lui sarebbero di troppo, lei invece vive in affitto e spera di trasferirsi a breve. Decidono per un posto pubblico, all’aperto, pensano a un ponte, famoso per i suicidi, scelta un po’ macabra. Si figurano la scena: lui deve arrivare da nord, dai giardini pubblici, lei dall’altra parte, alle 23.30, con la pioggia o con la luna, non importa. Devono arrivare a piedi dalle due diverse direzioni, non sono ammessi ritardi e neppure attese, ma così non avverrà perché lui, fra cinque anni, sarà costretto su una sedia a rotelle, ma comunque ci sarà. Lei non è ancora detto che verrà, ci sono buone probabilità che lo faccia, ma qualcosa può andare storto. I futuri possibili che la vedono arrivare all’incontro sono molti, in alcuni lei ha i capelli corti, non come ora, ce ne sono due in cui è bionda platino perché fra quattro anni inizierà a tingersi per superare una storia d’amore, in uno di questi due futuri la storia d’amore che vuole dimenticare è proprio con Thobias. In questo futuro lei sarà molto indecisa se presentarsi all’appuntamento o meno, la promessa da una parte e la poca voglia di vederlo dall’altra, giocheranno quasi alla pari, ma poi vincerà il senso del dovere e la curiosità che contraddistinguono l’animo di MaryJane.

Escono dal pub e si dirigono al ponte per fare le prove generali di quello che sarà. All’ultimo si dividono e Thobias finge di arrivare a piedi, cosa che non potrà succedere, guarda MaryJane mentre si avvicina, si ferma all’inizio del ponte e la aspetta tenendo le gambe larghe nella stessa posa che assume quando sul campo da baseball si prepara alla battuta. Fra due anni è probabile che nella stessa posizione, in un pomeriggio di sole a fine stagione, attenderà la palla decisiva che farà vincere alla sua squadra il torneo. Siamo in seconda divisione, lo stadio non è grande, ma stipato di pubblico, nella tribuna il padre di Thobias assiste orgoglioso alla partita del figlio. Ha un berrettino con la visiera per difendersi dalla luce, non segue l’azione perché ha occhi solo per Thobias. In uno solo dei futuri possibili Thobias è il lanciatore, ma solo in uno, perché un anno prima, durante un allenamento si è lussato la spalla nel tentativo di migliorare il suo tiro, in seguito, in tutti gli altri futuri, ha deciso di diventare battitore, sarà uno dei più bravi della divisione, grazie alla battuta che sta per fare la sua squadra passerà di categoria. Il padre quindi lo osserva mentre tiene in mano la mazza e con il piede liscia il terreno; mastica gomma per stemperare la tensione, guarda dritto negli occhi il suo avversario pronto a lanciare. Esistono delle ecografie a quatto dimensioni, è difficile immaginare la quarta che ovviamente è il tempo, le ecografie a tre dimensioni mettono in risalto i tratti del volto del bambino dentro l’utero, sembra quasi di poterlo toccare, quelle a quattro permettono di vedere i tratti come saranno quando il bambino nascerà e anche oltre, possono evidenziare somiglianze con i genitori, come quella fra Thobias e il padre, che è solo una somiglianza fisica perché il figlio non è tenero di cuore.
Durante la partita il padre, forse a causa del forte sole, inizia a vedere il suo ragazzo a quattro dimensioni, vede come sarà tra un anno, sulla sedia a rotelle. Il lanciatore compie i riti scaramantici come d’abitudine: guarda le basi, ignora il battitore, poi esplode improvviso un lancio fuori bersaglio che colpisce la sedia a rotelle e ne ammacca una forcella di metallo. Thobias non si scompone, sistema la posizione della sedia e impugna la mazza da seduto: è pronto. Il lanciatore sorride beffardo, prepara il movimento, il nuovo tiro è giusto nel mezzo, fortissimo, Thobias fa scattare la mazza e colpisce senza esitare: fuoricampo! Qualche metro più a sinistra e la palla sarebbe arrivata in mano al padre in tribuna pronto a prenderla, anche se in nessuno dei possibili futuri questo avverrà mai. Dopo la battuta Thobias compie il giro delle basi a una velocità inaudita per la sua sedia, con bracciate poderose sulle ruote percorre tutti i punti assolati del diamante incitato dalle urla di gioia dei compagni che alla fine lo prenderanno in braccio e lo lanceranno in aria per festeggiare la promozione. È la giornata più felice di Thobias, al padre scorre una lacrima dimenticando che suo figlio tra poco non camminerà più e non potrà mai essere l’atleta che sta vedendo.

L’acqua sotto il ponte scorre imperterrita, MaryJane e Thobias la guardano senza parlare, l’acqua che scorre sotto il ponte più o meno allo stesso modo è l’unica costante che tiene inchiodati tutti i futuri e anche il presente. In qualche futuro possibile, MaryJane non sarà più insegnante perché verrà radiata per un coinvolgimento sentimentale con un suo studente, in uno di questi lui è un ragazzo di colore, in molti altri è Thobias. Perdere il lavoro la farà stare male non per il lavoro in sé, ma per dover interrompere il contatto con i ragazzi a cui inevitabilmente si affeziona: non le è mai piaciuto l’uomo maturo, a eccezione di qualche possibile svolta in cui costruirà una famiglia con compagni più attempati, ma eterni ragazzi dentro. Le verrà naturale essere sempre complice con tutti i possibili figli concepiti, anche se in molti futuri rimarrà all’oscuro delle gioie e dei dolori della maternità perché non ne avrà proprio di figli.

MaryJane guarda pensierosa l’acqua e non dice nulla. Le probabilità che si trasferisca entro l’anno sono molte, è probabile anche che acquisti casa facendo un mutuo troppo oneroso che in qualche caso non riuscirà a pagare se non chiedendo aiuto alla sorella, in un caso la sorella le chiuderà la porta in faccia, i problemi finanziari e la fine della storia d’amore con Thobias la porteranno in una spirale di depressione che sfocerà in problemi di alcol. Un fatto singolare capiterà in una sera d’estate di quattro anni dopo nel suo appartamento che ormai odia per la solitudine e le difficoltà economiche che continuano a occupare i suoi pensieri senza tregua. Solo grazie all’alcol riesce a superare le preoccupazioni, anche quella sera ha esagerato e si trascina dal divano alla cucina senza sapere neppure perché. Fino a quando vede entrare dalla finestra aperta una farfalla notturna e ne rimane incantata. Pensa che poterla accarezzare possa darle un senso di leggerezza, ma la creatura non vuole farsi prendere. Nel tentativo di raggiungerla mentre svolazza inconsapevole, MaryJane inciampa sulla bottiglia di vino che ha lasciato per terra. La bottiglia si rovescia sul tappeto e lei perde l’equilibrio cadendo rovinosamente sul tavolino, sbatte la testa esattamente all’altezza dell’osso che sporge di un poco sotto l’orecchio. Sviene. In un futuro possibile rimane senza sensi e allo stesso tempo vomita per il troppo alcol bevuto, il vomito la soffoca e muore. In molti altri futuri sviene solamente e si sveglia la mattina dopo in uno stato pietoso, sarà questo il fondo da cui riemergere.

Sul ponte Thobias la guarda senza parlare e, grazie alla vista in quattro dimensioni che improvvisamente gli attraversa gli occhi, intravede fra i capelli il livido viola sotto l’orecchio di lei. MaryJane non si accorge di nulla e continua a guardare l’acqua che scorre. Anche lei riesce a vedere, dentro i riflessi scuri dell’acqua alla luce dei lampioni, una visione in quattro dimensioni. Vede la sedia a rotelle di lui, è esposta in un negozio di articoli sanitari, ha ancora il cartellino del prezzo e il cellophane a proteggerla dai graffi. Poi vede la strada sotto casa dell’appartamento che acquisterà senza avere i soldi necessari. È quasi mattina e dal portone di ingresso Thobias esce dopo una notte, probabilmente, di sesso con lei. Ad attenderlo mezzo addormentato dentro una macchina scura c’è lo stesso ragazzo di colore che in un altro futuro sarebbe stato l’amante di lei. È rimasto tutta la notte ad aspettarlo, è mosso da una gelosia insostenibile. Accende il motore dell’auto e accelera veloce proprio nel momento in cui Thobias attraversa la strada. Lo travolge. L’immagine che MaryJane ha dopo è di Thobias seduto sulla sedia a rotelle all’interno del negozio, come fosse un manichino da esposizione per promuovere l’articolo. Da quel momento la storia d’amore fra i due andrà a rotoli e si porterà dietro le loro speranze.

In un futuro possibile, cinque anni dopo, il 16 giungo, compleanno di Thobias, una ragazza non più giovane e un ragazzo in sedia a rotelle si incontrano alle 23.30 su un ponte famoso per i suicidi. Lei non vorrebbe stare lì. Lui sì. Lui l’aspetta ancora con l’istinto di battere la palla immaginaria che lei potrebbe lanciargli. Lei invece gli si avvicina e gli dice di abbracciarla, ma non si china su di lui. Thobias capisce che MaryJane vuole che lui si alzi, come un tempo, anche se è impossibile. Ma in un futuro impossibile, facendo forza sui braccioli della sedia, Thobias si alza e le si getta addosso, MaryJane lo prende fra le braccia, cerca di tenerlo, ma non ci riesce perché lui è troppo pesante, prova comunque a reggerlo, barcollano, scivolano di lato e sbattono sul parapetto del ponte, lo superano e cadono entrambi in acqua. In nessun futuro possibile riusciranno a salvarsi, lui perché non può notare per via delle gambe, lei perché continua a tenerlo abbracciato.

 

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“La sera tardi” di Bruno Barcellan

La sera tardi, dopo aver sparecchiata la tavola, soffiate via le briciole dal libro che stavate leggendo, accesa la lampada ed esservi rannicchiata comodamente di fronte al fuoco, ecco, allora sarebbe il momento di guardarvi dalla pioggia.  (K. Mansfield)

 

Perché la pioggia fa quel che farebbe un’amica, o una mamma, che vi viene a trovare, e cullare, dice dormi, va tutto bene, con la sua voce di ninna nanna. Ma.
È solo un dormiveglia quello in cui vi porta, tu che credi di essere al sicuro e ti lasci andare in balia di un mare senza onde, abbassi le difese, sciogli anche le piccole rughe della fronte, accogli il sonno, ristoratore, accogli il sogno, corroborante, ma la pioggia no, lei non ti lascia andare, tiene sempre la tua coscienza a galla, reggendola con la punta delle dita. A volte lascia la sua presa, ma è solo un gioco, poi ti riprende. Come quando si insegna un bimbo piccolo a nuotare, lo si lascia anche, ma solo un secondo. Così arriva il sogno, ma non è il viaggio che dev’essere, è solo un’eco del giorno, dove le ansie non hanno il freno della mente vigile, e qui si moltiplicano all’inverosimile. La pioggia fa come le sirene d’Ulisse che mentono e promettono, senza nessuna corda che le ti lega.
Eppure la pioggia qualcosa ti dà, contropartita delle menzogne, lei ti permette di muovere senza andare. Con il suono, prima ti mostra i tetti, comignoli e lamiere, le loro voci anche di notte. Piano poi ti apre le vie attorno, le strade, le pietre. Infine i palazzi, le altre case e, per miracolo, quelli che ci vivono dentro: tante piccole fiammelle che la pioggia non spegne. Anche quell’uomo che guarda dalla finestra, dietro ad un vetro guarda la pioggia sotto il lampione: è così che trascorre la notte.
Chissà che pensa? Vorrei sapere.
Vorrei sapere se anche lui ha paura, non so, delle strade strette, guidarci.
Questa, in verità, è la mia più grande paura, lo ammetto.
Ammetto anche che non guido benissimo, ma me la cavo. Meno che sulle strade, quelle strette.
Ho una mappa mentale di tutte le strade strette che mi fanno paura.
Al primo posto c’è quella che porta in montagna. Doppia corsia, ma basta appena per una macchina.
Da una parte la roccia. Dall’altra il lago. Curve una dietro l’altra. Tornanti. Gallerie.
Poi c’è la strada che corre sopra la diga. Per non farla allungo anche di molto.
Prima di imboccarla bisogna guardare se dall’altra parte arriva qualcuno, se no, allora bisogna partire veloce e percorrerla nel minor tempo possibile per così evitare di incontrare un’altra macchina nel senso opposto. Se così fosse, uno dei due dovrebbe fare retromarcia, e se toccasse a me, non so se riuscirei a farlo.
Altra strada stretta da paura, quella che porta al mare, lungo i canali solcati dai cascinali abbandonati. Da una parte e dall’altra dell’argine, ripide discese. Quando c’è nebbia, d’inverno, debbo avvicinare il naso al parabrezza e sperare in Dio. Quanta fatica arrivare al mare, anche d’inverno.
Ultima, ma non ultima, una strada che non so neppure bene dov’è. È dispersa nella mia memoria, ma ricordo come è fatta. È un ponte che attraversa un fiume. La strada di per sé non sarebbe neppure tanto stretta, ma ci hanno messo, all’inizio e alla fine del ponte, due grossi cubi di cemento. Credo non volessero far passare i camion. Ma così una macchina ci passa appena. Non ci ho mai guidato. Lo fece mia madre. Neppure lei guidava bene. Una sera di tanti anni fa. Con la sua vecchia macchina. Fragile. C’era la pioggia, come stasera.

 

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“Santo, Allegra e Victoria” – capitolo quinto (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Si deve servire un cliente alla volta, farlo sentire il solo e soprattutto, non giudicare. È troppo facile lasciarsi andare a considerazioni gratuite, come con quest’uomo che sicuramente è un pezzo di merda, ma chi sono io per giudicare? E poi se guardassi me senza sapere, anche di me direi cose non proprio belle, ma forse non sbaglierei poi molto. Cliente ventiquattro, perché sono ventiquattro le cravatte che gli ho vendute, oggi credo che diventerà cliente ventisei, o ventisette se mi va bene, ho per lui in serbo una cravatta speciale, l’ultima volta mi ha portato una foto di una ragazzina nuda, adesso quell’immagine è rifatta nel dentro della cravatta speciale, basta girarla ed eccola, una ninfetta nuda nel risvolto. L’ho riconosciuta subito appena entrata, anche se vestita, quei suoi capelli rossi sono inconfondibili. Il guaio è che è sua figlia, che pezzo di merda! Ma chi sono io per giudicare?
Che bella questa bambina, di solito le cose belle nascono da quelle brutte per renderle ancora più brutte per contrasto. Ne ho fatte due copie della cravatta, una per la mia collezione. Che bella questa bambina che già non è bambina. L’ho accarezzata più volte, la sua pelle deve essere morbida come la seta che tenevo in mano. A forza di toccare una cravatta, questa si sciupa, è un peccato che anche lei venga sciupata da un padre così. Non manca poi molto che lui la rovini, è come se già sapessi tutto, che peccato! Molti miei clienti sono delle merde, ma chi sono io per giudicare? Non manca tanto a quando non avrò più bisogno di loro, appena i miei traffici di diamanti funzioneranno a dovere potrò smettere. Potrò togliere mio fratello da quel deserto e farlo venire qui. Ma questa è un’altra storia, devo rimanere concentrato. Non è facile con questa ragazzina attorno, vorrei toccarla, metterle le mai fra i capelli, baciarla. Forse non direbbe niente. Potrei ricattare il padre: non è tipo da permettersi scandali inutili. Ho ancora la foto che mi ha dato.
Cosa fa ora? Beve dal bicchiere, furbetta. Questo è il momento.

Ti ho visto! Tranquilla, non lo dirò a tuo padre.

Troppo bella l’aria colpevole che finge, è brava la ragazzina, questo è il momento, le accarezzo i capelli, lei guarda in basso, le accarezzo il viso, vorrei non finisse questo momento, le accarezzo il collo, rimani qui, tuo padre non ci vede, le accarezzo l’incavo sopra la clavicola, non dire nulla, le accarezzo il collo pieno di efelidi e pallido, rimani con me, non dire nulla, le accarezzo il seno piccolo sotto il vestito, non dice nulla, mi soffermo sul capezzolo, non dire nulla piccola mia, ti porterò via da lui, non ti merita, non è giusto che sia tuo padre, lo sarò io, sarò anche di più, solo per te, non dire nulla amore mio.

Londra in autunno è sempre uguale, o almeno così pensava Victoria dentro il taxi che la faceva sembrare piccola piccola come Cenerentola nella magica zucca trainata dai grigi topi inglesi della City. Medici, avvocati, operatori di borsa, new economy, web, it, startup: per lei erano tutti uguali, tanti topi dalle unghie sporche, anche se curate come quelle delle donne. Scendendo dal taxi si vide riflessa nella vetrina di un negozio, come al solito si trovò né bella né brutta, malgrado il vestito da sera. Il party era diviso nettamente in due, al piano terra c’erano gli intellettuali e gli artisti alternativi, radical-chic, bohemienne. Con i loro discorsi strampalati e l’idolatria del diverso. Attraverso la scala a chiocciola si arrivava al primo piano, una volta salita non avrebbe più potuto tornare giù, era una regola non scritta che ormai sapeva, una presa di posizione senza ritorno.
Quell’uomo non più giovane con la cravatta rossa stava seduto tutto solo in una poltrona alta due metri a forma di gatto nero di peluche, un’altra creazione strampalata del design strumentale. Il gatto e la volpe, seduta sul gatto, che fumava un sigaro lungo quanto una mano e beveva un raro whisky scozzese invecchiato quanto lui. Non passava inosservato. Lui era qui solo per lei, ma non lo diede a vedere. Lei lo guardò trattenendo a stento una smorfia di disgusto.

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– Dottoressa, che piacere vederla!

Indubbiamente si era rivolto a lei. Lo guardò corrucciando le sopracciglia, cercava di ricordare chi fosse, ma non le venne in mente.

– Non si ricorda di me?

Il primo piano era riservato alla gente che conta, uomini d’affari, professionisti, e tutti quelli che facevano girare i soldi. Non era il suo ambiente, ma quello del suo uomo che pretendeva di esibirla come un trofeo, anche se lei si sentiva tutto tranne che un trofeo.

– Si sieda, le ruberò solo qualche minuto.

Non c’erano altre sedie vicine, lui però aveva battuto la mano sulla sua gamba come si fa con un cane. E lei si sedette su quella gamba, senza imbarazzo, come per dimostrare che non aveva paura di nulla.

– Come sta sua madre?
– Benissimo, come sempre! È un suo amico?
– Lo sono stato. E suo padre?
– Mio padre è morto prima che nascessi. Non è che mi ha confusa con un’altra?
– Suo padre è vivo e vegeto, mi colpisca un fulmine se non è vero.
– Conosceva mio padre?
– Come nessuno!
– E dove sarebbe ora, visto che dice che è vivo.
– In questo momento è nell’unico posto dove vorrebbe essere, assieme all’unica persona con cui vorrebbe stare, e, proprio adesso, le sta per raccontare una storia. Non è facile per lui, deve credermi, ha tante cose da farsi perdonare e non sa da dove iniziare, ma non c’è un modo migliore per farlo, quindi ha scelto quello peggiore, perché uno valeva l’altro.
– Ma lei chi è?
– Santo Van Guss, piacere, sono il miglior amico di suo padre e, se vuole, posso raccontarle la sua storia.

Victoria si alzò e, senza guardarlo negli occhi, prese a sistemarsi il vestito scrollando le briciole immaginarie che ci erano cadute sopra.

– Un’altra volta, mi stanno aspettando. Ma passi dal mio studio, un controllo non le farebbe male, non ha l’aria di uno in salute, forse dovrebbe smettere di bere e fumare, non è mai troppo tardi. E poi dovrebbe… cambiare profumo.

 

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“Il carro” – capitolo secondo (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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In un carro nero trainato da cavalli neri, come si usava un tempo: così ha voluto, era nostalgico lui, e un po’ cafone. Manca solo la banda del paese, che si bagnerebbe, ma non troppo perché questa pioggia stenta a cadere, pare che non ne abbia voglia, quasi fosse costretta. Forse c’è qualcuno che dall’alto piange nel vedere che qui non piange nessuno, ma neanche lui si applica molto: poche gocce distanti come le dita della mano quando lasciavo la mia impronta sulla sabbia, al mare, per gioco. I giochi sono tutti uguali e tutti diversi, come i leoncini che per gioco combattono e da grandi per gioco uccidono. Così i miei giochi innocenti sulla sabbia e poi, più tardi, i giochi meno innocenti di Santo con me. Giocava un po’ troppo Santo nella vita, anche con i suoi amici olandesi ha voluto giocare, saltare troppo la corda, che s’è tesa, come una cravatta col nodo troppo stretto.

La mia vita con Santo mi ricorda quel film, “Lolita” con Jeremy Irons: io sono Lolita, lui Humbert, insieme ci divertivamo. C’è questa scena in cui lui va a prendere lei al campeggio, è appena morta la madre, lei non lo sa ancora, eppure qualcosa intuisce. Lui la prende e insieme se ne vanno con una familiare squadrata con gli interni in legno che andavano in voga anni e anni fa, fatti apposta per far crescere i funghi, come tutte le case americane fatte di legno verniciato di bianco, specialmente quelle lungo le spiagge, palafitte affacciate sull’oceano, non hanno il mare loro, non sanno cos’è, non lo so neanch’io, non lo ricordo più il mare che sapevo di quand’ero piccola e giocavo sulla spiaggia. Nella macchina Humbert è felice come non mai, intravede la possibilità di realizzare il suo sogno di vivere con la ninfetta, come me ora che intravedo la mia nuova vita senza Santo, lei invece è solo felice di andarsene dal campeggio, di lasciare la sua infanzia che le è sempre stata stretta e dà a lui un bacio, con l’apparecchio, con le labbra e la bocca di una bambina, mastica la gomma, ma è il miglior bacio che lui potesse volere. Poi arriva la polizia e li ferma, sembra che tutto possa finire prima ancora che inizi, la legge, l’ordine, le cose come devono essere. Anch’io ora ho paura che qualcuno ci scopra, che qualcuno sappia, e poi lo dica: potrebbe essere quella giovane donna. Finirebbe anche il mio di sogno, prima ancora che inizi, ma come nel film il sogno non finisce, continua, però diventa un incubo.

Oscuri presagi? Tutto dipende da oggi, da quanto credibile possa sembrare il mio dolore, è un conto alla rovescia i cui secondi che passano sono scanditi dagli zoccoli dei cavalli che ci portano lungo la strada piena di svolte, in salita sulla collina fino al cimitero dove vedrò tutti. Vedrò Erik che non devo guardare. Vedrò quella giovane donna che non so chi sia, quella inglese, un medico? Vedrò Santo chiuso dentro la bara, vedrò la bara, la bara che mi ricorderà mio padre, vedrò Lolita che corre irriverente nei vialetti attorno le tombe, vedrò me in lei che sorride strizzando l’occhio, non dovrò ridere. Dovrò tenere ferme tutte le cose, tenerle assieme con dei fili di ferro avvolti nella seta, tenerle salde senza mostrare il ferro che le unisce, loro che vogliono scappare, come voglio scappare io, salire su uno di questi cavalli, scioglierlo dal carro, scappare, liberarne un altro per Erik, perché mi raggiunga, ma solo se davvero lo vuole anche lui. È un destino già scritto che nessuno ha letto, è il volo di una farfalla che non sai dove va perché il vento la porta ovunque. Nabokov studiava le farfalle, Lolita è una farfalla, lo sono anch’io. L’amore effimero di Humert per Lolita è come seguire con gli occhi il volo di una farfalla e, come la vita di una farfalla, dura pochissimo e rimane segnato da questo suo tempo breve.

Santo mi diceva che ero come una farfalla che imparava a dispiegare le ali, e, come in queste sue ali si vedono puntini e occhi colorati, così il mio corpo nudo e bianco porta dipinti tanti puntini che lui seguiva con le dita, ma non si può toccare una farfalla, le si porta via quella sua polvere di stelle che la fa volare, ci si sporca le dita di quella magia rubata. Santo diceva che i riflessi del sole controluce nei miei capelli rossi formano proprio la polvere di stelle, la stessa polvere che anche Erik mi ha rubato, con il suo sudore, con le dita ha grattato via la magia, ne ha fatto grumi sui suoi palmi, come faccio ora io a volare?

Questo viaggio fino al cimitero non ha fine, a piedi andrei più veloce, a piedi cambierei strada, scenderei la valle lungo i pendii ordinati di vigneti. Ci vuole ordine nella vita, che qualcuno dall’alto, invece di piangere, metta ordine nelle cose, così queste sono dritte e noi quaggiù, formiche o farfalle, sappiamo dove andare e non saremmo costrette a fare quello che non avremmo dovuto. Ma lassù non c’è nessuno, o non c’è nessuno a cui frega di quello che succede qui, o che sia in grado di agire, o di capire, e noi rimaniamo soli a fare quello che non avremmo dovuto fare, a fare di tutto per scappare, cambiare, come Lolita, scappare verso una vita che non è la felicità, ma solo un posto lontano dove dimenticare. Ma poi guardandoci indietro un senso alle cose lo si trova. Un senso senza senso, un senso mancato in cui a ogni azione segue inevitabile una conseguenza e questa conseguenza diventa l’azione di quel che viene dopo. Così una cravatta annodata ogni giorno con un nodo diverso, lei, sempre uguale e intrisa di oleandro. L’oleandro ha un profumo bellissimo, così gli dicevo, l’oleandro, respirarlo di giorno in giorno porta alla morte, e ora siamo qui e questa pianta non potrò mai scordarla, ogni volta che la vedo e la vedrò saprò quello che ho fatto. Vorrei andare in un posto dove non cresce, un posto lontano. Domani. Domani ci vado, e per tutta la vita, quella nuova, quella che rimane. Ho con me un sacchetto dentro la tasca, se lo apro brilla, pietruzze, lo apro, lo sporgo fuori dal carro, qualche goccia ci cade, guardandolo ora brilla di più, ora che è bagnato, ma non tanto: sono queste le uniche lacrime di oggi, lacrime di rimpianto e lacrime di gioia. Ne prendo una di lacrima-pietruzza, la lancio fuori che cada sulla strada, non la vedrà nessuno, concimerà la terra, che tutto sa e tutto dimentica.

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“A fior di labbra” – capitolo uno (Patrizia Rossini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

 

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“Zio Santo”, sussurrò Ian Erik Brewer a fior di labbra facendo scorrere lo sguardo dalla bara di mogano marrone scuro, le maniglie arzigogolate color oro, il raso bordato di pizzo color panna delicato e, dentro immobile, pallido e muto, zio Santo.
Un’ombra di sorriso gli attraversò gli occhi scuri perché gli era sempre parsa un’imprecazione. Vaffanculo, pensò rapido e lasciò che i quattro becchini delle pompe funebri gli si affannassero intorno, come diligenti api operaie su un fiore, e salì la scalinata di marmo di Carrara che portava al primo piano, muovendosi col passo sicuro di chi è abituato al luogo.
Oltrepassò la porta della camera da letto della vedova con movimenti appena più felpati, dirigendosi verso quella attigua di zio Santo, parecchi metri più avanti, in quel corridoio dritto e largo come un’autostrada che lui da piccolo si divertiva a percorrere in lunghe scivolate mozzafiato dopo una breve rincorsa e che un arredatore d’interni frocio e sifilitico – e maledetto giornalmente dal personale di servizio – aveva “avvicchito” e “veso avtistico” e “non così pvovinciale” interrompendone la noiosa linearità e di conseguenza le sue scivolate – con altri addobbi, floreali e non. Fu proprio dietro a una di queste moderne interruzioni artistiche, una fusione in bronzo che l’etichetta identificava come l’Estasi di Giovanna d’Arco, e che lui, in sostituzione delle corse sfrenate sabotate, aveva sempre usato come cavallo per correre all’inseguimento delle foglie pendule delle kenthie che ornavano Giovanna e la sua Estasi, che si fermò all’improvviso, vedendo una domestica immobile davanti alla porta di zio Santo.
“Cosa cazzo aspetti?”, sussurrò di nuovo a fior di labbra, “Il permesso di zio Santo di entrare?”,
Invece no, fu la voce di Allegra, la vedova, che rispose e anche quell’idea gli increspò le labbra in un sorrisetto ironico.
“Zio Santo, la Vedova Allegra, cazzo, roba da far vomitare l’arredatore!”.
Così tornò sui suoi passi e si infilò nella sua camera da letto, quella della vedova. La porta che divideva le due stanze era socchiusa e Jan la scorse in piedi davanti allo specchio. Quello che vide non gli piacque. Non gli piacque per niente: troppo scollato il vestito, troppo trasparente, troppo luminoso, troppo felice. Niente a che vedere con la neo vedovanza.
“Perdio! E gli avvoltoi che stavano per arrivare a far finta di piangere su un cadavere ancora caldo li aveva dimenticati quella scema?”
Uscì dalla camera e scese la scalinata. I quattro corvi stavano ancora girando intorno alla cassa affannandosi a far dio-sa-ché, visto che zio Santo era ormai crepato e non aveva più bisogno di niente e si diresse verso il suo studio. Conosceva bene il meccanismo sotto la scrivania che apriva lo scomparto segreto dove zio Santo teneva i contanti e i documenti particolari. Lo conosceva non perché zio Santo gliel’avesse mostrato, ma perché da piccolo, Olagro era stato abile nell’intrufolarsi negli anfratti dello studio, grande come una piazza d’armi, dello zio e a spiarlo quando beveva o fumava di nascosto dalla sua infermiera, o si faceva una sveltina con una delle camerierine, sempre più giovani, sempre più timide.
Lo scomparto si aprì docilmente al tocco delle mani agili di Olagro. Il giovane passò in rassegna il contenuto con uno sguardo veloce. Ignorò i soldi, certo che di lì a poco ne avrebbe avuti a quintalate e si soffermò sui documenti: azioni. Passò oltre. Il dossier su Allegra, già letto. Una busta. Vuota. Perché vuota? Cosa conteneva? Era bianca, neutra, senza indizi utili, quindi inutile perderci tempo, ma l’istinto lo spinse da annusarla. Vecchia abitudine che talvolta gli aveva dato risultati inaspettati. Rivide sua madre che annusava l’involucro di pelle di serpente contenente le sue erbe “miracolose”, quelle che facevano passare il mal di pancia o che lo facevano venire a seconda della necessità e, infastidito, scacciò subito l’immagine: sua madre era un capitolo chiuso e per nulla al mondo l’avrebbe riaperto.
Lasciò perdere la busta e proseguì la sua ricerca. Una cartella con destnatario “Notaio”. Dentro trovò il testamento di zio Santo che ormai conosceva a memoria. Ecco una cosa nuova: una cartella con la scritta “Victoria”. Chi è questa Victoria? Una nuova teenager su cui zio Santo aveva messo gli occhi in attesa di metterci anche le mani? La aprì, ma la trovò vuota, come la busta.
“Che effetto ti ha fatto, zio Santo (che mi sembra sempre un’imprecazione), schiattare prima di riuscirci, eh?”, chiese sarcastico, “Certo che non c’è riuscito!”, si tranquillizzò, “lo saprei se…”.
Dal viale d’accesso giunsero dei sussurri e una sorta di fruscio, come passi che non volessero disturbare sulla ghiaia indiscreta, e ripose pensieri e documenti al loro posto, avvicinandosi velocemente alla finestra.
“Il codazzo di conoscenti e curiosi si sta avvicinando per l’estremo saluto? Che cazzo di fretta hanno? Tanto zio Santo mica scappa. No, è la delegazione di catering che doveva organizzare il rinfresco di stasera per il suo compleanno. Cambio di programma, signori: oggi si festeggia la morte.”
Tornò alla scrivania e sfogliò l’agenda di zio Santo. Pagine fitte d’impegni, ovviamente tutti cifrati. Nelle ultime settimane ricorreva spesso un segno di spunta accanto a diversi numeri di telefono. “Un segno di spunta?”, si chiese, “O una V come Victoria?”.
Prima ancora di rispondersi aveva già la cornetta del telefono in mano, mentre con l’altra componeva il numero. Prima ancora di fare ipotesi, sentì una voce di donna che con accento squisitamente londinese si presentava come Victoria e informava il suo interlocutore di essere momentaneamente assente e lo invitava a lasciare un recapito.
Mentre con la mano sinistra riattaccava, con la destra aprì il cassetto della scrivania e lesse il titolo a caratteri cubitali del Corriere “LONDRA: la misteriosa fine del magnate russo avvelenato con la piantina cinese. Aleksander Perepilichny aveva denunciato i traffici finanziari a Mosca. Un nuovo caso Litvinenko? Alexander Perepilichny e la pianta con cui sarebbe stato avvelenato: il gelsemium elegans. «Vado a correre». Le ultime parole alla moglie.”
Allora il brivido che da qualche minuto gli solleticava il midollo, trapassò ossa, muscoli e nervi e gli esplose dai pori della pelle come un fuoco d’artificio a ripetizione e Ian Erik Brewer incominciò a sudare.

 

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“Non te la racconto la mia storia” di Bruno Barcellan

Non te la racconto la mia storia, non la capiresti.
Anche se ti dicessi tutti i particolari, ma non è colpa tua.
Perché bisogna viverle certe cose.
E poi sono stanco e la mia storia, ormai, mi è venuta a noia.
Appena mi hanno messo qui, dopo il processo, avrei voluto dire a tutti che non era giusto, o almeno che erano troppi gli anni che mi hanno dato. Ma non ci riuscivo, non riuscivo a parlare e neppure a pensare. Speravo sempre che, da un momento all’altro, arrivasse un giudice a dirmi che si erano sbagliati, che potevo uscire, tante scuse e una stretta di mano.
Dopo qualche anno ho smesso di sperarci ed ho ripreso a parlare, non facevo altro a quel tempo. Raccontavo a tutti di quando stavo fuori, era un modo per riviverlo e non dimenticarlo, ed era anche un trucco per non pensare alla vita di ogni giorno in carcere.
Adesso sono tornato a non dire nulla, ma è diverso.
Ad esempio ora sto parlando con te.
Però le mie parole non sono per tutti, bisogna meritarle.
Cosa mi dai in cambio? Sigarette? Un libro? Un bacio?
Mi basta anche un sorriso, mi accontento di poco.
Puoi raccontarmi anche un segreto, che i segreti allungano la vita, anche la mia.
Ed io posso dirtene un po’ dei miei, li ho scoperti, non te lo immagini quante cose s’imparano qui, cose che prima non sapevo e non avrei mai potuto sapere.
Perché qui dentro le persone non sono come fuori, sono diverse, sembrano in coma, ma non è così, quando meno te l’aspetti, tornano vive, più vive di quanto siano mai state.

Un segreto è che c’è un commercio fra noi detenuti, di foto.
Non è quello che credi, ma sono comunque foto di donne.
Sono le foto segnaletiche delle condannate, quelle che stanno nel braccio femminile. Non dirlo a nessuno. Dal vivo non le abbiamo mai viste, ma ognuno ha la sua collezione di foto, come si fa con le figurine degli atleti. Ce le scambiamo, ce le giochiamo, ci sogniamo sopra la notte. Sono solo le facce, non sono bellissime, ma sono vere, per quel che possono. Fanno pensare, fanno pensare ad una vita, non troppo distante dalla nostra, di un cuore di donna, in un corpo di donna, con cui parlare, con cui fare altro, ma almeno sono donne che potrebbero forse capirci, se solo potessero conoscerci.
Ognuno ha la sua preferita e la porta con sé dentro la giacca, dentro il cuore. Perché le persone vere che stanno fuori, o si sono dimenticate di noi, o sono ancora troppo vive per pensare a loro senza rancore o senza dolore.
Per una sigaretta ti mostro la mia donna, la vuoi vedere?
Bella vero, si chiama Manuela, nome inventato, ovviamente, ma ha la faccia da Manuela, io credo.
Ora la metto via, altrimenti si sciupa.
E questo è solo uno dei segreti che conosco. Ce ne sono tanti altri.
Ad esempio ho scoperto che anche noi abbiamo un’anima.
Vuoi sapere come ho fatto? Quando me ne sono accorto?
È stato in una giornata di freddo glaciale, non so di quanto sotto lo zero era andato il termometro.
Ma questo segreto non è gratis, se vuoi conoscerlo devi darmi qualcosa in cambio.
Ecco, mostrami il contenuto della tua borsetta, rovescia tutto sul tavolo.
Si, così. Non deve rimanere nulla dentro. Cos’è quello?

Era una giornata freddissima, malgrado questo eravamo in molti fuori in cortile.
Passeggiavamo, imbottiti di vestiti, sotto un sole limpido che faceva male gli occhi e non scaldava abbastanza. Non parlavamo, non stavamo fermi un attimo, facevamo su e giù veloci e in modo meccanico come giocattoli caricati a molla.
Il fiato ci usciva dal naso e formava una nube grande la metà di noi, poi spariva.
Ad ogni respiro, ad ognuno di noi, si formava questa nube, poi cessava, sembrava che venisse subito risucchiata dentro, assieme all’aria gelida, ogni volta che si inspirava.
Era questa la nostra anima, venuta allo scoperto. Tentava sempre di uscire da noi, ma, legata, tornava dentro. Poi riandava fuori, verso l’alto, verso il cielo dove voleva andare, e poi di nuovo dentro, senza fine. Non aveva pace.
Le nostre anime in pena che volevano fuggire, quel giorno le vidi e da quel giorno so che ci sono.

Anche di un posto voglio raccontarti. Abbiamo qui una palestra dove fare esercizi. Ma non è la palestra che conta, sono le gradinate attorno. Tre file di blocchi di cemento, tre gradini enormi dove ci si siede e si aspetta. Chi arriva per primo si siede e aspetta. È un modo per dire che si è disposti a parlare. Come se fossimo preti pronti per chi vuole.
Chi arriva dopo, o si siede da solo e fa il prete, oppure si mette affianco di qualcuno già seduto e gli fa la sua confessione. Ognuno sceglie il suo prete, ma ogni prete non può scegliere: chi arriva, arriva. Inizialmente si parla del tempo, poi di quel che succede, le novità del momento. È un modo per cominciare. Poi si abbassa la voce. Spesso si sceglie un prete che non si conosce, non direttamente. Sono confidenze gratuite che lasciano il tempo che trovano. Nessuno può parlare in giro di quel che si dice su questi gradini. Di solito i preti sono sempre gli stessi, hanno imparato ad ascoltare, è un’arte che si apprende col tempo. Io sono uno di quelli. Dico poco o niente. Basta un suono per far capire che si è capito. Basta qualcuno che ascolti. Basta buttar fuori quel che si ha dentro. Poi finisce. Come se non ci fosse mai stato.

A volte mi vedo con la mia divisa arancio, ed anche gli altri. Sembriamo tanti monaci del Tibet, e il carcere è un tempio distante da tutto.

Un altro segreto? Ok, per questo non voglio niente in cambio.
Quando uno arriva qui, all’inizio lotta con le sbarre e le prende in mano, spesso le scuote, comunque le stringe forte, con rabbia.
Col tempo, con le sbarre impara a conviverci e non le serra più con i pugni, ma ci fa passare le mani dentro e appoggia i polsi sui ferri orizzontali che le tengono unite a metà altezza. A volte si mettono le mani rivolte verso il basso, questo è un segno di resa, significa che possono fare di te tutto quello che vogliono, non importa. Quando entro nella mia cella non manco mai di guardare, lungo tutto il corridoio, lo stato delle mani appoggiate fuori dalle sbarre. Così capisco la situazione di ognuno. Le mani sono come bandierine segnaletiche dell’umore. Quelle che serrano le sbarre, quelle rivolte verso il basso e quelle che, invece, guardano verso l’alto. Queste sono come le foglie delle piante che vogliono la luce e l’acqua dall’alto, cercano nutrimento, cercano qualcosa.
Solo che siano così girate, io credo, qualcosa l’hanno trovato, malgrado tutto.

Anch’io ho trovato qualcosa, qualcosa che viene da fuori, solo immaginata, ma c’è.

Sai come faccio ad uscire di qui ogni volta che voglio?
Non è facile, ci vuole un sacco di tempo, ma basta aver pazienza.
Fingo di dormire, invece osservo le sbarre della mia cella.
I raggi di sole che arrivano dal lucernario, la mattina, colpiscono le sbarre e fanno tante linee d’ombra sul pavimento, imprigionate come me. Prima sono lunghe, poi, man mano che il sole si muove, diventano sempre più corte fino a che la luce passa per la finestrella della mia cella e così passano dall’altra parte queste ombre e diventano libere. Il trucco è seguirle, immedesimarsi completamente in loro e seguirle, così anch’io riesco a superare, lentamente, le sbarre che mi tengono dentro, fino a quando non mi tengono più, ed io sono fuori, finalmente fuori, dove posso andare dove voglio.
Ok, è solo un’illusione la mia, ma a me basta, mi basta l’idea.
Non lo so cosa farei se potessi uscire, forse andrei in un bosco, o in cima ad una montagna, o nuoterei nell’oceano con le onde così alte che nessuno avrebbe il coraggio di fare il bagno, ma io si, io non avrei paura, so che lo farei, a costo anche della vita.
Perché a volte penso che non è vita questa, mi capita quando sono proprio giù, a volte succede.
Ma sono forte io, non ti preoccupare, poi mi riprendo sempre.
Ti preoccuperesti poi, tu, per me?
Quando questa sera tornerai a casa, al tuo letto che si può chiamare letto, ti preoccuperai tu per me? Dopo tutto quello che ti ho detto, sarei qualcosa per te, qualcuno? Qualcuno per cui preoccuparsi? E non solo una storia, un articolo?
Dimmi che è così, anche se non è vero.

 

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