“Discendenza di Caino” di Marcello Rizza

Calmati Ada. Smettila di tremare e risparmiami gli strali contro nostro marito. Lamech non cambierà mai”.

Era da un po’ che stavano sedute sotto l’albero nella radura dei Strìgon, faceva molto caldo. Ada sapeva che Zilla, incurante dei rovi, delle pietre affilate nascoste entro il percorso e delle dicerie, raccoglieva le erbe medicinali in quel luogo evitato da tutti. Si mormorava che nella radura inquietanti creature nate da invocazioni pagane ballassero nude al chiaro di luna all’interno del cerchio delle Dodici Sorelle. Armata di un bastone per allontanare qualsiasi pericolo capace di respirare, ferendosi più volte i piedi scalzi si era fin li inerpicata, aveva finalmente raggiunto la sua confidente, doveva sfogarsi.

Non ti ho seguita fin qui per tacere. Ha voluto raccontarmi, anche nei dettagli più cruenti, nel mentre che m’insozzava di seme, come ha torturato e ucciso il contadino che, difendendosi, l’ha ferito a un braccio. Sa che non sopporto le sue sconce vanterie, sa che poi piango quando scendo al fiume a lavarmi dal puzzo e dalle bave”.

Zilla, appoggiata all’albero, con le gambe larghe a far entrare un po’ d’aria sotto la lunga veste, ribatteva mostrando apatia e provando insofferenza.

Non posso farmi carico del dolore di chiunque, nemmeno del tuo, Ada. Son già morta di tutta la pietà che ho provato per i miei cari. Ho ancora vivido il ricordo di quando nostro marito mi ha rapita. Bambina com’ero, vedevo il sangue delle persone per la prima volta. Erano ossa della mia schiatta che sentivo fare a pezzi, sangue del mio sangue che schizzava a ogni colpo di clava inferto. Perché ancora parlarne? Non serve a niente”.

Non provarci Zilla, dividiamo lo stesso riparo, la stessa prigione. Sai bene che avevo solo nove autunni quando allenava le sue reni con me e le altre piccole del villaggio sconfitto di Maehl. Mi ha preso in moglie perché recalcitravo e vomitavo sulla sua barba sudicia. Sono ancora viva perché ho smesso di scalciare, perché scruta nei miei occhi l’odiosa rassegnazione, del mio odio si nutre, ci si eccita”.

Non poteva sottrarsi, Ada era confusa, non sapeva cosa fare mentre lei già covava qualcosa.

Stamattina era già ubriaco, sta finendo il vino. Presto non avremo più aceto per preparare gli unguenti”.

Non gli importa dei suoi uomini feriti, dei medicamenti per guarirli”, disse subito Ada, “quando i guerrieri feriti in battaglia soffrono li uccide, a suo dire per pietà, perché proviene dalla gloriosa stirpe di Caino. Provengo dalla tribù di Adamo, tanto orgoglio non posso tramandarlo ai miei figli”.

I figli, maledizione. I maschietti erano già piccole carogne, piccoli Lamech, Zilla li avrebbe anche affogati se avesse potuto, non avrebbe pianto per il sangue del suo sangue.

Ho sentito raccontare di Caino durante la funzione, di come è nato il mondo e come è morto il fratello”.

Maehl era buono e, da ciò che tramandava, Caino emergeva più come una figura triste e dannata, anziché crudele. Ho nostalgia del villaggio natio, Zilla, dei verdi colli che lo circondavano. In quella comunità la legge di Dio era nei sospiri e nei sorrisi della gente che Lamech ha sterminato. Maehl era padre, marito, pastore, infermiere e officiante”.

Ada, ho caldo, sono stanca. Mi hai fatto sedere qui per parlare di persone che non ci sono più”.

No, Zilla. Ti ho messo all’ombra a riposare e a persuaderti che il vino per i medicamenti è più importante e santo di nostro marito e delle sue sconcezze. La mia Sadha ha già cinque primavere e la tua bimba gioca con lei. Presto, sarà Lamech a giocare con loro”.

Ada non vide la luce nello sguardo di Zilla, voltata verso la composizione di pietre che componeva il cerchio delle Dodici Sorelle.

Lo so, ci penso da tempo. Ma stai arrivando a ciò che va pensato e fatto, che non va discusso. Non andare oltre con la tua lingua, non propormi congiure. Di erbe ce ne sono tante nel prato, e qualcuna di quelle che l’altra mattina ti ho visto mettere guardinga nella sacca l’ho raccolta anch’io”.

Zilla non vide la luce dello sguardo di Ada, non ne aveva bisogno. Ada ora sapeva che poteva farlo, che non sarebbe stata sola.

Ci saranno da preparare i fuochi per la cerimonia funebre, dovremo cucire tuniche grigie per i bambini. Ci sarà molto da fare”.

 

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“Caino” di Marcello Rizza

Sì, lo so. Non ho titolo per ragionare di fino, sono quello con la vanga in famiglia, ma con te che sei morto posso anche permettermelo. Sto trapassando, disteso nel giaciglio, preda di tumori grossi come patate che sporgono sotto pelle, vecchio e sotto l’effetto di quei funghi che già ti ho fatto conoscere. Non sono un grande pensatore, ma quell’ignorante del nostro genitore, che biascicava ciance alla volta della silente roccia, che ci costringeva a spellarci le ginocchia cinque volte al giorno, era forse un sacerdote? Pontificava mentre ci batteva col bastone perché rispettassimo l’Altissimo così assente, perché ne seguissimo i precetti. Già prima di ucciderti, poco prima, ho cominciato a pormi domande sulla Sua religione violenta. L’offerta del prodotto dei campi costata sudore e vesciche non aveva alcun valore, meglio un sacrificio con budella sanguinolente quanto prima dimora d’insetti e cibo per animali saprofagi. Mi hai spiegato il rito, fratello, ho ben chiare le tue parole: “Prima di abbattere un capo lo accarezzo e lo abbraccio, gli spiego che deve nutrirci e lo benedico per il suo sacrificio. Prego Dio affinché renda la lama pietosa e la pietra decisa. Le viscere dell’animale poi le affido ai piedi della sacra rupe, offerte al Signore”. Che rito assurdo, senza alcuna parvenza d’orgoglio di razza, mettere ai piedi dell’altare viscere sanguinose e inutili di un’inerme pecora, ivi inginocchiarsi. Dio si onora in piedi, decisi nella voce, fieri a mostrargli il petto forte! A Dio si offre carne strappata in combattimento, scalpo e genitali del guerriero sconfitto! Sei sempre stato così diverso da me. Ti ricordo e so che l’amore può appartenere all’uomo, forse anche a me che sono il maledetto nella storia dell’uomo, non certo a Dio. L’amore ti è proprio, sei riuscito a rendere poetico e necessario il dolore e l’abbandono di una vita animale, per una divinità non diversa dalle altre nel chiedere sacrifici di sangue. Anche gli incivili che vivono la sponda opposta dell’Eufrate sacrificano vite ai loro troppi Dei, come se un Dio non fosse già tanto, troppo. Il nostro Dio, fratello, è andato oltre il sacrificio di uomini e bestie innocenti, ha alzato l’asticella col fardello del libero arbitrio e la crudele inibizione ai frutti della conoscenza del bene e del male. Ignoranti e liberi di dannarci, altrimenti egoisti e liberi di salvarci ignorando l’altrui dolore. Ti penso ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fratello, mentre vango, mentre mangio, mentre mi curo la ferita al volto che non si è mai rimarginata. Quel giorno ha anche nevicato, come faccio a scordarlo? Non avevo mai visto la neve, mai più l’ho vista e mai vedrò il mare, lo so perché sto morendo, perché sto per raggiungerti. Cos’altro potevo fare? Il morso di quella belva aveva imputridito la carne, soffrivi in maniera indicibile da giorni. I funghi che ti facevo masticare ti davano sollievo solamente per una o due ore, poi tornavi a urlare, stremato ad urlare anche solo con sguardi. Il vecchio piangeva, mamma piangeva, nessuno faceva nulla. E io vivevo la condanna dell’assenza di Dio e del libero arbitrio. Ero libero di farti smettere di soffrire, mi condannavo a essere il peggiore degli uomini, a Dio sarebbe bastato un battito di ciglia per guarirti. Mi hai supplicato: “Fai qualcosa, fallo!”, sapevi di cosa ero capace, che avrei fatto un gesto che ha a che fare col mio modo di amare, che riguarda il mio concetto di pietà, ci contavi. Volevi smettere di soffrire, poco importava delle conseguenze che avrei dovuto patire. Non ti ho mai amato così tanto come quando ti ho fatto masticare una manciata dei miei funghi, mentre ti ho accarezzato e ho scorto nel tuo sguardo ancora intelligente che mi ringraziavi. Ricordo che ti ho baciato sulla bocca, che ho agito con lama pietosa e pietra decisa. Ho pensato alla possibilità di sacrificare un agnello perché ti potesse fare compagnia sull’altare del sacrificio. Non lo feci. Mi ersi con fierezza, guardando oltre l’altare, nell’atto che significava tanto assunzione di responsabilità quanto sfida al Divino, mi scavai il naso con la lama non più pietosa. Sanguinante raccolsi il fardello che conteneva anche i dolori della carne e dello spirito, me ne andai per sempre col volto sfigurato, col segno di Caino.

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