“Scegliere” di Jlenia adain Rodolfi

Prese a correre a rotta di collo giù per la strada. Le braccia lunghe che mulinavano per mantenere l’equilibrio gli davano un aspetto grottesco. La bocca era spalancata e incamerava aria senza sosta, gli occhi sembravano più grandi sotto l’ampia fronte scoperta, i capelli lunghi in assetto aerodinamico. Le porte gli sfilavano accanto come in una pellicola di scarsa qualità, non ne distingueva i colori e faticava e capire dove fosse esattamente a causa dell’accelerazione presa. Sentì una fitta al fianco destro, il respiro era grosso e il sole lo accecava; continuò a correre comunque. Mancava poco.

La moka era sul fuoco e aveva indossato la vestaglia da casa di pile, quella che metteva in evidenza il suo fisico rotondo: sua madre le diceva sempre che così non avrebbe attratto nessun uomo. Era dimostrabile che non li attraeva comunque e la giornata di oggi ne era la prova. Con uno scatto afferrò il mollettone di plastica gialla e con le dita corte dalle unghie ben curate pinzò i capelli alla Desperate Housewives: tanto era lo stesso. Riempì la tazza e si accovacciò sul divano portando i piedi piccoli vicino al corpo. Era sicura che sarebbe successo: aveva fatto troppa pressione forse, era necessario però dare una svolta alla situazione, o no? Certo, avrebbe potuto tacere e aspettare come avrebbe voluto sua madre, ma non credeva più fosse la scelta giusta. Alla fine aveva deciso: era di nuovo sola. Quella parola le faceva salire le lacrime agli occhi di solito, non questa volta. Marco non era stato attento al loro rapporto, lo aveva sempre considerato secondario rispetto alle altre cose, così le chiamava lui. Come quella volta che per il suo compleanno se ne era andato alla partita con gli amici o quando a San Silvestro aveva prenotato un viaggio per sé e il suo migliore amico ad Amsterdam.

Scusa, ma me lo dici adesso?”, Livia era rimasta impalata alla notizia della partenza, tuttavia le scappò un sogghigno, “Mancano 3 giorni all’ultimo dell’anno! Sarebbe questa la sorpresa che preparavi?”.

Marco sembrava un angelo, era ferito per il suo egoismo e per la scenata che stava facendo: “E’ una occasione. Non potevo dire di no, staremo insieme alla Befana”, detto ciò l’aveva tratta a sé in un abbraccio irruento baciandole il naso, occhi negli occhi.

Diede una botta al cuscinone rosso accanto a lei e cacciò un urlo esasperato: “Cazzo! Cazzo! Cazzo!”. Appoggiò i piedi sul pavimento freddo lasciando la tazza sul tavolino accanto al divano; si fiondò in camera e aprì l’armadio con foga. Indossò velocemente collant neri, minigonna di jeans e una maglietta scollata che le valorizzava il seno; scelse con cura un foulard colorato da mettere attorno alle spalle e infilò i suoi stivali preferiti. “Michela? Ciao tesoro, che ne dici di un caffè in centro? Subito subito, parto ora”. Scese le scale dopo essersi truccata e aver pettinato per bene i capelli. L’aria fuori era primaverile e il sole splendeva; Livia con passo sicuro si diresse verso il centro.

Ecco la casa finalmente: si avvicinò ansante al citofono e senza aspettare di riprendere fiato suonò il campanello: Campanari Livia. Attese. Suonò nuovamente. Nessuna risposta. Si girò su se stesso, incredulo e ancora ansante. L’aveva sempre trovata in casa, ogni volta che era arrabbiata. Stavolta gli era sembrato tutto diverso: sentire la sua voce al telefono, calma e determinata, non gli aveva permesso di sfoderare le sue solite armi. Stavolta era diverso: non aveva potuto abbracciarla e sorriderle come sapeva fare lui. Questo serviva, sarebbe passato più tardi. Si, più tardi.

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“Caino” di Marcello Rizza

Sì, lo so. Non ho titolo per ragionare di fino, sono quello con la vanga in famiglia, ma con te che sei morto posso anche permettermelo. Sto trapassando, disteso nel giaciglio, preda di tumori grossi come patate che sporgono sotto pelle, vecchio e sotto l’effetto di quei funghi che già ti ho fatto conoscere. Non sono un grande pensatore, ma quell’ignorante del nostro genitore, che biascicava ciance alla volta della silente roccia, che ci costringeva a spellarci le ginocchia cinque volte al giorno, era forse un sacerdote? Pontificava mentre ci batteva col bastone perché rispettassimo l’Altissimo così assente, perché ne seguissimo i precetti. Già prima di ucciderti, poco prima, ho cominciato a pormi domande sulla Sua religione violenta. L’offerta del prodotto dei campi costata sudore e vesciche non aveva alcun valore, meglio un sacrificio con budella sanguinolente quanto prima dimora d’insetti e cibo per animali saprofagi. Mi hai spiegato il rito, fratello, ho ben chiare le tue parole: “Prima di abbattere un capo lo accarezzo e lo abbraccio, gli spiego che deve nutrirci e lo benedico per il suo sacrificio. Prego Dio affinché renda la lama pietosa e la pietra decisa. Le viscere dell’animale poi le affido ai piedi della sacra rupe, offerte al Signore”. Che rito assurdo, senza alcuna parvenza d’orgoglio di razza, mettere ai piedi dell’altare viscere sanguinose e inutili di un’inerme pecora, ivi inginocchiarsi. Dio si onora in piedi, decisi nella voce, fieri a mostrargli il petto forte! A Dio si offre carne strappata in combattimento, scalpo e genitali del guerriero sconfitto! Sei sempre stato così diverso da me. Ti ricordo e so che l’amore può appartenere all’uomo, forse anche a me che sono il maledetto nella storia dell’uomo, non certo a Dio. L’amore ti è proprio, sei riuscito a rendere poetico e necessario il dolore e l’abbandono di una vita animale, per una divinità non diversa dalle altre nel chiedere sacrifici di sangue. Anche gli incivili che vivono la sponda opposta dell’Eufrate sacrificano vite ai loro troppi Dei, come se un Dio non fosse già tanto, troppo. Il nostro Dio, fratello, è andato oltre il sacrificio di uomini e bestie innocenti, ha alzato l’asticella col fardello del libero arbitrio e la crudele inibizione ai frutti della conoscenza del bene e del male. Ignoranti e liberi di dannarci, altrimenti egoisti e liberi di salvarci ignorando l’altrui dolore. Ti penso ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fratello, mentre vango, mentre mangio, mentre mi curo la ferita al volto che non si è mai rimarginata. Quel giorno ha anche nevicato, come faccio a scordarlo? Non avevo mai visto la neve, mai più l’ho vista e mai vedrò il mare, lo so perché sto morendo, perché sto per raggiungerti. Cos’altro potevo fare? Il morso di quella belva aveva imputridito la carne, soffrivi in maniera indicibile da giorni. I funghi che ti facevo masticare ti davano sollievo solamente per una o due ore, poi tornavi a urlare, stremato ad urlare anche solo con sguardi. Il vecchio piangeva, mamma piangeva, nessuno faceva nulla. E io vivevo la condanna dell’assenza di Dio e del libero arbitrio. Ero libero di farti smettere di soffrire, mi condannavo a essere il peggiore degli uomini, a Dio sarebbe bastato un battito di ciglia per guarirti. Mi hai supplicato: “Fai qualcosa, fallo!”, sapevi di cosa ero capace, che avrei fatto un gesto che ha a che fare col mio modo di amare, che riguarda il mio concetto di pietà, ci contavi. Volevi smettere di soffrire, poco importava delle conseguenze che avrei dovuto patire. Non ti ho mai amato così tanto come quando ti ho fatto masticare una manciata dei miei funghi, mentre ti ho accarezzato e ho scorto nel tuo sguardo ancora intelligente che mi ringraziavi. Ricordo che ti ho baciato sulla bocca, che ho agito con lama pietosa e pietra decisa. Ho pensato alla possibilità di sacrificare un agnello perché ti potesse fare compagnia sull’altare del sacrificio. Non lo feci. Mi ersi con fierezza, guardando oltre l’altare, nell’atto che significava tanto assunzione di responsabilità quanto sfida al Divino, mi scavai il naso con la lama non più pietosa. Sanguinante raccolsi il fardello che conteneva anche i dolori della carne e dello spirito, me ne andai per sempre col volto sfigurato, col segno di Caino.

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“Libero arbitrio” di Raffaella Tavernini

Perché non mi risponde? Le è successo qualcosa, ne sono sicura… ”

Patrizia era ormai in preda all’angoscia, da almeno un’ora stava cercando di rintracciare la figlia Elena, che doveva rincasare dopo una gita a Verona in compagnia dell’amica del cuore Maria Chiara. Elena non aveva risposto né ai messaggi dal tono ancora pacato né alle telefonate che avevano squillato un numero imprecisato di volte. Dopo aver cercato inutilmente anche Maria Chiara, Patrizia aveva telefonato direttamente a casa dell’amica della figlia e aveva risposto il padre: “No, Maria Chiara oggi è andata in piscina. Non preoccuparti, Patrizia. È al piano di sotto, ti faccio chiamare appena sale”.

Ma non potevi farti gli affari tuoi papà? È da un’ora che sto cercando di evitarla non rispondendo al cellulare”, lo aggredì sua figlia appena fu messa al corrente della situazione.

Posso sapere perché non vuoi parlare con Patrizia?”

Ma sì, papà”, aveva risposto Maria Chiara, “sai che a casa sua non le lasciano fare mai nulla. Elena voleva andare a Treviso a trovare il suo ragazzo, quello di Brunico, ma ha pensato bene di raccontare una bugia ai suoi coinvolgendo anche me. Adesso io non so cosa fare, se dico la verità Elena mi catalogherà fra i traditori.”

Il padre le aveva semplicemente risposto: “Scegli tu amore cosa ti sembra giusto o sbagliato. Sei in grado di farlo”.

Maria Chiara si era chiusa in camera sua. Accidenti, pensava, ma perché non ho anche io una di quelle famiglie classiche? Con un papà che decida al posto mio cosa sia giusto o sbagliato?

Ho fiducia in te e nelle tue scelte”, glielo ripeteva sempre, ogni volta che si trovava davanti a un dilemma morale e una decisione doveva essere presa.

A dire il vero la ragazza era estremamente gratificata da tutta quella fiducia, in particolar modo quando le amiche le raccontavano dei genitori molto severi, che volevano decidere persino il colore delle scarpe al posto loro. Sapeva quasi sempre quale fosse la cosa giusta da fare, ma a volte le sembrava ingiusto non poter commettere quelle follie tipiche della sua età. A volte non le sarebbe dispiaciuto avere a disposizione una specie di scorciatoia per una decisione del padre presa al posto suo. Questa era una di quelle volte. Maria Chiara sapeva di non avere scelta, che la cosa giusta era raccontare la verità, se Elena non l’avesse capito forse avrebbe dovuto rivalutare la loro amicizia.

Signora, oggi io non ero a Verona con Elena. Elena è andata a Trieste dal suo ragazzo, quello conosciuto durante la nostra settimana bianca a Brunico. Le mando il numero dei suoi genitori. Stia tranquilla, Elena mi ha mandato un messaggio oggi alle sei, sta bene.”

Il padre di Maria Chiara era seduto sul divano fingendo di essere assorto nel canonico cruciverba settimanale. Quando la figlia terminò la telefonata si alzò, andò in bagno e, dopo essere sicuro di aver ben chiuso la porta, fece con il braccio destro un gesto di vittoria e si lanciò in qualche passo di un balletto piuttosto ridicolo. Anche questa volta Maria Chiara aveva fatto la scelta giusta, ma quanto è difficile voler essere un genitore che non interviene nelle decisioni dei figli.

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“Vita o non vita” di Alessandro Tondini

Marco abitava in un piccolo appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Dal suo soggiorno vedeva solo i tetti degli altri edifici e nessun essere umano, aveva scelto di trasferirsi lì solo per quello. Quando tornava a casa si sedeva accanto alla finestra e stava ore a osservare quel paesaggio abitato solo da uccelli e da qualche sporadico gatto. Un mondo privo di frenesia, quieto e rassicurante. Era la sua medicina. Quella mattina però il rimedio non bastava più. Aveva oltrepassato il limite della sopportazione e l’odio verso se stesso si era fatto definitivo. Gli mancava solo una briciola di coraggio per farla finita e nel cupo interludio tra l’essere e il non essere gli venne in mente la conversazione del giorno prima con Rita.

Hai mai pensato di fare un salto di qualità?”

Cosa vuoi dire Marco?”

Dai che hai capito, un salto nel vuoto, un volo nell’aldilà”

Sì avevo capito, ma speravo di no”

Andarsene finalmente da qui e smettere di soffrire, è per questo che lo chiamo salto di qualità”

E se poi non è veramente finita? Se ti tocca soffrire ancora o di più? Magari l’inferno esiste veramente, chi può dirlo”

Ahahah, l’inferno. Vivere è l’inferno. Morire può essere solo la liberazione”

Senti Marco, non mi piacciono questi discorsi, dovresti farti aiutare da qualcuno, perché non torni dallo psicologo?”

Perché non mi è servito a niente e perché nessuno mi può aiutare, ormai”

Tu non hai mai provato a chiedere aiuto. Nemmeno a me. Ti limiti solo a fare oscuri ragionamenti. Provaci una volta e vedrai che la risposta ti arriverà. A me è successo, lo sai”

Sì, quella storia dell’angelo. Me la ricordo, ma io non credo agli angeli, non credo a niente”

Dammi retta Marco, fai un tentativo. Io ti voglio bene e non ti voglio perdere”

Grazie Rita, ma la mia pazienza è finita. Ho sopportato me stesso fino ad oggi, non credo di poter reggere altri giorni insieme a me”

Marco, ti chiedo solo di fare un tentativo”

Ciao Rita, adesso vado. Se non ci vedessimo più, sappi che sei l’unica persona alla quale ho voluto un po’ di bene”.

Chiedere aiuto”, pensò, mentre osservava il fumo di un comignolo che veniva disintegrato dalle folate di vento, “ormai non posso più andare avanti così. Ho la bottiglietta di sonnifero ancora intera, me la scolo tutta insieme al cognac che mi è rimasto e via. Mi ubriaco e muoio, così magari arrivo dall’altra parte tutto allegro”, nonostante la sua disperazione riusciva ancora a fare dello humour.

“E va bene, facciamo una prova”, prese il boccale per la birra, ci versò il sonnifero e mezza bottiglia di Vecchia Romagna. Rimase a guardare l’intruglio letale e si decise.

Ho bisogno d’aiuto, se qualcuno mi sente mi dia un segnale, faccia qualcosa!”, disse a voce alta, Aspetto mezz’ora, poi me lo bevo tutto”.

Si sedette sulla poltrona e si mise a fissare la porta d’entrata con uno sguardo pieno di sfida e disperazione. Sulla parete l’orologio segnava le undici. Ore undici e cinque, niente. Undici e dieci, niente. Undici e quindici, niente. Marco si girò rassegnato a guardare il boccale. Alle undici e diciassette lo squillo del campanello lo fece trasalire.

“Ma chi può essere!”, si avventò sul citofono, “Chi è?”, pronunciò con un grido tremolante.

Sono Sartori.”

Sì, un attimo”, era sconvolto, giù di sotto c’era Angelo Sartori, il suo padrone di casa. Era venuto a pretendere i sei mesi di affitto che Marco non gli aveva ancora pagato. L’ultima volta glielo aveva detto: “Ancora un mese e perdo la pazienza!”.

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“Vocazione” di Jlenia adain Rodolfi

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi che faccia?”, il ragazzo si inginocchiò a terra e nascose il volto tra le mani. La luce del mattino filtrava appena dalle finestre decorate e l’aria attorno era fresca e pulita. Alzò la testa, le sue occhiaie erano più scure di prima; restò così, inginocchiato sul marmo rosa con lo sguardo rivolto verso il crocifisso finché dalla porta laterale entrò Frate Nanni.

Simone, sei in preghiera. Ti lascio solo”, la voce era calma e, come per un incantesimo, i pugni da ore stretti del giovane si aprirono: “No, Padre, resti”.

Che occhi scuri”.

Padre…” cominciò Simone di slancio, ma poi si fermò come se avesse perso il fiato “Non sono sicuro che possa capire”.

Neppure io. Tu prova”, il suo sorriso si allargò agli occhi e le rughe si fecero profonde sulla pelle scura.

Ho così tante domande e dubbi!”

Quanti ne aveva incontrati di quei ragazzi. Arrivavano lì in seminario e credevano di trovare tutte le risposte; era stato uno di loro quasi cinquant’anni prima e in qualche modo, si sentiva simile a loro anche ora. In fondo aveva ancora dubbi, diversi forse, più articolati magari, ma sempre dubbi; li teneva stretti a sé e si guardava bene dal lasciarli trasformare in certezze. Perché le certezze inaridiscono, diceva sua madre, e di chi ha troppe certezze bisogna aver paura, diceva suo padre; lui lo aveva imparato e quando era giunto in seminario col suo carico di dubbi, benché spaventato, si sentiva sulla strada giusta. C’era voluto poco perché cambiasse idea: in quel luogo sembravano tutti prossimi alla santità, mentre lui faticava ad alzarsi alle quattro ogni mattina, non gli piaceva camminare coi sandali senza calze, aveva freddo e perfino lo scaldino a braci nel letto era vietato. Non sapeva neppure più parlare con Dio da quando si trovava tra quelle mura. Ogni giorno meditava di scappare e si arrabbiava davanti a quel crocifisso, lo prendeva a parolacce qualche volta e dopo, pieno di sensi di colpa, correndo al limitare degli orti rompeva il silenzio urlando verso il bosco. Una mattina, dopo l’ennesima notte insonne, si ritrovò sullo stesso pavimento dove ora trovava Simone, stanco di quella vita che prima aveva desiderato. Mentre stava rivolgendo le stesse domande di Simone al Crocifisso, venne avvicinato da Frate Pa’.

Che occhi scuri”

Padre, non sono sicuro che possa capire.”

Neppure io, ma tu prova.”

Ho domande a cui non riesco a dare risposte. E dubbi, oh, quanti dubbi ho… ”

Frate Pa’ aveva sorriso e, tirandolo su dal pavimento, aveva levato la polvere dal suo saio: “Chiedete e vi sarà dato. Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto”, dicendo questo Frate Pa’ aveva rivolto lo sguardo al Crocifisso, “tu chiedi, ma non aspetti la risposta. Cerchi, ma poi ti allontani dal luogo della ricerca. Bussi, ma te ne vai prima che venga aperto. Ci vuole tempo. Ogni cosa arriva nel momento giusto, anche le risposte alle domande più complicate o ai dubbi più atroci. Ma se scappi, ogni volta, prima che arrivi la risposta, non otterrai nulla se non frustrazione”.

Dette quelle parole Frate Pa’ aveva preso tra le mani la corda intorno alla vita di Nanni: “Sai come si chiama questa? La cintura che indossi è la Pazienza, ci ricorda che l’unico tempo da rispettare è quello divino”.

Da allora Frate Nanni era andato ogni giorno davanti a quel crocifisso a porre le sue domande, aveva lavorato e accolto quella vita scelta: aveva atteso che le risposte arrivassero, senza smettere di vivere il suo presente.

Adesso, davanti a Simone, sorrise e quasi divertito gli prese la corda intorno alla vita dicendo con tono burbero: “Sai come si chiama questa?”.

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“Alla finestra” di Marcello Rizza

Affacciata alla finestra, osservava dal trentaseiesimo piano la caotica calca delle 12.15. Lungo l’arteria le autovetture col semaforo verde erano quasi ferme, sul marciapiede s’incrociavano e scontravano indifferenti migliaia di umani. La fiumana, in un inutile muoversi senza senso, coi rumori e il puzzo combinato di sudore, cibo da strada, tubi di scarico e natura marcescente, non l’avrebbero distratta. C’era un problema contabile, bisognava risolverlo. Chiudendo la finestra del suo ufficio insonorizzato fece tremare il vaso dei fiori appassiti sulla balaustra all’esterno, non aveva mai avuto il pollice verde. Andò alla scrivania. Su uno dei due monitor vi era ancora la fotografia di quel maledetto bracciante etiope, tutte le informazioni che lo riguardavano erano contenute in un file d’incredibile e inservibile dimensione. Mai che questo problema si presentasse con qualche personaggio interessante: guerrieri, matematici, artisti. Quell’anonimo agricoltore sarebbe già dovuto morire di stenti e fame ventidue giorni, 4 ore e quattro secondi fa, per questo gli uffici dell’ottantaquattresimo piano avevano ideato la carestia nel paese africano. Dovevano mancare 27.529 umani, ne sono morti solamente 27.528. Appena accortasi del problema aveva subito informato le persone addette negli uffici competenti, quelli che la giudicano petulante e puntigliosa. Che la pensassero come volessero, lei è una ragioniera, la contabilità è una sua responsabilità. Da subito le dissero di avere pazienza, che il problema sarebbe stato risolto. Non era stato risolto nulla, era ancora vivo, dannazione! Il problema non è mai stato nei grandi numeri, le macrodinamiche sono una certezza. Quando lo staff dell’ottantaquattresimo piano aveva pensato al meteorite sapeva bene che tutti i dinosauri si sarebbero estinti. La guerra ad hoc che mischiava interessi e religioni aveva già ucciso il dieci percento della popolazione siriana, altri sarebbero morti e già si sapeva il conto preciso. Eppure leoni, formiche e dinosauri non hanno mai creato problemi di alcun tipo, quando giungeva la loro ora morivano e lo facevano così come era stato predeterminato. Nei 560.000.000 di persone che muoiono, in media in dieci anni, capitano due o tre umani insignificanti, ora anche un contadino etiope, che fanno sballare la contabilità. Quei gran cervelloni del quarantaduesimo piano avevano analizzato ogni evoluzione possibile riguardo questo fenomeno. Non avendo elaborato alcuna formula scientifica l’avevano risolta filosofeggiando, appropriandosi del difetto genetico dell’uomo, imputando l’anomalia a fattori emotivi che, non si sa come, influiscono sullo spazio-tempo. Più o meno la stessa risposta di tre anni prima, quando un cucciolo d’uomo tedesco non era morto sotto il camion. Quei gran cervelloni avevano supposto che l’anomalia fosse stata generata dall’insolito attaccamento del soggetto a un ritaglio di giornale con la fotografia di un astronauta che teneva dentro una scatola di latta sotto il letto. Si, ma era agosto e c’era tutto il tempo per sistemare la faccenda e far quadrare i conti, non come in quel momento, che andava chiusa la contabilità. Quegli inutili scalda sedie le avevano ritrasmesso il file aggiornato con speculazioni che nulla avevano a che fare con la partita doppia, col dare/avere, con entrate e uscite. Quel contadino etiope aveva influito sullo spazio tempo a causa di un seme di melone che custodiva da quarantasei anni dentro una vecchia lattina verde scuro con scritto “Bully Beef”. Un seme di melone! Si voltò a guardare la scheda sul secondo monitor, la fotografia di un’umana di 5 anni. Sarebbe dovuta morire fra 82 anni, un banalissimo raffreddore con esiziali complicanze. Guardò l’orologio, quella bambina inseguendo il cagnolino sarebbe passata sul marciapiedi sotto il suo ufficio tra 56 secondi. Con calma andò alla finestra, l’aprì e spinse il vaso di fiori appassiti fino a farlo cadere, poi richiuse la finestra. Andò al pc e schiacciò il tasto delete cancellando il file della piccola umana. I conti erano tornati in ordine, il consiglio d’amministrazione, quelli con la puzza sotto il naso del novantanovesimo piano, non avrebbero potuto muovergli alcun appunto.

 

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“L’attesa” di Raffaella Tavernini

Camelia attendeva quel mercoledì 27 settembre con un sentimento confuso di ansia, gioia, impazienza ed entusiasmo almeno da un mese, cioè da quando su Facebook aveva conosciuto Luca, che poi aveva scoperto chiamarsi Andrea. Attraverso amicizie comuni avevano iniziato una conversazione privata, sempre più fitta, nel mondo virtuale dei social network. Camelia, però, credeva alla realtà dei fatti e Andrea alla prima occasione le aveva proposto di incontrarsi di persona. Di ritorno da una conferenza a Venezia si sarebbe fermato alla stazione di Verona, alle 13.00 del 27 settembre.

Dopo la solita serie di questioni tipicamente femminili – come mi pettino? E il rossetto? Rosso farà poco seria? Tacco o raso terra? Calzoni o gonna? – Camelia si era presentata con un certo anticipo alla stazione di Porta Nuova indossando: sobri calzoni neri con stivaletti tacco 5, coda di cavallo con un ricciolo casualmente indisciplinato e rossetto sì, ma rosato. Aveva guardato il tabellone degli arrivi e si era diretta con passo deciso al binario 17, erano le 12.15. Andrea non poteva certo sapere che era arrivata con tutto quell’anticipo. “Quando scenderà dal treno fingerò un certo affanno, come fossi appena arrivata”, aveva pensato Camelia.

Si era seduta vicino all’unica persona che stava già aspettando il 9718. Per distrarsi, si era portata una di quelle riviste femminili dove non c’è scritto mai nulla di importante. Non riusciva, però, a prestare attenzione nemmeno a quel niente. Aveva attaccato bottone con la sua vicina, una vecchina sui settant’anni. I capelli grigio violetto, che fa tanto nonna che cucina almeno una torta di mele al giorno per gli adorati nipoti. Seduta sulla panchina con le mani morbidamente appoggiate sulle gambe, la vecchina guardava di tanto in tanto lungo il binario.

Buongiorno. Sono Camelia e sto aspettando un amico che arriverà con il 9718. Ero già in zona e quindi sono venuta in stazione con troppo anticipo.”

Buongiorno a lei. Io sono Rosi. Sto aspettando mia figlia. Anche lei deve tornare da Venezia. Mi ha detto che arriverà per pranzo.”

Speriamo almeno che il treno sia puntuale”, aveva continuato Camelia, “devo già aspettare tre quarti d’ora. Non vorrei davvero ritardasse”.

Ah, no. Stia tranquilla. Questo treno è sempre puntuale. Si può dire che spacchi il secondo.”

Ma allora lei è una habitué? Sua figlia torna spesso a Verona?”

A dire il vero è da un po’ che non arriva, ma io la aspetto tutti i giorni. Il treno arriva sempre puntualissimo, alle 13.00. Annamaria è da un paio d’anni che non scende.”

Questa è matta, aveva pensato Camelia rituffandosi con lo sguardo fra le pagine della sua rivista. Alle 13.00 in punto era arrivato il 9718 proveniente da Venezia S. Lucia. Si era fermato. Era scesa una marea di passeggeri, però, né Andrea né Annamaria. Rosi aveva salutato Camelia: “Se torna anche lei, ci vediamo domani. Mi ha fatto piacere la sua compagnia”.

Camelia, delusa e incuriosita allo stesso tempo, era rimasta seduta ancora un istante, finché il capostazione non le aveva detto: “La figlia di Rosi è scappata un paio d’anni fa, ma la madre non ci vuole credere. Da allora, con infinita pazienza, la viene ad aspettare alla stazione ogni giorno”.

Camelia si era commossa e aveva pensato che no, lei Andrea non l’avrebbe aspettato un giorno di più. Pazienza è una strana parola: puoi dirla quando aspetti e quando scegli di non aspettare più.

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“Blank page” di Alessandro Tondini

L’altra sera ero seduto davanti a un foglio bianco, un banalissimo foglio A4. I fogli sono sempre bianchi prima di essere riempiti, ma quello che avevo davanti era più bianco del solito. Così l’ho preso in mano e l’ho esaminato da vicino sperando di scorgervi un’ombra, un’increspatura, qualche piccolissima imperfezione che interrompesse la sua candida superficie.

Perché ce l’ha con me?”, mi chiedevo, “Perché rifiuta di collaborare? Non gli voglio fargli male: non voglio appallottolarlo e tirarlo al gatto, non voglio bruciarlo, non voglio nemmeno mortificarlo scrivendoci sopra semplici appunti o disegnandoci stupidi scarabocchi”.

Ero sconfortato, mi rendevo conto che quella pagina sarebbe rimasta vuota ancora a lungo. Mi sono arreso, mi sono alzato e mi sono sdraiato sul divano. Ho chiuso gli occhi e, dopo qualche istante, sono sprofondato in uno strano sogno.

Mi è apparsa l’immagine di una immensa landa desolata. Una pianura ricoperta dalla neve, senz’alberi, senza alcun punto di riferimento: un deserto di ghiaccio.

Sembrava un luogo remoto dell’Antartide dove nemmeno i pinguini imperatore avrebbero osato inoltrarsi. Tutto intorno a me il ghiaccio e il nulla. A un certo punto è calata una nebbiolina lattiginosa che mi ha avvolto e paralizzato: ho capito che stavo scomparendo.

Ho provato a reagire e ho gridato: “No, non è possibile!” e, in un istante, la nebbia si è dissolta e nel cielo è apparso uno stormo di uccelli. All’orizzonte si è delineato il profilo di una catena montuosa e davanti a me è comparso un sentiero. Non c’erano più solo ghiaccio e neve, c’erano pietre, tracce di una motoslitta e, poco più in là, una foresta di abeti. Non ero più in Antartide, stavo camminando nella taiga finlandese. Faceva sempre un freddo cane, tutto era bianco, ma il posto era un po’ meno inospitale. Di colpo ho scorto una mandria di renne.

Allora sono in Lapponia, prima o poi arriverò ad un villaggio di pastori!”

Mi sono messo a correre, il mio fiato formava delle nubi dorate composte da minuscoli cristalli di ghiaccio illuminati dal sole, acquistavo sempre più velocità e, dopo un centinaio di metri mi è apparsa in lontananza la sagoma di una tenda. Correvo come un pazzo e, finalmente, ecco un essere umano.

Dio ti ringrazio, ce l’ho fatta, ora sono salvo!”

Tre, quattro individui mi sono corsi incontro mentre cadevo esausto. Poco dopo mi sono ritrovato all’interno di un ambiente in penombra in cui faceva caldissimo e, attorno a me, vi erano decine di occhi che mi osservavano: gli abitanti del villaggio erano venuti a esaminare un pazzo sconosciuto avventuratosi nelle loro terre. Sembravano divertiti, parlavano e ridacchiavano; probabilmente mi prendevano in giro. Che importanza aveva? Ero vivo.

Poco dopo le persone che mi circondavano si sono lentamente allontanate e, in mezzo a loro, è apparso un uomo anziano vestito con strani abiti colorati. Mi si è avvicinato e ha cominciato a parlarmi con un idioma incomprensibile.

Non riesco a capire, non parlo la tua lingua”, provavo a dirgli.

Lui intanto continuava ad articolare parole come se stesse recitando una nenia e, con un piccolo tamburello, manteneva un ritmo regolare.

Tumtutmtutmtumtutmtum – la cadenza dello strumento creava una specie di campo ipnotico e mi sembrava di essere entrato in un’altra dimensione. Incredibilmente ora capivo tutto quello che mi diceva. Poco dopo, il vecchio sciamano ha preso in mano una pergamena sulla quale non c’era scritto niente. Mi ha guardato e, con un sorriso beffardo, mi ha sussurrato: “Hai capito vero? Adesso che hai imparato ad ascoltare puoi riempire tutte le pelli di renna che vuoi”.

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“Il sussurro della colomba” di Jlenia adain Rodolfi

Nonna che fai?”

Talikha alzò appena lo sguardo dalla colomba che aveva tra le mani, gli occhi socchiusi e un mite sorriso increspato.

Posso stare qui? Mi ha mandato via come al solito!”, strascicò l’ultima parola alzando gli occhi al cielo e sbuffando sonoramente.

Talikha abbassò lo sguardo e Kajri tacque all’istante; la nonna aveva il viso rigato, i suoi occhi neri erano adesso chiusi e stava portando davanti al viso la colomba, che docile restava tra le sue mani scure. Kajri si accoccolò lì accanto a guardarla, il suo piccolo piede nudo batteva leggero sulla terra rossa.

Restò così qualche secondo e poi sussurrò:

Nonna, che fai?”. Talikha osservò la nipote e sorrise di nuovo.

Tu che dici?”, adesso il sorriso era più aperto e Kajri spalancò gli occhi a quel segnale.

Annusi quell’uccello”, la sua voce era squillante e ridente.

No, piccola Kajri”.

Allora che fai? Sei qui da molto. Ti ho guardata, sai”.

Sei una spiona allora!”, la nonna sorrise e lo sguardo di Kajri si distese.

Dai dimmi che fai, voglio imparare a tenere anche io quell’uccello tra le mani”.

La nonna aprì le mani e, dopo aver fatto un cenno silenzioso alla colomba, questa si alzò in volo. A quel gesto Kajri sbuffò di nuovo e si alzò con uno scatto battendo i piedi: la nonna la guardò da sotto in su e fece cenno di sedersi. Kajri incrociò le braccia sul petto e mise il broncio.

Quello non è un uccello, è una colomba”, la voce era avvolgente e lenta.

Si, nonna”, disse con voce spazientita Kajri che si era seduta di nuovo e disegnava spirali col pollice impolverato, lo sguardo rivolto a terra.

Vuoi imparare?”

Oh, sì”, gridò scattando in piedi con un salto e puntando i pugni in alto.

Innanzi tutto,” la nonna abbassò ancora di più la voce e Kajri fu costretta a sedersi di nuovo per sentirla “tieni la voce bassa e cerca di non fare movimenti bruschi. Dopodiché chiama col pensiero la colomba e lei verrà tra le tue mani se sarai convincente”.

E poi?”, la voce di Kajri era un soffio.

La nonna prese le mani di Kajri e le mise a coppa tra le sue: “Fai come me, chiudi gli occhi e immagina che la colomba si posi tra le tue mani”.

Dopo un tempo che parve lungo e breve, Kajri sentì qualcosa posarsi tra le sue mani ed ebbe un piccolo sussulto che non esplose perché la nonna le teneva delicatamente salde. La piccola ebbe l’istinto di aprire gli occhi, ma capì che non era la cosa giusta da fare e attese che la nonna parlasse. Lei si scostò e lasciò libere le mani della nipotina. Un brivido attraversò la schiena di Kajri e la colomba fece frullare le ali.

Respira e non aver paura”, tutto stava rallentando, a Kajri pareva di essere sott’acqua, “Adesso che la colomba è sicura tra le tue mani, resta solo una cosa da fare: ascoltare”.

Cosa devo ascoltare nonna?”, la voce di Kajri era un flauto.

I sussurri della colomba. Ascolta cosa ha da dirti. Ascolta chi è. Lasciale spazio nel tuo cuore e lei parlerà con te”.

Kajri rilassò il corpo e avvicinò con lentezza le mani al viso, la colomba era morbida e calda. Kajri si mise in ascolto.

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“Uno sguardo in ascolto” di Marcello Rizza

Adagiato sul divano, la tenue luce gialla, soffusa, calda e tremolante, della legna che arde nel camino, lo sguardo appena distratto dall’incandescenza dei tubi termoionici dell’amplificatore valvolare, assorto ascoltava l’opera verdiana. Sul Thorens girava il lucido vinile, la puntina a scovare i segreti del lungo, lento solco concentrico, a replicare la cristallina voce della Tebaldi.

Amami Alfredo, quanto io t’amo! Addio!

Violetta perpetuava, ora in taverna come in teatro, la sua storia d’amore e d’abbandono, nella mente di Giulio insisteva il necessario, salvifico trasporto per quella triste opera che riempiva il suo tempo dedicato alla musica. Il nipotino, appena sceso dalle scale, lanciatosi tra le sue braccia, lo riscosse. Col telecomando abbassò il volume: “Hai già fatto merenda Filipe?”, il bimbo sorrise, acconsentì, qualche briciola probante nella manica del golfino. Era bello quel pargolo, sempre illuminato in volto da spensieratezze, movimentato da curiosità e dall’emotività incorrotta di chi ancora non conosce il logorio da cose a lungo bramate, mai accadute.

“Quella signora piange, Nonno?”, Giulio raccolse la copertina del vinile e ne trasse l’albo a colori con le fotografie degli attori.

“Quelli che senti, Filipe, sono cantanti che stanno recitando una storia d’amore. Non piangono veramente”, pose il suo dito su una delle scene principali, “questa è la signora che hai ascoltato, sta dicendo alla persona che ama che se ne andrà lontano da lui, che non gli darà più il suo amore, è un racconto triste”.

Il bambino s’incupì: “Perché quella signora non ama più quel signore?”.

Per qualche istante ritornò a una trentina d’anni prima, a quella donna che gli aveva scaldato il cuore, che non avrebbe potuto e dovuto scaldarglielo, che già c’erano Clelia e la piccola Lucilla: “Questa signora, Filipe, ama quel signore. Lo ama così tanto da decidere di lasciarlo, per il suo bene”.

Il bambino scese dalle braccia del nonno, trasse dalla tasca un’automobilina e cominciò a giocarci, come improvvisamente disinteressato alla storia appena raccontatagli. Poi, nel mentre del gioco, con la sincerità affilata dei bambini, quella con cui loro non sapendolo t’affettano, disse: “Anche Mãe Antonia piangeva quando mi ha lasciato in quella scuola lontana lontana, che si raggiunge con l’aeroplano, dove ho conosciuto la mia nuova mamma Lucilla”. Il nonno lo riprese con sé in braccio, con occhi umidi, per la prima volta conscio che a ogni età si sperimenta l’abbandono e gli disse: “Anch’io piangerei a doverti salutare per sempre, ma questo non accadrà mai”.

Filipe, lo sguardo innocente, solare, da piccolo combattente, gli fece eco: “Io non lascerò mai te, la Nonna e Mãe Lucilla”, e di seguito, “Nonno, perché ascolti la musica triste?”.

Giulio pensò a quanta bellezza e armonia possa nascondersi nel dramma, nella sofferenza, nell’anarchia che impera nei sentimenti, a quanto calore esiste nello sguardo del bambino povero che prima ancora di essere affamato sogna un pezzo di cioccolata: “Anche tu ascolti la musica, Filipe. Ti ho visto ballare mentre ascoltavi l’Ape Maia. La musica che ascolto è come se mi facesse ballare senza muovere i piedi”.

Clelia scese le scale, tra le mani un vassoio con una fumante tazza di latte e Nesquick, due caffè e alcuni biscotti fatti in casa, il tutto appoggiato sul tavolo della taverna.

“Nonno, perché Nonna Clelia non ascolta la musica?”, Giulio sorrise, guardò d’annosa complicità la moglie. “La Nonna, quando ti guarda negli occhi, negli occhi di Mamma Lucilla e nei miei, trova i motivi per allontanare la tristezza e ballare, tesoro. Nei nostri occhi trova già tutta la musica del mondo.”

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