“Il Covid in grembo” di Sabrina Angiolilli

Oh mio Dio, ma cosa è successo? Sono di nuovo dentro il grembo materno? Ma come è possibile?”

Sono adulta: ho cinquant’anni, molto lontano dalla fase fetale, ormai già piena di conoscenze acquisite, di esperienza di vita, perché questo ritorno al passato e soprattutto come faccio ad uscire da qui? Ieri, proprio ieri, ero in aeroporto in attesa del mio solito volo, uno dei tanti che prendo ogni mese, nella mia bolla impermeabile a qualsiasi stimolo esterno, ma nello stesso tempo fluttuante, tra il rumore delle ruote dei tanti trolley che viaggiano come mine vaganti quasi alimentate da tutto il peso della vita che sono costretti a contenere, e il turbinio di emozioni che ogni volta una partenza porta con sé. Il desiderio di provare ad andare al di là dei propri limiti, sicuri che oltre il recinto c’è ancora tanto da esplorare, e la paura che una volta superato quel recinto tutto, ma proprio tutto, potrebbe assumere un significato diverso. Come può essere che in un attimo qualcuno o qualcosa, mi abbia spinto oltre il recinto senza che io me ne accorgessi e, soprattutto, come riuscirò a vedere di nuovo la luce?

Aspetta un attimo, in realtà di luce ne vedo già molta, sfumature che si riflettono sul muro della mia cucina, raggi di sole che emanano calore e vivificano il rosa, il rosso, il bianco, l’azzurro e il lilla delle mie azalee. Quand’ero dentro la pancia della mamma c’era molto più buio, ma non di quello che incute paura, era un buio caldo, accogliente, pieno di colore.

Mi muovo con fatica, a volte mi manca il respiro, c’è troppa aria, sono troppo pesante e soprattutto quanto spazio, troppo spazio, a cosa mi serve tutto questo spazio? Nel grembo riuscivo a fluttuare leggero, ogni tanto una capriola o un calcio alla pancia della mamma – tanto per divertirmi – oppure un singhiozzo per movimentare la giornata… mi sentivo bene. In questo nuovo grembo, invece, il cordone ombelicale è tecnologico, arriva da più parti per informarci, nutrirci, per metterci in comunicazione, ma con un’onda travolgente di terrore che ipnotizza, blocca e copre completamente il battito del cuore, quel suono ritmico e così rassicurante. Mi sembra tutto diverso, incomprensibile. Forse perché il mondo si è trasformato e, nella sua evoluzione, l’homo sapiens-sapiens ha programmato altri modi per nascere.

Oddio, mi sembrano un po’ più articolati dei precedenti, però sicuramente più consoni alla modernità. L’homo sapiens deve essere dotato per nascita di una capacità organizzativa e produttiva diversa, il nascere cosi poco autonomi, dover dipendere dalla mamma per ogni cosa, dover imparare tutto attraverso l’esperienza, è un processo troppo lungo in un mondo come questo, dove il tempo è diventato variabile fondamentale e la sua concezione lineare è un termometro costante del nostro valore.

Sì, ora ho capito, penso proprio di aver capito. Però, aspetta, se io devo nascere già cosi completo, autonomo e strutturato, perché il modo che mi aspetta fuori si sta modificando, assecondando i suoi cicli di trasformazione con i propri ritmi, senza aspettative e spettatori? Quello che vedo è una natura incontaminata, vedo alberi che crescono, prati di margherite, fiori di tarassaco, narcisi, ortiche, una primavera che esplode e si riappropria dei suoi spazi, prosperando secondo un ordine e un’armonia che ha poco di umano. È quasi un caos, ma che produce inaspettati guizzi di colore e inebrianti armonie di profumi che scaldano profondamente il cuore. Ma sopratutto quello che riesco a percepire da qui è che, lì fuori, non c’è nessuna vibrazione di paura, rabbia e dolore, quelle che invece sento dentro di me, in fondo a ogni mia cellula.

Forse, allora, sono tornata nel grembo per purificarmi da questo virus, da questa paura, per tornare a percepire, sentire e amare in profondità. Oppure il virus si è insinuato pian piano dentro il grembo e ora diventerà parte di me e di questa mia nuova vita. Sono davvero molto confuso. Pensare che un virus cosi letale, che blocca il respiro portando alla morte, possa nascere e crescere dentro il grembo di Madre Terra mi sembra davvero impossibile. Forse obbligarmi a tornare all’origine di quel silenzio protettivo mi permetterà di cancellare ogni atteggiamento malsano, ogni griglia mentale asfissiante, e ripulire il mio cuore, ascoltare il mio respiro e nascere a nuova vita.

Madre Terra mi aveva avvertito: “Guarda che, se non cambi atteggiamento, se non mi ascolti, se non modifichi i tuoi comportamenti sarò costretta a una punizione molto restrittiva. Ti vieterò il contatto con i tuoi simili! Aggiungerò l’obbligo di una mascherina cosi non potranno vedere il tuo sorriso, non capiranno bene le tue parole! Ti toglierò la libertà, e dovrò farlo usando la paura perché a quella sei abituata. Dovrò costringerti a riflettere, dovrò condurti in un limbo di incertezze dove finalmente ti renderai conto che la strada da seguire non è soltanto una, ma che ci sono mille direzioni e panorami di cui godere; che la vita e le cose che acquisirai durante il tuo cammino, anche se dovessi cambiare per mille volte direzione, sono doni immensi che ti vengono offerti per mettere alla luce le mille sfaccettature del tuo esistere, proprio come si fa con un diamante grezzo, al fine di renderlo pura luce”.

In realtà, la punizione è durata molto più a lungo del previsto, forse gli atteggiamenti da scardinare erano davvero ben radicati e nutriti, ma alla fine ogni giorno che passava in maniera uguale dentro le mie quattro mura mi portava sempre più in profondità. Cominciava a crearsi quel percorso, quel famoso sentiero di cui c’era un antico ricordo, cominciavo a vedere sfumature mai viste, a sentire crescere in me capacità a cui non avevo dato tempo né spazio. Gli occhi si fermavano ad osservare con una tale intensità anche le cose più minuscole, quasi facendomi perdere la dimensione materica. E poi il respiro, quel famoso respiro, che era stato l’inizio del mio sopravvivere, si faceva sempre più lento, profondo, quasi un’onda che partendo dalle narici faceva vibrare l’intero corpo, arrivando dove nemmeno sapevo di esistere. Cominciavo a sentirmi pronta, a percepire che era arrivato il momento di attraversare quel tunnel freddo e buio per tornare finalmente a vivere e mettere in pratica tutto ciò che ormai sentivo essere parte di me, ricominciando questa volta dal gioco per esplorare il mondo.

Avevo anche molta paura: cosa succede se per inerzia finisco per mettere in scena la stessa vita di sempre? Come farò a trasformare la sceneggiatura della mia vita? Mi sembra di aver capito tante cose, di aver riconosciuto le priorità, di aver bisogno di amare ed essere amata, ma riuscirò davvero a non farmi inquinare di nuovo quando sarò li fuori nel mondo?

Penso che non sia più il tempo per le domande, ora bisogna solo uscire, agire e provare a vedere cosa succede. È finita la vita virtuale, inizia la sola vita possibile ora: quella vera.

 

 

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“Migliori” di Barbara Favaro

Non si tratta di buoni propositi, si tratta di disciplina. A raccontarsela son bravi tutti: oggi – primo giorno di lockdown – faccio giù una lista minuziosa di tutto quello che in questi ultimi tre anni di lavori forzati non ho potuto fare e quantevveroiddio spunterò voce dopo voce finché arrivati alla fine della lista avrò fatto un salto quantico di consapevolezza che Gandhi se la sogna.

Siamo al giorno 42, che per la “Guida galattica per autostoppisti” e per chiunque si possa definire Umano è un numero simbolico importante, e la lista è macchiata di caffè, ragù e qualcosa di cui è meglio non indagare la natura.

Si temeva – all’alba del secondo giorno di quarantena – che il mondo sarebbe piombato in un silenzio mortale, che si sarebbero fermati i lamenti, l’odio e la miseria umana di cui il web è latrina consenziente e che il vuoto avrebbe inghiottito l’intero sistema umano in un niente annichilente.

Si temeva il peggio. In effetti, il peggio si è avverato, ma vestito bene, una allure intrigante da lasciare interdetti. Al riparo dalla costrizione dei corpi comunicanti a distanza ravvicinata (baci, abbracci, sorrisi e manate sulle spalle), i sensi recepiscono le cose in modo strano. Sembra tutto più bello. Più sincero. Più sicuro. Più sano.

Ma ci si deve pur svegliare prima o poi, e quel poi sta slittando di settimana in settimana e non lo decidi tu, lo decide il Governo. Prima a nominarlo era come invocare il Joker, sapevi che ti dovevi aspettare qualcosa di malefico ma c’era il beneficio del dubbio (l’illusione del potrebbe-stavolta-non-accadere). Nominarlo ora è come macchiarsi di un crimine orribile e, con Tu-sai-chi, non hai scampo: lui compare e t’arriva la mazza sul mellino. Crack.

Aveva dato fondo a ogni sua risorsa. Nell’ordine – a ricordo – aveva: letto una decina di libri (ossessivo 1-Click sul Kindle Store); visto una ventina di film/serie tra Netflix e Prime (le migliori di una stagione soltanto, ma com’è possibile?); partecipato a una trentina di webinar gratuiti. Bello, bellissimo. Un po’ l’entusiasmo, un po’ la commozione del contatto umano a distanza che permette di ascoltare una lezione mentre giochi con Doom e ti fai di Budweiser in endovena per scrivere in chat “Grazie è stato tutto interessantissimo, ho preso un sacco di appunti e adesso la mia vita è migliore”. Ma poi la festa finisce con: non-me-ne-frega-un-cazzo amo la mia ignoranza atavica e la difenderò a costo della mia stessa vita.

Dunque, l’annunciata Fase 2 gli si era palesata tra una dormita sul divano e una sulla tastiera durante il controllo della posta (Smart Working è felicità). Inutile negarlo: la news lo aveva infastidito.

Cazzo! Cosa si aspetta da me ora, Tu-sai-chi, cosa vuole farmi fare, cosa vuole ancora togliermi?”

Giro in Rete per capire se la paranoia è sentimento condiviso. Confermato. Giro in Whatsapp per testare la paranoia sui conoscenti/colleghi/amici per raccogliere eventuali lamentele, dubbi, costernazioni più varie et eventuale. Doppia conferma. Giro per casa, per controllare le scorte di cibo (tra frigo, freezer e dispensa) e homebanking per guardare una buona volta in faccia la realtà. Terza conferma: la paranoia è motivata.

Cosa resta a un Uomo una volta che anche le ultime illusioni si sono sfasciate? YouPorn (benedetti siano i suoi Server, morte all’Inps che non regge il confronto).

Dopo qualche giorno, finite anche le crocchette del fu-Tobia (morto già da due anni, ma che fai? Butti le crocchette non ancora scadute? Ma che sei matto? Potrebbe esserci un’emergenza, non lo so… una pandemia che ti fa rimanere bloccato al centro della Terra senza nulla se non quello che t’è rimasto in casa… eh, sembra fantascienza, ma fidati che ho visto cose che voi umani… ), ci si prende in carico il cambiamento.

Ok, vediamo cosa cazzo mi posso inventare”, e una volta che la decisione è presa, la decisione è irrevocabile. Si ricorda di avere da qualche parte un libro, uno di quelli che si era riproposto di leggere perché importante. Non sa esattamente perché importante. Ma una voce dentro, in fondo chissà dove, insiste: cerca quel libro… cerca quel libro… cerca quel libro…

Ok, un martello. Ma diamo per scontato che il rallentamento sinaptico dovuto alla quarantena prevede almeno un anno di allenamento duro prima di recuperarsi e nel frattempo dal concetto cerca-quel-libro-importante-perché-ne-va-della-tua-vita al ora-vado-in-balcone-nudo-cantando-sono-un-italiano-vero possono passare anche diversi giorni di nebbia pesante, la Voce che insiste segue soltanto il buonsenso. Scelta condivisibile.

Insomma, molto probabilmente la Voce dopo giorni di martello si è un po’ rotta le palle e decide di muovere le cose.

Sceglie la domenica mattina. All’alba. Sceglie un momento topico: la seduta al cesso. Sceglie il modo più chiaro e doloroso possibile per farsi notare: la mensola sopra la testa che cede (forse, diciamo forse, per il peso eccessivo dovuto a: tre bottiglie di Amuchina da 5 litri, otto confezioni di guanti monouso, tre confezioni di mascherine altamente certificate fatte con pelle di pecora stagionata, e un libro: “La Peste” di Albert Camus).

Bestemmioni. Certo. Ma soltanto dopo aver ripreso i sensi, essersi pisciato addosso e aver capito che il sangue esagerato proviene da un taglio sul sopracciglio e che non c’è bisogno di metterci punti.

Che merda questa Fase 2, passiamo alla 3 che ne ho già pieni i coglioni”, pensiero legittimo, ma Tu-sai-chi ha i suoi tempi, non i tuoi.

Ripulito il macello sul pavimento, incerottata la ferita al sopracciglio, recuperato la preziosa Amuchina e tutto il resto, accatastatolo nell’angolo del bagno, lo sguardo si posa sul libro. Quel libro.

Va bene, sono pronto”, una presa di coscienza dovuta certamente al trauma cranico, eppure mirabile nella sua pura e lucente bellezza.

Lo afferra deciso, salta di capitolo in capitolo senza sapere cosa sta cercando, ma riconoscendo la Voce che – più che mai sveglia – gli ordina: vai alla fine… vai alla fine… vai alla fine…

Ok. Pagine finite. Libro finito.

E che cazzo!”, non può credere ai suoi occhi. Non può essersi sbagliato. Anzi, la Voce non può essersi sbagliata. Perché nel caso si fosse sbagliata allora quel taglio al sopracciglio, il trauma, il mal di testa, il sangue e il piscio a chi li farà pagare? Eh?!

Fermati. La Voce sa essere perentoria quando vuole. E lui si ferma. Una fitta sopra l’occhio, un fanculo sbiascicato e poi… eccola lì.

Una frase appuntata sul retro di copertina. Una bella calligrafia. Non sua. La sua calligrafia fa schifo. Ma di chi è?

Un’altra fitta. Accompagnata da un flash. Lei.

Lei che prima di lasciarlo partire gli consegna “La Peste” di Camus: Non lo hai letto? Dovresti. È illuminante.

Lui le sorride cercando di rassicurarla che quel regalo è proprio quello che desiderava, non un’ultima scopata – sia mai!, ma proprio quel libro. La Peste. Proprio quello e nessun altro. Un bacio e via. A mai più.

E ora la frase:

Tutti i grandi propositi e i grandi pensieri hanno un’origine ridicola. Grandi realizzazioni sono germinate in un angolo di strada o tra le porte girevoli di un ristorante.” (Albert Camus)

Che cazzo significa?”, il mal di testa sta centuplicando la sua portata. Alza la testa in cerca di ispirazione e si accorge che Geremia ha acchiappato, nella sua ragnatela, ormai diventata enorme, il moscone che da due giorni lo faceva diventare matto.

Bravo Geremia! Sapevo di poter contare su di te, bro’”, gli lancia un’occhiata eloquente annuendo con rispetto, “è arrivato il momento di fare qualcosa per te, bro’… D’ora in poi sarò io a procurarti il cibo, tu ti potrai riposare. Te lo meriti bro’”. È più che un impegno, è una promessa che ti cambia la vita.

Albert, t’ho capito”, e ripone il libro ai piedi del cesso col proposito di leggerlo prima o poi.

Saremo tutti migliori. Lo dice la Tv, lo dice la Rete, lo dice Tu-sai-chi.

Crediamoci.

 

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“Andrà tutto bene” di Marcello Rizza

Andrà tutto bene… ero quieto da non poterne più del leitmotiv. Ero già nel vortice del bianco e nero della quarantena, con le gradazioni di quei colori appiattiti dalla bruma quando cala fitta addosso all’uomo, quando si fa tacere l’urlo del lutto. Da giorni tossivo per minuti interi, poi per ore niente, perché probabilmente stava risolvendosi. No, tossivo ancora, respiravo male, ragionavo peggio. Un disagio dal sapore di neve, che è acqua e non basta a dissetare, che si scioglie al calore e non aggiunge calore, a condizionare il mio vivere “qui e ora”, nel tempo del Virus interruptus. Il mio sangue aggredito era grigio scuro, denso, colloso, rallentato come i miei pensieri. Un agente esterno si era impossessato del mio corpo e agiva per sua e non mia natura, mi teneva prigioniero. Bruma di solitudine e apprensione, di quella specie era la mia nebbia, permeata di pensieri in bianco e nero. Di contro la natura, in quella notte carica di luna, con i suoi giochi di luce e intensità, con le sue sfumature argentee, restituiva un bianco e nero più marcato e affascinante. Cristalli di neve ovunque posati scintillavano di luna, gli abeti, come dita di una mano diafana, si stagliavano a puntare stelle, in quel cielo le nuvole erano agenti patogeni vinti.

Col naso attaccato al vetro freddo del finestrino, nel mentre che l’amico guidava – parlava “altro” – mi giungeva lontano, guardavo quegli squarci di chiaro poetico, quello del lucore di tante scintillanti notti che incanta o turba l’uomo fin dagli albori, che lo fa piangere di gioia, di mistero o di malinconia e solitudine. Così vivevo il momento, il qui e ora, quanto ti incontrai, era inverno che volgeva a primavera. Ingmar, lungo il viaggio per raggiungerti in clinica, mi parlò di te tra una svolta, un incrocio, una frenata per non investire uno scoiattolo – amavo il mio amico anche perché custodiva nell’animo il rispetto per l’uomo e gli animali, soccorreva chiunque. Qui soccorreva te, così avevo inteso, perché lui è sempre vago e schivo, perché aiuta con guanti felpati. Scelse di raccontarti attraverso flash sulla tua anima, non mi disse quanto fossi bella, mi conosceva. Se prima il suo discorrere giungeva lontano, in quel momento una diversa attenzione, un orecchio interno meno sordo colse immagini più che parole, ma in qualche modo le informazioni trovavano in me lo spazio che reclama a sé la curiosità. Non so perché Ingmar abbia scelto così, di raccontarmi della tua anima, sembrava una normale storia umana. Forse accadde perché mi raccontò di quel tuo ultimo giorno d’attrice, di quando nel momento catartico dell’Elettra ti guardasti intorno e guardasti a te, cominciasti a ridere e decidesti che non avresti più parlato per essere pienamente te stessa, perché la parola è una maschera. Forse per questo della tua anima, così come il pugno del pugile appena abbassi la guardia, mi arrivò l’intimità triste e violenta, corrotta d’umanità, spuria come tutte le altre.

Nella mente prendevano forma immagini del tuo mondo malato come il mio, dove esistono sogni, meraviglie e brutture inconfessabili: erano falli, ragni, cartoni animati, chiodi che penetravano la carne, una pellicola che prendeva fuoco e che veniva giunta, col suono del proiettore che riprende ad addentellare il film della vita perché the show must go on. Era al tuo spettacolo quella sera, spettatore e amico, ti conosceva da anni, e non pensò nemmeno di farsi rimborsare il biglietto, si decise ad ammirarti ancora di più, forse dovrei essere geloso. Dal suo racconto appassionato, per le sue parole accalorate, ho visto la tua crocifissione, la tua decisione di rinunciare alla parola. L’auto si fermò, dal parcheggio si vedeva quel bosco che ancora non profumava di funghi, perché non era stagione di funghi e di profumi, imboccammo a piedi il viale ed entrammo dentro. Non capivo perché fossimo lì, in quell’ospedale, non avevo conoscenze mediche, non avevo studi in psicologia o psichiatria, non avrei potuto aiutare nessuno, tanto meno te. Ma se l’amico Ingmar voleva che provassi ad aiutare la sua amica, per quanto non fossi nemmeno io in piena forma, lo avrei accontentato, due orette di garbato colloquio, qualche frase salvifica di circostanza sarei riuscito a “raccontarla”.

Ci presentarono e ti ho vista, poi guardata, poi considerata. Solo al terzo stadio sei giunta, bellissima e pur bellissima, con quei tratti nordici e quel segno di malinconia, specchio di una estetica del freddo. Eri vestita con quel camice d’obbligo di clinica, i capelli raccolti, la mascherina verde che ormai portavano tutti, qualsiasi cosa potessi indossare per regola non sarebbe bastata a coprire la tua luce. Mi stringesti la mano e, istintivamente, l’altro palmo andò a coprire la tua, erano tre mani, a quel contatto sentii così tanto. E poi mi guardasti con l’educazione della curiosità e scorsi quel tuo acquattato istinto sensuale e materno, quello sguardo in bianco e nero che anche m’appartiene e qualcosa d’altro che allarga il dramma e che potrebbe spiegare la rinuncia alla parola per restare nello scarno dell’essenza. Certo, ancora avresti sorriso, ti saresti commossa, in qualche modo saresti giunta al prossimo ma non avresti mai più parlato. Lì capii che mi sarei trasferito in pianta stabile per aiutarti concretamente, c’era del bello in te, ne subivo l’influsso. Ingmar ci salutò, gli occhi trapassavano la mascherina verde e da quel tessuto percolava commozione.

Passarono i mesi, mi avevano messo a disposizione una stanza, leggevo poco e pensavo tanto. E poi arrivò il momento, in quella clinica non sapevano ormai come approcciarsi, avevano compreso che la tua non era una malattia, era una precisa scelta supportata da una forte volontà: essere e non sembrare di essere.

In estate ti dimisero, andammo assieme in quella struttura sanitaria di riabilitazione in riva al mare, non ti avrei lasciata sola, ti avrei aspettato, stava montando più amore, e montava. Parlammo molto in quelle settimane, io con la voce e tu con gli sguardi, con una tazza di caffè caldo, coprendomi le spalle col plaid quando faceva sera, ricordandomi di prendere le pastiglie e lo sciroppo per la tosse che non voleva saperne di abbandonarmi. Muovevi le labbra, a volte, soprapensiero o nel sonno quando venivo a spiarti di notte, mi illudevo, non usciva voce perché sapevi ascoltarti coi mezzi dell’intimo, comunicavi all’universo che ci sente comunque. E cominciai a comprenderti sempre meglio, L’inquietudine incarnava quel tuo viso algido e ardente al tempo stesso, nei tuoi sogni riuscivo a cogliere che confondevi figli, amici e amanti, che avresti voluto giacere e scrutarli di notte con le identiche carezze, con la stessa passione; sapevi che era incesto ma eri vera e trattenere l’impulso era la tua arte di comporre il dramma personale. E ora eri lì, con quel pallore color del latte inutile del tuo incantevole piccolo seno, preziose coppe di fortuita estetica. E quel seno lo conoscevo, lo spiavo quando finalmente toglievi i vestiti, convinta che nessuno badasse a te, e ti tuffavi in mare. Uscivi dall’acqua, Venere tra la spuma marina, il costume bagnato che faceva e non faceva vedere. Presi coraggio e ti pensai con gli occhi, sicura mi facesti intendere che eri più bella ancora, che non potevo saperlo, che avevi profumi di eleganza, che bastavi a te stessa. Avrei potuto farti compagnia, ci fossi stato o non ci fossi stato non avrebbe cambiato di una virgola il tuo mondo. Non avremmo mai fatto l’amore, quello carnale, non avremmo avuto figli, questo me lo hai fatto intendere chiaramente, vedevi che ti parlavo con gli occhi. Eri attrice e già avevi concepito, carne e sangue e ossa nate vive e d’intralcio alla bellezza e alla carriera.

Ti ho sempre più capita e ti ho creduta senza batter ciglio, e nel crederti si aggiungeva passione e curiosità, anche aspettativa, quella che fa incagliare mente e anima quando ci si innamora a prima vista. Ora siamo qui che ti amo, che mi ami a modo tuo, candida. Ora come allora e ancor di più il cuore incendia e vuol bruciare come il sacerdote pregno d’Oriente che s’immola per l’ideale, perché tu sei fede e io ministro. Il tempo è volato come il frullo d’ali della farfalla, altre nuvole giungono veloci e minacciose, la pioggia diventa sempre più insistente, presto sarà un anno. Leggo poco, penso molto, penso al cuore. Medici, filosofi e artisti ci hanno spiegato come palpiti il cuore. E parlano di tempesta ormonale, di momenti misurabili solo coi suoi battiti, del palpito associato ai piccoli spostamenti del cuore. Gli unici battiti del cuore che mi avvincerebbero oggi, amore mio, sarebbero quelli del cuore di un nostro figlio, ascoltandoli mi emozionerei. Riuscirò a farti cambiare idea, vedrai, faremo l’Amore, col tempo mi darai un figlio, so che mi ami e che devo solo aspettare.

Cominciasti a scrivere un romanzo, la storia di un uomo e una donna, la fantasia non ti mancava, lo so perché di notte, come un ladro, leggevo di nascosto le tue pagine. Scrivevi di un malato aggredito da un virus di cui ancora non si conoscevano pienamente le implicazioni, che non aveva più febbre e che non tossiva più ma che per altri aspetti non guariva, che non era pericoloso ma che mostrava segni di pazzia e inquietudine. E di una donna, una suora laica, della sua scelta in tarda età di dedicarsi agli altri a seguito di un percorso travagliato dove si era guardata dentro, si chiedeva se fosse all’altezza di assistere una persona con quel tipo di affezione. Non era propriamente il mio stile di scrittura, scrivevi come la tua rinuncia a parlare, ti avrei consigliato più calore, più movimento, più climax. Il tuo linguaggio assomigliava più a quello usato in una cartella clinica e i personaggi li stavi descrivendo come se fossimo io e te. Ma non potevo dirtelo, ti avrei aiutato volentieri ma avrei dovuto ammettere che stavo leggendo di soppiatto il tuo romanzo.

(Un modesto omaggio al film “Persona” di Ingmar Bergman e alla bellissima Liv Ullmann)

 

 

 

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“Tempo” di Elda Cortinovis

Ieri ho fatto un sogno. Da un’altura ho scorto un grande orologio sul campanile tozzo di una chiesetta isolata. Un quadrante bianco con un contorno nero, come le lancette. Segnava le nove. L’orologio si ingrandiva, si avvicinava, tanto da poterlo quasi toccare. Il ticchettio è diventato il battito del mio cuore, che sobbalzava nel petto rapido e inarrestabile. Provavo a fermarlo, ma non riuscivo.

Mi sono svegliata madida di sudore.

Oggi è il quattordicesimo giorno di lockdown, non ho l’orologio al polso. L’ho tolto il secondo giorno perché volevo vivere senza orari, senza scadenze. Attimo dopo attimo, tutto quel tempo da digerire, con pensieri buoni, ma non sempre; alle volte troppi, stressanti, pressanti. Lo rimetterò quando sarà tutto finito.

Il lockdown non mi deve sopraffare, io non mi lascerò sopraffare.

Al mattino ho molta energia, pulisco, riordino, creo, cucino e lievito come il Panettone a Natale, leggo, chiamo, chatto, parlo; il pomeriggio sono più stanca. La sera mi precipito a vedere le curve della pandemia. Dolore, troppo dolore.

Al mattino mi trovo con una rinnovata energia, dribblo i messaggi whatsapp carichi di contraddizioni, perdo il senso del tempo eppure so che è martedì. Lo so perché oggi ritirano la carta, mercoledì e giovedì niente.

Mi addormento e sogno la mia famiglia. Li saluto sulla soglia della porta di casa, il sorriso di mia madre m’accompagna all’uscio; cerco di accarezzarla, ma non riesco. Più mi avvicino, più la sua immagine si offusca, sembra sparire, allora urlo che non la tocco, non la voglio toccare. Corro via e mi sveglio angosciata. Rimango nel buio e riparte la conta degli anni dei miei genitori, di quanti possono ancora vivere e allungo più che posso il tempo, lo dilato e poi cancello tutto il pensiero.

Oggi è venerdì, lo so perché ritirano umido e vetro. Ho fatto di tutto per non guardare l’ora, per non contare i giorni che mi sembrano tutti domenica, ma poi ci ricasco e so che domani è sabato perché ritirano la plastica.

Oggi me lo godo tutto; riordino, svuoto, mi alleggerisco di tutto ciò che ho accumulato, non mi serve quasi niente; la maggior parte degli oggetti e dei vestiti sono superflui, voglio arrivare all’essenziale.

Sogno. Sono in campagna a un banchetto, circondata da tre alti muri antichi, al centro una bella tavola apparecchiata, intorno la mia famiglia e i miei amici; sono tutti belli e gioiosi. Improvvisamente da un angolo cade un grosso uovo ed esce un corvo con ali di pipistrello. Lo preparo e lo servo, un pezzo a me il resto ai commensali, che mi urlano che è velenoso e di buttarlo. Lo prendo e scappo con due pezzi di carne cruda in mano, per gettarla lontano al di là di un’alta siepe. Intravedo un passaggio, mi ci infilo e mi ritrovo su una strada bianca che attraversa i campi. Incontro il mio Virgilio che mi accompagna rasserenandomi nel mio viaggio verso casa. Al banchetto il tempo si è fermato, sono tutti nuovamente allegri.

Mi sveglio non so se è presto o tardi, ma ho nuovamente molta energia. Ripeto le azioni quotidiane, ma ogni attimo mi pare lunghissimo, meno lo calcolo più si allunga. Mi sorprendo a fare un elenco disordinato di desideri che voglio realizzare, ho tutto il tempo per fare ciò che voglio, ma dentro casa.

È buio, è il momento di guardare il grafico della pandemia. Scuoto la testa: ci vorrà ancora tempo. Dormo, sogno. Sono su una barca in mezzo al mare, non vedo nulla all’orizzonte, solo acqua. Vorrei scendere, ma non so come fare e dove andare, mi angoscia essere disorientata.

Mi sveglio e cerco di immaginare il futuro – una sbirciata,  mi dico – giusto per sapere dove siamo diretti.

Oggi è domenica, non ritirano nulla; è il cinquantesimo giorno, il cibo mi arriva a casa, ma ora voglio uscire. Preparo tutto ciò che serve: mascherina, guanti, disinfettante, autocertificazione. Non c’è in giro nessuno. Davanti al supermercato la vestizione in auto sembra quella di un chirurgo prima di entrare in sala operatoria. Ci sono poche persone, faccio una spesa rapida e giro guardinga tra gli scaffali, alcuni vuoti. Sono tornata in auto, tolgo guanti e mascherina e ripasso il gel disinfettante sulle mani. Mi è sembrata un’impresa faticosissima, vuoi perché dopo poco, con la mascherina vai in ipossia, vuoi perché se ti viene da tossire tutti ti guardano come un’appestata, vuoi perché la mascherina mal si combina con gli occhiali e così non leggo né prezzi né ingredienti.

E non è ancora finita; disinfetto tutto e finalmente io, senza scarpe, e la mia spesa che sa di alcool e cloro entriamo purificati in casa. Posso calcolare tranquillamente di averci messo il doppio del tempo che avrei impiegato in una situazione normale. Dovrò ricordarmelo: per la spesa due volte il tempo! Sul forno compare l’ora, sul mio cellulare è indicata l’ora, ma io non la guardo, non mi interessa, almeno credo.

Chiudo gli occhi per un tempo indefinito. Un sole accecante surriscalda la piazza. C’è un profumo di arrosticini misto a spezie che mi circonda. Sullo sfondo fiori di Vilucchio rivestono un grande muro. Fiori che sembrano coppe di champagne ricche di prelibato polline. Sembra tutto perfetto, ma non lo è. Troppo vuoto, troppo silenzio. Dove è finita tutta la gente. Svanita? Attraverso la piazza e l’asfalto brucia, fa caldo. Ho sete, tanta sete. Mi sveglio, è notte fonda, bevo dalla bottiglia, la mia personale, non la deve toccare nessuno.

Oggi è un bel giorno, in questo periodo gli alberi coi rami secchi e i cespugli vuoti si sono trasformati. Il prato è di un verde energico e freschissimo, le chiome ombreggiano folte: è una primavera che sa d’estate. È magnifico, ma c’è sempre qualcosa che mi rode dentro e coccia con questa perfezione.Tengo duro, “il tempo aggiusta le cose” e io so attendere.

Pedalo lungo un sentiero nel bosco umido e le fronde mosse dal vento mi accompagnano.

La terra schiacciata sotto la ruota scricchiola; pedalo ancora per molto tempo sempre in salita, un tornante dopo l’altro, fino a quando il bosco si apre. L’aria fresca mi riempie i polmoni affaticati, una scia d’aereo come un’improbabile meteorite rompe il cielo azzurro sopra di me.

– Una scia d’aereo… – ripeto stupita – Non ne vedevo da tempo…

Guardo l’orologio al polso sono di nuovo le nove. Sogno.

 

 

 

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“Lievito e farina” di Livia Trentini

Da domani niente sveglia, che meraviglia!

Quando ho dormito abbastanza mi alzo. Primo punto a favore della quarantena. Potrei fare dei programmi oppure fare quello che mi viene in mente di volta in volta, ultimamente mi ero stufata di cucinare e potrei riprendere in mano la mia “bibbia culinaria” per fare qualche cibo sfizioso (una scelta infinita): strangolapreti, gnocchi, panini con l’uvetta, pane, torte, budini, totani ripieni, lasagne, pizza, pizza, pizza…

Inizio andando a comperare farina e lievito, esco con tutte le precauzioni possibili, mascherina, guanti, occhiali da sole, berretto, muta intera da snorkeling, niente pinne, non riuscirei a guidare.

Perfetto, sono arrivata e ci guardiamo tutti con fare circospetto, la farina è finita, opto per quella senza glutine, c’è solo quella, per di più un solo pacchetto, pazienza, il lievito esaurito, accidenti devo ripensare al menu!

Per cena patate, rape e cipolle cotte in forno, forse fra qualche giorno andrà meglio al supermercato. Dopotutto questa quarantena forzata ci ha colto tutti quanti di sorpresa.

Dopo una notte di sonno, sveglia forzata alle 6:30 per colpa dei cinguettii gioiosi di una serie di uccellini, che care bestioline. Oggi cosa faccio pulisco l’armadio… no, la cucinano, la tavernano, la libreria. Sì, quella sì! Ai primi libri sono già ferma non a pulire, ma a leggere. Questo libro non lo ricordo; che bella questa copertina; questo è quello che preferisco; questo è un regalo, che bella la dedica; devo darmi una mossa altrimenti non ne vengo fuori.

Sono trascorsi alcuni giorni, ci riprovo con la spesa, farina e lievito esauriti, mannaggia e adesso? Piano B: per cena patate, rape e cipolle cotte al forno. Però ho trovato gli spinaci, farò gli strangolapreti, sento già l’acquolina in bocca. Siamo in due, la ricetta è per 6 persone, dimezzo le dosi taglio il pane e lo ammorbidisco con un podi acqua. Questo pane sembra la famosa pagnotta del soldato di Cochi e Renato che beveva tutta lacqua nella gavetta, continuo ad aggiungere acqua, poi le uova, gli spinaci, il formaggio, formo gli strangolapreti, una porzione, poi due, tre, quattro alla fine sono dieci porzioni ci sono strangolapreti ovunque: in cucina, in soggiorno sulle mensole, nei capelli, sotto le unghie. Comunque li cuocio e li surgelo, ne avremo per tanti pasti.

Trascorro ancora altri giorni a pulire, comincia ad essere tutto lindo e allora inizio a camminare per casa. Parto dal divano in soggiorno, giro a sinistra, entro in cucina, esco in corridoio, giro a sinistra, camera, cassettone-comodino-letto-comodino, finestra, armadio, corridoio, camera, armadio, finestra, comodino, letto comodino cassettone, bagno, corridoio, tavolo da pranzo, divano… 52 passi e devo arrivare almeno a 10.000, ci vogliono tanti giri, vado anche in cantina così faccio le scale, dopo un poun gran male a un ginocchio, troppe svolte a sinistra, devo rifare tutto il giro ma a destra. Arrrgh!

Sono le 6:20, il sole sorge sempre prima e anche gli uccellini si svegliano prima. Domani preparo la fionda, al primo cinguettio un colpo di avviso fra le fronde dellalbero e vediamo chi vince. Hanno vinto gli uccellini, si sono spostati sul tetto. Che strano… perché mi sembra che il loro cinguettio sia una presa in giro, sento anche delle pernacchie… mah! Sarà lo stare troppo in casa. Va bene, fra qualche giorno torno al supermercato, spero di trovare farina e lievito, nel frattempo preparo gli gnocchi con la farina senza glutine, sono venuti bene, rigati sulla forchetta per raccogliere il sugo, proprio belli. Li butto in acqua e… disintegrati! Lacqua nella pentola è diventata un purè di patate liquido, che disastro! Mangeremo burro salvia e parmigiano, e anche rapa, patate e cipolla.

Di nuovo al supermercato, mi provano la febbre, tutto a posto. C’è la farina, che gioia!, e anche il lievito, un panetto da 250 gr., mi sembra un potroppo ne volevo 25 gr., ci riprovo la prossima volta. Stasera strangolapreti!

Tra un’incursione al supermercato e laltra faccio anche lorto, insalata di due tipi: pomodori datterini e cuor di bue, peperoni gialli e rossi e rapanelli. Ho dato tanta soddisfazione e tanto cibo alle lumache e alle formiche… mi guardo il pollice e non c’è traccia di nessun tipo di verde, però sono nati e cresciuti tanti rapanelli. Li ho seminati vicini vicini che non hanno neppure la forza di crescere e i rapanelli non mi piacciono un granché. Dell’insalata neppure lombra, dei pomodori si intravede qualcosa, peperoni nulla. Le lumache hanno banchettato, si stanno ancora leccando i baffi, se ce li hanno.

Passano i giorni, la casa è uno specchio, il giardino è tutto in ordine, lorto arranca e, a furia di girare a destra e sinistra per casa, mi fa male lanca. Comincio a essere un pochino stufa di questa quarantena, ma ho senso civico per cui me ne rimango a casa, rassegnata.

Dopo due mesi si intravedere un podi libertà in più. Lunedì si torna in ufficio, con tutte le precauzioni possibili, per lo meno posso ricominciare a lavorare. Basta pulizie maniacali, basta ricette di cucina gustose, basta giri a destra e sinistra per casa, potrò fare passeggiate con lunghi tratti dritti. Se dovesse esserci ancora una quarantena mi sa che nellorto pianterò il grano così potrò fare pane e pizza quando voglio, formiche e lumache permettendo, s’intende.

 

 

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“Il cuel” di Giovanni Zambiasi

La lettura, che raccontava i tempi in cui la peste aveva attraversato e flagellato la sua terra, aveva catalizzato il suo pensiero nei luoghi dove a centinaia si erano rifugiati per sfuggire alla morte. Ormai era impossibile non visitare la Valle dei Cuel, impossibile trattenere quella voglia stimolata dal libro trovato nella soffitta della nonna. Il sentiero dimenticato l’aveva indicato il vecchio pastore, il Bagolot, ultimo tra coloro che vivevano la montagna e che conoscevano i suoi segreti, le sorgenti e gli antichi percorsi degli uomini che l’avevano abitata.

Angelo aveva preparato la spedizione con la sua maniacale precisione: prima di andare a letto un controllo veloce alla check-list: tutto era in ordine nello zaino, sarebbero mancate solo cose che aveva dimenticato di scrivere, restava solo la notte che sarebbe passata veloce. Sorgeva il sole dal Monte Baldo e il riflesso nello specchio retrovisore abbagliava Angelo che, impegnatissimo nella guida, a fatica scansava i sassi che i cinghiali avevano fatto rotolare sulla strada sterrata che risaliva la valle.

Arrivato!

L’ultima piazzola prima del sentiero accoglie il piccolo fuoristrada. Parcheggiato per bene al riparo sotto un grande acero avrebbe atteso il ritorno di Angelo. Nascoste le chiavi dell’auto nella custodia impermeabile sotto un sasso anonimo, per evitare di perderle lungo il percorso, calibrate le cinghie dello zaino e aperte le racchette telescopiche, Angelo inizia il cammino.

Sicuro come un guerriero aveva vestito le sue armi migliori: la fotocamera go-pro fissata al petto sarebbe stata la testimone dell’avventura e la nuova aggiornatissima Hicking App sul telefono mobile a compensare gli appunti di percorso svelati dal vecchio pastore e a registrare il sentiero. Erano passate ore ma la foresta sembrava opporsi all’essere penetrata. Angelo aveva rinunciato alle racchette e procedeva come poteva, passando sotto le ramaglie intricate, tagliando qua e là i rami con la sua fiochela (la roncola lasciatagli dal nonno) avanzava a fatica seguendo gli indizi della vecchia mulattiera. Malgrado i 400 anni trascorsi, il tracciato era ancora visibile, disegnato sul versante Sud del monte Pracalvis da picconi esperti, ricordava ad Angelo la fatica degli uomini che muovevano carbone e legna per scaldarsi, che spostavano fieno e foglie per i loro giacigli e per la lettiera dei loro animali.

Cosa avrebbero detto ora, alla vista della foresta che indisturbata aveva ripreso i suoi territori?

Pensieri veloci che svanivano nel sudore. Mancava poco, a breve avrebbe dovuto incontrare i primi Cuel, roccioni strapiombanti a forma di tettoia che con chiusure in legno e pietre venivano trasformati in stanze dove cucinare sul fuoco, riposare la notte, rifugiarsi durante i temporali. Uomini e donne scappati da case confortevoli e calde per sfuggire l’orrore di una morte dolorosa, trasformati in selvatici viaggiatori del tempo. Il tempo separato dallo spazio, pochi chilometri a separare la Preistoria dal Rinascimento che evolve nel Barocco, troppo veloce e incurante di aver dimenticato la terra, la madre di tutti noi. Asciugandosi il sudore dagli occhi e alzata la testa lo vede: il Cuel grand, il primo di molti ancora nascosti. Un muro di roccia conglomerata con un tetto a sbalzo, rivolto a Ovest, proprio lì davanti a lui nel luogo indicato dal pastore.

Nel suo angolo più protetto: il segno nero lasciato dal fumo di quel fuoco che aveva scaldato molti inverni, ai lati fessure profonde modellate da corpi stanchi che proteggevano dalla notte, poco distante l’ajal dove veniva cotto il pojat per fare carbone. L’acqua non era lontana, la si poteva sentire gorgogliare nella valletta a poche decine di metri, al di là di un castagneto antico che ancora offriva i suoi frutti agli abitanti del bosco. Seduto su di un sasso con alle spalle il cuel, lo sguardo perso nel bellissimo tramonto, Angelo aveva giusto il tempo di prepararsi per la notte.

La Go-Pro non era servita a molto, aveva camminato tutto il tempo nella macchia, chinato quasi a strisciare, e il telefono gli era servito ancora meno: la traccia gps a linee rette per compensare gli spazi con assenza di segnale, non dava nemmeno l’idea del percorso seguito. Lui, però, avrebbe ricordato. Gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per vedere ogni ramo, ogni passaggio, vedere la foresta e quel filo sottile che l’aveva guidato, filo fatto d’istinto e di parole che gli avevano trasmesso i ricordi del pastore. Spegne tutto, non serve altro che il sacco a pelo e il piccolo fuoco per cuocere le salsicce che emergono dallo zaino (già mezze cotte dal calore della sua schiena durante la strada). Sono buonissime, a conferma della teoria della cottura lenta, e cosa dire del vino, il Groppello che zampilla dalla borraccia?

Ricorda la leggenda di Polifemo e Ulisse, il vino degli Dèi. L’acqua freschissima della sorgente ha sostituito quella caldissima e ormai morta della bottiglia, questa è viva e dona vita, energia dimenticata che impedisce di dormire nel giaciglio di foglie per ammirare il cielo stellato di giugno.

La stanchezza della giornata oppure il vino degli Dèi hanno però la meglio sulla bellezza del cielo che pian piano si spegne e accompagna Angelo nel sogno, dimensione senza tempo dove si possono incontrare persone mai viste ma conosciute, mescolate nei dettagli in un mosaico di percezioni che di tanto in tanto si fanno ricordare per sempre.

Il mattino arriva presto nella foresta, il popolo del cielo inizia la sua giornata con il canto e la luce inonda la valle. Angelo ancora intorpidito può sentire tutte le ossa che gridano di alzarsi, sgranchirsi. La check-list prevedeva anche una piccola moka, la Bialetti tre tazze, non c’era paragone con la Go-Pro incapace di rendersi utile. Ravvivato un po’ di fuoco, tre sassi ben piazzati, e il fornello è pronto… il caffè macinato, l’acqua fresca, avvitare e via…

Oggi non arriva nemmeno al cervello l’idea di dare un occhiata a Facebook e, comunque, non c’è connessione. La moka va attesa fino all’esplosione di aroma che anticipa il gusto, e non fa rimpiangere lo zucchero (mancante nella check-list). Angelo ha un giorno intero davanti a sé per esplorare il passato. Il costone ospita un villaggio, piccoli e grandi cuel che hanno offerto l’alternativa alla morte insegnando la condivisione e la collaborazione. Ecco l’antica zona agricola, ricavata dal terrazzamento e dalla trasformazione della terra ripulita dalle pietre e liberata dalle radici per offrire spazio al farro e agli ortaggi.

Angelo ormai vede attraverso gli indizi del tempo: vede il passato, capisce il lavoro fatto, con le mani di molti trasformati in giganti. I vecchi viottoli, alcuni spariti e altri manutenuti dai cinghiali, la bellezza dei panorami che appaiono e scompaiono tra le foglie, la gioia di essere il solo a vedere e sentire luoghi che le foto non potrebbero scannerizzare, il vento e il sole e… all’improvviso, comparso dal nulla, un capriolo lo riporta alla foresta. Non ha paura, si guardano per secondi infiniti comprendendosi l’un l’altro, prima di continuare sui rispettivi cammini. La sera arriva, ma gli ha dato modo di disegnare una mappa, rilevare la posizione dei singoli cuel, indicare la sorgente e i campi terrazzati ormai invasi dai carpini e dai frassini.

La mappa fermerà il tempo e si trasformerà in efficace fotografia. Stasera il pane del giorno prima con il formaggio di Luca (allievo e futuro Bagolot), il resto del vino e la fetta di torta risparmiata la sera prima concludono il giorno che sparisce dietro lo Zingla dedicando l’ultimo raggio alla Valle dei Cuel.

Il sasso ha svolto bene il suo compito, le chiavi sono ancora lì, l’acero felice di togliersi quella responsabilità lascia partire il fuoristrada che più adagio di quando era arrivato si allontana verso il lago, verso il presente. Angelo impaziente di rivedere la sua donna si accorge di aver dimenticato la videocamera al cuel, un dono inconscio al passato? Oppure l’inconscia consapevolezza che il presente non ne ha bisogno?

Accelera e non vede l’ora di parlare e trasferire i rumori e i colori della valle attraverso le sue sensazioni e i suoi pensieri, che mai come prima erano stati lasciati liberi di crescere, di connettersi e divenire idee. Il telefono scarico non lo preoccupa più, non serve altro che chiudere gli occhi e iniziare il racconto.

 

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“Niente è inutile” di Rossana Mazza

Parigi, Londra, New York, scorrono sotto la pelle, meridiane del tempo lasciando segni, storie, fatti.

Paolo osserva dalle grandi vetrate, la miriade di puntini che corrono in ogni direzione senza mai fermarsi. Un grande formicaio che cerca di accaparrarsi le briciole sparse nel mondo.

Chiuso nel suo ufficio la sensazione di non avere alternative gli blocca la gola.

Plic plic

Con ritmo preciso l’unghia del pollice sfrega tra le dita racchiuse, il fiammifero è acceso e così la sua ansia.

Plic plic

Il ritmo scandisce facendo risuonare l’eco nella sua testa.

– Basta torno a casa! Dal mio lago, nella mia terra.

Il viaggio di rientro si presenta turbolento. Si percepisce più che con la mente con il corpo.

Lockdown.

La fronte poggiata al vetro, Paolo osserva il nulla, o meglio, lo stesso verde monotono nelle sfumature, la stessa casa giallo limone, impersonale e antipatica come i proprietari, lo stesso pezzo di cielo che se parli si offende e tiene il broncio, spesso piange e, se fai lo scemo o dici battute, splende. Del resto questo offre il mese di marzo.

Saltella, davanti alla finestra, sembra ginnastica ma non lo è. È piuttosto una palla che nel rimbalzo cerca quel ritaglio di lago giù in fondo, ricordo di una vita precedente.

Si ferma sentendosi stupido, il suo avatar riflesso lo osserva.

Lunghi capelli arruffati senza capo né coda danzano liberi sulla testa, sembra essere un party, anzi, guardando meglio, la tipica festa anni sessanta completa di hashish e relativo sballo.

Flash.

– Chissà che fine ha fatto quella biondina con la maglia rossa…

Il solo pensiero gli rimescola il sangue e per la prima volta dall’inizio della quarantena, qualche cosa gli dice che è ancora vivo!

Alza lo sguardo ma l’occhio da pesce lesso sembra dirgli:

Ma ti sei visto?! Sarai bello tu!”.

Il fiato appanna la superficie trasparente che come la pagina di un libro si riempie di geroglifici lasciati dalla barba. Ormai lunga a dismisura, evidenzia grandi zone di pelo grigio, impietosa, senza bisogno di altre parole lo riporta sul pianeta terra.

Ma chi ci vuole stare su questa terra… in balìa di un microscopico invisibile virus che, se non guardi il Tg, credi di essertelo immaginato!

Chi vuole restare su questa terra che sta implorando ma nessuno l’ascolta!

Che ci sta dando una sonora lezione ma sa già che poi tutto tornerà come prima!

Che non ha più fiducia negli uomini e cerca di distruggerli con terremoti, tsunami, uragani, incendi!

Chi!? Chi!

I pugni alzati contro il vetro, l’urlo silenzioso, Paolo resta immobile gli occhi chiusi per qualche minuto. Non piange.

Svuotato muove qualche passo, si sdraia per terra, le gambe e le braccia allargate. Il corpo poggia pesante. Il cranio, fermacarte per pensieri, dimentica il tempo.

Il sole risplende nel cielo è un nuovo giorno.

Un’inattesa determinazione lo muove, davanti allo specchio ripulisce il suo viso, la sua anima. La mancanza, del famigliare tic, è presenza, consapevolezza.

Accende la radio mentre si appresta a vestirsi.

Domani primo giugno potremo tornare tutti alla vita di prima… “

La vita di prima? No, non ci sto, qualche cosa deve cambiare, non può passare tutto come un colpo di vento. Prende il telefono:

– Pronto, parlo con l’Associazione… si vorrei sapere come funziona, vorrei aiutarvi a preservare il mio mondo, la mia terra.

 

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“Quarantena e paranoie” di Bianca Patrizi

Dereden, dereden, dereden…

Piripim, piripim, piripim…

Et patatì et patatà1, come canta Brel e la giornata comincia con la solita mitragliata di messaggi sul cellulare. Dereden è mia sorella.

Piripim è il gruppo di fancazzisti ch’i g’hà niènt de fa’.

Brel è sacro, quindi viva Brel!

Sospiro e prendo in mano il cellulare. Rispondere alla sorella è d’obbligo: ogni mattina, da quando ho sclerato per via della depressione, mi invia una vignetta e due parole per accertarsi che io sia ancora viva. Rigorosamente in Inglese. Così sono costretta a concentrarmi perché la Teacher non può scivolare sull’errore grammaticale e perdere la faccia.

Fanculo!

Rispondo al dereden e invio un emoticon al piripim. Metto giù il cellulare e quello ricomincia a saltellare come un tarantolato. È il gruppo delle brioches. Quando ci si poteva muovere liberamente ci si trovava di tanto in tanto per una colazione a Salò. Siamo in cinque. Quindi esclusa la sottoscritta, che, sempre per via della depressione, risponde con un sì o con un no solo alla fine della diatriba e la mamma novantenne delle due sorelle brioscine, restano le due sorelle brioscine più un’amica brioscina OSS. Quindi tre abili a chattare. Un diluvio di messaggi:

– Come state? Ci si trova per un caffè?

– Eh, grazie! E come si fa? Io l’autocertificazione ce l’ho, ma non rischio seicento euro di multa!

– Aggiòrnati!

– Sarebbe?

– Coi social, una videochiamata plurima

– Scusa?

– Domani alle nove, ci videochiamiamo con un dolcetto fatto in casa e una tazza di caffè in mano!

– Che figata! Baci e abbracci virtuali a debita distanza, così Conti è contento.

– Ok – rispondo mandandole mentalmente dove, esattamente non so, ma da qualche parte perché anche loro, da quando ho sclerato, mi videochiamano spesso e quando videorispondo, tirano un sospiro di sollievo.

Ma io dico: una sarà pur libera di scegliere come cazzo vivere o morire, o no?

Riappoggio il cellulare e mi fiondo in doccia prima che quello ricominci con il ballo di San Vito. Esco dalla doccia e la lucina verde intermittente mi dice che sono arrivati altri messaggi. Cosa fai? Li ignori? Io che sono più curiosa di una scimmia non ci riesco, così passo parte della mattinata intrappolata in questa rete di dereden e piripim. I gruppi sono tanti, gli iscritti ai gruppi ancor di più, e gli uni moltiplicati per gli altri uguale le cascate del Niagara.

E che cazzo!

Sono bersagliata dai video. Sempre gli stessi che girano in tondo. Perché un piripim ne ha ricevuto uno sul suo numero personale e lo moltiplica sul gruppo dei fancazzisti, i cui iscritti a loro volta lo girano a tutti i loro contatti, che fanno il copia e incolla e la catena di Sant’Antonio si propaga peggio del Covid-19. A fine giornata ho perso il conto di quante volte ho ricevuto lo stesso video.

Ma nessuno ha niente di meglio da fare? Non dico andare a lavorare, visto che è tutto chiuso peggio di una serrata del ’68, ma che ne so, leggere un buon libro? Ascoltarsi un pezzo di musica? Suonarla, magari? Scriverla? Dipingere? Modellare la creta? Anche se non sei Demi Moore e non hai sottomano un Patrick Swayze che, onestamente potrebbe anche essere di qualche ispirazione, se non altro per come ballava, ma comunque può andar bene anche impastare acqua e farina. Ci aggiungi una presa di sale e ti fai gli gnocchi dei poveri. Voglio dire, sempre mettere le mani in pasta è. O se non hai quel tipo di talento, imbiancare le pareti di casa? Pulire i pavimenti? Praticare yoga, meditazione? Che magari aiuta ad abbassare lo stress e ritrovare il contatto con sé stessi che invece qui sembra che tutti si attacchino agli altri peggio delle cozze, anche quelli che fino a ieri manco ti cagavano adesso ti mandano il buongiorno, le barzellette su Conti, la Merkel, Trump, Boris Johnson, le proteste per il Mes, la vignetta del vicino che si tromba la vicina con guanti e mascherina che poi lei non sa più chi è il padre di suo figlio perché dagli occhi non l’ha riconosciuto e la buonanotte.

Allora sospiri. Finalmente!

E lì, io, rinasco. Spengo le luci di casa, accendo lo stereo e la musica mi raggiunge sul balcone, dove nella lanterna bianca regalatami da un’amica arde un lumino altrettanto bianco e la voce di Brel mi accarezza mentre semi sdraiata nella poltroncina di vimini fumo una sigaretta e guardo la luna e Venere che le brilla vicina e respiro quest’aria finalmente pulita e ascolto il canto dell’usignolo che trilla in un silenzio mai sentito prima.

Per la verità, non so se si tratti di un usignolo, ne so poco di ornitologia, magari è solo un merlo, molto meno romantico è vero, ma pur sempre elegante nella sua livrea nera dove spicca il becco giallo, ma Shakespeare dice che l’allodola è del mattino e l’usignolo della notte, quindi io mi fido e affido a lui e sono felice di averlo incontrato fra le pagine della mia vera Bibbia.

Però è strano che questa pandemia che ci ha separati e bloccati e decimati mi abbia tolto dalle spalle quel piombo che mi ostacolava perfino il respiro. Da quando la casa di riposo dove è ricoverata mia madre ha impedito le visite ai famigliari, io volo. Non più l’obbligo giornaliero condiviso con la sorella del dereden, dereden, dereden di farle visita e annaspare alla ricerca di argomenti inoffensivi, ma inutili perché ormai mia madre è più sorda di una campana e se anche urli ti sgoli e basta. Eppoi, diciamocela tutta, che argomenti abbiamo in comune io e lei? A parte il cinema? Troppi non detto di mezzo, troppi non si fa, non sta bene, troppi indici caricati e puntati come una canna di pistola per ricordarti le regole quando invece io dentro ho quel cavallo imbizzarrito che si impenna e scalpita, e l’associazione di idee con Hidalgo, quindi con Viggo Mortensen, alias Aragorn, è immediata e potente è esplosiva e porca puttana, non è possibile! Prima Patrick Swayze, adesso Viggo Mortensen! Non si può continuare a pensare agli uomini più sexy del mondo in questo momento di reclusione e astinenza forzate!

Eh, che cazzo!

Maciullo la sigaretta nel portacenere, mi alzo e spengo lo stereo proprio mentre la voce insinuante, carezzevole, scorticante di Brel canta <<il faut bien che le corps exulte2!>> e vaffanculo anche tu!

Giro per casa come una tigre in gabbia. Qualcosa mi ruggisce dentro e ripenso al pozzo nero della mia depressione, quando non vedevo e non sentivo che l’affanno di un dolore infinito e ci stavo male, ma meglio di adesso, porca miseria. Perché questo Covid-19 mi ha tolto un altro peso dall’anima: mi ha chiuso la possibilità di trovar lavoro e sembrerà anche una contraddizione, ma fino a pochi mesi fa il <<digerire lo stomaco a forza dell’andare e venire, consumar le ginocchia, misurar le altrui scale, far continui esercizi di agilità dorsale3>> (grazie Rostand!) mi ha prosciugato le ultime energie e ho gridato <<No!, Grazie>> come Cyrano e quel grido mi ha fatto finalmente uscire dalla gabbia che io mi ero costruita intorno.

E di chi è la colpa, alla fin fine?”, mi domando fermandomi davanti al pacchetto di tabacco trinciato e la risposta è lì: della sorella, quella del dereden, dereden, dereden che ha fatto combutta con le brioscine, che hanno coinvolto la psicologa, che ha tirato dentro l’amica, quella che mi aveva chiesto di dare lezioni di Tedesco a suo figlio e l’altra amica e…

Ma quante amiche ho? Non mi basta una mano per contarle tutte! Oh cazzo!

Mi arrotolo una sigaretta con mano malferma, meditando vendetta. Ne esce una trombetta, sempre meglio della damigiana, penso e l’accendo, ma non l’ho sigillata bene e metà del tabacco l’ho perso per strada, quindi la cartina prende fuoco e mi strina il naso, ma va bene così.

Esco di nuovo sul balcone, mi sprofondo nella poltroncina di vimini e penso:

Domani chiamo la psicologa! Se è capace di tirar fuori una depressa cronica dalla melma, sarà ben capace di rificcarcela dentro!”

Ma temo che il processo inverso non appartenga al suo codice deontologico.

Chi chiamo? Ah! Il padre della Psicanalisi! FREEEEEEEEUUUUUUUUUUD!

Poi penso che sullo schermo, Freud, l’ha proprio interpretato lui, Viggo Mortensen e mi affloscio senza speranza nella mia poltroncina di vimini, mentre l’usignolo si rimette a trillare felice dell’aria pulita, dell’assenza di traffico in un silenzio mai sentito prima.

 

1    (…) e ci ci ci e ci ci cià (imitando il pettegolezzo sussurrato delle bigotte) da Les Bigotes di Jacques Brel.

2    “Bisogna pur che il corpo esulti” da La chanson des vieux amants di Jacques Btrel.

3    Il famoso monologo “No, grazie!” dal Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand.

 

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“L’uomo che corre (elogio del runner)” di Alessandro Tondini

Non ha mai camminato. Lui corre. Sempre.

Tutti sanno chi sia. Se si prova a chiedere in giro «Chi è quel tipo?», la risposta è sempre la stessa: «L’uomo che corre». Pochissimi conoscono il suo nome e si dice che non abbia amici. Troppo introverso, troppo impegnato a dispiegare il suo talento. La sua figura scarna e nervosa sfugge nelle vie del paese senza cambiare mai ritmo. Il suo passo regolare è una certezza, come l’alba e il tramonto. Non c’è stagione in cui non lo si possa vedere lungo le strade che si intrecciano fra le case e in mezzo ai sentieri che si perdono negli orti. Poco dopo il sorgere del sole si muove, da est verso ovest, costeggiando le rive del lago, alternando i tratti asfaltati agli sterrati ghiaiosi che delimitano la terra dall’acqua. Arriva al torrente che segna il confine del paese e riprende la sua corsa in senso contrario. All’imbrunire discende lieve dalle colline spinto dalla brezza di monte.

D’estate corre anche con l’oscurità mentre d’inverno solo finché c’è luce. Se piove corre lo stesso. Non so se corra quando nevica, ma tanto qui non nevica mai.

Ha un fisico asciutto, di un magro triste, tenuto insieme da una pelle liscia e pallida. La sua espressione è seria e indecifrabile. Non puoi capire quando fa fatica, se si sta sforzando o se lascia solo muovere le gambe. Lui corre sempre uguale. I capelli lunghi e ricci lo accompagnano con eleganza e non si scompigliano troppo, tengono il suo ritmo e danzano con lui contornandogli lo sguardo fisso e preciso. Quando fa caldo indossa una stretta maglietta bianca e dei pantaloncini da mezzofondista anni settanta. Ai piedi ha delle scarpette da ginnastica consunte dalle quali crescono dei calzini cortissimi e scuri che non gli arrivano al polpaccio. Se la temperatura è più fresca sopra la maglietta mette una felpa con la zip, sempre aderente. Non si copre le gambe, ma le calze aumentano di lunghezza e arrivano sotto il ginocchio. Se fa freddo non suda, ma anche d’estate la sua maglia non è mai bagnata.

Al mattino, quando vado a lavorare, lo vedo appuntare il passo sulla riva del lago. Quando torno di sera mi accompagna per un tratto lungo il marciapiedi della strada principale.

Un sabato mattina l’ho incontrato sul lungolago. L’ho visto arrivare da lontano, la sua sagoma si avvicinava con grazia discreta e ho potuto osservarlo con tutta calma. Era perfetto, come se si muovesse su una rotaia. Il suo avanzare, benché fosse fatto di passi veloci che si staccavano da terra, manteneva la sua figura sempre alla stessa altezza. Solo i capelli si sollevavano e abbassavano, ma di poco. Mentre si avvicinava riuscivo a cogliere la sua espressione dura, ma serena. Le mascelle erano serrate e gli zigomi delineavano la geometrica incoerenza di un viso ovale e squadrato. Gli occhi, piccoli e tondi, inquadravano con precisione il terreno davanti a lui. Non sollevava mai lo sguardo.

Quando ci siamo trovati a una decina di metri l’ho salutato: «Ciao», e mi sono avvicinato a lui sorridendo. L’ho visto piegare appena la testa verso di me e allargare di poco gli occhi. Non ha aperto bocca e si è limitato a sollevare la mano sinistra.

«Buona corsa!», ho aggiunto tanto per dire qualcosa e, poco prima che mi sfilasse di fianco, si è insinuata in me la tentazione di provare a fermarlo con la scusa di fargli qualche domanda. Non ne ho avuto il coraggio.

L’ho seguito con lo sguardo e ho visto che la sua chioma è ormai diventata tutta grigia. Ho così compreso che il mio sciocco tentativo di farlo rallentare sarebbe stata una mancanza di rispetto, un atto sacrilego. Sono rimasto fermo a guardarlo svanire in controluce, come se fosse stata la scena finale di un film. Questo è successo sabato.

Oggi è mercoledì pomeriggio e sono a casa. Sono tutti a casa, anche l’uomo che corre. È un mercoledì quindici di un mese che ha già dimenticato cosa sia il freddo. Non è ancora estate, ma la primavera è già pronta per trasformarsi nella sua rovente collega. Fa caldo e il cielo esplode di azzurra bellezza. Tutto è immobile. Non si odono voci, rumori di auto o di attività umane. Sono presenti solo il cinguettio dei passerotti e il gracchiare delle cornacchie. Una tortora tuba con discrezione sul ramo di un albero. Sembra tutto sospeso e, in effetti, è così. Almeno per noi, cosiddetti Sapiens. Siamo in attesa che tutto passi. Che tutto ricominci come prima. Anche se prima si stava peggio e domani non è detto che andrà meglio. La vita, come la conosciamo, ha cambiato ritmo. Ci siamo dovuti fermare per lasciar passare un’invisibile esserino che ha osato farci dubitare di noi.

Sono momenti pigri anche per l’uomo che corre.

Trovo inconcepibile che lo abbiano obbligato a non muoversi. Lui che col suo procedere inesorabile cadenza lo scorrere delle giornate. L’uomo che corre non è un podista qualsiasi. In lui non c’è alcun desiderio di tenersi in forma, di esibire un fisico atletico o di ostentare improbabili completini colorati. Ogni suo passo è un’unità temporale, il segno dell’ineluttabilità. La sua corsa è regolare, non fa scatti e non l’ho mai visto fare una pausa. Esce di casa e corre, smette solo di fronte al suo uscio. È una sicurezza, come certo è il trascorrere dei mesi, dei giorni e dei minuti e il suo incanutimento è il segnale che, anche se tutto sembra uguale, il tempo non passa indolore. Tutto si trasforma e lui, prima scuro, poi grigio, domani sarà bianco e, chissà, un giorno non avrà più capelli. Fino al giorno in cui non lo vedrò più e capirò che anche il mio tempo è trascorso.

Gli illusi hanno obbligato l’uomo che corre a starsene fermo, credendo che sia possibile modificare o addirittura impedire la successione degli eventi. Non hanno capito nulla.

L’uomo che corre riprenderà a breve la sua strada come sempre, di corsa. Così potrò osservarlo di nuovo, alle volte in modo distratto, altre con molta attenzione e, finché lo vedrò scivolare tranquillamente, col suo passo costante, saprò che il tempo passa, ma ce n’è ancora abbastanza.

 

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