CONCLUSIONE (8) _ Giovanni Zambiasi

”Ragazzi torniamo a baita?”
Prima di rispondere a Guido ci guardiamo tutti negli occhi senza parlare, siamo fuori dal golfo all’altezza del pontile del Piantone e l’onda morta che arriva dal lago è impressionante. ancora pochi minuti per decidere e poi sarebbe difficile girare la barca senza rischiare la scuffiata.
Comunque non serve rispondere, davanti abbiamo quello che noi tutti sognavamo da sempre: “el Vent de Balì”, quello forte, quello che ci hanno sempre raccontato e mai visto.
Non avevamo più tempo, il motore fuoribordo non ce la fa più a spingere il nostro Fun e dobbiamo per forza arrivare sulla linea di partenza a vela.
Randa terzarolata e tormentina e via di bolina verso il gruppone di vele bianche che a nord si confonde con le creste delle onde vaporizzate da quel vento mai sperimentato.
Dopo poche virate Luca sconsolato fa notare quello che avevamo già capito:
“Cazzo… non arriveremo mai per le otto e mezza!”
Nessuno commenta e nel nostro cuore speriamo in un rinvio, come noi decine di barche arrancano dai porti a sud per la regata dell’anno e in quelle condizioni meteo la giuria non poteva non vederci.
Dopo circa venti minuti dal suono di partenza della sirena, senza di noi, tagliamo sulla boa sotto costa e ci buttiamo all’inseguimento, muri d’acqua e raffiche nere che oscurano il lago non ci spaventano più.
Valentina, la nostra barca, regge e noi siamo un corpo solo con lei; io al timone urlo le manovre e gli altri le eseguono alla perfezione, ogni virata ci porta a nord verso la boa di ritorno. Tagliamo le onde come un coltello.
Tutti e quattro sopravento facciamo del nostro meglio per tenere dritta Valentina senza straorzare, la randa è ormai ammainata da due ore e la tormentina è l’unico straccio che in quelle condizioni possiamo usare.
Stiamo sotto costa e sfruttiamo i promontori, a centro lago è un’ecatombe, moltissime imbarcazioni rientrano disalberate e rotte, vanno alla deriva, e tutti noi le osserviamo ringraziando in cuor nostro Piero per la perfetta cura con cui mantiene la barca, in ordine e perfettamente pronta per affrontare qualsiasi impresa.
Le sartie tengono e tutta la ferramenta non fa una piega, siamo ancora qui a lottare con le onde. Mi guardo intorno: facciamo sei nodi con una barca di sette metri, quasi senza vele, di bolina con onda corta, mai così alta, sul naso e il Balì a raffiche da 60 nodi, Guido canticchia tenendo in mano la scotta del fiocco, Piero a poppa, aggrappato alle volanti, controlla la sua creatura, Luca a prua osserva l’orizzonte alla ricerca del nostro gruppo e la boa si avvicina.
Prepariamo la manovra per tempo e alla girata tutto fila liscio, decidiamo per il genoa e tutta randa e dopo la strambata iniziamo a volare sui laschi.
Valentina sotto raffica esce dalle sue linee d’acqua e vibra come mai l’avevo sentita, planiamo sulle onde come fossimo un surf gigante e tutti a poppa speriamo di non ingavonare e annullare questo giorno bellissimo. Il carica basso e le volanti sembrano indistruttibili e la velocità arriva ad undici nodi.
Al passaggio intermedio la giuria comunica che siamo i sedicesimi assoluti, non ci crediamo e non ci interessa, voliamo e l’euforia aumenta, niente ci può fermare.
Movimenti precisi durante le manovre, forza e coraggio a recuperare gli errori, sapienza e maestria per farci amico il vento ci permettono di girare l’ultima boa e puntare alla conclusione, al traguardo tiriamo dritto e rientriamo al nostro porto seguendo il tramonto. Oggi non ci interessa sapere il risultato, per quello c’è tempo. Siamo una squadra e la conclusione non è l’obiettivo.

 

 

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CONCLUSIONE (7) _ Barbara Favaro

Aveva chiuso la porta dello studio del Dott. Chiavini, il ginecologo, da oltre dieci minuti. Si era riseduta sulla comoda poltroncina per aspettare che la visita alla zia fosse conclusa. Non era stata una buona idea, lo sapeva, ma non era stata una sua idea. Fosse stato per lei gliel’avrebbe risparmiata, aveva ottant’anni quella donna e non era il caso di causarle traumi. Il suo medico, però, non aveva sentito ragioni:
“Per essere sicuri che non si tratti di tumore c’è bisogno di una serie di visite specialistiche e di esami”, aveva sentenziato.
La zia non stava bene, questo era evidente, ma non era mai stata bene negli ultimi vent’anni, e tutti si erano abituati alle sue lamentele. Anche quando si lasciava andare a drammatiche rappresentazioni, con maledizioni scagliate a destra e a manca, nessuno faceva una piega.
“Zia Amelia, abbiamo capito, ora mangia tutto che poi ci prepariamo per andare a letto.”
“Crepa”, rispondeva Amelia.
Non sopportava il fatto di essere diventata vecchia. Le palpebre cadenti erano state la tragedia portante di quegli ultimi anni:
“Non ci vedo più!”, urlava tirandosi su la pelle cascante puntando gli indici sopra i bulbi e alzando ridicolmente le sopracciglia.
Voleva farsi una di quelle operazioni chirurgiche delle dive:
“Lo ha fatto la Sofia Loren, posso farlo anch’io!”
Il medico, di volta in volta, cercava di dissuaderla con tecniche diverse. Le aveva provate tutte, dall’indifferenza alla strigliata, ma quando Amelia decideva di rompere le scatole era inarrestabile. Quando Amelia decideva che doveva frantumarti i nervi era imbattibile. Quando Amelia decideva che doveva dirti sul muso quello che pensava era implacabile:
“Quella puttana della Franca andava in giro con le sottane sempre alzate, l’ho vista io!”, sbottava tra una cucchiaiata di brodo e l’altra.
“Dai, zia, sono passati cinquant’anni, forse non ti ricordi bene”, la blandiva la nipote.
“Va’ al diavolo! Io mi ricordo di tutto!”, e sbatteva il cucchiaio nel piatto facendo saltare la pastina sulla tovaglia, cosa che alla nipote dava l’effetto di un trapano sul nervo scoperto.
“Guarda che quella andava dietro a tutti. A tutti! Anche a tuo zio!”, eccolo il colpo di grazia. Suo fratello Bepo era il latin-lover del paese, se l’era fatte tutte: giovani e vecchie, zitelle, vedove e maritate. Tutti sapevano, donne e uomini (cornuti o meno che fossero) e, inspiegabilmente, nessuno di loro era mai passato al contrattacco, magari con un pugno sul grugno tra un bicchiere e l’altro. Erano tutti suoi clienti e nessuno lo aveva mai affrontato per risolvere la questione. Mai un commento fuori posto, mai un’alzata di sopracciglio. Al massimo dicevano che il suo bianco faceva schifo, ma non che il Bepo gli stava scopando la moglie. Amelia, dal canto suo, aveva avuto delle tresche, tutte segretissime finché le sue amiche ne avevano sparlato in giro. Si ricordava di un certo Mario, poi lui era partito e zia Amelia aveva reagito prima chiudendosi in casa per giorni e poi uscendo tutte le notti d’estate con uno o l’altro alle feste di paese e rincasando al mattino. Zio Bepo l’andava a cercare, le mollava una bella sberla per farla rinsavire, lei lo mandava al diavolo e con la guancia in fiamme se ne andava a letto. Senza mai versare una lacrima. Amelia era una che non te la faceva passare liscia, aveva una memoria formidabile e il gusto della vendetta. Al momento opportuno sapeva cosa dire e come dirlo per farti cascare addosso la frana che ti meritavi, almeno secondo lei. Ce l’aveva con la Franca perché se la faceva con suo fratello e suo fratello la difendeva sempre. La Franca era l’unica a tenerle testa, era vedova e non doveva dar conto a nessuno.
“Puttana!”, la salutava Amelia appena Franca entrava nel bar.
“Puttana tu!”, ribatteva senza scomporsi la Franca ammiccando in direzione del bancone dove il Bepo le stava già preparando il Fernet liscio da far sparire in un paio di sorsi, mentre la sigaretta Stop-senza filtro si consumava tra le sue dita di sarta.
La porta dello studio si aprì e il Dott. Chiavini anziché farla entrare uscì prendendola per un gomito con una certa foga.
“Dottore, cosa succede?”
“Sua zia si sta rivestendo, ma me lo poteva dire per Dio!”, Chiavini era furioso.
“Dirle cosa?”
“Che è vergine!”
Aprì bocca e poi la richiuse senza emettere suono. Guardò la zia che si stava risedendo alzandosi le palpebre con le dita. Guardò il dottore. Riguardò la zia:
“Vergine.”
E non sapeva se ridere o se piangere.

 

 

 

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CONCLUSIONE (6) _ Laura Giardina

Da giovane non ho mai avuto una particolare attrazione per i gatti, non mi fidavo di loro, li guardavo con sospetto. Non so se fosse frutto di convincimenti derivati, e quindi assorbiti per osmosi, oppure se ne avessi fatta in qualche modo esperienza. Romeo, il primo gatto in casa, è arrivato del tutto inaspettato: mia figlia tornò con lui dopo essere stata ospite presso una famiglia di veterinari. Anche lui, come il mio primo cane, era malmesso, con una mandibola rotta mal calcificata, ma con una caparbia voglia di vivere. Un gatto di razza persiana viene descritto come un gatto da salotto, Romeo invece soffriva a stare in casa, la sua folta pelliccia lo sosteneva nella smania di star fuori la notte anche negli inverni più rigidi. Il suo territorio sapeva difenderlo bene, non poteva avvicinarsi nessun gatto nel nostro giardino, lui era sempre pronto alla zuffa. Negli anni questi combattimenti hanno lasciato ferite di guerra e in simbiosi siamo invecchiati. I cambi delle stagioni dell’età hanno modificato i nostri caratteri: siamo diventati meno socievoli, più appartati dal mondo.
Anche lui, come me, ora vede meno, tanto che la posizione della sua lettiera gli è stata resa maggiormente individuabile da una paletta rossa conficcata nella sabbia.
Romeo è sempre stato molto fiero e dignitoso, e nonostante i suoi corrispondenti novant’anni, mantiene ancora le sue buone abitudini di predatore, omaggiandomi di carcasse di uccellini, morti senz’altro per cause indipendenti da lui, ma che riutilizza opportunamente tramite l’arte del riciclo creativo.

Osservando le persone che ospitano in casa degli animali domestici, posso affermare che noi esseri umani siamo distinguibili emotivamente in base dalla scelta di avere un cane o un gatto. Le persone che possiedono un gatto tendono ad essere più indipendenti nelle loro manifestazioni, e nelle loro relazioni, di chi possiede un cane, e sembra siano più propensi a concentrarsi sulla parte dolce e comoda delle cose. Dei gatti ci si innamora per il loro starsene distanti, per la loro natura curiosa. Veniamo irrimediabilmente attratti dal loro essere distaccati, non si rischia di farli divenire una stampella per i nostri bisogni emotivi, né esseri rispondenti in maniera macchinale alle nostre aspettative e proiezioni. Sembrerebbe, inoltre, che gli animali in questo momento di disagio e di rarefazione delle relazioni dirette, siano diventati membri della famiglia a tutti gli effetti svolgendo un importante ruolo sociale. Riempiono un vuoto e per questa ragione molte persone sono particolarmente infastidite dall’indipendenza e dall’ingratitudine (apparente) dei gatti.
Ultimamente, nella mia famiglia è arrivata una batuffolina soffice di 3 mesi, candida come il latte con delle macchie color miele: Trilly. Ne sono stata rapita dopo aver visto una sua foto in cui mi guardava dritta negli occhi con la testolina leggermente inclinata. Cercando di agevolare il suo inserimento in casa mi ero impegnata molto per entrare in relazione con lei, persino gattonando sulle mie ginocchia doloranti, ma nonostante i miei sforzi, lei non mi considerava proprio. Questo atteggiamento, per me frustrante, proprio non lo comprendevo. Trilly passava intere giornate davanti al muso impassibile di Romeo, le interessava solo lui, sembrava fosse l’unico inquilino della casa. Passavano i giorni e lei cercava caparbiamente la sua attenzione per interagire solo con lui. Un vero rompicapo. Un pomeriggio li ho trovati che ronfavano insieme sul divano: lui si era arreso e aveva finalmente tollerato la sua vicinanza. Quello che fino a quel momento non avevo capito a un tratto mi fu chiaro: lei aveva rispettato un codice, riconoscendo il territorio esclusivo di un suo simile, e ferma nella sua scelta aveva perseguito la via più difficile. È una tosta la mia Trilly, mi assomiglia.

 

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CONCLUSIONE (3) _ Franco Pelizzari

Si svegliò Pietro, d’improvviso, come se qualcuno l’avesse strattonato. Era ancora buio e quindi faticò a rendersi conto di dove fosse. La camera era la sua e questo lo rassicurò. Controllò la presenza dei due suoi fratelli, Francesco e Giovanni c’erano, ancora lì con l’unica differenza che dormivano. Mancava Chiara, ma la piccolina era nella camera dei suoi genitori e certamente dormiva, pensò con certezza Pietro.
Famiglia numerosa la sua, tre fratelli più lui, quattro figli, tanto che la mamma aveva dovuto cambiare auto e prenderla più grande per poterli trasportare tutti.
Di fatto questo aspetto non lo preoccupava, lui stava bene e giocava con tutti, meno con la sorella perché era ancora piccola, ma con gli altri sì, ci giocava e poi si faceva anche i fatti suoi, standosene abbastanza in pace e da solo tutte le volte che lo desiderava.
Ora però sentiva dentro di sé una sorta di inquietudine, come se gli mancasse qualcosa ed avesse il bisogno di andare a prendersela. Non gli capitava spesso, lui era un tipo tranquillo, anche abbastanza sognatore per perdersi a correr dietro alle sue paturnie, ma ora sentiva che qualcosa doveva cambiare, come se dovesse prepararsi ad un nuovo evento.
Passò del tempo in cui lui continuava a pensare e a non dormire, finché si aprì la porta ed entrò una figura strana, piuttosto grande e robusta, vestito di rosso e con il cappello, la barba bianca e… mio Dio, era Babbo Natale!
«Ssssst., fai piano!» disse Pietro
«Tranquillo Pietro, non si svegliano nemmeno con la dinamite» rispose Babbo Natale, che nel frattempo si era seduto sul suo letto.
Pietro si mise seduto pure lui, frastornato più che impaurito. Provò a toccare la spalla di Babbo Natale e in effetti c’era, era vero, bello robusto.
Lui si voltò, guardò per bene Pietro, dritto negli occhi, e gli fece un sorriso dolcissimo, così che anche il ragazzino si mise tranquillo e lo ascoltò, per bene.
«Era da tempo che volevo venirti a trovare caro Pietro, oggi mi sono deciso e sono felice di vederti qui, bello sveglio, come se mi aspettassi. Ti chiederai il perché e te lo spiego subito.
Non ti devi preoccupare dei regali di Natale. Scrivimi tutte le letterine che vuoi, io le leggerò e poi con calma preparerò i tuoi doni, che ti arriveranno in tempo.
Lo sai che arrivo dappertutto? Vedo tutti i bambini del mondo, quelli che mi pensano e anche quelli che non lo fanno. Il problema è che quelli che non mi cercano nemmeno mi vedono, così io cerco di farmi vedere da loro, mi agito più che posso, ma non c’è verso, mi ignorano e non riescono a vedermi».
Pietro lo guardava e lo ascoltava con una tale attenzione che nemmeno si rendeva conto di dove fosse, di che ora era e che stava ascoltando Babbo Natale parlare.
«Ecco perché son venuto da te. Ero certo che tu mi vedessi e che mi ascoltassi. Vorrei che venissi con me, ti travesti da me e ti fai vedere tu dai bambini di tutto il mondo, così inizieranno anche loro a credermi, senza alcun dubbio. Sei pronto?»
«Sì» rispose Pietro senza esitare.
Si vestì in un lampo e si ritrovò fuori con Babbo Natale, sulla sua carrozza trainata dalle renne. Il freddo di dicembre non lo scalfiva, come se non lo sentisse. Così partirono come un razzo. Lui si divertiva a guardare in basso e vedere la sua casa che diventava sempre più piccola.
Arrivarono in un lampo in un paese dove i bambini avevano gli occhi a mandorla, erano tantissimi. Si ritrovò vestito da Babbo Natale a distribuire tantissimi regali, come se si materializzassero all’istante, l’uno dopo l’altro, tutti bellissimi. I bambini che non dormivano lo guardavano e sorridevano e quindi capì di essere visto. Questa certezza lo galvanizzò, tanto che i suoi movimenti diventarono sempre più veloci e in un attimo riuscì a coprire tutti gli angoli del mondo, accontentando tutti i bambini, portando con sé i loro sorrisi.
Quando arrivarono a casa sua era ancora buio. Scesero dalla carrozza e lui salutò le renne, accarezzandole una ad una. Entrarono in casa e Babbo Natale lo accompagnò. Lo aiutò a spogliarsi, gli piegò i vestiti e lo aiutò ad infilarsi nel letto.
«Hai fatto la cosa più bella del mondo caro Pietro, l’hai capito vero?»
«Sì Babbo Natale, è stato bellissimo. I bambini mi guardavano con occhi così riconoscenti che mi sono commosso. Grazie, sei un tesoro».
Babbo Natale aspettò che lui si addormentasse, si asciugò una lacrima e se ne andò, felice.

 

 

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CONCLUSIONE (5) _ Rossana Mazza

Si siede. In mano una penna e sul tavolo un foglio bianco. Alza lo sguardo e osserva. Fuori dalla finestra una pioggia sottile e intensa batte sull’asfalto sollevando una leggera nebbia che le ricorda che ormai l’anno volge al finire.
Un déjà-vu che richiama alla mente il primo racconto che ha scritto, l’inizio della sua avventura.
Stessa finestra, stesso foglio.
Mai, avrebbe creduto di riuscire a scrivere tutti e dodici i racconti, anzi per dirla tutta era sicura che non ci sarebbe riuscita.
Come in un percorso-vita aveva dovuto imparare a superare gli ostacoli e i vari paletti, che l’insegnante imponeva per crescere: gestire il ritmo per non arrivare senza fiato, misurarsi costantemente con se stessa, non mollare mai e correre al traguardo.
Mille le cose successe in questi dodici mesi. Alcune belle, alcune meno, ma tutto serve, tutto insegna.
Il foglio bianco la guarda … muto.
Attende paziente che la sua mano lo accarezzi con linee tondeggianti, tipiche della sua calligrafia, quasi da bambina.
Quel segno nero, simile a una strada su cui viaggiano liberi i suoi pensieri, mentre il paesaggio scorre intorno, donando profumi e colori ai suoi scritti, sembra sparito.
Forza, è l’ultimo racconto! Che cosa ti sta succedendo?
Si sistema sulla sedia, raddrizza la schiena. Un respiro, poggia la mano sul foglio… niente.
Durante quei mesi aveva imparato che le idee, prima o poi, arrivavano fino a lei. In qualche modo, nel marasma di pensieri che precedono la scrittura di un racconto, quelli giusti si evidenziano, come una riga in neretto nella pagina di un libro.
Scrive il titolo : “Conclusione”. Guarda quelle undici lettere, le legge, le rilegge poi un suono insistente la distoglie dal foglio:
“Pronto”
“Ciao, sono B, come va? Tra qualche giorno devo pubblicarti, come sei messa con il racconto?”
“Ehm… sì, cioè no, insomma avrei un’idea ma… ”
“Racconta”, la incita B.
Lei prova a tradurre in parole, assemblando e ordinando come pezzi di un puzzle i pensieri che le fluttuano nella mente, apparentemente senza senso. Manca, però, sempre un pezzo.
B ascolta in silenzio, poi sbotta:
“Questa è una situazione non una storia! Non accade nulla! Non dirmi che ti sei dimenticata come si scrive una storia dopo dodici mesi di scrittura! Inventati qualche cosa, inventa! Inventa! Inventa!”
Le parole di B sono come una sferzata di aria frizzante sulla sua mente intorpidita, ora ha capito qual è la tessera mancante del puzzle. Ora tutto quadra.
“Io non voglio finire questo viaggio”.

 

 

 

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CONCLUSIONE (4) _ Elda Cortinovis

Come tutte le mattine aveva fretta e percorse la via senza guardarsi troppo in giro: cappello calcato in testa, bavero alzato, una sciarpa arrotolata al collo e capo ritirato nel cappotto come una testuggine, per ripararsi da pioggia e vento.
Lasciare Roma per vivere a Milano era stata una scelta sofferta: le mancavano il sole, i bei parchi da attraversare in primavera, la sua famiglia, ma il lavoro che amava tanto le faceva sopportare il grigiore del cielo milanese.
Attraversò la strada e si incamminò lungo il marciapiede della via degli Orefici.
Mentre procedeva rapida, quasi stesse perdendo un treno, con la coda dell’occhio intravide nella vetrina di un antiquario un bracciale. Era già alcuni passi oltre il negozio quando un pensiero la bloccò.
Fece dietro front e si paralizzò davanti alla vetrina. Con occhi spalancati osservò il braccialetto che giaceva elegante su un panno di velluto blu.
Sembrava impossibile, ma in quel negozio, non si sa in quale modo, era arrivato il bracciale che quarant’anni prima le era stato regalato dalla madre in occasione della sua Prima Comunione.
Era certa fosse il suo: era d’oro, con disegni geometrici smaltati di bianco e come chiusura due insoliti gancetti che erano stati cambiati per adattarlo al suo polso.
Lo teneva custodito in una graziosa scatoletta di legno laccata nera con dei piccoli fiori blu dipinti a mano e lo indossava solo nelle occasioni importanti, per poi riporvelo gelosamente.
Un giorno era stata invitata da una compagna di scuola, una ragazzina figlia unica che si dava un sacco di arie e che Monica cercava di conquistare in tutti i modi.
Non le sembrò vero di ricevere quell’invito che subito le apparve una delle occasioni per cui valesse davvero la pena di indossare il suo gioiello.
Appena giunta a casa di Aurora, Monica glielo mostrò con orgoglio, senza ricevere in cambio alcun apprezzamento, sebbene avesse avuto l’impressione da come lo osservò che le fosse piaciuto.
Aurora viveva in un palazzo con un magnifico parco dove, tra gli alberi secolari e antiche statue che facevano capolino negli angoli più romantici, le due ragazze giocarono a nascondino, si rincorsero e sedute sulle fredde panche di pietra, si persero in racconti fantastici.
Con sua grande sorpresa, Aurora le sembrò molto più gentile del previsto.
Si interruppero solo al richiamo della merenda che le aspettava in uno dei tanti salotti dai soffitti affrescati; Monica guardò il suo abito ereditato dalla sorella, e si sentì fuori luogo.
Nel tardo pomeriggio la venne a prendere la madre a cui lungo la strada, raccontò di come le era sembrato di aver conquistato quella compagna inizialmente tanto astiosa, ma anche del disagio provato in quella casa.
– Non ti preoccupare, capita quando si va in abitazioni così lussuose. L’importante è che la vostra amicizia sia sincera. Le è piaciuto il tuo braccialetto?
– Oddio, il mio braccialetto! – trasalì Monica tastandosi il polso e non sentendolo.
In un secondo le crollò il mondo addosso. Non ci fu modo di ritrovarlo; lo cercò lungo tutto il percorso, andò a suonare all’amica, tornò il giorno dopo per guardare in ogni angolo del parco.
Lei sapeva che era lì, ma la speranza di riaverlo con il tempo svanì.
A Monica rimase di quel pomeriggio un ricordo fastidioso, l’odore di chiuso della stanza dove avevano fatto merenda, la luce calda e triste del lampadario di vetro, i tavolini colmi di ninnoli d’argento e di ceramica, troppi e inutili.
L’amicizia con Aurora non ebbe seguito perché non riusciva a starle accanto senza soffrire per la perdita del suo bracciale e Aurora dal canto suo non si interessò particolarmente a lei dopo quel pomeriggio insieme.

Ora il bracciale era lì, semplice e perfetto come lo ricordava. Entrò nel negozio decisa ad acquistarlo e non ci fu verso di mostrale alternative: lei voleva quello e nient’altro.
Lo prese in mano e lo sentì così familiare; lo allacciò al polso riprovando l’emozione di quando per la prima volta lo aveva indossato.
Il negoziante le raccontò di averlo acquistato all’asta insieme ad altri gioielli appartenenti a una famiglia romana che per motivi finanziari era stata costretta a vendere tutto.
Era felicissima. Non poteva ancora credere che una vicenda sospesa per così tanti anni si fosse conclusa in modo così inaspettato. Non rimaneva altro che dirlo a sua madre.
– E’ incredibile, ho ritrovato il braccialetto della Prima Comunione!
– Che braccialetto, cara?
– Quello che mi avevi regalato… che avevo perso da Aurora, ti ricordi?
– No, è passato tanto tempo.
– Ma dai! Quello smaltato di bianco, era un tuo regalo speciale…
– Ah sì, ora ricordo. Era carino, ma non mi sembrava una cosa tanto preziosa.
Non era possibile! Incredula chiuse la telefonata. Per tutta la sua vita, ogni volta in cui aveva ripensato al braccialetto perso, aveva provato verso sua madre un profondo senso di colpa e solo ora si rendeva conto di come quel sentimento, che tanto l’aveva tormentata, fosse assolutamente infondato.

 

 

 

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CONCLUSIONE (2) _ Giorgio Matteotti

Questa è la storia di Celeste, mia carissima amica e scrittrice di talento, però è un po’ anche la mia storia, che per un certo periodo si accavalla alla sua e corrisponde sul piano dei sentimenti e degli affetti reciproci.
Quando aveva iniziato a scrivere aveva giusto vent’anni e io quaranta, età in cui si crede di aver raggiunto un livello di cultura sufficiente per intraprendere grandi imprese letterarie e ci si sente in grado, quasi sempre a torto, di dare consigli ad una ventenne che voglia seguirti sulla stessa strada. In questo caso specifico. C’era, però, un fattore che avrebbe dovuto metterci sull’avviso in tempo utile e che noi non avevamo preso in considerazione. Ci eravamo conosciuti alla mostra di un mio amico pittore e lei si era subito invaghita di me, ma al momento non ci avevo fatto caso. Da parte mia, invece, non c’era quel trasporto che mi potesse portare allo stesso livello suo, e cioè alla vera e propria cottura, ma un amore diverso: quello di un quarantenne orgoglioso della conquista di una ventenne alla prima esperienza. Dopo circa un anno, subentrò tra noi ciò che comunemente viene chiamata “abitudine” e che sfociò fatalmente, in modi diversi, in una larva di sentimento che con l’amore dei primi tempi non aveva più niente a che fare. A questo punto, ognuno di noi due, anche a causa della differenza d’età, reagì in modo diverso e la relazione amorosa non ebbe più ragione di continuare, lasciando comunque il campo a un rapporto di amicizia e di collaborazione letteraria. D’altro canto, volenti o no, un bel po’ della mia esperienza aveva fatto breccia in Celeste e il suo stile era adesso più incisivo di quello originale. Leggevo i suoi scritti ed ero orgoglioso di riconoscervi idee e concetti che sicuramente erano stati influenzati dal mio contributo umanistico.
Così fui costretto a lasciarla andare sul sentiero che aveva intrapreso e, obtorto collo, molto delicatamente, un po’ alla volta, me ne interessai sempre di meno.
Sapevo da amici che continuava a scrivere, anche se era molto perplessa sulle sue finalità letterarie e si proponeva di pubblicare un romanzo, ma era anche preda di incertezze su personaggi storici da approfondire.
Un giorno la incontrai per caso a una manifestazione letteraria e, vedendomi, mi prese da parte e mi sussurrò: “Mi manchi, Giovanni. Ho bisogno di te, subito, subito.”
Restai sorpreso, ma preferii non mostrarlo e, in silenzio, la guardai negli occhi, senza sbilanciarmi, facendo “Sì” col capo. Poi, però, ci ripensai e, ricordandomi dei vecchi tempi, parlando fitto fitto e incamminandoci verso una meta indefinita, ci ritrovammo davanti alla pizzeria che ci aveva visti fin dall’inizio del nostro amore.
Una volta seduti, si aprirono le cateratte e Celeste, si sfogò: “Giovanni, senza di te sono smarrita. Non riesco più a scrivere e la fantasia si è spenta. Aiutami! Ho scritto un romanzo storico che mi piace tanto, ma non riesco a immaginare un epilogo logico. In nome del nostro ex-amore, Giovanni, cerca di risolvere il mio problema.”
Senza guardarla risposi: ”No, Celeste, non posso farlo. Solamente tu con le tue forze potrai risolvere le difficoltà che incontri. Mi spiace, cara, ma è per il tuo bene.”
E, da buoni amici, ci lasciammo, senza aggiungere altro.
Conclusione: quell’anno il Premio Campiello venne vinto dal romanzo storico di una scrittrice esordiente. Celeste ce l’aveva fatta!

 

 

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