“Complicità” di Elda Cortinovis

Lia sedeva sopra a un grande masso e lanciava sassolini a terra. Li osservava rimbalzare e poi verificava quale di quelli lanciati fosse andato più lontano. Stava aspettando sua sorella Amalia e insieme sarebbero andate a fare un giro al centro commerciale non lontano da casa.

Amalia non arrivava e Lia, impaziente, saltò giù dal sasso e andò verso il laghetto dei cigni in mezzo al parco pubblico. Nonostante fosse cresciuta, le piaceva ancora guardare quei grandi volatili bianchi scivolare con eleganza sull’acqua. La divertivano come da piccina, quando suo padre la portava ai giardinetti. Lei, con la sua bicicletta viola munita di rotelline per non cadere, raggiungeva il laghetto come una meta lontana e là, parcheggiato il suo mezzo, lanciava ai cigni la mollica di pane e aspettava che le si avvicinassero. Era un bel ricordo, un momento in cui suo padre si dedicava a lei e la faceva sentire la sua preferita. Si guardò intorno: Amalia ancora non c’era.

“Ma dove si è cacciata? Aveva detto che tornava subito, che doveva portare qualcosa a un compagno, ma è sparita. Se non torna fra cinque minuti, giuro che me ne vado e la pianto qui.”

Non lo avrebbe mai fatto. Lo diceva solo per mitigare la preoccupazione che le montava in petto. Rimuginando tra sé, si diresse verso l’uscita del parco. I cinque minuti furono interminabili, forse perché ogni due secondi guardava l’orologio. Dal vialetto principale dei giardini arrivò Amalia correndo: “Scusa Lia, eccomi!”.

“Ma dove ti eri cacciata? Mi hai lasciato qui un’ora senza dirmi neppure dove andavi esattamente.”

“Sono stata da Marco, ma non dire niente alla mamma. Non vuole che lo frequenti, ma io lo amo. Capisci?”

“Quel imbesuito che ti faceva la corte lo scorso anno? Ma mollalo, non vedi che è un immaturo?”

“Dai non fare la mammina! Non ti posso raccontare niente che mi giudichi subito.”

Mentre lo diceva Amalia guardava Lia con occhi dolci. Lia era ancora arrabbiata, ma quello sguardo materno le ricordò di un pomeriggio piovoso, quando erano rimaste a giocare in cortile fino a tardi, in attesa che la mamma tornasse. La pioggia battente sembrava non dare tregua e loro fradice si erano strette in un forte abbraccio.

“Ti ricordi quel giorno, da piccole, quando pioveva a dirotto ed eravamo chiuse fuori casa e tu mi hai avvolto con la tua mantella?”

“Sì, certo che mi ricordo. Eri tutta bagnata: sembravi un pulcino. Io volevo proteggerti; non ero grande, avevo sette anni, ma stringendoti a me, pensavo davvero di essere una mamma.”

Lia sorrise ad Amalia e aggiunse:”Non ti preoccupare, non dirò nulla di Marco”.

Sapeva benissimo che non si erano solo baciati, ma non voleva conoscere i dettagli, non la riguardavano. Non chiedendoglielo le piaceva pensare che sarebbero rimaste così unite ancora a lungo. Amalia tirò verso di sé Lia e le diede un bacio. Le piaceva sua sorella, forse per la sua riservatezza e quell’innata capacità di conciliare rapidamente. Aveva quindici anni ed era più piccola di lei di due, ma in alcune cose sembrava così grande. L’avrebbe messa al corrente volentieri di quello che era accaduto con Marco in quell’ora; quel lungo bacio che si era trasformato nella ricerca affannosa dei loro corpi e dell’emozione, mista ad ansia, che l’aveva travolta, ma capiva che sua sorella per ora non voleva farselo raccontare.

Disse solo: “Ti voglio bene Lia”.

“È ovvio che tu mi voglia bene: ti chiami AMA-LIA…”

“Spiritosa! Sei proprio la mia sorellina preferita.”

“Troppo facile anche questo, siamo solo in due!”

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

Annunci

“Impronta” di Elda Cortinovis

Era una gita come tante altre organizzate in famiglia: lei, suo marito e i due figli.
La meta scelta era le Dune du Pilat; ne avevano parlato da tempo ed erano ansiosi di andarci.
Appena scesi dall’auto Catherine fece qualche passo lungo il sentiero diretto alla duna e sollevando lo sguardo si trovò di fronte alla più alta montagna di sabbia dorata che mai avesse visto nella sua vita.
Un muro appena inclinato, alto più di cento metri si alzava al termine del bosco, frapponendosi tra la terra e il mare. Attratta da una forza magnetica, salì.
Una mano impegnata a tenere le scarpe; l’altra libera, pronta ad appoggiarsi sul manto sabbioso. A piedi nudi avvertiva il tepore del sole che ancora la sabbia conservava, seppure fosse già tardo pomeriggio e nel cielo incombessero fitte nuvole grigiastre.
Ogni passo era una conquista; ci voleva potenza per non scivolare e dopo alcuni passi inevitabilmente ci si doveva fermare a riprender fiato. Non c’era fretta, la salita richiedeva il suo tempo per comprendere la forza di tale massa sabbiosa e la fragilità di ogni granello di cui era composta. Saliva passo dopo passo, appoggiando talvolta una mano sul ginocchio per far forza e dare slancio al passo successivo. Bisognava vincere la gravità che l’avrebbe fatta volentieri rotolare indietro e nello stesso tempo contrapporsi all’instabilità del terreno franoso. Tutto faceva parte del gioco: arrivare in alto per guardare oltre. Nessun passo era vano, ognuno le permetteva di conquistare la duna, che maestosa sbarrava la strada e pareva in alcuni attimi volerle crollare addosso.
Era quasi arrivata, ma prima di toccare la cima, si voltò indietro per vedere quanta strada aveva fatto. Era incredibile osservare da lassù il paesaggio boschivo che, troncato improvvisamente dalla sabbia, cessava di esistere e lasciava spazio ad una natura così in contrasto. Sul pendio sotto di lei molti arrancavano, altri salivano più disinvolti, altri ormai soddisfatti, scendevano, lasciandosi rotolare euforici. Proseguì e finalmente in alto, la brezza del mare schiaffeggiò il suo viso e il suo sguardo si perse nello sconfinato blu dell’oceano Atlantico. Ora la duna di sabbia si univa al mare e il suo declivio non era più così verticale, ma con grazia scendeva per scomparire nella massa d’acqua che per la sua immensità toglieva il fiato. La duna si estendeva pochi chilometri e percorrerli significava prendere coscienza di questo fenomeno straordinario e della potenza della natura in contrasto alla fragilità dell’uomo. Minuscola, si allungò lungo la duna, con un foulard in testa legato stretto e alcuni capelli ribelli che sbattevano al vento. Più si allontanava dal punto da cui era salita e più la gente si diradava.
Era faticoso percorrere tutta la dorsale, ma aveva ancora molto da capire e non le bastava guardare il confine, voleva raggiungerlo. Ci mise quasi mezz’ora, sferzata dal vento e con gli occhi socchiusi per i granelli di sabbia che si alzavano improvvisi. Alla fine di questo cammino, soddisfatta, si lasciò cadere accolta dalla sabbia. A occhi chiusi ascoltò il suono dell’oceano, gli striduli versi dei gabbiani, il fruscio del vento e cercò nel suo cuore, se stessa; in silenzio immersa nella natura ristoratrice, con lo spirito pronto ad accogliere ogni segnale e a caricarsi di grande energia vitale. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta immobile: abbastanza da percepire l’umido del mare nelle ossa, i brividi per il vento che più avanzava la sera e più si raffreddava e il formicolio nelle gambe rimaste ferme, incrociate. Si alzò ed ebbe una gran voglia di correre a perdifiato giù da questa immensa duna, cadere e lasciarsi rotolare come da bambina sui prati verdi delle colline dietro casa.
Lo fece, per poi risalire di nuovo e tornare indietro, cercando invano la sua impronta.
Il vento mutava la duna che pareva viva e ostentava il suo fascino camaleontico.
Alzò lo sguardo e non lontano scorse il sorriso di chi amava; salire ne era valsa la pena.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Rom” di Elda Cortinovis

Mirna era l’ultima di quattro fratelli. Aveva, a vederla, circa l’età in cui le ragazze normalmente cominciano la scuola media. Non era più certa neppure lei dei suoi anni a forza di dire di averne nove ad ogni fermo di polizia. Da due anni mendicava per le strade, compito che le era stato assegnato dalla famiglia. Il campo rom in cui viveva era piccolo, le roulotte erano disposte lungo il perimetro dell’area che il comune aveva loro assegnato e al centro ogni sera veniva acceso un grande falò.
Quella notte Mirna aveva visto bene suo fratello maggiore, Bruno, tornare tardi e correre come una bestia inferocita per tutto il campo. Girava intorno al fuoco pronunciando parole irripetibili. Il suo sguardo indemoniato era perso in un mondo parallelo e pareva non sentire e non vedere nulla di ciò che gli stava innanzi: “Muoio adesso muoio, portatemi via… vi prego aiuto muoio”, gridava, ma nessuno riusciva a bloccarlo. Come uno scimpanzé in gabbia, saltava da un punto all’altro aggrappandosi ai rami degli alberi e arrampicandosi sui tetti delle roulotte, guidato da una forza sovrannaturale.
Mirna tremava dalla paura e piangeva, le sue mani perdevano forza e le sue gambe non reggevano il poco peso del suo gracile corpo, così si sedette senza smettere di guardare dalla finestra della sua casa mobile. Bruno era là fuori posseduto da chissà quale essere malvagio che gli annebbiava ogni senso.
Erano pochi gli uomini rimasti al campo, non c’era neppure suo padre, capo di quella tribù di zingari. Le donne cercavano di calmarlo e di fermarlo, ma non era possibile, la sua indemoniata forza scatenava una violenza inaudita contro tutto ciò che incontrava. Non era un semplice rom, era il figlio del capo tribù e questo tra zingari conta. Così le donne, forse per non nuocere all’erede, dopo alcuni rituali eseguiti cantando litanie si convinsero che bisognava lasciarlo libero; libero di sfogare questa furibonda violenza su tutto ciò che avesse voluto, fino a ritrovare la calma persa.
Mirna non sopportava più quello spettacolo cruento. Non poteva guardare suo fratello con gli occhi infuocati di odio, spingere le donne a terra e calpestare carboni ardenti senza provare altro dolore, poiché il dolore era già dentro di lui, profondo e lacerante. Tirò la tenda con un gesto dettato dalla stanchezza e dal disprezzo. Chiuse gli occhi ancora bagnati e si immaginò un mondo migliore.
Poco dopo il motore di una BMW rombava nel campo nomadi e la scia di gas annebbiava il buio della notte, lasciando dietro sé un silenzio impregnato di sgomento.
Sembrava fossero passati pochi minuti; Mirna si svegliò di soprassalto alle grida di un gruppo di uomini e donne che gesticolavano rabbiosamente in mezzo al campo. Era giorno e doveva essere successo qualcosa di veramente grave: vide suo padre lasciare il campo camminando dritto verso l’auto con la consapevolezza di dover rimediare a qualcosa che in qualche modo segnava il suo orgoglio di capo.
Quando tornò era solo, Bruno non c’era. Mirna avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli dove fosse suo fratello, ma per un istante rimase abbagliata dal grande medaglione d’oro che luccicava sul petto del padre e si ricordò che era una bambina, una femmina. Sarebbero state le donne del campo a raccontarle quanta cocaina, oppio ed alcool avesse ingurgitato suo fratello e che spaventoso incidente avesse causato quella mattina alla fermata dell’autobus.
Mirna si sentì in qualche modo complice, come tutti loro, di quel disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Incapace di ribellarsi al mondo a cui apparteneva e che la proteggeva, lasciò il campo. Era decisa a vagare tutto il giorno, mendicando con addosso gli occhi della gente questa volta ancora più ostili.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Mancavano le finestre” di Elda Cortinovis

Era sempre stato il profumo del caffè a svegliarla al mattino. Una fragranza rassicurante che si propagava in tutta la casa e arrivava alle narici puntuale: ore 7.00.
L’aroma l’avvolgeva ed entrava in lei; era il profumo della sua casa. La casa in cui era cresciuta, dove nulla per lei era un segreto. Stava bene lì, si sentiva al sicuro; era l’unico posto in cui riusciva a liberare il suo corpo da tutte le tensioni e con il sapore del caffè ancora in bocca iniziava la sua giornata. Lo sorseggiava in cucina, al tavolo con lei, sedeva per qualche minuto anche il padre, prima di coricarsi dopo il turno di notte.
Si era fatta alta e quando la mamma la stringeva a sé non perdeva l’occasione per misurarsi: “Ti ho quasi raggiunta, appena avrò 16 anni, quindi tra due mesi, sarò alta come te”, cercava l’abbraccio della madre, ne traeva una grande energia, era il suo rito del mattino. La mamma sempre presente e pronta a raccoglierla ad ogni caduta.
“Sono diventata grande, lasciami un po’ da sola. Non hai niente da fare oggi? Devi per forza stare a casa tutto il giorno? Voglio vivere la mia vita!”
“Perché gridi così? Ti sei forse dimenticata che solo due giorni fa sei andata con Monica a fare un giro in piazza, tu e lei senza scorta… come la chiami tu?”
Monica, la sua migliore amica. Si conoscevano solo da due anni, era arrivata in classe da loro e le si era seduta accanto. Si parlarono subito senza barriere e dopo alcuni giorni aveva accettato l’invito a casa sua. Si sentiva bene con Monica, sapeva raccontare tutto quello che faceva minuziosamente affinché anche lei lo vivesse in prima persona. Era allegra, spensierata. A volte esagerava: due giorni prima erano state davvero in piazza, ma ci erano arrivate in scooter. Abbarbicata a cavalcioni le si era attaccata dietro, stretta stretta, e Monica l’aveva portata per le vie secondarie, prendendosi il rischio di incontrare i vigili. Se l’avessero saputo i suoi genitori certamente non l’avrebbero lasciata più uscire per chissà quanto tempo. Non disse nulla, naturalmente. Era una sensazione di libertà fantastica, che voleva ancora assaporare.

Lasciava la cucina strisciando contro le pareti; rabbrividiva nel sentire il muro rivolto a nord che, intervallato dalle finestre, conduceva alla parte notte, mentre il legno sotto i piedi, accoglieva con il suo tepore le dita, una per una.
A talloni leggermente sollevati, raggiungeva la sua stanza e si infilava, ancora una manciata di minuti, nel letto. Trovava che fosse una bella camera, non l’aveva scelta, era sempre stata la stessa fin da piccola. Trascorreva là dentro moltissime ore e ne aveva studiato ogni angolo. Se qualcuno osava spostare le sue cose erano urla a non finire: “Mamma, dove hai cacciato il mio ipod, te l’ho detto cento volte che non me lo devi toccare!”.
“È lì, a destra del computer, sul tavolo”, gridava dalla cucina sua madre.
“Chi ti ha detto di spostarlo, uffa! Cosa ti costa lasciarlo dove lo metto io?”

Sul letto aveva posato in fila quattro cuscini, leggermente sovrapposti. Li sfiorava; ognuno aveva la sua funzione. Quello morbido e peloso la coccolava mentre leggeva e la consolava raccogliendo lacrime nei momenti di crisi; quello in cotone era perfetto come sostegno del computer quando, a gambe incrociate, studiava sul letto. Quello in velluto lo usava solo per fare ginnastica, se lo metteva sotto la schiena per gli esercizi a terra.
Il più amato era quello con il tessuto ruvido ed irregolare, shantung, così lo aveva chiamato suo fratello che di stoffe se ne intendeva perché lavorava in un’azienda di divani.
Forse era il nome del tessuto che lo rendeva un cuscino speciale; le evocava paesi lontani, suoni e profumi orientali. Si era fatta un’idea dell’India e aveva cercato sul mappamondo bidimensionale dove fosse. Una terra così lontana e così affascinante. Sua madre le aveva promesso che appena possibile avrebbero fatto quel viaggio tutti insieme, intanto le aveva regalato un magnifico audiolibro che rispondeva a tutte le sue curiosità.
“Quando ci andremo, sarai tu a farci da cicerone. Sei sempre attaccata a quel libro, magari studiassi tutte le materie con la stessa passione”.
Viaggiare, come le piaceva! Sapeva benissimo che i suoi genitori dovevano fare un po’ di sacrifici per regalarle anche solo una gita di un giorno, ma era così importante per lei. Si arricchiva di sensazioni, di idee, di visioni. Per questo i souvenir e gli oggetti raccolti nel tempo avevano nella sua stanza un posto speciale. Con ordine li riponeva sugli scaffali dietro alla testata del letto, così quando voleva ne afferrava uno e sognava.
La gondola di metallo gelido, che le ricordava l’odore dell’acqua salmastra dei canali di Venezia: c’era stata qualche anno prima, una gita meravigliosa dove, passo dopo passo, aveva ricostruito la mappa di quella affascinante città sull’acqua.
“È incredibile, abbiamo in mano tutte e due una mappa e siamo riuscite a perderci lo stesso. Ti ricordi che di qua ci siamo già passate?”
“Non mi sembra, aspetta che leggo la via, Calle Zen… non mi ricordo.”
“Ma dai mamma, non senti questo profumo di baccalà appena cucinato? È lo stesso posto di prima, dammi retta, siamo già passati da qui. Anzi, perché non ci fermiamo a fare uno spuntino?”
Aveva il divieto assoluto di avvicinarsi ai canali, se sorpassava una linea immaginaria di sicurezza, sua madre gridava: “Attenta! Fermati, non muoverti”, ma lei non le dava sempre retta; osava qualche passo in più, desiderava provare quella sensazione di brivido.
Il ventaglio, aperto, era intarsiato e dipinto certamente a mano. Sulla bancarella a Madrid ce ne erano tantissimi, ma la corposità della tempera con cui questo era dipinto lo si distingueva da tutti gli altri; aveva in leggerissimo rilievo alcuni petali.
Toccava intensamente ogni ventaglio fino a cogliere nell’intimo del cuore un’emozione: “È E’ bellissimo, hai scelto il migliore, ma come hai fatto?”.
“Sarà il mio innato senso del gusto! Lo sai benissimo come faccio, ogni volta ti meravigli. Sembra che ti dimentichi come sono”.
“Perché come sei? Sei una bella ragazza, intelligente, amata?”
“Sono diversa ed è anche colpa tua, tua e del papà”, l’affrontava di petto, ma poi se ne pentiva, “ti voglio bene mamma, lo so che non centri”.

Un giorno alla settimana arrivava zia Rina a trovarla. Lavorava a maglia tutto il tempo, le si sedeva accanto e le raccontava la sua giornata. Alcune volte il filo del suo lavoro le sfiorava il braccio e le faceva solletico. Reagiva ogni volta come se a posarsi fosse una mosca da scacciare. Aveva il dubbio che zia Rina lasciasse di proposito il filo lungo e si divertisse a vedere la sua reazione. Ieri aveva detto alla mamma: “Mi preoccupa quella ragazza, è sempre così silenziosa”. Non era silenziosa, solo aveva bisogno di ascoltare con attenzione e di unire il puzzle delle informazioni con precisione per poterle utilizzare al momento del bisogno. Snocciolava le parole una per una; c’erano suoni che la rallegravano come “forza, destrezza, dolcezza” e altri che detestava, soprattutto se a pronunciarli era qualcuno che si rivolgeva a lei: sbrigati, veloce, dai… ”.
Quando la zia sussurrava alla mamma cose che la riguardavano, andava su tutte le furie; non sopportava i bisbigli, né quelli delle sue compagne seguiti da un toc secco di gomitata né quelli dei genitori che al figlio velatamente dicono “non fissarla”, come se lei potesse notarlo. Il bisbiglio, pensava, è difficile da captare e presume il fatto che non ci si voglia far sentire e il più delle volte esterna un comportamento vile. Adorava invece il bisbiglio della ninna nanna, che la sua mamma qualche volta le cantava ancora.
Si sentiva forte. Aveva voce per poter urlare e orecchie per accogliere tutti i segnali. La sera amava suonare il piano, ascoltava Chopin e poi ricercava sulla tastiera le note, le espressioni e i colori, che davano anima alla musica. Non le importava un’esecuzione tecnica perfetta, voleva che la musica la facesse vibrare. La testa le si riempiva in un attimo di macchie calde, tiepide, fredde, in continuo movimento e tutto ciò che la circondava prendeva forma. Avrebbe voluto danzare. Aspettava che qualcuno la prendesse per mano e la facesse ballare. Sognava di incontrare il grande amore, quello che leggeva nei libri e su cui fantasticava. Ascoltava le sue amiche raccontare dei primi baci e desiderava intensamente vivere anche lei quei momenti: “Non piacerò mai a nessuno! Mamma, ma io sono bella?”.
“Sei bellissima ed incontrerai il tuo amore”, rispondeva lei controllando la voce, ma il suono strozzato dal groppo alla gola era già arrivato alle orecchie di Sara.
Si sentiva come i piccoli fiori dell’Olea Fragrans, di cui rincorreva il fugace profumo nei giardini in autunno: giallo tenue. Così le diceva sua madre. Si sentiva completa, quasi. Solo mancavano le finestre, per guardare al di là della sua immaginazione.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Antica macchia di sangue” di Elda Cortinovis

Quando voleva riposare davvero, Mirco si rifugiava sempre nella stanza del nonno. Non cercava altro che un po’ di tranquillità per ripercorre con il pensiero i racconti che nonno Piero gli aveva fatto quando era piccino. Li ricordava così vivi perché al nonno le parole forti non mancavano mai. Se parlava di morte non ci girava intorno, diceva assassini al posto giusto, massacro quando ci voleva e sangue che sgorgava, se necessario. La guerra era passata anche da lì, attraverso quelle Langhe dove al mattino la nebbia ti avvolge e ti fa scomparire. Ci sono stati anni in cui con la nebbia era scomparso anche il sorriso e con esso la voglia di vivere.

La stanza era rimasta intatta con il letto novecento e la specchiera di fronte che rifletteva la coperta consumata da sonni ormai lontani. Era stata una pace apparente da quelle parti, dove la vita di campagna procedeva tranquilla, si beveva buon vino e il pane veniva sfornato ogni mattina. Poi, tutto d’un tratto, era cambiata ogni cosa. Di corsa entrarono in quella casa uomini armati, ma impauriti, e con un dolore in faccia che trapassava chi gli stava davanti.
Li hanno nascosti per giorni e il nonno ripeteva alla nonna: “Meglio morire giovani con l’anima bianca, piuttosto che soffrire all’inferno”. La nonna annuiva e nella botola, sotto il pavimento nascondeva tutti, senza discutere mai. La guerra, l’aveva portata via presto. Quando entrarono il nonno era lontano, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per tutti. Con prepotenza sbatterono al muro giovani, vecchi, bambini.
Spararono senza pietà e senza aspettare neppure il comando.
A Mirco glielo aveva raccontato il nonno che, sulla via del ritorno, aveva sentito gli spari e nessun lamento. Non li avevano lasciati neppure gridare dalla fretta di farli morire.
Nel silenzio più assoluto, quello che accompagna la morte, si era gettato su quei corpi, straziato dal dolore. Quanto aveva desiderato morire anche lui in quell’istante.
Poi, inaspettato, il sole aveva bucato la nebbia e un raggio aveva colpito quel muro macchiato di sangue e lì lo aveva fissato per sempre.
Il nonno accasciato ai piedi di quel groviglio di corpi senza vita, udì un gemito che non gli parve neppure reale. Non si sa come, e neppure è importante saperlo, ma sotto a tutti, una piccola mano si muoveva ancora: “Antonia, Antonia, Antoniaaaa… ”, urlava il nonno e non avrebbe mai smesso di gridare, se non fosse che il fiato gli serviva per spostare i corpi e riportare alla luce la vita.
Mia madre, Antonia, quando il nonno è morto mi ha abbracciato forte e mi ha sussurrato che con lui se ne andava tanto dolore, ma non quella macchia di sangue, ormai antica, perché ancora piena di ricordi.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Insonnia” di Elda Cortinovis

La musica veniva dal piano bar ed era impossibile resisterle. Bob si lasciò accompagnare dalle note e arrivò al pianoforte a coda, al centro del piccolo palco, illuminato da una luce calda. Aveva ascoltato per giorni nenie giapponesi che non apprezzava ed ora quella musica così familiare esercitava su di lui un’attrazione irresistibile. Al piano un uomo piuttosto magro muoveva armoniosamente le dita, sfiorando i tasti. Lo osservò a lungo, commosso.
Ricordava da bambino come suo padre riuscisse a chiudersi per ore nello studio ascoltando musica classica e come lui si sentisse totalmente escluso. C’era un divieto non scritto su quella porta che tutti in famiglia rispettavano, ma il suono straripava e inondava tutta la casa; era il ricordo più vivo che conservava di suo padre. Con quel pensiero si avvicinò al pianista. Ancora non sapeva che quell’incontro avrebbe cambiato completamente la sua vita.

Erano le quattro del mattino ed era rimasto nella suite del Conrad Hotel fino ad un attimo prima. Da quando era arrivato a Tokyo rimaneva ore sveglio. Con occhi sbarrati osservava la fessura nel soffitto che si scuriva sempre più.
Un’imperfezione, un’incrinatura, chissà forse formata col tempo o forse d’assestamento subito dopo la costruzione; col passare delle ore diveniva una fessura nera, come un taglio profondo.
Era un punto di riferimento per trascorrere la notte, inesorabilmente, fino ai primi bagliori dell’alba in attesa. In quella sua notte, quella frattura aveva perso tutto il suo interesse, aveva bisogno d’aria quindi si vestì e scese nella hall.

Appena terminato il Nocturne di Debussy, in modo automatico, le piccole mani ossute abbassarono il copri tastiera e l’uomo rivolgendosi a Bob chiese: ”Di New York?”, la domanda poteva sembrare banale, ma era l’intensità dello sguardo che l’accompagnava a renderla particolare.
Per un istante Bob avvertì che l’uomo stava leggendo dentro di lui: “Sì, da New York, 5th avenue, a due passi da Central Park”. L’eccesso di informazioni nascondeva un lieve imbarazzo, forse a causa di quegli occhi asiatici piccolissimi, estremamente vivaci, che continuavano a scrutare Bob con una certa attenzione.
“Le piace Debussy? Io lo suono sempre al termine di ogni serata, concilia il sonno ed eleva lo spirito. Domani sera non ci sarò è la sera del Cha No Yu”.
Bob aggrottò le sopracciglia, avrebbe voluto chiedere di cosa si trattasse, ma non ne ebbe il tempo perché l’omino sorridente lo anticipò: ”La cerimonia del tè, allo Shirakawa alle 23.00, puntuale la prego”.

Quella sera Bob ripassò dall’A alla Z tutta la sua vita: da un set all’altro, tra feste e inviti; assuefatto dai jet-lag e il più delle volte annoiato, profondamente annoiato, da un mestiere invidiatogli da chiunque, ma per lui ormai trasformatosi in una trappola infernale. Poi c’era Lara, aveva sempre qualcosa da rimproverargli, i loro tempi di comunicazione risultavano, da qualche anno, del tutto sfasati.
Lei, travolta dalla sua quotidianità, aveva finito con il sovvertire l’ordine d’importanza degli eventi: partecipare al pranzo della sorella era importante almeno quanto il risultato delle analisi, completamente sballate, ritirate il mattino stesso.
Lui, stanco e frastornato, si sentiva un estraneo in casa sua. Se cercava di isolarsi sul divano guardando un programma televisivo, lei era già pronta a chiedergli un qualche favore che ne interrompesse la tranquillità. Sembrava sempre in agguato, iniziava a parlare quando ancora si trovava in cucina, per avvicinarsi inesorabilmente al divano e concludere con il solito: “Hai capito?”.
“No, non ho capito, anzi, meglio: non ho sentito niente, neppure una parola, non avevo voglia di ascoltare niente di niente!”, avrebbe voluto risponderle in questo modo, almeno una volta, invece stava lì a guardarla con fare interrogativo, sguardo che la faceva puntualmente arrabbiare, e per giorni non si parlavano più.

Finalmente mattino, per Bob la giornata sarebbe scivolata via leggera, l’appuntamento fissato per la stessa sera lo metteva di buon umore. Non l’avrebbe mancato per niente al mondo. Puntuale, si ripromise.

Camminava con passo lento, era partito con grande anticipo, voleva arrivare alla sua meta a piedi conquistando ad ogni passo quel suo momento, di cui nessuno sapeva nulla. Respirava profondamente, deliziandosi di quella notte silenziosa, viva. Ritmicamente intorno a lui si alternavano luci ed ombre, che solleticavano la sua fantasia. Gli sembrava di camminare lungo i binari della ferrovia e avvertì un sibilo che lo indusse a correre per un breve tratto avvolto in un’atmosfera del tutto surreale.
Distolse il pensiero e continuò a camminare tra il brulichìo della gente fino a quando lasciò la zona rassicurante degli stores, aperti a tutte le ore, e dei ristorantini fumosi, per proseguire disinvolto in stradine secondarie, dove il neon diventa lanterna e l’odore degli spiedini di carne penetra nelle narici.
Avvolto dall’umido notturno della metropoli, procedeva da un vicolo all’altro in un dedalo da cui gli sembrava difficile uscire. All’improvviso, davanti a lui, la scritta minuscola, che solo occhi attenti potevano scorgere: Shirakawa.
Per entrare dovette lasciare le scarpe all’ingresso, ad accoglierlo una giovane donna avvolta in un kimono di raffinata seta profilato d’oro, di color azzurro cielo sopra il quale usignoli ricamati sembravano prendere il volo.
Lo salutò con un inchino del solo capo e lo accompagnò in una sala più grande.
A terra, su un tatami color sabbia, sedevano alcuni uomini. Bob riconobbe il pianista che gli fece cenno di avvicinarsi. Era una cerimonia e i gesti che si susseguirono, lenti e precisi, sembravano una danza armoniosa.
Bob ringraziò per il cibo che gli venne offerto. Il pianista gli bisbigliò: “Sei già sulla buona strada; accettare il cibo è nella sua semplicità un gesto che mette in relazione gli uomini e la natura in piena armonia. Wa – Kei – Sei – Jaku. Lascia che queste parole entrino realmente in te”.
Bob, inginocchiato a piedi scalzi in un luogo così insolito ed estraneo alla sua vita, per la prima volta si sentì veramente a proprio agio.
“Wa – Armonia “, pensava, “forse è questo che è venuto meno nella mia vita: l’armonia”.
L’armonia dei corpi, suo e di Lara, abbracciati nudi nel letto del loro piccolo appartamento, amandosi profondamente. Appena conosciuti stavano ore insieme a fare progetti, a scherzare, a ridere, poi era successo qualcosa e l’incantesimo si era rotto, ma quella sensazione era ancora viva in lui e voleva ritrovarla.
La ragazza gli porse una tazza di porcellana bianca, appoggiata su di un vassoio anch’esso bianco; nel prenderlo Bob sfiorò con le dita la manica del kimono e alzò lo sguardo incrociando gli occhi turbati della giovane che si ritrasse rapidamente.
“Kei – Rispetto, riconoscere anche agli oggetti più semplici la propria dignità”.
Bob, si rese conto in quell’istante: aveva perso il rispetto verso se stesso. Aveva smarrito da qualche parte la coscienza della sua profonda ricchezza in quanto uomo. Compiva gesti, sempre gli stessi come un automa, solo per un ingranaggio avviato che non aveva più la forza di fermare. Quel lavoro lo aveva sedotto un po’ per volta, ma in modo assoluto tanto da perdere il contatto genuino e profondo che lo legava alla sua famiglia e persino a se stesso. Forse era stato proprio quello il momento in cui Lara si era resa via via più indipendente e aveva imparato a vivere anche senza di lui. Gli incontri di lavoro, le scene da girare, i luoghi lontani da raggiungere, i party, le presentazioni, lo avevano travolto fino a quando, un giorno, aveva accettato l’invito di alcuni amici per partire alla volta del Canada. Escursione per soli uomini. La pausa forzata, l’immersione totale nella natura selvaggia ed aspra, illuminata da colori e contrasti spettacolari che bucavano lo stesso paesaggio, e la fatica fisica, ben diversa da quella legata al suo lavoro, lo avevano così coinvolto emotivamente che al ritorno un solo pensiero gli attraversava la mente: “Che cosa mi sto perdendo di questa esistenza?“. Era tornato a New York frastornato; aveva completamente perso la capacità di scegliere con lucidità ciò che desiderava realmente fare della sua vita.

Il pianista accompagnava Bob in questo cammino dandogli qualche spiegazione che lui stesso esitava a chiedere perché entrava profondamente nel suo Io e lottava, evidentemente, contro ciò che fino a quel momento aveva vissuto, ma di cui ora non era poi così sicuro di volere ancora. Il tè venne sorseggiato da tutti gli ospiti, trascorsero diverse ore in modo lieve, tanto che Bob ne aveva ormai perso il conto. Al termine della serata ognuno raccolse la propria tazza e la pulì.
“Sei – Purezza; pulire, per spazzare via le preoccupazioni, i vincoli mondani, i propri vissuti, per rinascere”.
Quante volte avrebbe voluto non partecipare alle feste, era chiaro sceglieva lui dove andare e quando presenziare, ma bisognava esserci, brillanti e in piena forma, per mantenere quella fama raggiunta con determinazione e per essere sempre in auge. A ciò si aggiungeva Mary, la sua efficientissima agente, lo metteva alle strette e non gli consentiva di sgarrare. I contratti andavano rispettati e non ci si poteva permettere di sparire improvvisamente senza poi subirne le conseguenze: anche la più illustre delle carriere può venire affossata in breve tempo da un comportamento snob e poco socievole, specialmente in ambienti artistici.
Ora intravedeva una luce, gli sembrava di avere una via di fuga. Non sapeva ancora con chiarezza quale, ma c’era, andava solo messa a fuoco.
La cerimonia era terminata, Bob si sentiva pervaso da un’impagabile sensazione di serenità e pace: Jaku. Chiuse gli occhi, aveva bisogno di restare concentrato su se stesso ancora per qualche attimo per godere di quella trasformazione che ormai era in atto.

Girò pagina e lesse la parola FINE. Era soddisfatto della notte trascorsa insonne, pensò che quel Bob gli piaceva e che si meritava di essere portato sul set, se non altro per lo sforzo che stava facendo per rinascere. Quel pensiero lo fece sorridere, togliendogli finalmente quell’aria annoiata che da troppo tempo adombrava il suo volto. Si alzò ripetendo fra sé “Wa Sei Kei Jaku” mentre si avvicinava al pianoforte.
Il pianista aveva terminato di suonare e disse non curante: “Desidera?”.
Bob arrotolò il copione su se stesso, lo strinse forte: “Nulla… mi scusi… era solo un pensiero”, si voltò e se ne andò a dormire.
In camera avrebbe chiamato la sua Lara per dirle quanto l’amava e che aveva una gran voglia di tornare, per ricominciare a vivere intensamente ogni giorno della sua vita, accanto a lei, godendo di ciò che aveva già, senza cercare troppo lontano.

(02)_ TANGO di Elda Cortinovis

La questione non è il ballo in sé, ma la sospensione. Quell’attimo in cui la gamba si alza e per poche frazioni di secondo rimane immobile, in attesa che il ritmo riprenda e sulle note la gamba scivoli su quella del partner e tocchi a terra.
Quell’istante è unico, non solo nel Tango. È quell’esitazione che può cambiare il percorso della vita. Per un istante tutto si ferma e in quel sospeso ti chiarisci dove vuoi andare, cosa vuoi fare, chi sei veramente, prima che tutto riprenda a girare a pieno ritmo.

Gisella stava per percepire quell’attimo, lì ferma sulla pensilina del treno in arrivo. Non era andata alla stazione per partire o per prendere qualcuno, era lì per farla finita, per non avere più nulla da spartire con questo mondo.
Era senza lavoro, non aveva più soldi per pagare l’affitto, non aveva più il suo compagno che se ne era andato con un’altra, sbattendo la porta.
Attendeva il passaggio di una Freccia Bianca che non facesse fermata a quella stazione, per lasciarsi andare sui binari come Anna Karenina.
Le sembrava il modo migliore di togliersi la vita.
Aveva studiato con passione e aveva aperto un’agenzia di pubblicità. I soldi per avviare l’attività li aveva chiesti in banca con la certezza di poterli rendere presto, interessi inclusi. All’inizio pareva proprio che tutto andasse bene. Si era data molto da fare pubblicizzando la sua agenzia. Il lavoro arrivava e Gisella iniziò a pensare di assumere una persona che l’aiutasse. Implementare l’attività sembrava una buona idea e così in breve trovò Lucia, una designer sveglia e laboriosa. Lavorarono ottimamente insieme, fino a quando entrò in negozio un tipo affascinante che fece perdere la testa a Gisella. Da quel momento non si dedicò più in modo così attivo al lavoro, innamorata persa, lasciò a Lucia la maggior parte dei compiti. Non passò troppo tempo che Lucia si appropriò di tutto, lasciando l’agenzia di Gisella senza clienti e senza lavoro. Gisella si sentì tradita e la colse uno stato di depressione che inficiò anche il suo rapporto amoroso. Sola con i debiti in banca, si vide senza alcuna prospettiva futura.
Ora su quella riga gialla che delimita la vita e la morte, se ne stava in bilico, riflettendo sulla sua esistenza disastrosa. Il suono da lontano giungeva impetuoso annunciando l’arrivo del treno, Gisella ritornò al presente.
Fece un passo in avanti. Poi voltò lo sguardo verso la locomotrice, piegò leggermente le ginocchia e ruotò le spalle per lasciarsi cadere sui binari, ma una flebile incertezza la scosse, mentre capiva che stava perdendo l’equilibrio.
In quel preciso istante percepì la sospensione: una mano l’afferrò e la strinse a sé e lei, in quel batter di ciglia in cui il suo corpo aveva ormai ceduto all’inesorabile forza di gravità, si sentì alzare, sospesa nel vuoto.
Una sospensione in cui le soluzioni ai problemi scivolarono rapide nella mente: si poteva innamorare ancora, poteva trattare con la banca, poteva aprire un’altra attività, poteva chiedere aiuto a chi l’amava, poteva. Solo vivendo.

Per essere precisi la questione non è la sospensione, ma il fatto che la sospensione si vive, così come nel tango la sospensione… si balla.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.