“Un arrivo inaspettato” di Elda Cortinovis

Don Luigi quel pomeriggio aveva celebrato la messa delle 18.30 un po’ rapidamente, così era certo di cenare per le 20 e di andare a letto presto. La giornata era stata particolarmente calda e faticosa. Era andato a trovare una famiglia il cui ragazzo, introverso e rissoso, altro non sapeva fare che a botte con qualcuno. Per cena la sua perpetua gli aveva preparato un piattino degno di un ospedale e lui si concesse così un peccato di gola, versandosi un goccetto di grappa – per digerire – raccontava a sé stesso.

Nel dormiveglia ripassava le osservazioni che ancora doveva fare ai suoi parrocchiani. Al coro doveva rammentare di provare il giovedì entro le 18, perché la chiesa doveva essere libera tassativamente mezz’ora prima della messa; alle ragazzine di terza media, che venivano al campo estivo in calzoncini corti, che sarebbe stato più opportuno le braghe fino al ginocchio; per quel brigante del Matteo, che nell’anno si era presentato a catechismo una volta sì e due no, una parolina ai genitori andava fatta. Alla perpetua una richiesta lecita di una cena un poco più appetitosa.

Nel vortice dei suoi pensieri e complice il grappino la palpebra calò e Don Luigi piombò in un sonno profondo. A metà notte partì a tutto volume l’Inno alla gioia che lo fece sobbalzare nel letto e provocandogli una tachicardia che quasi scambiò per infarto. Seduto sul letto cercò di mettere a fuoco l’accaduto: la Toccata e fuga di Bach era l’allarme per i ladri che entravano in chiesa, la Moldava di Smetana era per quelli che entravano nella sua casa. Eh sì, perché qualche anno prima aveva fatto installare questi allarmi un poco rudimentali, dopo che più volte dei balordi erano entrati dalla sacrestia per rubare la questua e gli oggetti d’argento utilizzati per la celebrazione. Non aveva voluto campanelli e suonerie; un artigiano del paese, grande devoto, si era ingegnato per collegare dei mangianastri con dei bei pezzi di musica classica che don Luigi adorava. Non canti liturgici, perché temeva nel sonno di scambiarli per una messa solenne celebrata nelle braccia di Morfeo.

Questi allarmi erano già scattati più volte per alcuni farabutti che avevano tentato di entrare, ma l’Inno alla gioia, quello mai! In un secondo il sangue gli si gelò nelle vene. Inforcò gli occhiali, si alzò, infilò i pantaloni e le scarpe e si precipitò giù dalle scale verso l’uscita secondaria della sacrestia. L’Inno intanto continuava impetuoso, accompagnandolo per tutto il percorso fino al portone.

Lì, oramai da alcuni anni, aveva fatta installare una culla rotante, dopo che un bimbo, in un paese più a valle, abbandonato al freddo non ce l’aveva fatta. Non importava che ora non si usassero più, al suo paesino non sarebbe mancata. Così si era andato a vedere la storica ruota degli Esposti a Padova e l’aveva fatta costruire simile per la sua parrocchia. Abbassò la leva e come un vassoio la culla girò. Non poteva credere ai suoi occhi. Si sarebbe aspettato di vedere un bimbo neonato avvolto in una copertina multicolore, magari accompagnato da un bigliettino in cui la mamma diceva “ti vorrò sempre bene”, e già questo lo avrebbe sorpreso non poco. Invece, nella culla era accoccolato un bimbo di almeno due anni, con indosso un pantaloncino lercio e una magliettina stracciata. Le gambe bianche e magre avevano ecchimosi evidenti e la manina con alcune bruciature, copriva completamente il viso.

Don Luigi alla vista di questa creatura rimase impietrito, poi, ripresosi, aprì il portone e si guardò intorno sperando di vedere qualcuno darsi alla fuga, ma il suo tempo di reazione era stato tale, che ormai il silenzio della notte avvolgeva tutta la via. Richiuse l’entrata e prese il pargolo tra le braccia. Non c’era altro tempo da perdere, bisognava avvisare le autorità, chiamare il medico, insomma svegliare la perpetua per avere il suo aiuto.

Nel tempo che tutti accorsero, don Luigi nella sua goffaggine cercava di consolare il bambino che nel frattempo si era svegliato e aveva iniziato a strillare disperato. Con mezze frasi, un po’ ad alta voce un po’ tra sé e sé, si chiedeva chi poteva averlo lasciato, quale fosse la sua storia, da dove venisse. Quale bestia aveva osato conciarlo in quello stato. Affidò il bambino alla perpetua, non per liberarsi della creatura, ma per la fretta che aveva di buttarsi a capofitto nella ricerca di quei delinquenti colpevoli di tale cattiveria.

Salì sulla sua motocicletta e si avviò in fretta e furia verso il paese che stava più a valle, certo di trovare qualche indizio. Intanto gli montava nel petto una rabbia irrefrenabile e si rese conto che se avesse avuto sotto mano quel o quei farabutti li avrebbe presi a bastonate e avrebbe fatto fare loro la via crucis in ginocchio sui ceci, avanti e indietro. Vagò di casa in casa nella speranza di vedere una luce accesa o qualcosa di sospetto; intanto pensava e ripensava a tutte le famiglie del suo paese. Le conosceva bene, ma lo stesso le fece passare ad una ad una per capire se gli era sfuggito qualcosa. Chissà cosa pensava di trovare, non sapeva neppure bene cosa cercare. Ad un certo punto si fermò e dovette tirare un lungo sospiro per ricominciare a ragionare. Si spaventò della sua stessa rabbia e rifletté sul fatto che aver portato il bambino in quella culla era già stato un gesto incredibile, chiunque l’avesse fatto.

Si vergognò del sentimento di collera che lo aveva accecato; non aveva invece pensato che la famiglia di questo bambino doveva essere disperata, chissà in che condizioni di miseria viveva. Pensò che forse, era stata la madre a portarlo per proteggerlo e per salvarlo da mani pesanti e senza scrupoli. Realizzò infine che era dovere di altri cercare il colpevole, a lui spettava ben altro compito.

Alla messa delle 18.30 durante il sermone si rivolse ai fedeli invitando tutti a collaborare con le autorità, senza omertà e rivolgendosi a chi aveva portato quel bambino disse:

La persona che ha lasciato questo bambino nella culla gli ha salvato la vita e se questa persona mi vorrà parlare, prometto che nessun altro verrà a saperlo. Se sei sua madre, non disperare io ti aiuterò, o meglio, questa comunità ti accoglierà, affinché tu possa stare con tuo figlio”.

Poi rivolto nuovamente a tutta la platea aggiunse:

Insieme riusciremo a fermare chi ha picchiato selvaggiamente questo bambino, affinché la cosa non si ripeta mai più. Ora il bambino è accolto dalle nostre suore in attesa di trovare chi l’ha abbandonato. Non parla, noi lo abbiamo chiamato Rocco poiché ieri era san Rocco”.

La messa era finita e a don Luigi ora non rimaneva che fare pace con sé stesso per tutta la rabbia provata, anche se, considerata la sua testardaggine, in quella faccenda sarebbe senza dubbio andato a fondo.

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Mi chiamo Aurelia” di Elda Cortinovis

Mi chiamo Aurelia e faccio la badante. Non credo che mia madre mi abbia dato questo nome pensando all’imperatore Marco Aurelio, piuttosto credo pensasse alla via Aurelia come via di fuga, essendo io ultima di nove fratelli. Credo proprio che mia madre avesse in mente solo di scappare, per non fare più figli e liberarsi dalla schiavitù di mio padre. E se ne è andata, per davvero. Da sola sono cresciuta lo stesso, ho lottato e ce l’ho fatta.

Anche se non posseggo un granché, vivo onestamente del mio lavoro e sto mettendo via alcuni risparmi per comprarmi, forse un giorno, una casa. Ora lavoro dal signor Adriano. Quando si è presentato ho pensato, vista l’affinità dei nostri nomi, che poteva essere finalmente il posto giusto di lavoro e così ho accettato subito. Inizialmente curavo anche la moglie, ma poi è morta e io sono rimasta.

Adriano colto e saggio, degno del nome che porta, all’inizio non mi voleva, ma poi trovarsi la cena pronta, il bucato fatto, la casa pulita è diventato un piacere a cui gli era difficile rinunciare. Seduto sulla poltrona a meditare o ad ascoltare la musica, nell’orto a curare i pomodori, nello studiolo a leggere, comunque pieno di vita.

Quando me ne vado, faccio sempre il giro della casa. Voglio che tutto sia in ordine e mi assicuro che stia bene, che abbia tutto a portata di mano e che non faccia cose che lo possano mettere in pericolo. Non si sa mai, a quell’età basta una caduta e sei rovinato.

Ogni mattina si veste perfettamente ed esce per fare un giretto e a comprarsi qualcosa. Prudente, ma sempre attivo.

Dopo quattro anni da quando è rimasto vedovo, ha dato qualche segno di cedimento, così invece che tre volte la settimana mi ha chiesto di andare da lui tutti i giorni. Poi ho iniziato a rimanere anche qualche sera per leggergli le pagine del libro che non riesce a terminare, perché la vista si sta affievolendo. Sono ancora la sua badante a tutti gli effetti: è morto così improvvisamente che il mio contratto di lavoro è ancora in essere. Faccio fatica a parlare di lui al passato, perché dopo tutti questi anni gli sono profondamente affezionata.

L’ho vestito io per l’ultimo viaggio. Ho sistemato tutta la casa e l’ho accompagnato al cimitero per l’ultimo saluto. L’ho conosciuto bene, aveva così tante cose da raccontare che in questi anni ho imparato davvero molto. Aveva il pallino della Storia, così la sera, quando non gli leggevo qualcosa, me la raccontava come se fosse un fatto di cronaca. Era persino divertente, se penso a quanto noiosa mi era sembrata quando andavo a scuola.

Una mattina sono arrivata un po’ più tardi del solito e non lo vedevo girare per casa come ogni giorno, così sono salita in camera da letto e l’ho trovato raggomitolato, voltato di spalle. L’ho chiamato, poi mi sono avvicinata e ho controllato che respirasse. Dormiva, ma capii subito che qualcosa non andava. Ha iniziato così il suo lento declino, che ha vissuto con grande dignità. Da quel momento non sono stata solo la sua badante, ma anche la sua infermiera, per quello che potevo fare. Incredibilmente si lasciò lavare e accudire come un bambino. Non deve esser stato facile per un uomo indipendente come lui, ma le cose capitano un po’ alla volta e ci si adatta per sopravvivere.

Un giorno mentre faceva la doccia scivolò e iniziò a urlare spaventato. Corsi alla porta del bagno e lo chiamai ripetutamente, bussai chiedendo di poter entrare per aiutarlo, non riusciva più ad alzarsi. Dopo molta insistenza, me lo permise. La porta non era chiusa a chiave e io entrai. Presi una grande salvietta lo avvolsi e lo aiutai a rimettersi in piedi. Era così esile, mi accorsi solo in quel momento di quanto fosse leggero e fragile il suo corpo. Lo aiutai ad andare in camera e lo vestii per coricarlo con dolcezza. Lo sentii piangere nel letto; è da quel giorno che iniziò a fidarsi di me.

Ora sono qui davanti a un notaio, accanto a me un signore sconosciuto che mi guarda in cagnesco. Mi hanno convocato perché c’è una lettera da leggere, in cui anche io sono citata. È il testamento. Quel signore è il figlio di cui non ho sentito tanto parlare. Non ho mai visto una foto che lo ritraesse in tutti questi anni, non l’ho mai visto passare dal padre per sapere come stava e chiedere se avesse bisogno di aiuto. Mi sono chiesta dove fosse stato in questi anni e perché tanta indifferenza verso un uomo che aveva così tanto da dare.

Io sono stata fortunata, ho conosciuto suo padre. L’ho potuto accompagnare nella parte finale della sua vita ed è stato un privilegio a cui il figlio ha rinunciato, inconsapevole di ciò che un uomo anziano può ancora donare. Quando chiedevo di lui, Adriano e prima ancora la moglie mi hanno sempre risposto che viveva lontano e che per lavoro non poteva venire a trovarli. Mai una parola di rimprovero verso quel figlio, anche se era facile cogliere nella loro voce un velo di tristezza.

Le parole che seguono sono chiare: al figlio Adriano lascia la quota legittima, il resto tutto a me. Un giorno forse, mi sono sempre detta, avrei avuto una casa tutta mia.

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“In viaggio” di Elda Cortinovis

Il treno era partito ormai da qualche ora. Elsa distolse lo sguardo dal finestrino e frugò nella borsa in cerca del biglietto; insieme estrasse una fotografia che portava sempre con sé, l‘unica che ritraesse lei con Luigi e Pierre. Due giovanotti sorridenti con al centro una ragazzina smilza, occhi neri e profondi puntati dritti nell’obiettivo. La mano di Pierre appoggiata sulla sua spalla. Era stato molto tempo prima, nel giardino di casa; una bella polaroid, ricevuta per il suo compleanno, aveva immortalato quell’attimo. Luigi aveva conosciuto Pierre a Ginevra e lo aveva invitato a fermarsi qualche giorno da loro. Lo aveva presentato alla famiglia e Pierre con la sua esuberanza aveva conquistato subito tutti. Tutti, tranne il padre sempre diffidente e ostile alle novità. Per Elsa fu un’infatuazione e ripensare a ciò che quella mano posata sulla sua spalla aveva scatenato in lei, ora, la faceva sorridere. Un’intera notte sveglia a fantasticare. Lei e Pierre insieme, Pierre che la cingeva a sé, Pierre che la portava via da quel paesino in Val Maggia, che già allora dodicenne le stava stretto.

Elsa guardò nuovamente fuori dal finestrino. I filari di alberi scorrevano veloci; sullo sfondo, le cascine sparse nella campagna le ricordavano la sua casa d’infanzia. Entrava sempre dalla cucina che dava sul cortile, dove il grande camino era il punto di raccolta di tutta la famiglia nelle sere d’inverno. Il salotto non le piaceva, sua madre si ritrovava qualche volta con alcune amiche a prendere lì il tè. Tutti i suppellettili in ordine, i centrini a uncinetto a ricoprire i mobili, le tende inamidate sembravano attendere sempre un ospite e a lei pareva un luogo privo d’intimità. Non era lo stesso per le camere da letto al piano di sopra, collegate da un lungo corridoio che tante volte era diventato la pista per le gare di scivolata con i suoi fratelli. Ma la stanza che ancora oggi, a ripensarci, la turbava come allora era la mansarda, una volta un sottotetto pieno di ciarpame, poi diventata la stanza “segreta” di suo fratello Luigi.

L’Artista, come lo chiamavano in famiglia, si rifugiava in quello spazio impenetrabile e lì, stregato dalla pittura, perdeva la cognizione del tempo. Elsa lo ammirava, qualsiasi cosa raccontasse ne era affascinata e lo ascoltava in religioso silenzio. Luigi si beava di essere così adorato dalla sorella, ma ciò nonostante il divieto di entrare nella sua stanza valeva anche per lei. Era gelosissimo di quello spazio, si doveva concentrare e nessuno poteva disturbarlo. Così Elsa dapprima cercò, con un po’ di fantasia, di immaginare quale segreto egli celasse e fantasticò su grandi tele colorate che coprivano porte segrete. Poi cercò di circuirlo, per poter dare almeno una sbirciatina, infine divenne una vera ossessione. Così una sera decise di salire in mansarda. Conosceva bene quella scala e sapeva che solo un gradino era particolarmente scricchiolante, se non si era abbastanza cauti da posare il piede a lato e non al centro. Si fermò davanti alla porta e avvicinò l’occhio al buco della serratura. Intravvide sulla tela un busto maschile abbozzato e suo fratello, con un camice coperto di schizzi di colore, che compariva e scompariva alla sua vista. Il cuore le batteva all’impazzata e temeva che Luigi potesse sentire il suo respiro affannato.

– Elsaaa, – gridò la madre dalla cucina – vieni ad apparecchiare la tavola. Come risvegliata da un sogno distolse lo sguardo dal buco della serratura e scese svelta le scale.

Nessuno si azzardava ad entrare in quella stanza, neppure la madre che aveva sempre messo sul piedistallo quel fratello maggiore, tanto sensibile e intelligente, a discapito degli altri due maschi, che non avendo una gran voglia di studiare, erano stati messi a lavorare nell’impresa edile del padre. Ancora oggi, ripensandoci, questa predilezione della madre per il fratello, la faceva arrabbiare.

Cullata dal movimento del treno ripensò allo sguardo severo di sua madre che la zittiva, quando le chiedeva perché non intervenisse a far aprire quella stanza. Fino a quando un bel giorno, accadde l’impossibile. Luigi, addolcito da una serie di adulazioni, frutto dell’innata tattica femminile, invitò Elsa ad entrare e le affidò i pennelli da lavare. Lei ne fu onorata ed eseguì quel compito con una precisione e una dedizione tale da conquistare definitivamente la fiducia del fratello. Poi era arrivata l’estate, quella della fotografia. Lei innamorata di Pierre seguiva Luigi e il suo nuovo amico ovunque, ma loro erano più grandi e spesso se la svignavano, per non essere seguiti da quella sorella un poco appiccicosa. A fine estate quando Luigi decise di partire, fece scivolare nella tasca di Elsa la chiave della stanza:

Mi raccomando, sorveglia il mio studio, pulisci i pennelli e non toccare altro!

Quella sensazione di orgoglio per essere stata la prescelta, Elsa non la dimenticò mai. Al ritorno dal viaggio Luigi però era cambiato, rivolle la chiave indietro e non le permise più di aiutarlo né, peggio, di entrare nel suo atelier. Cos’era accaduto? Perché suo fratello era diventato così schivo e introverso? Pareva turbato per qualche motivo. Elsa non se ne dava pace.

Fu così per un anno intero. Una sera, mentre aiutava la madre in cucina, sentì il fratello bisbigliare al telefono, non riusciva a captare nessuna parola, tranne alla fine:

Sì, Pierre, ti aspetto.

Troppo sale finì nelle verdure, troppo formaggio nel riso, lo sguardo imbambolato.

Elsa non vedi che la brocca è già piena. Dove hai la testa! Veloce che tuo padre e i tuoi fratelli stanno per tornare e si mangiano anche le gambe del tavolo, se non è pronta la cena.

In camera cercò la polaroid scattata due estati prima e l’appese al muro vicino al letto. La sola idea che Pierre tornasse le faceva vibrare tutto il corpo, che ora, tra l’adolescenza e l’età adulta, rivelava una sensualità acerba.

Il treno si fermò bruscamente, Elsa sobbalzò era così persa nei suoi pensieri che non si era accorta di aver viaggiato parecchio. Quando il treno ripartì fu travolta nuovamente dai ricordi.

Quella sera era in camera a leggere, era piuttosto tardi e avvertì dei rumori provenienti dalla mansarda. Le sembrò strano che Luigi e Pierre fossero rientrati, perché non li aveva sentiti. Decise così di salire a controllare, speranzosa di poter stare con loro. Ma una volta in cima alle scale anziché bussare restò immobile per qualche secondo. Si chinò e come aveva fatto da bambina guardò attraverso il buco della serratura. Ci sono cose che non si devono fare, tra queste spiare. Ora lo aveva imparato. Allontanò il viso di scatto, trattenne il fiato e indietreggiò come se avesse visto il diavolo. Per non cadere dalle scale si aggrappò al corrimano, poi si girò e, sconvolta, scese come una furia. Inavvertitamente appoggiò il piede su quel penultimo gradino, che puntuale scricchiolò. Si bloccò all’istante. Un silenzio surreale aleggiò in tutta la casa, un silenzio assoluto che le sembrò avvolgesse l’intero mondo. Poi riprese rapida la discesa e si chiuse in camera e versò lacrime, come un fiume in piena. Un pianto di rabbia e delusione, misto a incredulità. La mattina sentì discutere, alzare la voce, sbattere le porte, ma non uscì fino all’ora di pranzo. La madre disse che Luigi era partito. Non era una partenza come le altre, quando per lo studio andava a Ginevra e tornava sempre dopo poco. Quella fu una partenza definitiva.

Di cosa fosse successo in mansarda, di cosa avesse visto e del motivo di questa partenza così repentina di Luigi con Pierre, non se ne parlò mai. Ricordava però lo sguardo adirato del padre che da quel giorno, non pronunciò mai più il nome di suo figlio Luigi. Passarono diversi anni, Elsa era diventata donna, aveva lasciato la Val Maggia, per sfuggire agli ostinati mutismi e liberarsi dalla stretta di quel mondo ed era andata a vivere a Milano. Aveva studiato, lavorando e aveva preso la sua strada.

Quando il treno arrivò alla stazione di Parigi, raccolto il suo bagaglio Elsa avvertì un fremito che le scese fino alle gambe e dovette inspirare profondamente, per non farsi sopraffare dall’ansia. Poi scese dalla pedana e guardò in cima ai binari. Tra la folla frenetica scorse Luigi e Pierre, mano nella mano, con un sorriso accogliente, di quelli che ti fanno sentire subito a casa. Finalmente era arrivato, almeno per loro tre, il momento della riconciliazione.

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Tempo” di Elda Cortinovis

Ieri ho fatto un sogno. Da un’altura ho scorto un grande orologio sul campanile tozzo di una chiesetta isolata. Un quadrante bianco con un contorno nero, come le lancette. Segnava le nove. L’orologio si ingrandiva, si avvicinava, tanto da poterlo quasi toccare. Il ticchettio è diventato il battito del mio cuore, che sobbalzava nel petto rapido e inarrestabile. Provavo a fermarlo, ma non riuscivo.

Mi sono svegliata madida di sudore.

Oggi è il quattordicesimo giorno di lockdown, non ho l’orologio al polso. L’ho tolto il secondo giorno perché volevo vivere senza orari, senza scadenze. Attimo dopo attimo, tutto quel tempo da digerire, con pensieri buoni, ma non sempre; alle volte troppi, stressanti, pressanti. Lo rimetterò quando sarà tutto finito.

Il lockdown non mi deve sopraffare, io non mi lascerò sopraffare.

Al mattino ho molta energia, pulisco, riordino, creo, cucino e lievito come il Panettone a Natale, leggo, chiamo, chatto, parlo; il pomeriggio sono più stanca. La sera mi precipito a vedere le curve della pandemia. Dolore, troppo dolore.

Al mattino mi trovo con una rinnovata energia, dribblo i messaggi whatsapp carichi di contraddizioni, perdo il senso del tempo eppure so che è martedì. Lo so perché oggi ritirano la carta, mercoledì e giovedì niente.

Mi addormento e sogno la mia famiglia. Li saluto sulla soglia della porta di casa, il sorriso di mia madre m’accompagna all’uscio; cerco di accarezzarla, ma non riesco. Più mi avvicino, più la sua immagine si offusca, sembra sparire, allora urlo che non la tocco, non la voglio toccare. Corro via e mi sveglio angosciata. Rimango nel buio e riparte la conta degli anni dei miei genitori, di quanti possono ancora vivere e allungo più che posso il tempo, lo dilato e poi cancello tutto il pensiero.

Oggi è venerdì, lo so perché ritirano umido e vetro. Ho fatto di tutto per non guardare l’ora, per non contare i giorni che mi sembrano tutti domenica, ma poi ci ricasco e so che domani è sabato perché ritirano la plastica.

Oggi me lo godo tutto; riordino, svuoto, mi alleggerisco di tutto ciò che ho accumulato, non mi serve quasi niente; la maggior parte degli oggetti e dei vestiti sono superflui, voglio arrivare all’essenziale.

Sogno. Sono in campagna a un banchetto, circondata da tre alti muri antichi, al centro una bella tavola apparecchiata, intorno la mia famiglia e i miei amici; sono tutti belli e gioiosi. Improvvisamente da un angolo cade un grosso uovo ed esce un corvo con ali di pipistrello. Lo preparo e lo servo, un pezzo a me il resto ai commensali, che mi urlano che è velenoso e di buttarlo. Lo prendo e scappo con due pezzi di carne cruda in mano, per gettarla lontano al di là di un’alta siepe. Intravedo un passaggio, mi ci infilo e mi ritrovo su una strada bianca che attraversa i campi. Incontro il mio Virgilio che mi accompagna rasserenandomi nel mio viaggio verso casa. Al banchetto il tempo si è fermato, sono tutti nuovamente allegri.

Mi sveglio non so se è presto o tardi, ma ho nuovamente molta energia. Ripeto le azioni quotidiane, ma ogni attimo mi pare lunghissimo, meno lo calcolo più si allunga. Mi sorprendo a fare un elenco disordinato di desideri che voglio realizzare, ho tutto il tempo per fare ciò che voglio, ma dentro casa.

È buio, è il momento di guardare il grafico della pandemia. Scuoto la testa: ci vorrà ancora tempo. Dormo, sogno. Sono su una barca in mezzo al mare, non vedo nulla all’orizzonte, solo acqua. Vorrei scendere, ma non so come fare e dove andare, mi angoscia essere disorientata.

Mi sveglio e cerco di immaginare il futuro – una sbirciata,  mi dico – giusto per sapere dove siamo diretti.

Oggi è domenica, non ritirano nulla; è il cinquantesimo giorno, il cibo mi arriva a casa, ma ora voglio uscire. Preparo tutto ciò che serve: mascherina, guanti, disinfettante, autocertificazione. Non c’è in giro nessuno. Davanti al supermercato la vestizione in auto sembra quella di un chirurgo prima di entrare in sala operatoria. Ci sono poche persone, faccio una spesa rapida e giro guardinga tra gli scaffali, alcuni vuoti. Sono tornata in auto, tolgo guanti e mascherina e ripasso il gel disinfettante sulle mani. Mi è sembrata un’impresa faticosissima, vuoi perché dopo poco, con la mascherina vai in ipossia, vuoi perché se ti viene da tossire tutti ti guardano come un’appestata, vuoi perché la mascherina mal si combina con gli occhiali e così non leggo né prezzi né ingredienti.

E non è ancora finita; disinfetto tutto e finalmente io, senza scarpe, e la mia spesa che sa di alcool e cloro entriamo purificati in casa. Posso calcolare tranquillamente di averci messo il doppio del tempo che avrei impiegato in una situazione normale. Dovrò ricordarmelo: per la spesa due volte il tempo! Sul forno compare l’ora, sul mio cellulare è indicata l’ora, ma io non la guardo, non mi interessa, almeno credo.

Chiudo gli occhi per un tempo indefinito. Un sole accecante surriscalda la piazza. C’è un profumo di arrosticini misto a spezie che mi circonda. Sullo sfondo fiori di Vilucchio rivestono un grande muro. Fiori che sembrano coppe di champagne ricche di prelibato polline. Sembra tutto perfetto, ma non lo è. Troppo vuoto, troppo silenzio. Dove è finita tutta la gente. Svanita? Attraverso la piazza e l’asfalto brucia, fa caldo. Ho sete, tanta sete. Mi sveglio, è notte fonda, bevo dalla bottiglia, la mia personale, non la deve toccare nessuno.

Oggi è un bel giorno, in questo periodo gli alberi coi rami secchi e i cespugli vuoti si sono trasformati. Il prato è di un verde energico e freschissimo, le chiome ombreggiano folte: è una primavera che sa d’estate. È magnifico, ma c’è sempre qualcosa che mi rode dentro e coccia con questa perfezione.Tengo duro, “il tempo aggiusta le cose” e io so attendere.

Pedalo lungo un sentiero nel bosco umido e le fronde mosse dal vento mi accompagnano.

La terra schiacciata sotto la ruota scricchiola; pedalo ancora per molto tempo sempre in salita, un tornante dopo l’altro, fino a quando il bosco si apre. L’aria fresca mi riempie i polmoni affaticati, una scia d’aereo come un’improbabile meteorite rompe il cielo azzurro sopra di me.

– Una scia d’aereo… – ripeto stupita – Non ne vedevo da tempo…

Guardo l’orologio al polso sono di nuovo le nove. Sogno.

 

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Complicità” di Elda Cortinovis

Lia sedeva sopra a un grande masso e lanciava sassolini a terra. Li osservava rimbalzare e poi verificava quale di quelli lanciati fosse andato più lontano. Stava aspettando sua sorella Amalia e insieme sarebbero andate a fare un giro al centro commerciale non lontano da casa.

Amalia non arrivava e Lia, impaziente, saltò giù dal sasso e andò verso il laghetto dei cigni in mezzo al parco pubblico. Nonostante fosse cresciuta, le piaceva ancora guardare quei grandi volatili bianchi scivolare con eleganza sull’acqua. La divertivano come da piccina, quando suo padre la portava ai giardinetti. Lei, con la sua bicicletta viola munita di rotelline per non cadere, raggiungeva il laghetto come una meta lontana e là, parcheggiato il suo mezzo, lanciava ai cigni la mollica di pane e aspettava che le si avvicinassero. Era un bel ricordo, un momento in cui suo padre si dedicava a lei e la faceva sentire la sua preferita. Si guardò intorno: Amalia ancora non c’era.

“Ma dove si è cacciata? Aveva detto che tornava subito, che doveva portare qualcosa a un compagno, ma è sparita. Se non torna fra cinque minuti, giuro che me ne vado e la pianto qui.”

Non lo avrebbe mai fatto. Lo diceva solo per mitigare la preoccupazione che le montava in petto. Rimuginando tra sé, si diresse verso l’uscita del parco. I cinque minuti furono interminabili, forse perché ogni due secondi guardava l’orologio. Dal vialetto principale dei giardini arrivò Amalia correndo: “Scusa Lia, eccomi!”.

“Ma dove ti eri cacciata? Mi hai lasciato qui un’ora senza dirmi neppure dove andavi esattamente.”

“Sono stata da Marco, ma non dire niente alla mamma. Non vuole che lo frequenti, ma io lo amo. Capisci?”

“Quel imbesuito che ti faceva la corte lo scorso anno? Ma mollalo, non vedi che è un immaturo?”

“Dai non fare la mammina! Non ti posso raccontare niente che mi giudichi subito.”

Mentre lo diceva Amalia guardava Lia con occhi dolci. Lia era ancora arrabbiata, ma quello sguardo materno le ricordò di un pomeriggio piovoso, quando erano rimaste a giocare in cortile fino a tardi, in attesa che la mamma tornasse. La pioggia battente sembrava non dare tregua e loro fradice si erano strette in un forte abbraccio.

“Ti ricordi quel giorno, da piccole, quando pioveva a dirotto ed eravamo chiuse fuori casa e tu mi hai avvolto con la tua mantella?”

“Sì, certo che mi ricordo. Eri tutta bagnata: sembravi un pulcino. Io volevo proteggerti; non ero grande, avevo sette anni, ma stringendoti a me, pensavo davvero di essere una mamma.”

Lia sorrise ad Amalia e aggiunse:”Non ti preoccupare, non dirò nulla di Marco”.

Sapeva benissimo che non si erano solo baciati, ma non voleva conoscere i dettagli, non la riguardavano. Non chiedendoglielo le piaceva pensare che sarebbero rimaste così unite ancora a lungo. Amalia tirò verso di sé Lia e le diede un bacio. Le piaceva sua sorella, forse per la sua riservatezza e quell’innata capacità di conciliare rapidamente. Aveva quindici anni ed era più piccola di lei di due, ma in alcune cose sembrava così grande. L’avrebbe messa al corrente volentieri di quello che era accaduto con Marco in quell’ora; quel lungo bacio che si era trasformato nella ricerca affannosa dei loro corpi e dell’emozione, mista ad ansia, che l’aveva travolta, ma capiva che sua sorella per ora non voleva farselo raccontare.

Disse solo: “Ti voglio bene Lia”.

“È ovvio che tu mi voglia bene: ti chiami AMA-LIA…”

“Spiritosa! Sei proprio la mia sorellina preferita.”

“Troppo facile anche questo, siamo solo in due!”

 

 

Circolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Impronta” di Elda Cortinovis

Era una gita come tante altre organizzate in famiglia: lei, suo marito e i due figli.
La meta scelta era le Dune du Pilat; ne avevano parlato da tempo ed erano ansiosi di andarci.
Appena scesi dall’auto Catherine fece qualche passo lungo il sentiero diretto alla duna e sollevando lo sguardo si trovò di fronte alla più alta montagna di sabbia dorata che mai avesse visto nella sua vita.
Un muro appena inclinato, alto più di cento metri si alzava al termine del bosco, frapponendosi tra la terra e il mare. Attratta da una forza magnetica, salì.
Una mano impegnata a tenere le scarpe; l’altra libera, pronta ad appoggiarsi sul manto sabbioso. A piedi nudi avvertiva il tepore del sole che ancora la sabbia conservava, seppure fosse già tardo pomeriggio e nel cielo incombessero fitte nuvole grigiastre.
Ogni passo era una conquista; ci voleva potenza per non scivolare e dopo alcuni passi inevitabilmente ci si doveva fermare a riprender fiato. Non c’era fretta, la salita richiedeva il suo tempo per comprendere la forza di tale massa sabbiosa e la fragilità di ogni granello di cui era composta. Saliva passo dopo passo, appoggiando talvolta una mano sul ginocchio per far forza e dare slancio al passo successivo. Bisognava vincere la gravità che l’avrebbe fatta volentieri rotolare indietro e nello stesso tempo contrapporsi all’instabilità del terreno franoso. Tutto faceva parte del gioco: arrivare in alto per guardare oltre. Nessun passo era vano, ognuno le permetteva di conquistare la duna, che maestosa sbarrava la strada e pareva in alcuni attimi volerle crollare addosso.
Era quasi arrivata, ma prima di toccare la cima, si voltò indietro per vedere quanta strada aveva fatto. Era incredibile osservare da lassù il paesaggio boschivo che, troncato improvvisamente dalla sabbia, cessava di esistere e lasciava spazio ad una natura così in contrasto. Sul pendio sotto di lei molti arrancavano, altri salivano più disinvolti, altri ormai soddisfatti, scendevano, lasciandosi rotolare euforici. Proseguì e finalmente in alto, la brezza del mare schiaffeggiò il suo viso e il suo sguardo si perse nello sconfinato blu dell’oceano Atlantico. Ora la duna di sabbia si univa al mare e il suo declivio non era più così verticale, ma con grazia scendeva per scomparire nella massa d’acqua che per la sua immensità toglieva il fiato. La duna si estendeva pochi chilometri e percorrerli significava prendere coscienza di questo fenomeno straordinario e della potenza della natura in contrasto alla fragilità dell’uomo. Minuscola, si allungò lungo la duna, con un foulard in testa legato stretto e alcuni capelli ribelli che sbattevano al vento. Più si allontanava dal punto da cui era salita e più la gente si diradava.
Era faticoso percorrere tutta la dorsale, ma aveva ancora molto da capire e non le bastava guardare il confine, voleva raggiungerlo. Ci mise quasi mezz’ora, sferzata dal vento e con gli occhi socchiusi per i granelli di sabbia che si alzavano improvvisi. Alla fine di questo cammino, soddisfatta, si lasciò cadere accolta dalla sabbia. A occhi chiusi ascoltò il suono dell’oceano, gli striduli versi dei gabbiani, il fruscio del vento e cercò nel suo cuore, se stessa; in silenzio immersa nella natura ristoratrice, con lo spirito pronto ad accogliere ogni segnale e a caricarsi di grande energia vitale. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta immobile: abbastanza da percepire l’umido del mare nelle ossa, i brividi per il vento che più avanzava la sera e più si raffreddava e il formicolio nelle gambe rimaste ferme, incrociate. Si alzò ed ebbe una gran voglia di correre a perdifiato giù da questa immensa duna, cadere e lasciarsi rotolare come da bambina sui prati verdi delle colline dietro casa.
Lo fece, per poi risalire di nuovo e tornare indietro, cercando invano la sua impronta.
Il vento mutava la duna che pareva viva e ostentava il suo fascino camaleontico.
Alzò lo sguardo e non lontano scorse il sorriso di chi amava; salire ne era valsa la pena.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Rom” di Elda Cortinovis

Mirna era l’ultima di quattro fratelli. Aveva, a vederla, circa l’età in cui le ragazze normalmente cominciano la scuola media. Non era più certa neppure lei dei suoi anni a forza di dire di averne nove ad ogni fermo di polizia. Da due anni mendicava per le strade, compito che le era stato assegnato dalla famiglia. Il campo rom in cui viveva era piccolo, le roulotte erano disposte lungo il perimetro dell’area che il comune aveva loro assegnato e al centro ogni sera veniva acceso un grande falò.
Quella notte Mirna aveva visto bene suo fratello maggiore, Bruno, tornare tardi e correre come una bestia inferocita per tutto il campo. Girava intorno al fuoco pronunciando parole irripetibili. Il suo sguardo indemoniato era perso in un mondo parallelo e pareva non sentire e non vedere nulla di ciò che gli stava innanzi: “Muoio adesso muoio, portatemi via… vi prego aiuto muoio”, gridava, ma nessuno riusciva a bloccarlo. Come uno scimpanzé in gabbia, saltava da un punto all’altro aggrappandosi ai rami degli alberi e arrampicandosi sui tetti delle roulotte, guidato da una forza sovrannaturale.
Mirna tremava dalla paura e piangeva, le sue mani perdevano forza e le sue gambe non reggevano il poco peso del suo gracile corpo, così si sedette senza smettere di guardare dalla finestra della sua casa mobile. Bruno era là fuori posseduto da chissà quale essere malvagio che gli annebbiava ogni senso.
Erano pochi gli uomini rimasti al campo, non c’era neppure suo padre, capo di quella tribù di zingari. Le donne cercavano di calmarlo e di fermarlo, ma non era possibile, la sua indemoniata forza scatenava una violenza inaudita contro tutto ciò che incontrava. Non era un semplice rom, era il figlio del capo tribù e questo tra zingari conta. Così le donne, forse per non nuocere all’erede, dopo alcuni rituali eseguiti cantando litanie si convinsero che bisognava lasciarlo libero; libero di sfogare questa furibonda violenza su tutto ciò che avesse voluto, fino a ritrovare la calma persa.
Mirna non sopportava più quello spettacolo cruento. Non poteva guardare suo fratello con gli occhi infuocati di odio, spingere le donne a terra e calpestare carboni ardenti senza provare altro dolore, poiché il dolore era già dentro di lui, profondo e lacerante. Tirò la tenda con un gesto dettato dalla stanchezza e dal disprezzo. Chiuse gli occhi ancora bagnati e si immaginò un mondo migliore.
Poco dopo il motore di una BMW rombava nel campo nomadi e la scia di gas annebbiava il buio della notte, lasciando dietro sé un silenzio impregnato di sgomento.
Sembrava fossero passati pochi minuti; Mirna si svegliò di soprassalto alle grida di un gruppo di uomini e donne che gesticolavano rabbiosamente in mezzo al campo. Era giorno e doveva essere successo qualcosa di veramente grave: vide suo padre lasciare il campo camminando dritto verso l’auto con la consapevolezza di dover rimediare a qualcosa che in qualche modo segnava il suo orgoglio di capo.
Quando tornò era solo, Bruno non c’era. Mirna avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli dove fosse suo fratello, ma per un istante rimase abbagliata dal grande medaglione d’oro che luccicava sul petto del padre e si ricordò che era una bambina, una femmina. Sarebbero state le donne del campo a raccontarle quanta cocaina, oppio ed alcool avesse ingurgitato suo fratello e che spaventoso incidente avesse causato quella mattina alla fermata dell’autobus.
Mirna si sentì in qualche modo complice, come tutti loro, di quel disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Incapace di ribellarsi al mondo a cui apparteneva e che la proteggeva, lasciò il campo. Era decisa a vagare tutto il giorno, mendicando con addosso gli occhi della gente questa volta ancora più ostili.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Mancavano le finestre” di Elda Cortinovis

Era sempre stato il profumo del caffè a svegliarla al mattino. Una fragranza rassicurante che si propagava in tutta la casa e arrivava alle narici puntuale: ore 7.00.
L’aroma l’avvolgeva ed entrava in lei; era il profumo della sua casa. La casa in cui era cresciuta, dove nulla per lei era un segreto. Stava bene lì, si sentiva al sicuro; era l’unico posto in cui riusciva a liberare il suo corpo da tutte le tensioni e con il sapore del caffè ancora in bocca iniziava la sua giornata. Lo sorseggiava in cucina, al tavolo con lei, sedeva per qualche minuto anche il padre, prima di coricarsi dopo il turno di notte.
Si era fatta alta e quando la mamma la stringeva a sé non perdeva l’occasione per misurarsi: “Ti ho quasi raggiunta, appena avrò 16 anni, quindi tra due mesi, sarò alta come te”, cercava l’abbraccio della madre, ne traeva una grande energia, era il suo rito del mattino. La mamma sempre presente e pronta a raccoglierla ad ogni caduta.
“Sono diventata grande, lasciami un po’ da sola. Non hai niente da fare oggi? Devi per forza stare a casa tutto il giorno? Voglio vivere la mia vita!”
“Perché gridi così? Ti sei forse dimenticata che solo due giorni fa sei andata con Monica a fare un giro in piazza, tu e lei senza scorta… come la chiami tu?”
Monica, la sua migliore amica. Si conoscevano solo da due anni, era arrivata in classe da loro e le si era seduta accanto. Si parlarono subito senza barriere e dopo alcuni giorni aveva accettato l’invito a casa sua. Si sentiva bene con Monica, sapeva raccontare tutto quello che faceva minuziosamente affinché anche lei lo vivesse in prima persona. Era allegra, spensierata. A volte esagerava: due giorni prima erano state davvero in piazza, ma ci erano arrivate in scooter. Abbarbicata a cavalcioni le si era attaccata dietro, stretta stretta, e Monica l’aveva portata per le vie secondarie, prendendosi il rischio di incontrare i vigili. Se l’avessero saputo i suoi genitori certamente non l’avrebbero lasciata più uscire per chissà quanto tempo. Non disse nulla, naturalmente. Era una sensazione di libertà fantastica, che voleva ancora assaporare.

Lasciava la cucina strisciando contro le pareti; rabbrividiva nel sentire il muro rivolto a nord che, intervallato dalle finestre, conduceva alla parte notte, mentre il legno sotto i piedi, accoglieva con il suo tepore le dita, una per una.
A talloni leggermente sollevati, raggiungeva la sua stanza e si infilava, ancora una manciata di minuti, nel letto. Trovava che fosse una bella camera, non l’aveva scelta, era sempre stata la stessa fin da piccola. Trascorreva là dentro moltissime ore e ne aveva studiato ogni angolo. Se qualcuno osava spostare le sue cose erano urla a non finire: “Mamma, dove hai cacciato il mio ipod, te l’ho detto cento volte che non me lo devi toccare!”.
“È lì, a destra del computer, sul tavolo”, gridava dalla cucina sua madre.
“Chi ti ha detto di spostarlo, uffa! Cosa ti costa lasciarlo dove lo metto io?”

Sul letto aveva posato in fila quattro cuscini, leggermente sovrapposti. Li sfiorava; ognuno aveva la sua funzione. Quello morbido e peloso la coccolava mentre leggeva e la consolava raccogliendo lacrime nei momenti di crisi; quello in cotone era perfetto come sostegno del computer quando, a gambe incrociate, studiava sul letto. Quello in velluto lo usava solo per fare ginnastica, se lo metteva sotto la schiena per gli esercizi a terra.
Il più amato era quello con il tessuto ruvido ed irregolare, shantung, così lo aveva chiamato suo fratello che di stoffe se ne intendeva perché lavorava in un’azienda di divani.
Forse era il nome del tessuto che lo rendeva un cuscino speciale; le evocava paesi lontani, suoni e profumi orientali. Si era fatta un’idea dell’India e aveva cercato sul mappamondo bidimensionale dove fosse. Una terra così lontana e così affascinante. Sua madre le aveva promesso che appena possibile avrebbero fatto quel viaggio tutti insieme, intanto le aveva regalato un magnifico audiolibro che rispondeva a tutte le sue curiosità.
“Quando ci andremo, sarai tu a farci da cicerone. Sei sempre attaccata a quel libro, magari studiassi tutte le materie con la stessa passione”.
Viaggiare, come le piaceva! Sapeva benissimo che i suoi genitori dovevano fare un po’ di sacrifici per regalarle anche solo una gita di un giorno, ma era così importante per lei. Si arricchiva di sensazioni, di idee, di visioni. Per questo i souvenir e gli oggetti raccolti nel tempo avevano nella sua stanza un posto speciale. Con ordine li riponeva sugli scaffali dietro alla testata del letto, così quando voleva ne afferrava uno e sognava.
La gondola di metallo gelido, che le ricordava l’odore dell’acqua salmastra dei canali di Venezia: c’era stata qualche anno prima, una gita meravigliosa dove, passo dopo passo, aveva ricostruito la mappa di quella affascinante città sull’acqua.
“È incredibile, abbiamo in mano tutte e due una mappa e siamo riuscite a perderci lo stesso. Ti ricordi che di qua ci siamo già passate?”
“Non mi sembra, aspetta che leggo la via, Calle Zen… non mi ricordo.”
“Ma dai mamma, non senti questo profumo di baccalà appena cucinato? È lo stesso posto di prima, dammi retta, siamo già passati da qui. Anzi, perché non ci fermiamo a fare uno spuntino?”
Aveva il divieto assoluto di avvicinarsi ai canali, se sorpassava una linea immaginaria di sicurezza, sua madre gridava: “Attenta! Fermati, non muoverti”, ma lei non le dava sempre retta; osava qualche passo in più, desiderava provare quella sensazione di brivido.
Il ventaglio, aperto, era intarsiato e dipinto certamente a mano. Sulla bancarella a Madrid ce ne erano tantissimi, ma la corposità della tempera con cui questo era dipinto lo si distingueva da tutti gli altri; aveva in leggerissimo rilievo alcuni petali.
Toccava intensamente ogni ventaglio fino a cogliere nell’intimo del cuore un’emozione: “È E’ bellissimo, hai scelto il migliore, ma come hai fatto?”.
“Sarà il mio innato senso del gusto! Lo sai benissimo come faccio, ogni volta ti meravigli. Sembra che ti dimentichi come sono”.
“Perché come sei? Sei una bella ragazza, intelligente, amata?”
“Sono diversa ed è anche colpa tua, tua e del papà”, l’affrontava di petto, ma poi se ne pentiva, “ti voglio bene mamma, lo so che non centri”.

Un giorno alla settimana arrivava zia Rina a trovarla. Lavorava a maglia tutto il tempo, le si sedeva accanto e le raccontava la sua giornata. Alcune volte il filo del suo lavoro le sfiorava il braccio e le faceva solletico. Reagiva ogni volta come se a posarsi fosse una mosca da scacciare. Aveva il dubbio che zia Rina lasciasse di proposito il filo lungo e si divertisse a vedere la sua reazione. Ieri aveva detto alla mamma: “Mi preoccupa quella ragazza, è sempre così silenziosa”. Non era silenziosa, solo aveva bisogno di ascoltare con attenzione e di unire il puzzle delle informazioni con precisione per poterle utilizzare al momento del bisogno. Snocciolava le parole una per una; c’erano suoni che la rallegravano come “forza, destrezza, dolcezza” e altri che detestava, soprattutto se a pronunciarli era qualcuno che si rivolgeva a lei: sbrigati, veloce, dai… ”.
Quando la zia sussurrava alla mamma cose che la riguardavano, andava su tutte le furie; non sopportava i bisbigli, né quelli delle sue compagne seguiti da un toc secco di gomitata né quelli dei genitori che al figlio velatamente dicono “non fissarla”, come se lei potesse notarlo. Il bisbiglio, pensava, è difficile da captare e presume il fatto che non ci si voglia far sentire e il più delle volte esterna un comportamento vile. Adorava invece il bisbiglio della ninna nanna, che la sua mamma qualche volta le cantava ancora.
Si sentiva forte. Aveva voce per poter urlare e orecchie per accogliere tutti i segnali. La sera amava suonare il piano, ascoltava Chopin e poi ricercava sulla tastiera le note, le espressioni e i colori, che davano anima alla musica. Non le importava un’esecuzione tecnica perfetta, voleva che la musica la facesse vibrare. La testa le si riempiva in un attimo di macchie calde, tiepide, fredde, in continuo movimento e tutto ciò che la circondava prendeva forma. Avrebbe voluto danzare. Aspettava che qualcuno la prendesse per mano e la facesse ballare. Sognava di incontrare il grande amore, quello che leggeva nei libri e su cui fantasticava. Ascoltava le sue amiche raccontare dei primi baci e desiderava intensamente vivere anche lei quei momenti: “Non piacerò mai a nessuno! Mamma, ma io sono bella?”.
“Sei bellissima ed incontrerai il tuo amore”, rispondeva lei controllando la voce, ma il suono strozzato dal groppo alla gola era già arrivato alle orecchie di Sara.
Si sentiva come i piccoli fiori dell’Olea Fragrans, di cui rincorreva il fugace profumo nei giardini in autunno: giallo tenue. Così le diceva sua madre. Si sentiva completa, quasi. Solo mancavano le finestre, per guardare al di là della sua immaginazione.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Antica macchia di sangue” di Elda Cortinovis

Quando voleva riposare davvero, Mirco si rifugiava sempre nella stanza del nonno. Non cercava altro che un po’ di tranquillità per ripercorre con il pensiero i racconti che nonno Piero gli aveva fatto quando era piccino. Li ricordava così vivi perché al nonno le parole forti non mancavano mai. Se parlava di morte non ci girava intorno, diceva assassini al posto giusto, massacro quando ci voleva e sangue che sgorgava, se necessario. La guerra era passata anche da lì, attraverso quelle Langhe dove al mattino la nebbia ti avvolge e ti fa scomparire. Ci sono stati anni in cui con la nebbia era scomparso anche il sorriso e con esso la voglia di vivere.

La stanza era rimasta intatta con il letto novecento e la specchiera di fronte che rifletteva la coperta consumata da sonni ormai lontani. Era stata una pace apparente da quelle parti, dove la vita di campagna procedeva tranquilla, si beveva buon vino e il pane veniva sfornato ogni mattina. Poi, tutto d’un tratto, era cambiata ogni cosa. Di corsa entrarono in quella casa uomini armati, ma impauriti, e con un dolore in faccia che trapassava chi gli stava davanti.
Li hanno nascosti per giorni e il nonno ripeteva alla nonna: “Meglio morire giovani con l’anima bianca, piuttosto che soffrire all’inferno”. La nonna annuiva e nella botola, sotto il pavimento nascondeva tutti, senza discutere mai. La guerra, l’aveva portata via presto. Quando entrarono il nonno era lontano, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per tutti. Con prepotenza sbatterono al muro giovani, vecchi, bambini.
Spararono senza pietà e senza aspettare neppure il comando.
A Mirco glielo aveva raccontato il nonno che, sulla via del ritorno, aveva sentito gli spari e nessun lamento. Non li avevano lasciati neppure gridare dalla fretta di farli morire.
Nel silenzio più assoluto, quello che accompagna la morte, si era gettato su quei corpi, straziato dal dolore. Quanto aveva desiderato morire anche lui in quell’istante.
Poi, inaspettato, il sole aveva bucato la nebbia e un raggio aveva colpito quel muro macchiato di sangue e lì lo aveva fissato per sempre.
Il nonno accasciato ai piedi di quel groviglio di corpi senza vita, udì un gemito che non gli parve neppure reale. Non si sa come, e neppure è importante saperlo, ma sotto a tutti, una piccola mano si muoveva ancora: “Antonia, Antonia, Antoniaaaa… ”, urlava il nonno e non avrebbe mai smesso di gridare, se non fosse che il fiato gli serviva per spostare i corpi e riportare alla luce la vita.
Mia madre, Antonia, quando il nonno è morto mi ha abbracciato forte e mi ha sussurrato che con lui se ne andava tanto dolore, ma non quella macchia di sangue, ormai antica, perché ancora piena di ricordi.

 

ccCircolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

“Insonnia” di Elda Cortinovis

La musica veniva dal piano bar ed era impossibile resisterle. Bob si lasciò accompagnare dalle note e arrivò al pianoforte a coda, al centro del piccolo palco, illuminato da una luce calda. Aveva ascoltato per giorni nenie giapponesi che non apprezzava ed ora quella musica così familiare esercitava su di lui un’attrazione irresistibile. Al piano un uomo piuttosto magro muoveva armoniosamente le dita, sfiorando i tasti. Lo osservò a lungo, commosso.
Ricordava da bambino come suo padre riuscisse a chiudersi per ore nello studio ascoltando musica classica e come lui si sentisse totalmente escluso. C’era un divieto non scritto su quella porta che tutti in famiglia rispettavano, ma il suono straripava e inondava tutta la casa; era il ricordo più vivo che conservava di suo padre. Con quel pensiero si avvicinò al pianista. Ancora non sapeva che quell’incontro avrebbe cambiato completamente la sua vita.

Erano le quattro del mattino ed era rimasto nella suite del Conrad Hotel fino ad un attimo prima. Da quando era arrivato a Tokyo rimaneva ore sveglio. Con occhi sbarrati osservava la fessura nel soffitto che si scuriva sempre più.
Un’imperfezione, un’incrinatura, chissà forse formata col tempo o forse d’assestamento subito dopo la costruzione; col passare delle ore diveniva una fessura nera, come un taglio profondo.
Era un punto di riferimento per trascorrere la notte, inesorabilmente, fino ai primi bagliori dell’alba in attesa. In quella sua notte, quella frattura aveva perso tutto il suo interesse, aveva bisogno d’aria quindi si vestì e scese nella hall.

Appena terminato il Nocturne di Debussy, in modo automatico, le piccole mani ossute abbassarono il copri tastiera e l’uomo rivolgendosi a Bob chiese: ”Di New York?”, la domanda poteva sembrare banale, ma era l’intensità dello sguardo che l’accompagnava a renderla particolare.
Per un istante Bob avvertì che l’uomo stava leggendo dentro di lui: “Sì, da New York, 5th avenue, a due passi da Central Park”. L’eccesso di informazioni nascondeva un lieve imbarazzo, forse a causa di quegli occhi asiatici piccolissimi, estremamente vivaci, che continuavano a scrutare Bob con una certa attenzione.
“Le piace Debussy? Io lo suono sempre al termine di ogni serata, concilia il sonno ed eleva lo spirito. Domani sera non ci sarò è la sera del Cha No Yu”.
Bob aggrottò le sopracciglia, avrebbe voluto chiedere di cosa si trattasse, ma non ne ebbe il tempo perché l’omino sorridente lo anticipò: ”La cerimonia del tè, allo Shirakawa alle 23.00, puntuale la prego”.

Quella sera Bob ripassò dall’A alla Z tutta la sua vita: da un set all’altro, tra feste e inviti; assuefatto dai jet-lag e il più delle volte annoiato, profondamente annoiato, da un mestiere invidiatogli da chiunque, ma per lui ormai trasformatosi in una trappola infernale. Poi c’era Lara, aveva sempre qualcosa da rimproverargli, i loro tempi di comunicazione risultavano, da qualche anno, del tutto sfasati.
Lei, travolta dalla sua quotidianità, aveva finito con il sovvertire l’ordine d’importanza degli eventi: partecipare al pranzo della sorella era importante almeno quanto il risultato delle analisi, completamente sballate, ritirate il mattino stesso.
Lui, stanco e frastornato, si sentiva un estraneo in casa sua. Se cercava di isolarsi sul divano guardando un programma televisivo, lei era già pronta a chiedergli un qualche favore che ne interrompesse la tranquillità. Sembrava sempre in agguato, iniziava a parlare quando ancora si trovava in cucina, per avvicinarsi inesorabilmente al divano e concludere con il solito: “Hai capito?”.
“No, non ho capito, anzi, meglio: non ho sentito niente, neppure una parola, non avevo voglia di ascoltare niente di niente!”, avrebbe voluto risponderle in questo modo, almeno una volta, invece stava lì a guardarla con fare interrogativo, sguardo che la faceva puntualmente arrabbiare, e per giorni non si parlavano più.

Finalmente mattino, per Bob la giornata sarebbe scivolata via leggera, l’appuntamento fissato per la stessa sera lo metteva di buon umore. Non l’avrebbe mancato per niente al mondo. Puntuale, si ripromise.

Camminava con passo lento, era partito con grande anticipo, voleva arrivare alla sua meta a piedi conquistando ad ogni passo quel suo momento, di cui nessuno sapeva nulla. Respirava profondamente, deliziandosi di quella notte silenziosa, viva. Ritmicamente intorno a lui si alternavano luci ed ombre, che solleticavano la sua fantasia. Gli sembrava di camminare lungo i binari della ferrovia e avvertì un sibilo che lo indusse a correre per un breve tratto avvolto in un’atmosfera del tutto surreale.
Distolse il pensiero e continuò a camminare tra il brulichìo della gente fino a quando lasciò la zona rassicurante degli stores, aperti a tutte le ore, e dei ristorantini fumosi, per proseguire disinvolto in stradine secondarie, dove il neon diventa lanterna e l’odore degli spiedini di carne penetra nelle narici.
Avvolto dall’umido notturno della metropoli, procedeva da un vicolo all’altro in un dedalo da cui gli sembrava difficile uscire. All’improvviso, davanti a lui, la scritta minuscola, che solo occhi attenti potevano scorgere: Shirakawa.
Per entrare dovette lasciare le scarpe all’ingresso, ad accoglierlo una giovane donna avvolta in un kimono di raffinata seta profilato d’oro, di color azzurro cielo sopra il quale usignoli ricamati sembravano prendere il volo.
Lo salutò con un inchino del solo capo e lo accompagnò in una sala più grande.
A terra, su un tatami color sabbia, sedevano alcuni uomini. Bob riconobbe il pianista che gli fece cenno di avvicinarsi. Era una cerimonia e i gesti che si susseguirono, lenti e precisi, sembravano una danza armoniosa.
Bob ringraziò per il cibo che gli venne offerto. Il pianista gli bisbigliò: “Sei già sulla buona strada; accettare il cibo è nella sua semplicità un gesto che mette in relazione gli uomini e la natura in piena armonia. Wa – Kei – Sei – Jaku. Lascia che queste parole entrino realmente in te”.
Bob, inginocchiato a piedi scalzi in un luogo così insolito ed estraneo alla sua vita, per la prima volta si sentì veramente a proprio agio.
“Wa – Armonia “, pensava, “forse è questo che è venuto meno nella mia vita: l’armonia”.
L’armonia dei corpi, suo e di Lara, abbracciati nudi nel letto del loro piccolo appartamento, amandosi profondamente. Appena conosciuti stavano ore insieme a fare progetti, a scherzare, a ridere, poi era successo qualcosa e l’incantesimo si era rotto, ma quella sensazione era ancora viva in lui e voleva ritrovarla.
La ragazza gli porse una tazza di porcellana bianca, appoggiata su di un vassoio anch’esso bianco; nel prenderlo Bob sfiorò con le dita la manica del kimono e alzò lo sguardo incrociando gli occhi turbati della giovane che si ritrasse rapidamente.
“Kei – Rispetto, riconoscere anche agli oggetti più semplici la propria dignità”.
Bob, si rese conto in quell’istante: aveva perso il rispetto verso se stesso. Aveva smarrito da qualche parte la coscienza della sua profonda ricchezza in quanto uomo. Compiva gesti, sempre gli stessi come un automa, solo per un ingranaggio avviato che non aveva più la forza di fermare. Quel lavoro lo aveva sedotto un po’ per volta, ma in modo assoluto tanto da perdere il contatto genuino e profondo che lo legava alla sua famiglia e persino a se stesso. Forse era stato proprio quello il momento in cui Lara si era resa via via più indipendente e aveva imparato a vivere anche senza di lui. Gli incontri di lavoro, le scene da girare, i luoghi lontani da raggiungere, i party, le presentazioni, lo avevano travolto fino a quando, un giorno, aveva accettato l’invito di alcuni amici per partire alla volta del Canada. Escursione per soli uomini. La pausa forzata, l’immersione totale nella natura selvaggia ed aspra, illuminata da colori e contrasti spettacolari che bucavano lo stesso paesaggio, e la fatica fisica, ben diversa da quella legata al suo lavoro, lo avevano così coinvolto emotivamente che al ritorno un solo pensiero gli attraversava la mente: “Che cosa mi sto perdendo di questa esistenza?“. Era tornato a New York frastornato; aveva completamente perso la capacità di scegliere con lucidità ciò che desiderava realmente fare della sua vita.

Il pianista accompagnava Bob in questo cammino dandogli qualche spiegazione che lui stesso esitava a chiedere perché entrava profondamente nel suo Io e lottava, evidentemente, contro ciò che fino a quel momento aveva vissuto, ma di cui ora non era poi così sicuro di volere ancora. Il tè venne sorseggiato da tutti gli ospiti, trascorsero diverse ore in modo lieve, tanto che Bob ne aveva ormai perso il conto. Al termine della serata ognuno raccolse la propria tazza e la pulì.
“Sei – Purezza; pulire, per spazzare via le preoccupazioni, i vincoli mondani, i propri vissuti, per rinascere”.
Quante volte avrebbe voluto non partecipare alle feste, era chiaro sceglieva lui dove andare e quando presenziare, ma bisognava esserci, brillanti e in piena forma, per mantenere quella fama raggiunta con determinazione e per essere sempre in auge. A ciò si aggiungeva Mary, la sua efficientissima agente, lo metteva alle strette e non gli consentiva di sgarrare. I contratti andavano rispettati e non ci si poteva permettere di sparire improvvisamente senza poi subirne le conseguenze: anche la più illustre delle carriere può venire affossata in breve tempo da un comportamento snob e poco socievole, specialmente in ambienti artistici.
Ora intravedeva una luce, gli sembrava di avere una via di fuga. Non sapeva ancora con chiarezza quale, ma c’era, andava solo messa a fuoco.
La cerimonia era terminata, Bob si sentiva pervaso da un’impagabile sensazione di serenità e pace: Jaku. Chiuse gli occhi, aveva bisogno di restare concentrato su se stesso ancora per qualche attimo per godere di quella trasformazione che ormai era in atto.

Girò pagina e lesse la parola FINE. Era soddisfatto della notte trascorsa insonne, pensò che quel Bob gli piaceva e che si meritava di essere portato sul set, se non altro per lo sforzo che stava facendo per rinascere. Quel pensiero lo fece sorridere, togliendogli finalmente quell’aria annoiata che da troppo tempo adombrava il suo volto. Si alzò ripetendo fra sé “Wa Sei Kei Jaku” mentre si avvicinava al pianoforte.
Il pianista aveva terminato di suonare e disse non curante: “Desidera?”.
Bob arrotolò il copione su se stesso, lo strinse forte: “Nulla… mi scusi… era solo un pensiero”, si voltò e se ne andò a dormire.
In camera avrebbe chiamato la sua Lara per dirle quanto l’amava e che aveva una gran voglia di tornare, per ricominciare a vivere intensamente ogni giorno della sua vita, accanto a lei, godendo di ciò che aveva già, senza cercare troppo lontano.