“Victoria Sunderland” – capitolo terzo (di Gianluigi Bergognini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Che impressione… Ho lo sguardo freddo, impassibile. Non c’è nulla da fare, non riesco a farmi venire un minimo di emozione. Un dispiacere, una lacrima. Sei stato troppo lontano, papà. Non mi sei entrato nel cuore in tutti questi anni. Nemmeno adesso che sei morto. Sei riuscito a farmi credere di esserlo da sempre, morto. Di essere un fantasma senza volto nei miei ricordi di bambina. Di essere solo un’evocazione, un alibi, una paura. E mai un ricordo dolce, una speranza, una voglia.
Papà. Questa parola non ha molto significato per me. Non hai voluto insegnarmela. È stata sempre un vuoto che conoscevo bene, sempre di più. Era un rifugio quel vuoto, un niente dove trovavo pace nelle mie ore più scure, nei miei pensieri più nascosti… papà… papà… Che sto facendo? Sono cresciuta ora. Non ho più bisogno del tuo nome per ritrovarmi, non voglio un vuoto ora. Ho la mia vita, una professione, un amore, ho capito cosa cercavo in quei momenti. Volevo me e in questo senso, senza saperlo, mi sei stato utile. Con la tua assenza.

Eppure tu mi hai cercata. Senza nemmeno dirmi nulla mi hai trovata… Ahahahah, che assurdità! Dovevo essere io a cercarti, tu sapevi che esistevo, tu certamente mi hai seguito di nascosto… discretamente… certo il tuo lavoro, la tua professione… dovevo essere io a ribaltare il mondo intero per trovarti. Invece no. Io ti tenevo nel mio vuoto. Invece no. Tu hai voluto venire da me. Per morire. Hai cercato da me, Victoria Sunderland, da poco laureata in medicina, una salvezza, una cura, io medico senza esperienza, ma tua figlia… pensavi bastasse? Pensavi che l’avermi tenuta all’oscuro sulla tua vera identità, avrebbe potuto spingermi a essere più professionale e pertanto priva di emozioni? Evitando così inutili sentimentalismi? Si vede proprio che non mi hai mai conosciuta. Tutti questi anni di silenzio ti hanno precluso il mio cuore. Non sarebbe cambiato nulla.
Ora però voglio capire. Capire cosa è successo in questi anni, cosa ti ha ridotto in questo stato nei pochi mesi che ti ho potuto seguire. Qualcosa non mi torna, le analisi che ho eseguito di volta in volta mi davano risultati strani. Non te l’ho mai detto. ma lo saprai presto, quando ti vedrò steso nella bara, ti sussurrerò il motivo della tua morte. Io so che non è stata naturale…
Devo fare in fretta. Alfred sarà qui a momenti per portarmi all’aeroporto e sono in ritardo, tutti questi pensieri…

Alfred, un altro uomo senza volto, la rappresentazione perfetta dell’uomo qualunque. Come non eri tu, papà, lo riconosco. Non passavi inosservato, ti ho notato subito, sin dal primo momento. Avevi l’aria malata, ma era il tuo sguardo magnetico a fare di te un uomo. Forse, in quel momento, ho riconosciuto qualcosa di me nel tuo viso senza neppure rendermene conto.

Chi ti ha ucciso papà? Perché? E cosa stai lasciando e a chi? Voglio saperlo. Ora che ti ho trovato, ora che il mio silenzio si è riempito della tua morte reale, ora io voglio quello che mi hai negato per anni. Lo voglio ripagato in un’altra forma. Voglio tutto….
“Alfred? Sì, arrivo. Un attimo… sì, sto bene, non preoccuparti, non sono una bambina. Andiamo.”

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“La strada” di Gianluigi Bergognini

Avanzava piano, senza fretta, passo dopo passo, sollevando una leggera polvere, su quella strada bianca che attraversava il paese. La calura del mezzogiorno lo rincuorava, era caldo di vento, di cicale assordanti, di persone dietro le persiane chiuse. Era un caldo familiare, come i giochi da bambino, come la penombra del salotto di casa, sentito sulla sua pelle mentre sdraiato sul tappeto sognava di rimanere per sempre cosi.
Avanzava leggero, lo sguardo era uguale al suo desiderio di sempre. Finalmente ce l’aveva fatta. Era arrivato lì, in quel primo pomeriggio assolato. Lì, in quel paese sconosciuto amato da sempre. A pensarci bene non era un paese. Piuttosto, una strada. Lunga, diritta. Bianca. Le case a fare da cornice e la gente che non sapeva.
Tutto era iniziato nei suoi anni verdi, da un amico del sud, dalla sua voce e dal colore dei suoi capelli, da quella pelle abbronzata che aveva anche d’inverno, anche quando pioveva per giorni. Un amico che non voleva tornarci a quel sud, ma ne portava i segni, ne mostrava l’immagine ogni giorno.
Erano bambini, passavano il tempo con leggerezza, anche i drammi erano invisibili e si sollevavano come il vento sollevava la polvere di quella strada desiderata. Guardandoli ora, quei bambini, Luca intravedeva gli embrioni dei passaggi del tempo a venire, in quel bambino di latta sentiva risuonare i passi che avrebbe compiuto, in quegli occhi scuri del sud scorgeva tutte le immagini che avrebbe immortalato dietro lenti a cui avrebbe dato un senso.
Si erano persi per strada in pochi anni, ritrovati adolescenti e persi definitivamente, impegnati a rincorrere se stessi, senza saperlo ancora. Eppure una cosa rimaneva a unirli, per sempre: un ricordo inventato. Una foto del pensiero, mai esistita e mai conosciuta: una strada polverosa. Bianca. E case con occhi dormienti. Un mezzogiorno di calura e il vento che scompigliava i capelli. Il bambino di latta aveva conosciuto il suo nome e accarezzato la vita come aveva imparato a fare nei sogni estivi nell’ombra del salotto. Non più solitario, aveva incontrato esperienza e un passato da colmare di ricordi. Aveva preso i propri desideri e li aveva trasportati nei giorni che viveva, leggendovi ogni volta una fine diversa.
Ora finalmente era dentro al suo ultimo desiderio, il passo lento e sognante lo accompagnava lungo quella strada.
Si fermò davanti all’unica persiana aperta, i vetri rimandavano il colore azzurro del cielo che sembrava si muovesse come le onde di un mare mosso da una brezza appena percettibile; guardò l’immagine riflessa, quei capelli bianchi spettinati come quelli del bambino di latta e quegli occhi scuri che risaltavano sulla pelle abbronzata.
“Sei tornato, finalmente…”
Le parole uscirono con dolcezza dalla gola di Luca mentre guardava la propria immagine riflessa. Sorrise e riprese lentamente il cammino. In fondo a quella strada non vedeva nulla, solo polvere sollevata dal vento.

 

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“Figli del deserto” di Gianluigi Bergognini

L’aria era buona, il ragazzo dal viso abbronzato gettò uno sguardo attento verso la gola sottostante il ponte che univa i due minuscoli villaggi e su cui camminava. Si fermava sempre ogni mattino ad annusare l’aria, per carpire qualche buon presagio nel vento che saliva lungo la valle. Aveva poco più di 16 anni, i capelli si agitavano intorno al viso cosi acerbo regalandogli un aspetto da bambino selvaggio, ma lo sguardo era duro.
Due occhi neri, decisi, scrutavano il fondo valle. Cercavano il motivo di quel cammino che faceva ogni volta, verso il punto di partenza dei minuscoli pick- up che servivano per trasportare i turisti dalla base del canyon al suo paese di pietra: Shahara.
Amhed era il suo nome, era il figlio del capo del villaggio e depositario di ogni diritto di precedenza rispetto agli altri uomini: ogni suo viaggio verso la valle doveva essere proficuo, ogni turista che aspettava là in fondo doveva essere suo. Sapeva farsi rispettare, Amhed, toccò con desiderio la canna lucida del kalashnikov appeso alle sue esili spalle e sorrise.
Sì, anche oggi avrebbe avuto la sua lauta mancia, la più ricca di tutti.

– Ecco, mi hanno spiegato che d’ora in poi non possiamo più usare Jeep, che dobbiamo usare i pick-up, che saranno loro a portarci su, verso quel ponte!
Nusrat agita la testa e le mani per cercare di farsi capire col suo italiano difficile. Mia sorella ed io lo guardiamo divertiti, ma anche un poco preoccupati. Lo sguardo va ai minuscoli e sgangherati veicoli che avrebbero dovuto portarci a quasi 3000 metri, verso quel posto tanto celebrato nella guida turistica dello Yemen che faceva capolino dallo zaino che avevo posato a terra.
– Va bene, non abbiamo fatto tutti questi chilometri in mezzo alla polvere del deserto per fermarci di fronte a questa cosa. Va bene Nusrat, ma muoviamoci in fretta, ho voglia di sentire il vento su quel ponte.
Mi ascolto pronunciare quelle parole mentre osservo l’uomo che ci invita al suo pick-up: avrà 30 anni, il sorriso sdentato e gli occhi come due fessure. Ci fa salire nella stretta cabina, io in mezzo tra il guidatore e mia sorella mentre Nusrat si accomoda in piedi sul cassone. Di fianco a me, spartiacque tra i nostri due mondi un kalasnhikov.

Amhed sta scendendo, Amhed è vuoto, Amhed non si ferma, speriamo che là in fondo ci sia qualcuno.
Le donne del villaggio aspettano sull’uscio delle loro case l’arrivo dei turisti che ogni giorno salgono fino a loro. Non per accoglierli, ma per dileguarsi silenziose al loro interno, al sicuro nelle loro stanze; quelle pietre color della terra raccolgono secoli di storia e di usanze. Quassù il mondo non è penetrato fino in fondo, in quel posto di vento e aquile si annida il vero volto della terra bruciata, della durezza di un popolo che non si vuole piegare al saccheggio del progresso, ma che sa usarlo a proprio piacere e consumo.
Amhed fuma tranquillo lungo quel sentiero stretto e scosceso, in certi punti largo quanto il suo pick-up. Scende e i suoi pensieri sono forti. Lo sa che di lì a pochi anni prenderà il posto di suo padre e non per continuare a fare quello stupido lavoro, ma per portare nuova linfa alla lotta per cui è nato. Perché lui è un predestinato. Fin da piccolo aveva sentito su di sé il richiamo della lotta.
La liberazione del suo popolo dalle insidie dell’occidente in nome di Allah!
Ricordava tutto. Si sentiva di avere alle spalle secoli di lotta e di uomini pronti a tutto. Era con loro. Era uno di loro. Da bambino guardava con odio quegli uomini dalla pelle chiara che armati di macchine fotografiche riempivano di bellezza i propri occhi. Ma era la loro bellezza. Non spettava a nessun altro se non a loro. Li guardava soddisfatto, le facce stravolte dalla paura e dalla fatica per il lento e pericoloso salire lungo quella stretta strada a strapiombo che lui aveva imparato a percorrere in fretta e senza paura.
Li osservava e la rabbia lo prendeva quando li vedeva calpestare con quei piedi impuri il ponte, quel ponte sospeso che era allo stesso tempo simbolo e orgoglio del suo popolo. Il popolo di Shahara!

Il fucile non c’è più, per fortuna. Ripenso con soddisfazione al modo con cui ho convinto l’uomo che guida il pick-up a spostarlo dall’altra parte della cabina. Questo viaggio mi sta trasformando. Guardo mia sorella di nascosto. Ha il viso bello, i lineamenti di donna del sud. Se non fosse per la pelle un po’ troppo chiara, con quei capelli cosi neri e aggrovigliati potrebbe essere scambiata per un africana. Mi osservo dentro il piccolo specchietto impolverato. Sono olivastro, abbronzato dai giorni spesi nel viaggio in questa vacanza improvvisata.
Mia sorella e io, soli, senza nessuna organizzazione alle spalle, nello Yemen sperduto…
Perché? Una prova di vita che lei ha voluto regalarmi, che ha pensato potesse cambiarmi.
Ripenso ai miei 30 anni. Cosi diversi da quelli dell’uomo che mi sta accanto. Anni di scoperta di me stesso, di adattamento prima e di cambiamento poi.
Ripenso al mio vissuto e mi stupisco di quello che sto facendo, di quello che sto vivendo con piglio cosi deciso. Mi perdo e mi ritrovo negli occhi scuri che mi guardano nello specchio. Un mio nuovo io. Da qui inizierò il mio percorso.

– Sì. È successo proprio cosi. All’improvviso mentre ero perso nei miei pensieri ho alzato per un secondo lo sguardo lungo la strada che si muoveva incontro a me. Piano piano. E l’ho visto. Prima scendeva tranquillo, poi come un lampo. Ha accelerato e ha puntato deciso il muso del suo pick-up contro di noi. Era pazzesco! Non capivo! Che stava succedendo? In un attimo ci era addosso! Ci è venuto contro!
– Ma perché? Che cosa voleva e chi era? Vi siete fatti male?
Le sue mani stringevano le mie e tremavano un poco e non era per il freddo. In questa notte stellata nemmeno fossimo stati nudi avremmo sofferto il freddo. Sonia era presa dal mio racconto. Era come se fosse stata la con me.
-Non ci siamo fatti nulla. L’uomo che guidava è sceso al volo… era un ragazzo! Dovevi vederlo! Avrà avuto 15 o 16 anni, urlava come un ossesso e ci puntava addosso il fucile!
L’uomo che guidava il nostro mezzo è sceso a sua volta e hanno iniziato a discutere. Devo dire che pur nel momento drammatico era bellissimo vederli… il ragazzo sempre più determinato imbracciava il fucile e urlava frasi di comando. L’altro tenendo a sua volta il fucile, restando in piedi, cercava di rispondere ma era evidente la sua soggezione.
– E poi?
– È durato poco. Pochi scambi e poi a gesti ci hanno fatto capire che dovevamo scendere e salire sul pick-up del ragazzo. Così abbiamo fatto e abbiamo ripreso la salita con alla guida lui.
– Insomma ha vinto il più giovane?
– Ha vinto la forza e la voglia di avere tutto. Ero di nuovo seduto lì nel mezzo durante la salita, ma era cambiato tutto. Te l’ho detto, li avevo osservati mentre discutevano con violenza, ein quegli istanti avevo percepito qualcosa di grande: il potere della volontà. Lascia perdere il modo, dimentica il fucile e lo speronamento, dimentica anche la violenza. In fondo quella è stata usata per fermare il passo. Quello che conta è lo sguardo del ragazzo, uno sguardo deciso e forte. Sapeva quello che voleva e lo aveva conquistato. Questo ho imparato: a modo mio, cercare sempre nella vita la strada giusta per arrivare ai miei sogni. Come ora che sono qui con te.

 

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(05)_ TANGO di Gianluigi Bergognini

Ah! Il Tango!
Non ci aveva mai pensato, non era nelle sue corde il ballo, la danza in generale. Si muoveva d’istinto, quando accadeva, e mai più di un piede o un tamburellare delle dita sul tavolo… insomma, era comunque un seguire il ritmo con la mente, prima che con il corpo. Ma ora era diverso. Ora che aveva conosciuto lei.
Quanta banalità in quella frase… “ora che aveva conosciuto lei”, forse era una ballerina di tango? Una di quelle che ad averla fra le braccia era come attraversare litri e litri di corallo? Non era quello. Non era lei che lo spingeva a intraprendere questo viaggio. Lei era quello che restava nel suo sogno di una vita. Lei era il punto di arrivo e, senza una pausa, una nuova partenza.
Enrico, il suo nome, unica cosa certa di questa sua nuova realtà. Lo svelarsi di quel desiderio inconscio, spinto in superficie da quelle braccia morbide e decise che lo avevano tenuto in quei timidi e incerti, per entrambi, passi di danza, aveva come punto fermo il suo nome. Il resto era un dispiegarsi di fatti, di accadimenti, di scoperte che si sommavano e che si erano accavallate nel corso della sua vita. Insomma, un guazzabuglio che ora aveva deciso di riordinare cercandone il filo nell’unico modo che aveva intuito fosse utile. Partire, qualsiasi fosse la forma di quel viaggio. Aveva deciso che partiva da lì: dal Tango!
Parlava con tono deciso e i gesti eloquenti, il vestito le fasciava il corpo nel pieno della maturità e ai piedi i tacchi erano la divisa della sua professione e della sua felicità: insegnare il tango!
Enrico la seguiva non tanto per la sua bellezza, ma per la passione e la dolcezza che metteva, insieme al suo compagno, nel descrivere l’anima di quel ballo antico. Eppure non era cosi rapito come molti suoi colleghi di avventura, si girava spesso, Enrico, per guardare il volto della sua amica, per seguirne le emozioni. Lei sì che sembrava rapita, lo sguardo correva lungo le fattezze della coppia di insegnanti e un sorriso le si dipingeva sul volto. Poi lui tornava a osservare la coppia, lui cosi frenetico e compiaciuto, lei che gli sorrideva spesso: erano davvero divertenti. Notò con sorpresa che non di rado, soprattutto l’uomo, lo guardavano in volto, diretti, come se sentissero che qualcosa gli stava nascendo dentro. O forse era Enrico che era stranamente partecipe in quella serata tanguera…
Era l’inizio del viaggio. Guardava Sonia, la sua compagna, sempre più spesso. Sorrideva al pensiero di definirla “compagna”. Si erano conosciuti da poco e aveva sentito che poteva succedere tutto. E il contrario di tutto.
Poi si decise e all’invito di provare in coppia qualche passo di intesa, si trovò quasi automaticamente, e con un po’ di sorpresa, di fronte a Sonia. Un sorriso affiorò sui visi degli insegnanti, chiesero se fossero una coppia di fatto e… con grande confusione arrivarono da lui e da Sonia risposte contrastanti. La risata fu disarmante e col passo sognante sempre più deciso, iniziarono il cammino.
Questo ricordano, nei giorni di primavera, i due vecchi deboli di memoria, che senza neppure immaginare quel loro passato insieme si riconoscono ancora nei passi lenti e misurati, nei pomeriggi senza fine di questa loro nuova vita. Nuovi compagni li osservano dalle sedie del salone dove, per intrattenerli, le inservienti dell’ospizio fanno risuonare il tango. Per loro, per quel loro passato che non ricordano, ma che li preserva nel cuore. Per quel momento in cui nessuno seppe indovinare il futuro che ora si mostrava loro nella fulgida bellezza dell’istinto.
Ah. Il Tango!

 

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ASI SE BAILA EL TANGO

TANGO

Una lezione indimenticabile dello scorso anno nel laboratorio di narrazione NEVERLANDstorie è stata dedicata al Tango. Se volete saperne di più questa è il post dove racconto l’essenza della serata: Un abbraccio di penna e tango (percorso esperienziale).

Scopo di questa esperienza era, ovviamente, scriverne una storia. Nelle prossime settimane leggerete i racconti scaturiti dall’immaginazione di: Bruno Barcellan, Gianluigi Bergognini, Maria Chiaramonte, Elda Cortinovis, Rossana Mazza,  Aldo Quagliotti, Bianca Patrizi (non in quest’ordine quindi restate sintonizzati).

Porque asi se baila el tango!

Barbara Favaro

 

Una serata indimenticabile!

Come promesso, vi abbiamo preparato un video-ricordo della presentazione di Bergamo, ospiti dello Studio Vanna Casati. E’ stato un piacere enorme condividere la nostra avventura con i presenti che ci hanno donato la loro attenzione e il loro apprezzamento. Un grazie di cuore da tutti noi!

Circolo Scrittori Instabili

Video di Laura Giardina  – Foto di Mara Fracella e Luca Bonini

 

Foto di Riccardo Sangalli che ringraziamo di cuore per la disponibilità e la capacità di cogliere gli istanti in tutta la loro Bellezza.