Buon viaggio, Giorgio…

 

 

Ti sei portato via un bel po’ di sorrisi e di gioco, amico,

ma sappiamo che ora saprai raccontare belle storie lassù.

Quelle che hai lasciato a noi ci faranno buona compagnia anche se ci mancherai moltissimo.

Ti abbracciamo,

Barbara, Elda, Franco, Giovanni, Laura, Luca, Mara, Rossana.

 

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CONCLUSIONE (2) _ Giorgio Matteotti

Questa è la storia di Celeste, mia carissima amica e scrittrice di talento, però è un po’ anche la mia storia, che per un certo periodo si accavalla alla sua e corrisponde sul piano dei sentimenti e degli affetti reciproci.
Quando aveva iniziato a scrivere aveva giusto vent’anni e io quaranta, età in cui si crede di aver raggiunto un livello di cultura sufficiente per intraprendere grandi imprese letterarie e ci si sente in grado, quasi sempre a torto, di dare consigli ad una ventenne che voglia seguirti sulla stessa strada. In questo caso specifico. C’era, però, un fattore che avrebbe dovuto metterci sull’avviso in tempo utile e che noi non avevamo preso in considerazione. Ci eravamo conosciuti alla mostra di un mio amico pittore e lei si era subito invaghita di me, ma al momento non ci avevo fatto caso. Da parte mia, invece, non c’era quel trasporto che mi potesse portare allo stesso livello suo, e cioè alla vera e propria cottura, ma un amore diverso: quello di un quarantenne orgoglioso della conquista di una ventenne alla prima esperienza. Dopo circa un anno, subentrò tra noi ciò che comunemente viene chiamata “abitudine” e che sfociò fatalmente, in modi diversi, in una larva di sentimento che con l’amore dei primi tempi non aveva più niente a che fare. A questo punto, ognuno di noi due, anche a causa della differenza d’età, reagì in modo diverso e la relazione amorosa non ebbe più ragione di continuare, lasciando comunque il campo a un rapporto di amicizia e di collaborazione letteraria. D’altro canto, volenti o no, un bel po’ della mia esperienza aveva fatto breccia in Celeste e il suo stile era adesso più incisivo di quello originale. Leggevo i suoi scritti ed ero orgoglioso di riconoscervi idee e concetti che sicuramente erano stati influenzati dal mio contributo umanistico.
Così fui costretto a lasciarla andare sul sentiero che aveva intrapreso e, obtorto collo, molto delicatamente, un po’ alla volta, me ne interessai sempre di meno.
Sapevo da amici che continuava a scrivere, anche se era molto perplessa sulle sue finalità letterarie e si proponeva di pubblicare un romanzo, ma era anche preda di incertezze su personaggi storici da approfondire.
Un giorno la incontrai per caso a una manifestazione letteraria e, vedendomi, mi prese da parte e mi sussurrò: “Mi manchi, Giovanni. Ho bisogno di te, subito, subito.”
Restai sorpreso, ma preferii non mostrarlo e, in silenzio, la guardai negli occhi, senza sbilanciarmi, facendo “Sì” col capo. Poi, però, ci ripensai e, ricordandomi dei vecchi tempi, parlando fitto fitto e incamminandoci verso una meta indefinita, ci ritrovammo davanti alla pizzeria che ci aveva visti fin dall’inizio del nostro amore.
Una volta seduti, si aprirono le cateratte e Celeste, si sfogò: “Giovanni, senza di te sono smarrita. Non riesco più a scrivere e la fantasia si è spenta. Aiutami! Ho scritto un romanzo storico che mi piace tanto, ma non riesco a immaginare un epilogo logico. In nome del nostro ex-amore, Giovanni, cerca di risolvere il mio problema.”
Senza guardarla risposi: ”No, Celeste, non posso farlo. Solamente tu con le tue forze potrai risolvere le difficoltà che incontri. Mi spiace, cara, ma è per il tuo bene.”
E, da buoni amici, ci lasciammo, senza aggiungere altro.
Conclusione: quell’anno il Premio Campiello venne vinto dal romanzo storico di una scrittrice esordiente. Celeste ce l’aveva fatta!

 

 

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CONQUISTA (6) _ Giorgio Matteotti

Aveva vent’anni Luigi, vent’anni da poco compiuti. Si sentiva un drago ed era convinto di sapere tutto della vita, ormai. Per quanto riguardava il sesso, poi, non parliamone. Le donne erano il suo mistero glorioso. Diceva di conoscerle bene e si vantava con gli amici e conoscenti di essere un conquistatore nato. Affermava che erano tutte ai suoi piedi, pronte a servirlo come se lui fosse un califfo e loro le odalische del suo harem personale.
La sua vita era tutta incentrata su quel tipo di rapporto col sesso femminile e ne andava fiero. Ne cambiava una ad ogni piè sospinto e spesso, per brevi periodi, poteva capitare che avesse rapporti con più donne contemporaneamente.
Di mestiere faceva il rappresentante per una società farmaceutica e guadagnava molto bene. Di tempo ne aveva parecchio a disposizione ed erano più le ore che dedicava al suo piacere preferito (le donne) che quelle del lavoro vero e proprio.
Questo a grandi linee era lo stile di vita di Luigi.
Una sera si era recato a una festa invitato da amici e aveva conosciuto, tanto per cambiare, una tipa che gli parve da subito avere quelle qualità da lui ritenute adatte ai suoi desideri più intimi: era alta, slanciata, occhi viola e capelli biondi e lisci che le ricadevano sulle spalle. Le gambe snelle venivano valorizzate da un paio di scarpe rosse dal tacco altissimo e il suo incedere pareva quello di una tigre del Bengala. Luigi si innamorò all’istante e dentro di sé sentì quel richiamo primordiale che conosceva così bene e che gli prometteva momenti indimenticabili per il futuro.
Circe (questo era il suo nome) resse all’attacco per un tempo brevissimo nella realtà, ma lunghissimo per Luigi, uso a battaglie e a vittorie quasi immediate.
Per farla breve, nel giro di due ore il nostro cacciatore fece cadere la tigre nelle subdole maglie della sua rete.
Dopo una cena in un ristorantino adatto alla bisogna, la tigre si rivelò per quello che era: una vera femmina esperta in arti amatorie.
Per la prima volta Luigi si rese conto di dover onorare questa dedizione e, quasi senza pensarci su, chiese alla ragazza la sua mano.
In breve tempo erano una coppia sposata: tanto felice lei, quanto infelice lui, che ben presto capì di aver perso la libertà e di essere succube di quella tigre.
Si ripeté il solito dramma e la susseguente tragedia: il matrimonio, dopo aver distrutto l’amore, distrusse anche il resto.
I due si separarono, Luigi tornò a vivere come prima e fece altre conquiste, che duravano lo spazio di un mattino, lasciando il posto ad altre conquiste, fini a se stesse.
Un giorno, Luigi si recò nella propria banca per fare un prelievo e si sentì dire che il suo conto era prosciugato. Impietrito, ricordò che la moglie aveva a suo tempo fatto inserire il proprio nome nel suo conto corrente con relativo uso del Bancomat.
Solo allora il nostro tombeur de femmes capì di aver perso definitivamente la guerra di conquista che aveva a suo tempo imprudentemente scatenato.

 

 

 

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SAPERE (8) _ GIORGIO MATTEOTTI

Mio nonno! Era un’anima semplice, ma saggia, e ogni tanto diceva delle cose che a me, bambino, parevano venire da un altro mondo e forse questo era vero.
Avrò avuto sì e no otto anni e lui probabilmente un’ottantina, la mia età moltiplicata per dieci. Lo ascoltavo come se fosse un oracolo e capivo ben poco di quello che mi andava dicendo, ma le sue parole avevano un significato recondito che mi entrava direttamente nel cervello senza passare per le orecchie. Il senso delle frasi mi si stampava nella lavagna della memoria come lo scalpello penetra nel marmo bianco di Carrara, dando forma calibrata ai concetti dello scultore. E uno scultore dell’anima umana doveva essere per davvero mio nonno, se ciò che mi raccontava mi ha segnato la vita ed è ancora lì, inciso nella mente alla mia veneranda età, dopo essere stato la guida della mia vita.
“Vedi, Giovannino, – mi diceva nonno Cesare – non si tratta di cose di poco conto. Lo capirai col tempo. I grandi filosofi sapevano quello che affermavano. Lo sai cosa diceva Seneca? Diceva che è più facile che vadan d’accordo i filosofi, che gli orologi. Da cui si deduce che la filosofia, se vuoi bene interpretarne il concetto, non è che l’amore per il sapere. E pensa che Platone affermava che nulla c’è di più grande, nelle cose umane, che la filosofia.”
Ero frastornato. Seneca, Platone, chi erano? Non capivo più niente. Però nella mia mente era rimasta stampata la frase “LA FILOSOFIA E’ L’AMORE PER IL SAPERE” e questa è stata la massima che mi ha guidato nella vita.
Ho studiato, ho studiato tanto e un po’ alla volta ho capito tante cose, come diceva mio nonno Cesare nei suoi discorsi che, volendo guardare bene, non erano altro che dialoghi a senso unico. Spesso mi sembra di rivivere quella scena: mio nonno nella sua poltrona con gli occhiali sul naso che mi guardava con una espressione quasi canzonatoria nello sguardo, burbero benefico che, adesso lo capisco, mi voleva un bene dell’anima e mi trattava da grande anche se ero soltanto un bambino di otto anni.
Grazie nonno, grazie di tutto quello che hai fatto per me. Non potevo farlo allora, ma lo faccio adesso che sono vecchio anch’io e un po’ filosofo. Finalmente alla pari, posso dirti quello che allora non ero in grado di comunicarti.
Così due vecchi, anche se non contemporanei, possono parlarsi e i nostri dialoghi non sono più a senso unico.
Il semaforo è ormai verde da entrambe le parti, ma non c’è pericolo di scontro frontale, perché tu sei uno spirito puro e mi parli dall’Alto dei Cieli.
Comunque è come se tu fossi ancora qui davanti a me e posso permettermi di darti un bacio affettuoso.
Tuo nipote Giovanni.

 

 

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MALINCONIA (5)_GIORGIO MATTEOTTI

“Sai cosa pensavo, Maria? Lunedì prossimo è il nostro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Cinquant’anni! Ma come hanno fatto a passare così in fretta?”, stava dicendo Gustavo alla moglie, che lo ascoltava un po’ attonita e un po’ incuriosita, “E’ settembre e la stagione è ancora bella. Mi è venuto in mente di passare qualche giorno sul lago di Garda, in quell’alberghetto dove siamo stati in viaggio di nozze. Come si chiamava? Ah, sì, Al Glicine d’Oro! Era proprio sulla riva del lago, a Salò. Chissà se ci sarà ancora! Ti piacerebbe tornarci, cara?“.
“Sì, sentimentalone mio”, rispose la moglie, “sono d’accordo con te. Partiamo domani, alla ventura”.
Maria e Gustavo erano due vecchi coniugi ormai in pensione, senza figli, che si volevano ancora bene e che passavano una vita tranquilla, senza scosse e senza sghiribizzi, d’amore e d’accordo, a Milano in una villetta di periferia.
Dopo una notte quasi insonne, i due, un po’ eccitati dalla novità da loro stessi creata, correvano sulla loro vecchia auto verso quell’improvvisata vacanza, lieti e spensierati come due ragazzini.
Giunti a Salò, dopo una rapida ricerca, ritrovarono l’albergo di un tempo. I gestori erano i figli dei proprietari di allora e, udite udite, si ricordavano di loro. Li accolsero come si conveniva, andando con i ricordi a quando erano bambini.
Dopo un lauto pranzo di pesce di lago, si riposarono nella cameretta dove avevano trascorso le ore liete del viaggio di nozze e poi rivisitarono la cittadina trovandola molto cambiata, ma piuttosto viva e piena di tracce storiche.
A settembre le giornate sono già in declino e la sera incombe abbastanza presto.
I nostri due si ritrovarono all’improvviso, dopo una giornata di sole ancora caldo, a passeggiare in silenzio, in una serata piena di malinconia. Il lago si mostrava squallido e grigio nella luce deprimente in un inizio di luna calante. Luna orba dei tratti somatici che noi umani soliamo attribuirle, occhi, naso e bocca, improvvisamente ricaduti in butterati crateri cosmici e in cosiddetti mari che veri mari non sono, ma soltanto pianure desolate.
Si sedettero su una panchina a osservare costernati le piccole onde senza senso che si rincorrevano sulla spiaggetta ghiaiosa del golfo, immersi ognuno nel proprio silenzio.

 

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LEGGEREZZA (2)_Giorgio Matteotti

Era una scintillante mattinata di giugno. Nell’aria vagavano profumi soavi e canti di merli provenivano dal parco. Pareva di vivere come in un incantamento generale.
Tutti sembravano felici e, forse, lo erano per davvero. Oltre ai profumi e ai canti dei merli, la natura tutta dava l’impressione di vivere una giornata straordinaria nella quale anche i cattivi parevano buoni e i buoni facevano di tutto per sembrare ottime persone. Io stesso, che di norma vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto, quel mattino lo vedevo mezzo pieno ed ero arrivato al punto di fischiettare durante la doccia.
Guardavo mia sorella e la vedevo più bella del solito mentre faceva colazione e discuteva con nostra madre.
Era luminosa e sorridente, come se vedesse la vita dal lato positivo, cosa strana in lei che di norma era considerata da tutti una musona che non parlava mai con nessuno, salvo che con la gatta, una magnifica soriana cui aveva imposto, chissà perché, il nome di Beatrice.
Mia madre, che di norma stava sempre coi piedi per terra ed era disposta a fare carte false pur di essere giudicata una persona seria, quel mattino era diversa.
La vedevo piena di voglia di discutere su tanti argomenti con mia sorella, ma anche con me che da poco avevo preso il posto di mio padre, stroncato da un infarto a cinquantadue anni.
Dopo la dolorosa dipartita, il clima in famiglia si era pian piano assestato. In certo qual modo si stava meglio di prima, quando mio padre svolgeva le sue funzioni di padrone di casa. Noi figli ci eravamo resi conto della nuova situazione e delle nuove responsabilità da cui ci sentivamo investiti, ora che era venuto a mancare il fattivo appoggio di quel despota di nostro padre.
Il rapporto con nostra madre pareva, per così dire, migliorato e i nostri discorsi si stemperavano in un clima di pace, di serenità e di parità veramente invidiabile.
“Che bella giornata!”, stava dicendo mia madre, senza rivolgersi a nessuno in particolare, e noi approvavamo in religioso silenzio.
A un tratto mia sorella Margherita disse, rivolta a me:
“Data la bella giornata, Luigi, potremmo andare all’Altare della Patria.”
“A che fare?”, chiesi io.
“Come a che fare?”, ribatté lei, “Oggi è il decennale della proclamazione della Repubblica. Ci sarà anche il Presidente Gronchi.”
“Non mi interessa”, feci io, “chissà quanta gente! Lo sai che non sopporto la folla.”
“E allora, ci andrò con la Mirella!”, ribatté lei.
A questo punto, intervenne mia madre:
“No! Con Mirella è meglio che tu non ci vada, Lo sai che è una ragazza leggera. Non mi piace, non mi piace per niente.”
Si era rabbuiata in volto la mamma e il clima era divenuto pesante. Improvvisamente la bella giornata era divenuta orribile e anche il clima fra di noi si era d’un tratto guastato.
Provai a porvi rimedio deviando il discorso usando parole dolci, ma non riuscii nel mio intento. Ormai la frittata era fatta, persino i merli non cantavano più sulla robinia del parco, il vento era cambiato e i profumi nell’aria avevano ceduto il posto a maleolenti effluvi provenienti da un vicino distributore di benzina.

 

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CONDIVISIONE (1)_Giorgio Matteotti

Erano state compagne d’infanzia, ma la loro era molto di più che amicizia: ciò che le univa poteva essere definita intimità, confidenza. Un poeta l’avrebbe chiamata “amistà”. Erano state insieme fin dall’asilo e poi compagne di banco alle scuole elementari, a quelle medie e al liceo linguistico. Non si erano lasciate nemmeno all’Università, dove frequentavano entrambe i corsi della Facoltà di lettere moderne.
Avevano una cerchia di amici comuni, sia in Ateneo che fuori e si poteva dire senza tema di smentita che, a 22 anni, simpatiche e attraenti, una bionda di nome Amanda e, l’altra bruna, cui i genitori avevano affibbiato l’altisonante nome di Cleopatra, rappresentavano il sogno segreto di tutti i ragazzi con cui venivano a contatto.
Loro si sentivano “superiori” ai fatti dell’amore: non ne parlavano nemmeno e consideravano inutile ogni cosa che poteva avere attinenza con le schermaglie che le compagne sostenevano nelle tenzoni amorose.
Ciascuna viveva nella propria famiglia, con genitori, fratelli e sorelle, partecipando alla vita comune con doveri e diritti ben delineati.
Di uscire dai rispettivi nuclei familiari non se ne parlava nemmeno, perché “le cose stavano bene così” e non era il caso di cambiarle.
Il destino, però, è una cosa che sfugge alla volontà degli umani ed è sempre in agguato, pronto a intervenire quando nessuno se lo aspetta.
Un giorno Amanda era in uno stato d’animo particolare, perché ultimamente aveva avuto dei dissapori con un professore che l’aveva accusata, a torto, di plagio.
Certe persone di fronte a difficoltà per loro insormontabili estendono all’intero arco del loro equilibrio fisico e psichico negatività che di norma non si manifestano: Amanda era una di queste e per la prima volta nella vita riversò sulla povera Cleopatra tutte le sue ansie ed angosce che interiormente aveva elaborato. Non solo, ma il suo stato d’animo la portò a fare proposte che prima di allora non erano mai state dette: “Cleopatra, – disse – ho pensato che sarebbe meglio abitare insieme, noi due, perché ho bisogno di conforto a tempo pieno in questo frangente.”
Cleopatra non se l’aspettava, ma per non ferire Amanda acconsentì a ciò che le aveva proposto e, dinamica com’era, trovò un appartamentino in affitto. Tutto sembrava sistemato e in pochi giorni le due amiche iniziarono il ménage di una nuova vita a due. Amanda sembrava felice e cercava protezione e comprensione in Cleopatra, la quale non era completamente convinta della nuova sistemazione. La vita è strana e basta poco, magari una parola non detta o un gesto anche garbato compiuto in un momento inopportuno a fare danni irreparabili. Una sera Cleopatra accarezzò sul capo Amanda, per farle capire che le era vicina, ma questa non gradì questo tipo di aiuto psicologico e si ribellò con un gesto di fastidio, che colpì Cleopatra nel profondo dell’animo. Era finita. Il feeling tra le due amiche non esisteva più.
La condivisione dell’appartamento era stata la causa scatenante della fine di un’amicizia ventennale.

 

cc

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