“Immanenza” di Giovanni Zambiasi

Il sentiero non era lo stesso del sogno, ma era comunque un sentiero e Angelo lo seguiva con il suo cuore e il medaglione al collo. Il segnavia dava fiducia: il sentiero n. 22 seguiva a mezza costa la montagna rivelando vallette sconosciute, ricche di acqua e paesaggi mai visti, molto diverso da quanto ricordava, ma bellissimo. Castagneti sui versanti al sole e bosco ceduo sui versanti a nord, agrifoglio e ginepro mescolati ai pini silvestri sui terreni magri dei versanti ripidi.

Improvvisamente, uscendo da un versante ricco di abeti, un casale. Un vecchio fabbricato che dominava un prato luminoso, rivolto a sud, e invaso dalla luce del mattino. Nel sogno non c’era e nemmeno aveva incontrato l’anziano malghese che stava osservando, poco lontano, un gruppo di cavalli seduto all’ombra di un grande noce. Lo zampillo della fontana per l’abbeverata offriva nuova acqua, più fresca, per la borraccia di Angelo. Da lontano il malghese, distolto lo sguardo dai cavalli, osservava il ragazzo intento a chiudere la borraccia, indeciso sul da farsi. Malvolentieri doveva passare vicino all’uomo, un intruso sul suo sentiero, sentiero che però passava proprio di là.

Buongiorno”

Salve”

Che fal en giro da cheste bande?[trad. “Cosa fa da queste parti?”]

Il dialetto è del Garda e Angelo lo capisce e lo parla bene: “So dre a sercà en fosadel che traversa el senter, pense l’è mia luntà, el ghà da eser piò avanti e prima de encrusà el ve sò a fà na cascadela e na bela pòsa profonda..[trad. “Sto cercando un rio che credo attraversi questo sentiero. Non credo sia lontano, deve essere un po’ più avanti e, prima di attraversare il sentiero a monte, scende da una cascatella con sotto una pozza bella profonda”]

Il malghese incuriosito: “Serchel i gamber? Varda che iè proibiti e ghè en giro la Forestal… ocio!” [trad. “Cerca i gamberi? Guarda che è vietato e la Forestale controlla… attento!”]

Angelo ripensa al gambero nel torrente vicino al cuel e non risponde.

Gnaro… sel vol troà la cascata… senter vech… mia chesto… [trad. “Ragazzo, se vuoi trovare la cascata… sentiero vecchio… non questo…”]

Cioè ?”, chiede Angelo.

Riat a la malga de sura, l’ultima, dèdre al prà en mes ai fò, se vede el senter vech che va so nela val. Te và so de le.. e dòpo le svulte, quater o sic, và a destra e a le tante t’encruserè en canal de acqua…va so e te vedarè la cascata che se furma dove s’encrusa i du fiomech che ve so da la Singla[trad. “Arrivato all’ultima malga, dietro al prato nel bosco dei faggi, si vede un sentiero vecchio che scende nella valle. Vai giù e, dopo quattro o cinque tornanti, tieni la destra e dopo un bel po’ incroci la valletta con l’acqua… risali un po’ e troverai il laghetto con la cascata che si forma dall’unione dei due fiumetti che scendono il Monte Zingla”]

Grazie!!! … vo mia a pescà i gamber ma vores troà el posto, i dis che l’è bel e a me me pias veder i nos posti[trad. “Grazie!!! … non voglio pescare i gamberi, ma vorrei trovare questo posto che mi dicono sia bello perché amo conoscere i nostri posti”]

Come te ciamet?[trad. “Come ti chiami?]

Angelo”

Piacere, me ciame Giovanni, ma i me dis El Verones, la famea l’era originaria de Spiazzi, l’altra sponda del Lac, sol Baldo. Sta atento nela val, l’è anni e anni che nisù va sò de le, se sucede vergot i te troa pieò e… atento aca a le dò dame, le vif nei fiomech fach co le sò lacrime, disperate perchè la Dea Vesta l’era sparia dopo che i cristiani i vulia copala e le dame se le vol le te encantesima.[trad. “Piacere, io mi chiamo Giovanni, detto Il Veronese, la mia famiglia era di Spiazzi, dall’altra parte del lago, sul Monte Baldo. Stai attento nella valle, sono anni che nessuno va giù di lì e se succede qualcosa nessuno ti troverebbe e… attento anche alle Dame, vivono nei due Rii che formano la cascata, da quando i Cristiani volevano uccidere la Dea Vesta e lei sparì, sono ancora disperate e potrebbero stregarti”]

Angelo capisce che quell’incontro non è una coincidenza e si siede con Giovanni, “El Verones”. Il vino spunta dalla cucina annerita dal fumo del grande camino munito di grossi sgabelli laterali. Dallo zaino il pane ancora fresco rende felice il malghese che da giorni non scende a prenderlo, il salame non manca e l’orto dietro casa offre insalata e pomodori.

El me cunte de le Dame… [trad. “Raccontami la storia delle due Dame… “]

Angelo non si stanca di ascoltare la leggenda delle Vestali che vivevano in quelle valli interne dopo che erano fuggite da Roma durante le persecuzioni ai pagani che non riconoscevano la nuova religione di stato (il Cristianesimo). Fuggite con il fuoco sacro, mai spento da sempre, simbolo della Dea Vesta, arrivate nella Valle che oggi si chiama Vestino – delimitata ad ovest dal monte Vesta – vi si fermarono per sempre. Le Vestali accompagnate e protette da otto fratelli, armati e devoti, fondatori di otto paesi di cui sette ancora esistono, hanno tenuto acceso il fuoco per quasi mille anni e mantenuto l’antica religione viva nei cuori dei discendenti degli otto fratelli.

En bel dì però riva el Vescof Vigilio con l’esercito a portà La buona Novella… Buna mia tat… I ga copach tutch chei che se convertia mia!!! Batì so dalla Rocca che i ciama amò Pagana, en sima i ga mitì na bela crus, a perenne ricordo.[trad. “Un bel giorno, però, arriva il Vescovo Vigilio, accompagnato dall’esercito, per portare la buona novella… Mica così buona… infatti hanno buttato giù dalla Rocca tutti i Pagani e in lì cima ci hanno messo una bella croce, in perenne ricordo”]

E così il fuoco è sparito, spento? Nessuno lo sa o dice di saperlo, di fatto le ultime Vestali della valle di Vesta, hanno chiesto alla loro Dea di trasformare le loro lacrime in ruscelli. Ancora oggi le loro lacrime scorrono, ancora oggi i Rii Due Dame si uniscono a Valle formando una bellissima cascata che alimenta un laghetto con acque limpide e verdissime. La Dea fece di più per ringraziare le Vestali: offrì loro l’immortalità e un posto vicino a lei. Le due sorelle accettarono, ma chiesero di poter vivere per sempre nella Valle. E così la Dea le trasformò in Ninfe immortali e diede loro come casa il laghetto verde.

Ormai è sera, Angelo deve accettare l’offerta di passare la notte sul fienile e di cenare con Gioan: minestra di fagioli e formaggio, pane vecchio e olio, un bicchierotto o due di vino e un bel grappino con le gemme di pino mugo e zucchero. Il fieno lo accoglie con i suoi profumi. Nel dormiveglia che precedeva il sonno, dal cortile la voce del malghese:

Envia mia la sigareta che magari brusom tuch[trad. “Non accendere sigarette che poi bruciamo tutti”

Foeme mia Gioan… buonanotte e grasie per la bela ciacerada[trad. “Non fumo, Giovanni... buonanotte e grazie per la bella chiacchierata”]

Il buio e il silenzio diventano padroni della valle, Angelo è di nuovo in cammino per proseguire il suo sogno.

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“La sorgente” di Giovanni Zambiasi

Angelo non aveva smesso di pensare alla Valle dei Cuel e, soprattutto, non riusciva a smettere di ricordare l’attimo in cui il capriolo era sbucato dal bosco distraendo il suo sguardo dal ruscello. Mentre girava l’occhio verso l’animale era sicuro di aver visto qualcuno seduto alla sorgente… una donna, un’ombra che pochi secondi più tardi… non c’era già più.

Illusione, immagini della sua fantasia o cosa? A volte si svegliava di notte con la consapevolezza di aver perso un attimo, un’occasione, un incontro. Il capriolo era apparso nel momento giusto o in quello sbagliato? Ormai nessuno poteva dargli le risposte di cui aveva bisogno, comunque doveva tornare in quel luogo e di ragioni per farlo ne aveva molte: due notti magiche da rivivere, tramonti da rivedere, la foresta da riascoltare e – perché no? – incontri a cui dare un’altra occasione.

Fanatico di numerologia aveva studiato date e trovato connessioni, i numeri erano suoi fedeli compagni da una vita e la loro simbologia e interpretazione da sempre gli avevano annunciato eventi, né buoni né cattivi, che si erano rivelati determinanti per la sua vita. I giorni trascorsi nella Valle l’anno precedente non erano legati ai numeri che lo seguivano e che lo proteggevano, ma le notizie e le informazioni legate alla Valle – che aveva raccolto leggendo vecchi libretti scritti da storici locali – le trovava sempre in pagine corrispondenti ai suoi numeri. Aveva notato subito la connessione tra la sua vita e la Valle.

Decisione presa e calcolo fatto: sarebbe partito il giorno coincidente con l’ora dell’incontro svanito, nel mese risultante dalla somma della sua data di nascita. Angelo era il primo a essere scettico, non era mai stato capace di credere al suo istinto fino in fondo, ma sapeva che era successo spesso: le previsioni nella sua vita si materializzavano. Stavolta, per la prima volta, era lui a usare i numeri e non loro ad apparire e creare coincidenze.

Mentre camminava sul ripido sentiero che lo portava sull’altipiano di Persenic, si pentiva della scelta fatta. Il mese era torrido e il caldo soffocante del mattino faceva rimpiangere una partenza pomeridiana più sopportabile, ventilata dalla brezza che dopo il mezzodì – precisa come un orologio – risaliva la termica creata dalla montagna. Continuava però a salire e l’ombra del bosco lo aiutava a sopportare la fatica.

Il Cuel era lì dove l’aveva lasciato – d’altronde dove poteva andare?! – tutto come un anno prima: le pietre a protezione del fuoco, il sasso dove si era seduto a osservare la Valle e anche i resti della legna raccolta nel bosco erano lì al riparo. Tutto normale. Mancava infatti anche la videocamera Go-pro che aveva dimenticato di nuovo.

Una breve sosta e le prime folate dell’ora – vento puntuale – arrivano a riequilibrare la temperatura e a stimolare la voglia di terminare il panino con pomodoro e mozzarella che si era portato. Consapevole del pericolo di aprire una tra le molte lattine di birra dopo le 2 ore di sballonzolamento a temperatura improbabile, si incammina al vicino ruscello al di là del castagneto. L’acqua fresca avrebbe in poco tempo annullato il pericolo e calmato l’arsura.

Facendo finta di sapere che la magia non si sarebbe ripetuta, guarda il bosco con la speranza di notare qualcosa – o meglio una presenza – almeno l’ombra di quella donna che aveva intravisto l’anno prima. Come volevasi dimostrare non c’era nessuno, nessuna fata e nemmeno il capriolo, solo un gambero di fiume sparisce nel muschio della sponda, spaventato dai movimenti per ancorare le lattine di birra nella corrente tra due sassi. Buonissimi i gamberi di fiume: un tempo si facevano risotti o paste deliziose, ma ormai sono pochi e destinati ai soli aironi cinerini che ne sono ghiotti.

Si addormenta presto, la delusione delle aspettative, che seppur negate dal cervello avevano trovato energia nella sua anima, toglieva la magia e l’eccitazione che Angelo aveva vissuto nel viaggio precedente. Tutto sembrava normale, come un film già visto di cui ormai si conosce il finale.

Un rumore di rami spezzati lo sveglia, attirando la sua attenzione. La prima luce permette di intravedere tra le ombre lunghe delle piante, Angelo si siede e cerca di mettere a fuoco stropicciandosi gli occhi ancora addormentati. Non è un animale ma un uomo che cammina a un livello più basso rispetto al suo, nel castagneto.

Cerca i funghi… probabilmente, pensa Angelo che veloce esce dal sacco a pelo, infilandosi in sequenza le calze, i pantaloni e gli scarponcini da trekking, … chissà chi è… magari quello che ha trovato la Go-pro… oppure no… comunque offrire un caffè e fare due parole sarebbe bello…

Buongiorno”, Angelo alza la voce per farsi notare, ”beviamo un caffè?”

Sì, volentieri… ”, la risposta arriva dopo secondi di sorpresa e Angelo capisce che la persona non si aspettava la sua presenza. Un attimo e la può vedere meglio: non è un uomo ma è una donna! Il colpo è pesante e il coordinamento dei suoi muscoli ne risente:

Buongiorno”, dice lei, “cosa fa qua sperduto nella Valle?”

Angelo non riesce a rispondere, balbetta solo la storia di voler stare un po’ da solo a meditare, ma non regge e svicola con un:

Accendo il fuoco e prendo la Moka… Ah, scusa io sono Angelo e tu?”

Piacere Gaia… prendo io l’acqua per il caffè.”

È bellissima! E il caffè finisce veloce. Gaia non stava cercando funghi, le piace esplorare questi boschi e l’invito a seguirla – nel caso volesse optare per un po’ di compagnia e un’avventura rinunciando alla meditazione – trova Angelo completamente d’accordo.

Lascia pure lo zaino, tanto torniamo, chi vuoi che lo rubi?!“

Angelo pensa alla Go-pro, scrolla le spalle e segue Gaia sul sentiero al di là del ruscello. Strano, non lo aveva mai notato prima anche se sembrava battuto e, seguendo a mezza costa il fianco Ovest della montagna risale piano piano, dolcemente, fino al passo Pracalvis.

Parlano e si raccontano camminando, ridono della coincidenza di essersi incontrati ipotizzando che forse non lo sia. Il tempo si ferma e l’odore dei corpi sudati scatena istinti per lui quasi dimenticati, che Gaia stava risvegliando con la sua energia. Le sue gambe potenti nel risalire il sentiero, il suo odore forte portato dal vento spinge Angelo, che la segue fingendo di non fare fatica.

Ecco siamo quasi arrivati.”

Arrivati dove?”, chiede Angelo, ma Gaia accelerando il passo è già troppo lontana per sentire la domanda. Non resta che raggiungerla e vedere di persona.

La valletta è nascosta, fresca e verdissima, fiori e insetti sembrano danzare e Angelo è sorpreso. Non sapeva dell’esistenza di questo angolo meraviglioso, la montagna lo teneva nascosto, chissà se il vecchio pastore era mai passato di là…

Il tempo di guardarsi intorno e Gaia è nuda, ride vestita solo del medaglione che porta al collo. Angelo, imbarazzato, non sa cosa fare. Il piccolo torrente a monte scende rapido da una cascata formando un laghetto, pochi metri quadri di acqua verde e trasparente, Gaia è già lì, bellissima, sdraiata sulla schiena galleggia contrastando la corrente con piccoli movimenti delle braccia, il seno bellissimo incastona il medaglione, l’acqua verdissima sembra dare vita all’albero inciso.

Angelo vieni dai, scopriamo insieme i segreti dell’acqua!”

Liberatosi in sequenza delle scarpe, dei calzoni e delle calze si immerge vicino a lei, imitando i suoi movimenti.

Vieni con me, devi sapere… ”, lo prende per mano e camminano quasi fluttuando nell’acqua verso la cascata che all’improvviso diventa una finestra, una finestra con paesaggi di dolore che abbatte la gioia, di violenza che spezza l’armonia, di paura che accompagna la solitudine… e di amore che sorregge la speranza. L’acqua della cascata si chiude all’improvviso come si era aperta.

Angelo la sente forte sul volto, gli toglie il fiato. Uno scatto improvviso e si ritrova seduto, lì nel suo sacco a pelo, sotto il temporale che lo ha sorpreso al buio fuori dal Cuel. Angelo si ritira, confuso, al riparo sotto il tetto di roccia. Lo scroscio d’acqua sulle foglie della foresta suona come un fiume in piena e il vento fa il resto.

Gaia dov’è? Nel naso il profumo del suo sudore, negli occhi i movimenti veloci, sulla pelle la sensazione delle sue mani. Non dimenticherà Quel sogno.

Le nuvole corrono e il sole riemerge caldo ad asciugare la terra. Angelo, buttate le sue cose nello zaino e riavvolto il sacco a pelo, riprende la strada del ritorno. Non vuole restare più a lungo, ma prima deve tornare alla sorgente, la birra è ancora lì a disturbare il gambero.

Si china e solo allora si accorge che dal suo collo penzola, appeso a un cordino di cuoio, un medaglione con inciso un albero, un albero con radici profonde. Lo stringe forte. Lo stringe forte e piange di gioia, adesso è sicuro: la magia non è il sogno. Alza gli occhi e il sentiero è lì, il segnavia dipinto sul sasso al di là del fiume riporta un numero. Il suo numero!

C’è ancora tempo, non deve per forza rientrare in giornata. Oggi vuole seguire il sentiero, oggi deve credere al suo numero.

 

 

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“Il cuel” di Giovanni Zambiasi

La lettura, che raccontava i tempi in cui la peste aveva attraversato e flagellato la sua terra, aveva catalizzato il suo pensiero nei luoghi dove a centinaia si erano rifugiati per sfuggire alla morte. Ormai era impossibile non visitare la Valle dei Cuel, impossibile trattenere quella voglia stimolata dal libro trovato nella soffitta della nonna. Il sentiero dimenticato l’aveva indicato il vecchio pastore, il Bagolot, ultimo tra coloro che vivevano la montagna e che conoscevano i suoi segreti, le sorgenti e gli antichi percorsi degli uomini che l’avevano abitata.

Angelo aveva preparato la spedizione con la sua maniacale precisione: prima di andare a letto un controllo veloce alla check-list: tutto era in ordine nello zaino, sarebbero mancate solo cose che aveva dimenticato di scrivere, restava solo la notte che sarebbe passata veloce. Sorgeva il sole dal Monte Baldo e il riflesso nello specchio retrovisore abbagliava Angelo che, impegnatissimo nella guida, a fatica scansava i sassi che i cinghiali avevano fatto rotolare sulla strada sterrata che risaliva la valle.

Arrivato!

L’ultima piazzola prima del sentiero accoglie il piccolo fuoristrada. Parcheggiato per bene al riparo sotto un grande acero avrebbe atteso il ritorno di Angelo. Nascoste le chiavi dell’auto nella custodia impermeabile sotto un sasso anonimo, per evitare di perderle lungo il percorso, calibrate le cinghie dello zaino e aperte le racchette telescopiche, Angelo inizia il cammino.

Sicuro come un guerriero aveva vestito le sue armi migliori: la fotocamera go-pro fissata al petto sarebbe stata la testimone dell’avventura e la nuova aggiornatissima Hicking App sul telefono mobile a compensare gli appunti di percorso svelati dal vecchio pastore e a registrare il sentiero. Erano passate ore ma la foresta sembrava opporsi all’essere penetrata. Angelo aveva rinunciato alle racchette e procedeva come poteva, passando sotto le ramaglie intricate, tagliando qua e là i rami con la sua fiochela (la roncola lasciatagli dal nonno) avanzava a fatica seguendo gli indizi della vecchia mulattiera. Malgrado i 400 anni trascorsi, il tracciato era ancora visibile, disegnato sul versante Sud del monte Pracalvis da picconi esperti, ricordava ad Angelo la fatica degli uomini che muovevano carbone e legna per scaldarsi, che spostavano fieno e foglie per i loro giacigli e per la lettiera dei loro animali.

Cosa avrebbero detto ora, alla vista della foresta che indisturbata aveva ripreso i suoi territori?

Pensieri veloci che svanivano nel sudore. Mancava poco, a breve avrebbe dovuto incontrare i primi Cuel, roccioni strapiombanti a forma di tettoia che con chiusure in legno e pietre venivano trasformati in stanze dove cucinare sul fuoco, riposare la notte, rifugiarsi durante i temporali. Uomini e donne scappati da case confortevoli e calde per sfuggire l’orrore di una morte dolorosa, trasformati in selvatici viaggiatori del tempo. Il tempo separato dallo spazio, pochi chilometri a separare la Preistoria dal Rinascimento che evolve nel Barocco, troppo veloce e incurante di aver dimenticato la terra, la madre di tutti noi. Asciugandosi il sudore dagli occhi e alzata la testa lo vede: il Cuel grand, il primo di molti ancora nascosti. Un muro di roccia conglomerata con un tetto a sbalzo, rivolto a Ovest, proprio lì davanti a lui nel luogo indicato dal pastore.

Nel suo angolo più protetto: il segno nero lasciato dal fumo di quel fuoco che aveva scaldato molti inverni, ai lati fessure profonde modellate da corpi stanchi che proteggevano dalla notte, poco distante l’ajal dove veniva cotto il pojat per fare carbone. L’acqua non era lontana, la si poteva sentire gorgogliare nella valletta a poche decine di metri, al di là di un castagneto antico che ancora offriva i suoi frutti agli abitanti del bosco. Seduto su di un sasso con alle spalle il cuel, lo sguardo perso nel bellissimo tramonto, Angelo aveva giusto il tempo di prepararsi per la notte.

La Go-Pro non era servita a molto, aveva camminato tutto il tempo nella macchia, chinato quasi a strisciare, e il telefono gli era servito ancora meno: la traccia gps a linee rette per compensare gli spazi con assenza di segnale, non dava nemmeno l’idea del percorso seguito. Lui, però, avrebbe ricordato. Gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per vedere ogni ramo, ogni passaggio, vedere la foresta e quel filo sottile che l’aveva guidato, filo fatto d’istinto e di parole che gli avevano trasmesso i ricordi del pastore. Spegne tutto, non serve altro che il sacco a pelo e il piccolo fuoco per cuocere le salsicce che emergono dallo zaino (già mezze cotte dal calore della sua schiena durante la strada). Sono buonissime, a conferma della teoria della cottura lenta, e cosa dire del vino, il Groppello che zampilla dalla borraccia?

Ricorda la leggenda di Polifemo e Ulisse, il vino degli Dèi. L’acqua freschissima della sorgente ha sostituito quella caldissima e ormai morta della bottiglia, questa è viva e dona vita, energia dimenticata che impedisce di dormire nel giaciglio di foglie per ammirare il cielo stellato di giugno.

La stanchezza della giornata oppure il vino degli Dèi hanno però la meglio sulla bellezza del cielo che pian piano si spegne e accompagna Angelo nel sogno, dimensione senza tempo dove si possono incontrare persone mai viste ma conosciute, mescolate nei dettagli in un mosaico di percezioni che di tanto in tanto si fanno ricordare per sempre.

Il mattino arriva presto nella foresta, il popolo del cielo inizia la sua giornata con il canto e la luce inonda la valle. Angelo ancora intorpidito può sentire tutte le ossa che gridano di alzarsi, sgranchirsi. La check-list prevedeva anche una piccola moka, la Bialetti tre tazze, non c’era paragone con la Go-Pro incapace di rendersi utile. Ravvivato un po’ di fuoco, tre sassi ben piazzati, e il fornello è pronto… il caffè macinato, l’acqua fresca, avvitare e via…

Oggi non arriva nemmeno al cervello l’idea di dare un occhiata a Facebook e, comunque, non c’è connessione. La moka va attesa fino all’esplosione di aroma che anticipa il gusto, e non fa rimpiangere lo zucchero (mancante nella check-list). Angelo ha un giorno intero davanti a sé per esplorare il passato. Il costone ospita un villaggio, piccoli e grandi cuel che hanno offerto l’alternativa alla morte insegnando la condivisione e la collaborazione. Ecco l’antica zona agricola, ricavata dal terrazzamento e dalla trasformazione della terra ripulita dalle pietre e liberata dalle radici per offrire spazio al farro e agli ortaggi.

Angelo ormai vede attraverso gli indizi del tempo: vede il passato, capisce il lavoro fatto, con le mani di molti trasformati in giganti. I vecchi viottoli, alcuni spariti e altri manutenuti dai cinghiali, la bellezza dei panorami che appaiono e scompaiono tra le foglie, la gioia di essere il solo a vedere e sentire luoghi che le foto non potrebbero scannerizzare, il vento e il sole e… all’improvviso, comparso dal nulla, un capriolo lo riporta alla foresta. Non ha paura, si guardano per secondi infiniti comprendendosi l’un l’altro, prima di continuare sui rispettivi cammini. La sera arriva, ma gli ha dato modo di disegnare una mappa, rilevare la posizione dei singoli cuel, indicare la sorgente e i campi terrazzati ormai invasi dai carpini e dai frassini.

La mappa fermerà il tempo e si trasformerà in efficace fotografia. Stasera il pane del giorno prima con il formaggio di Luca (allievo e futuro Bagolot), il resto del vino e la fetta di torta risparmiata la sera prima concludono il giorno che sparisce dietro lo Zingla dedicando l’ultimo raggio alla Valle dei Cuel.

Il sasso ha svolto bene il suo compito, le chiavi sono ancora lì, l’acero felice di togliersi quella responsabilità lascia partire il fuoristrada che più adagio di quando era arrivato si allontana verso il lago, verso il presente. Angelo impaziente di rivedere la sua donna si accorge di aver dimenticato la videocamera al cuel, un dono inconscio al passato? Oppure l’inconscia consapevolezza che il presente non ne ha bisogno?

Accelera e non vede l’ora di parlare e trasferire i rumori e i colori della valle attraverso le sue sensazioni e i suoi pensieri, che mai come prima erano stati lasciati liberi di crescere, di connettersi e divenire idee. Il telefono scarico non lo preoccupa più, non serve altro che chiudere gli occhi e iniziare il racconto.

 

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CONCLUSIONE (8) _ Giovanni Zambiasi

”Ragazzi torniamo a baita?”
Prima di rispondere a Guido ci guardiamo tutti negli occhi senza parlare, siamo fuori dal golfo all’altezza del pontile del Piantone e l’onda morta che arriva dal lago è impressionante. ancora pochi minuti per decidere e poi sarebbe difficile girare la barca senza rischiare la scuffiata.
Comunque non serve rispondere, davanti abbiamo quello che noi tutti sognavamo da sempre: “el Vent de Balì”, quello forte, quello che ci hanno sempre raccontato e mai visto.
Non avevamo più tempo, il motore fuoribordo non ce la fa più a spingere il nostro Fun e dobbiamo per forza arrivare sulla linea di partenza a vela.
Randa terzarolata e tormentina e via di bolina verso il gruppone di vele bianche che a nord si confonde con le creste delle onde vaporizzate da quel vento mai sperimentato.
Dopo poche virate Luca sconsolato fa notare quello che avevamo già capito:
“Cazzo… non arriveremo mai per le otto e mezza!”
Nessuno commenta e nel nostro cuore speriamo in un rinvio, come noi decine di barche arrancano dai porti a sud per la regata dell’anno e in quelle condizioni meteo la giuria non poteva non vederci.
Dopo circa venti minuti dal suono di partenza della sirena, senza di noi, tagliamo sulla boa sotto costa e ci buttiamo all’inseguimento, muri d’acqua e raffiche nere che oscurano il lago non ci spaventano più.
Valentina, la nostra barca, regge e noi siamo un corpo solo con lei; io al timone urlo le manovre e gli altri le eseguono alla perfezione, ogni virata ci porta a nord verso la boa di ritorno. Tagliamo le onde come un coltello.
Tutti e quattro sopravento facciamo del nostro meglio per tenere dritta Valentina senza straorzare, la randa è ormai ammainata da due ore e la tormentina è l’unico straccio che in quelle condizioni possiamo usare.
Stiamo sotto costa e sfruttiamo i promontori, a centro lago è un’ecatombe, moltissime imbarcazioni rientrano disalberate e rotte, vanno alla deriva, e tutti noi le osserviamo ringraziando in cuor nostro Piero per la perfetta cura con cui mantiene la barca, in ordine e perfettamente pronta per affrontare qualsiasi impresa.
Le sartie tengono e tutta la ferramenta non fa una piega, siamo ancora qui a lottare con le onde. Mi guardo intorno: facciamo sei nodi con una barca di sette metri, quasi senza vele, di bolina con onda corta, mai così alta, sul naso e il Balì a raffiche da 60 nodi, Guido canticchia tenendo in mano la scotta del fiocco, Piero a poppa, aggrappato alle volanti, controlla la sua creatura, Luca a prua osserva l’orizzonte alla ricerca del nostro gruppo e la boa si avvicina.
Prepariamo la manovra per tempo e alla girata tutto fila liscio, decidiamo per il genoa e tutta randa e dopo la strambata iniziamo a volare sui laschi.
Valentina sotto raffica esce dalle sue linee d’acqua e vibra come mai l’avevo sentita, planiamo sulle onde come fossimo un surf gigante e tutti a poppa speriamo di non ingavonare e annullare questo giorno bellissimo. Il carica basso e le volanti sembrano indistruttibili e la velocità arriva ad undici nodi.
Al passaggio intermedio la giuria comunica che siamo i sedicesimi assoluti, non ci crediamo e non ci interessa, voliamo e l’euforia aumenta, niente ci può fermare.
Movimenti precisi durante le manovre, forza e coraggio a recuperare gli errori, sapienza e maestria per farci amico il vento ci permettono di girare l’ultima boa e puntare alla conclusione, al traguardo tiriamo dritto e rientriamo al nostro porto seguendo il tramonto. Oggi non ci interessa sapere il risultato, per quello c’è tempo. Siamo una squadra e la conclusione non è l’obiettivo.

 

 

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CONQUISTA (8) _ Giovanni Zambiasi

Le capsule di stasi si erano aperte contemporaneamente. Il sonno durato 25 anni luce era finito e le lampade solari di simulazione rendevano questo momento sempre uguale e incredibilmente simile ai risvegli di quando ero bambino.
L’equipaggio della nave stellare, me compreso, aveva solo 50 minuti per attivare il protocollo di avvicinamento alla stazione spaziale b–222 e dovevamo fare in fretta, sapevamo di essere stati già miracolati poiché la nostra nave prima del salto a velocità Parsec era seriamente danneggiata e prima di entrare nelle capsule ognuno di noi non sapeva se si sarebbe risvegliato e se avrebbe rivisto gli altri al risveglio.
B–222, in orbita attorno ad Encelado, satellite di Saturno, non era altro che un vecchio cantiere della flotta dove le riparazioni sarebbero durate più a lungo del normale, ma non avevamo scelta e lì dovevamo restare.
Nei lunghi giorni all’ormeggio, osservando gli androidi riparatori dall’oblò della cabina, rivedevo la battaglia per la conquista del sistema 61 Cygni.
Il piano di attacco prevedeva il fattore sorpresa comparendo nell’orbita del 4° pianeta interno del sistema, cuore delle forze nemiche che da anni respingevamo con fatica ai confini del nostro sistema solare. Loro erano arrivati come uno sciame di cavallette fameliche e devastanti e la Terra non aveva avuto altra scelta se non combattere per la propria sopravvivenza.
La tecnologia Parsec, però, aveva fatto la differenza e quando i nostri servizi capirono che la Flotta di 61 Cygni non poteva viaggiare così veloce, il Consiglio delle Nazioni aveva deciso di inviare il contingente che presidiava il quadrante di Saturno a distruggere il cervello e il cuore dei mostri che, a ondate, si buttavano sulla cintura degli asteroidi per oltrepassarla e raggiungere il nostro pianeta: volevano l’acqua.
Ci aspettavano e otto anni di attacchi non erano riusciti a scalfire le loro difese, ma la flotta era stata richiamata procrastinando lo scontro.
La conquista del loro sistema stellare era un dovere che il mio io-guerriero mi aveva imposto, quindi partii con una delle navi classe Arciere, veloci e letali come le frecce di Eracle.
Quel giorno, però, mi sentivo un’idiota! Il tempo trascorso a dormire nella camera di stasi durante i viaggi stellari mi aveva separato dalla mia vita di circa 150 anni: erano già tre le campagne di guerra a cui partecipavo e ogni viaggio mi allontanava sempre di più nel tempo dalla donna a cui avevo giurato di tornare. Einstein aveva ragione: il tempo e lo spazio si dilatano e si restringono in relazione alla velocità con cui si percorrono.
Marta era sicuramente morta da almeno 100 anni terrestri, io ero invecchiato fisicamente di 8 anni ma mi trovavo avanti di 150, in un futuro che non conoscevo.
Improvvisamente l’interfono convocò l’equipaggio: il Capitano e gli Ufficiali avevano importanti comunicazioni da fare. Tutti curiosi e stipati in sala adunata ascoltammo stupiti il Capitano che ci comunicava la fine della Guerra con 61 Cygni, incredibilmente si erano arresi per la scarsità di risorse idriche, combustibile base per i loro motori stellari e le loro astronavi.
Felici e confusi, potevamo rientrare sul pianeta Terra!
La navetta atterrò e il tempo riprese la velocità che conoscevo prima della mia partenza, la folla che ci aspettava esultante vestiva in modo normale, in fondo non tutto era cambiato in questo futuro. Eravamo i primi a rientrare e l’accoglienza a noi riservata era degna degli eroi dei tempi passati, i miei occhi, però, non riconobbero nessun viso conosciuto e la felicità piano piano si trasformò in solitudine. Avevamo conquistato un sistema stellare, ma a quale prezzo per tutti noi che avevamo deciso di partire?
Arrivato al Centro Militare per il periodo di reinserimento sociale non desideravo altro se non la libertà di ritornare nella città in cui ero nato, per visitare le tombe dei miei cari, scoprire e conoscere gli eredi della mia famiglia, piangere per tutti gli affetti che avevo sacrificato e per l’amore che non avrei mai più potuto rivedere. Pensavo a tutto questo mentre riponevo nell’armadio il mio bagaglio e i miei ricordi dello spazio esterno, quando l’assistente di supporto entrando all’improvviso nella cameretta mi consegnò una lettera vecchia di un secolo. La aprii con cura, la paura mescolata alla gioia, e lessi quelle righe seduto sulla branda: Marta mi stava aspettando a poche ore di viaggio dal Centro, il suo risveglio dal crio-sonno era iniziato e in pochi giorni avrebbe potuto riabbracciarmi. Insieme avevamo conquistato il tempo.

 

 

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SAPERE (9) _ GIOVANNI ZAMBIASI

Osservava il bambino da giorni e, piano piano, cominciava a capire. Erano molti anni che si occupava di problemi connessi all’età evolutiva, ma mai aveva visto qualcosa di simile.
Il ragazzino era concentratissimo, stava disegnando quello che vedeva. Il panorama sul lago sotto di loro rifletteva di luce blu le montagne sull’altra sponda, creando un effetto spettacolare, in contrasto con il verde dei prati che scendevano fino alla riva.
Nei giorni precedenti aveva osservato Andrea senza capire il perché della sua ostinazione a non voler apprendere come tutti i suoi coetanei, il suo rifiuto della scuola e dell’insegnante.
Eppure la maestra, giovane e simpatica, era anche gentile e preparata, come in pochi altri casi aveva trovato. Ma Andrea non ne voleva sapere di stare in quella classe dove si parlava di storia e matematica, italiano e geografia.
A lui piaceva osservare il mondo e imparare dalla realtà che lo circondava e in cui era immerso.
Preferiva riprodurre oggetti con una manualità fantastica, trasferiva in colori e tratteggi le immagini che i suoi occhi percepivano.
Una memoria vivissima gli rendeva facile ricordare in modo perfetto parole e avvenimenti letti o vissuti anche per pochi secondi.
La cosa più strabiliante, però, era la sua capacità di conoscere fatti avvenuti in passato legati a luoghi e persone. Era capace di organizzare le informazioni che percepiva e assemblandole con le emozioni, riusciva a comprendere quello che era successo attraverso un’analisi dei dati che gli venivano offerti, cosa incredibile per la sua età.
In pratica il problema di Andrea non sembrava essere un problema, ma piuttosto un nuovo modo di organizzare e accrescere l’esperienza.
Nel gioco con i suoi amichetti era a suo agio, felice di interagire, desideroso di vincere, generoso nei giochi di squadra, e per la prima volta nella sua lunga carriera di psicologo appariva all’orizzonte del suo cervello il dubbio.
Regole, consuetudini, modalità standardizzate e modi di vivere imposti, quei riferimenti per decidere la normalità e classificare anomalie erano elementi relativi, con un piccolo spostamento del punto di vista tutto sembrava meno immutabile.
Andare a scuola per imparare, poi vivere e sperimentare sulla base di dati forzosamente memorizzati, costruire la propria personalità su fondamenta di informazioni provenienti da una società e un sapere manipolato da altri, da troppi, questa è la triste imposizione a cui tutti i bambini del mondo occidentale devono piegarsi.
E l’accesso al sapere universale che permea la vita, accessibile solo con la spontanea e serena consapevolezza che esso esiste, consapevolezza che solo un bambino possiede, che valenza aveva nella società moderna?
Scoprire se stessi immersi nell’ambiente che ci circonda, per attingere dall’enciclopedia scolastica quello che ci serve, non era forse auspicabile anziché essere sommersi dall’enciclopedia prima di scoprire noi stessi?
Il dubbio si stava trasformando nella sgradevole sensazione di essere stato derubato di una grande risorsa, chissà se il percorso della sua vita umana e professionale sarebbe stato lo stesso.
Disagio, disturbi dello sviluppo e del comportamento, diversità, patologie dinamiche e fobie, tutto il suo sapere e le conoscenze che aveva accumulato in una vita mulinavano in un cervello che scopriva improvvisamente di essere sprovvisto di chiavi di lettura adatte per renderle veramente sue, per riuscire a capire chi è il terapeuta e dove si trova la linea che separa l’anomalia dalla normalità.
Seduto vicino ad Andrea osservava anche lui il lago e le barche che con le vele coloratissime si muovevano seguendo traiettorie scritte dal vento. Non aveva mai notato il silenzio delle vele dando per scontato il rumore dei motori che creano movimento.
Non ricordava quanti anni, o solo istanti, erano passati, ma il foglio e la matita erano lì accanto lui… chissà se faceva ancora in tempo a ritrovare quel bambino che non aveva mai potuto essere.

 

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MALINCONIA (8)_GIOVANNI ZAMBIASI

Lo aveva lasciato scritto: ”…la mia tomba dovrà essere a Campei”.
Il nonno amava quell’altopiano come nient’altro al mondo e nonna ne era sempre stata gelosa.
Cammino lentamente risalendo il sentiero che evitando la stradina sterrata entra nei castagneti della Valle raggiungendo i prati di Campei. Lo percorro ogni anno e salendo raccolgo dei fiori. Attorno alla pietra ci sono milioni di fiori bellissimi e vivi, ma questi sono il mio dono. Il nonno veniva sempre in questa Valle a cavallo, accompagnava turisti e raccontava le storie e le leggende di questa terra sconosciuta, difficile da raggiungere e impossibile da dimenticare.
Salgo e mi accorgo di non essere sola quest’anno: un’altra persona mi precede, la intravedo tra gli alberi camminare veloce e seguire il sentiero che pensavo di essere tra i pochi a conoscere.
E’ una via antica: unica a seguire la logica dei passi e non quella delle ruote, ultima testimone del sudore che accompagnava i pastori e i carbonai che la percorrevano.
Esco dal bosco e seguo la sua strada che porta dove anch’io voglio andare: la pietra bianca con inciso il nome del nonno.
Arriva prima di me, affretto il passo, ma gli ultimi minuti di cammino diventano infiniti come le domande che mi occupano il cervello… chi sarà?
“Buongiorno”, la voce è calma e mi accoglie all’arrivo, “conosci anche tu Giovanni?”.
Mi anticipa mentre sto ancora prendendo fiato.
“Sono sua nipote, e lei?”.
“Io sono Caterina, sua figlia, piacere di averti incontrato”.
Non riesco a parlare, mio padre mai mi aveva parlato di una zia… ma lei lo sa?
Mi siedo vicino a lei in silenzio e inizio a mettere in ordine le domande che esplodono dentro di me e iniziamo a raccontarci.
Scopro fatti ed episodi della vita di nonno Giovanni che non conoscevo, che non avrei mai immaginato, racconto tutte le cose belle che mi ricordo di lui. Ridiamo e piangiamo e ci abbracciamo, il tempo passa e dopo aver condiviso la frutta e il pane che avevamo negli zainetti salutiamo il nonno, suo padre, sicure che lì da qualche parte ci osserva divertito.
Quest’anno Giovanni ci offre un dono inaspettato, cammina ancora con noi e ci accompagna ai confini della sua Valle, cancellando la malinconia che sempre accompagnava la discesa.

 

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LEGGEREZZA (8)_Giovanni Zambiasi

Il passo pesante e l’affanno lo stavano facendo pentire di aver partecipato alla festa di compleanno, ma come rinunciare al 50° di Marco?
D’altra parte l’escursione in vetta al Monte Zingla era stata programmata da tempo, ma quella mattina avrebbe dormito volentieri fino a tardi. Giulio, meditabondo, seguiva a stento il gruppo di amici che zampettavano davanti a lui come caprioli, in effetti avrebbe dovuto essere un giorno speciale, un’occasione che si ripeteva solo ogni 10 anni circa.
Sulla cima della montagna, infatti, in coincidenza con le forti piogge che ogni decennio si ripetevano puntuali a causa del minimo solare, sgorgava per alcuni giorni una colonna d’acqua che proveniva da chissà dove. Lassù, a 1500 metri, la gravità era messa in dubbio dalla forza dell’acqua che saliva come non avesse peso per alcuni metri quasi a raggiungere il cielo.
Il ricordo dell’ultima volta era ancora vivo nei suoi pensieri e assolutamente voleva rivivere quell’emozione, non poteva mancare e quello era il giorno perfetto.
Le gambe comunque sembravano non condividere il desiderio e non collaboravano. L’ultimo della fila era sparito dietro al costone, nessuno lo vedeva e poteva fermarsi a respirare, senza però far aumentare troppo i battiti: respirare profondamente e trattenere il respiro in sequenza alternata è un buon sistema per ridurre la frequenza cardiaca.
“Tanto il sentiero lo conosco… più in su della cima non possono andare“,Giulio pensava e borbottava da solo seduto sotto il faggio con la pancia segata a metà dalla cintura improvvisamente stretta che gli ricorda il compleanno.
La sera prima era stata fantastica, una festa veramente bella, Marco aveva invitato gli amici più vicini al suo modo d’intendere la vita e la sintonia era stata perfetta.
L’aperitivo allargato a quasi antipasto l’aveva colto di sorpresa, pizzette artigianali, sott’olii e formaggi delle sue montagne in olio EVO, accompagnato da Rosé brut come se piovesse, non poteva non essere condiviso. L’idea di trattenersi con le portate successive era miseramente naufragata all’arrivo dei tortelli gorgonzola e noci, buonissimi, conditi con burro estivo di malga fritto con salvia e pinoli tostati. Marco esperto macellaio, aveva preparato personalmente la carne salada arrivata dopo. Ci vuole maestria e pazienza per prepararla, saper dosare il sale e le erbe aromatiche, ma soprattutto il tempo: non poco, non troppo, il giusto periodo per far sì che la carne si cuocia nel sale il tanto che basta per renderla saporitissima. I fagioli con le cipolle serviti come contorno provenivano dagl’orti della sua Valle, neri e carnosi contrastavano con il bianco candido della cipolla a fettine, un abbinamento perfetto con l’aceto balsamico… troppo!
Il vino rosso scorreva, Botticino del 2009, annata eccellente, eccellente come il carrello di dolci e il passito che era apparso nei bicchieri.
Il colpo di grazia era però arrivato dopo le canzoni, gli auguri e i regali, davanti al fuoco mentre ricordavano insieme il peggio e il meglio delle loro vite condivise.
“Vi presento il miglior Whisky 21 anni del mondo”, Marco era fiero della sua scoperta.
Giapponese, è Giapponese e non l’avrebbe pensato mai nessuno, in ogni caso meraviglioso com’era l’avevano bevuto tutto.
Doveva rialzarsi e proseguire, ma la pancia e la cintura stavano litigando, brontolii sordi e minacciosi provenienti dal basso ventre non facevano presagire nulla di buono.
Una rapida occhiata verso valle:
“Non sale nessuno e gli altri sono già quasi arrivati”.
Giulio è solo, occasione perfetta: gira dietro al faggio a sbalzo sul costone, accucciato con i calzoni calati dona i ricordi dei bagordi della notte precedente al boschetto di rododendro aggrappato alle rocce sotto di lui. Una liberazione che riconcilia la cintura con la pancia, una leggerezza che ridà vita alle sue gambe intorpidite. Sale rapido adesso verso la cima, leggero come l’acqua che lo sta aspettando.

 

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CONDIVISIONE (8)_ Giovanni Zambiasi

La camera dell’Agriturismo era molto bella, arredata con mobili di famiglia, offriva l’occasione di assaporare un’accoglienza che andava al di là degli ospiti. Fuori nevicava forte e la macchina nel parcheggio non si vedeva quasi più, sommersa da almeno 40 cm di neve. Malgrado il suo fosse un fuoristrada era riuscito a stento a proseguire fino a raggiungere quel posto, seguendo i cartelli segnaletici nella tormenta inaspettata, deciso ad attendere il mattino con la speranza che i mezzi spazzaneve avrebbero pulito la strada.

A casa era tutto tranquillo, sapevano che era al sicuro e comunque non c’era niente di urgente di cui occuparsi. Le voci delle ragazze lo distolsero dalla finestra, erano nel bagno e sarebbero uscite a breve. Gentili, avevano insistito nell’offrire il terzo letto della loro camera a lui, ultimo arrivato nell’Agriturismo ormai al completo, avrebbe dormito volentieri su una sedia pur di non guidare quella notte, ma Stefania e Carolina l’avevano convinto, e dopo un giro di grappe si erano rintanati nella camera calda e accogliente.

Bagno libero, toccava a lui: doccia calda, dentifricio ed esce. La piccola luce notturna sul comodino illumina le due compagne di camera, sono belle. Il piccolo letto lo aspetta in un angolo, tra il muro e l’armadio, probabilmente era il letto di un bimbo, ma non importa e, raggomitolandosi, dà loro l’ok per spegnere la luce.

Stefania ride: “Ma non sei un po’ scomodo in quella culla?”.

“Vieni qui con noi, il nostro letto è grande”, Carolina si sposta di lato a conferma che lo stanno aspettando.

Il sogno proibito di Giorgio arriva al cervello come un petardo con la miccia difettosa che scoppia in mano, il tempo si ferma e lui incastrato tra la voglia di saltare in quel letto e il dubbio di aver frainteso non riesce a muovere un muscolo. Ci pensa Stefania, capelli rossi e crespi e un corpo abbondante, ma non troppo, sposta le coperte e scende dal letto, il pigiama è una t-shirt lunghissima che le arriva alle ginocchia:

“Dai, vieni non fare il timido”, lo prende per la mano e lo trascina fuori dal suo rifugio. L’angolo in ombra in cui era rintanato si allontana in modo proporzionale all’aumentare dei battiti del suo cuore, Stefania lo invita a entrare nel letto, in mezzo, accanto a Carolina, bionda e provocante. La luce non si spegne e lui socchiudendo gli occhi usa l’olfatto per inebriarsi dei profumi diversi e intensi delle due ragazze. Il petardo ormai era scoppiato e l’idea di fare sesso in tre occupava ogni singolo neurone del suo cervello.

Il calore del corpo di Stefania si mescolava al movimento della gamba di Carolina: “Ma voi volete dormire?”.

La frase stupidissima gli esce dalla bocca senza che se ne accorga e la risposta esplode dolcissima: sta baciando Stefania che, come impazzita, lo abbraccia togliendosi la t-shirt e facendo volare le mutandine, lui fa lo stesso eccitato come non mai dalle mani di Carolina che già nuda li sta accarezzando entrambi. Profumi si mescolano a sapori aspri e dolci, sospiri che diventano lamenti di piacere. Non esiste più alcun ruolo, solo la libertà di provare sensazioni fortissime. Stefania… Carolina… Giorgio… ricominciare scambiandosi gli occhi, la bocca, la pelle, piacere altissimo, insieme, eccitati come mai avevano sperato, con la certezza di non essere in un sogno. La luce del giorno, amplificata dalla neve bianchissima, li sveglia annullando quella della lampadina rimasta accesa; Carolina è ancora avvinghiata a lui, Stefania lo bacia sulla guancia guardandolo con gli occhi verdi chiarissimi. Avevano condiviso la stanza, i loro corpi, la notte. Carolina, accarezzando l’orecchio di Giorgio con le labbra, sussurra:

“E’ presto, la colazione termina alle 11”.

Avrebbero condiviso anche il mattino.

 

 

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COMPRENSIONE (6)_Giovanni Zambiasi

Come al solito si era alzato presto, un bacio e via. I pensieri già correvano veloci, tutti gli impegni e i doveri della giornata lo attendevano pazienti: uno dopo l’altro sarebbero stati presi in considerazione. Le sensazioni e il piacere della notte ancora si mescolavano all’aria fresca che entrando dal finestrino della macchina lo spettinava. Pensava a Simonetta che probabilmente ancora a letto, nuda, lo stava aspettando… anche se era appena partito.
Ancora una volta la voglia di fuggire e restare solo, libero, annullava la dolcezza di quella donna innamorata che da giorni scommetteva il suo corpo seguendo il sogno e l’illusione di un amore perfetto.
L’apparire di quel desiderio di fuga era la prova che tutto stava finendo, che presto avrebbe iniziato a mentire, a inventare scuse per non incontrarla, a correre da lei solo per cancellare il senso di colpa per la sofferenza che stava provocando.
Come un documentario visto decine di volte ne conosceva ogni singolo fotogramma.
La capacità di percepire di essere desiderato gli permetteva di andare a colpo sicuro, non aveva mai sbagliato da quando lo aveva scoperto. Aveva trasformato la sua vita in un vortice di piacere e amore, decine di donne, una dopo l’altra, avevano condiviso il suo tempo offrendo la parte migliore del loro essere innamorate e ricevendo in cambio il sogno di essere ritenute uniche. Poi l’incubo dell’abbandono.
I pensieri rallentavano la sua guida, era in ritardo e aveva dimenticato di comprare il pane, avrebbe lavorato in montagna e doveva portarlo per il gruppo di tagliaboschi.
Il fornaio era a due passi: freccia, parcheggio, tre kg di pane e si riparte. Mette la retromarcia e un rumore di lamiera precede di un istante il blocco della macchina. Non aveva notato l’automobile che già uscita dal parcheggio stava passando dietro di lui.
Scendono insieme controllando i danni, entrambi hanno fretta di ripartire. Si scambiano i numeri di telefono, appuntamento la sera stessa per compilare il modello di costatazione amichevole, una scocciatura che si mescola alla fretta di entrambi di rivedersi. Lei riparte e sparisce nella direzione opposta alla sua.
Tutto era durato pochi minuti e lui sapeva già che la giornata sarebbe passata veloce, quella stessa sera avrebbe ancora una volta scommesso puntando sul suo istinto.
Si era offerto di andare a casa sua, una gentilezza premeditata, il primo passo di un rituale collaudato, e lei aveva accettato, segno di una cattura imminente. Il sole basso del tramonto non gli impediva di guidare veloce distratto dall’unico dovere di annullare la cena con la compagna degli ultimi mesi, sarebbe bastata una scusa, ne conosceva tante. Il segreto era di chiamare all’ultimo minuto, lamentarsi per l’imprevisto incredibile e recitare la parte della vittima per mimetizzare il reale carnefice, funzionava sempre.
Il cancello aperto, nel parcheggio privato la macchina con i segni dell’impatto erano la conferma che il posto era quello giusto. Ben visibile, nel giardino pieno di colori, il gazebo dove lei lo aspetta: gli viene incontro a piedi scalzi invitandolo a sedere con lei sul comodo divano. Lo spritz arancio pronto sul tavolino di bambù s’intona con il copricostume trasparente.
La suoneria dell’sms lo riporta alla realtà. Lei ha fretta e lui deve correre a portare il pane, le macchine sono danneggiate, la comprensione di quello che sta per accadere è chiara, ma per la prima volta il suo cuore non è in sintonia con il suo corpo. Per la prima volta capisce che l’obiettivo della sua frenetica ricerca va al di là della conquista, la comprensione diventa in un attimo immagine e il suo disperato bisogno d’amore cancella la paura di soffrire.
Lascia il numero di targa e i dati dell’assicurazione alla tipa che, infastidita, si ritrae immediatamente. In montagna si potranno arrangiare per una volta, pensa leggendo il messaggio appena arrivato. Cambia direzione, non è troppo tardi e di sicuro Simonetta lo aspetta ancora. “Ti amo”. “ Sto tornando…e non andrò più via”. Il giorno che poteva passare veloce, diventa eterno.

 

 

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