“Futuro” di Giovanni Zambiasi

Il Natale era appena passato e la famiglia riunita nell’antica malga si preparava al ritorno. Gli zaini sono quasi pronti, mancano solo le ultime cose, quelle che servono fino alla partenza e che a volte si dimenticano… soprattutto in luoghi che si amano e dove inconsciamente si lasciano pezzi di noi.

Nonno Giacomo scruta il cielo seduto sul ceppo di acero fuori dal portico, le nuvole corrono verso est: buon segno. Il cammino che li aspettava sarebbe stato più difficile con la pioggia o la neve ad accompagnare il gruppetto. Il freddo saliva dalla valle in modo proporzionale al calar del sole, era tempo di ravvivare il fuoco e rientrare nel tepore della casa, protetti dai solidi muri di pietra spessi un metro.

I bambini sempre ultimi, arrivano solo all’imbrunire, delusi di non aver visto i cinghiali che di solito al tramonto risalgono il bosco fino al prato, alla ricerca di radici, vermi o piccoli tuberi. L’acqua bollita con in infusione le erbe essiccate in primavera e un cucchiaino di miele si trasforma in una profumata tisana: ottimo combustibile per l’anima e il corpo, catalizzatore di adulti e bambini. Tutti seduti attorno al tavolo di castagno a sorseggiare e sgranocchiare i biscotti fatti con le noci raccolte a pochi metri dalla casa, regalo prezioso degli alberi.

Ormai l’alleanza tra la famiglia di Giacomo e la foresta era diventata la normalità: per avere la legna bastava raccogliere le piante e i rami secchi caduti, senza tagliare inutilmente esseri silenziosi ma vivi. Tutti loro sapevano bene che le piante vivono sotto terra, le foreste sono solo la parte che vediamo, gli alberi sono connessi, le radici scambiano messaggi, si intrecciano creando canali di informazioni ed energia. Tagliare le piante non disturba molto il mondo sotterraneo di solito felice di donare parte di sé per contribuire alle necessità dei loro amici. Tagliare rinforza le radici che si stringono di più alle pietre con cui condividono lo spazio. Solo alcune famiglie di alberi hanno radici incapaci di rigenerarsi e muoiono se tagliati: i pini, gli abeti, i cedri. Loro sono tutti fuori, antenne rivolte all’infinito quasi a tentare il balzo verso il cielo e dimenticare le città sotterranee, solo i frutti rigenerano il loro popolo.

Nonno, racconta ancora del tempo prima del virus… per favore finisci la storia?”, Rebecca la più piccola dei bimbi dà voce a tutti gli altri e le occhiate delle mamme, felici di vedere i figli tranquilli e fermi, convincono nonno Giacomo al racconto.

Dove eravamo arrivati? Ah, certo, quando io e il Gioanì siamo rimasti di stucco a rivedere Angelo e a sentire le sue parole… “, inizia il racconto mentre sulla vecchia stufa ribolle la minestra.

Angelo aveva avvertito del pericolo e le sue parole non erano solo fantasia, ai tempi fu mio dovere fare un rapporto ufficiale e anche i giornali ne parlarono, ma nessuno diede troppo peso alla cosa, troppo impegnati in affari e commercio, troppo influenzati dai social e dalle Tv… ”

Nonno cosa sono i social?”

Rebecca chiedilo alla mamma, lei si ricorda meglio del nonno… Insomma tutto il mondo viveva senza rendersi conto che nessuna moneta avrebbe potuto ricostruire quello che stavano distruggendo, senza pensare che la vita dipendeva dalla terra, dagli alberi e dagli animali e che tutti siamo uno.”

E il virus cosa c’entra?”

Il giorno che Angelo aveva predetto arrivò e, pian piano, tutti… ricchi, poveri, giovani e vecchi si ammalarono. Tanti morirono, ma il grande problema fu il crollo di quel mondo virtuale che funzionava con i soldi. La malattia non permise di lavorare e guadagnare per poi spendere e la grande ruota del consumismo, prima iniziò a rallentare e in un paio d’anni si fermò”

Nonno… spiegaci meglio”

Allora… Vi ricordate la frana della Val Degagna? Uguale: gli uomini avevano costruito paesi e strade senza fare i conti con i torrenti della montagna e un bel giorno venne giù tutto, ci furono morti e distruzioni e tutto sembrò finire…”, Giacomo ricordava come fosse ieri i racconti dei carbonai e dei malghesi seduti attorno al fuoco a ricordare quanto fosse stato importante restare uniti a ricostruire la valle, tutti insieme spostarono i paesi a monte lontano dai pericoli del torrente e dalle frane che causava.

La malattia e la frana ebbero lo stesso risultato. Dopo un lungo periodo di sofferenza e di povertà, tutti capirono che non era possibile tornare indietro, la sofferenza diventò solidarietà e la povertà ricchezza. Oggi voi bambini sapete di essere uniti a Madre Natura, la rispettate e la proteggete perché noi vecchi ci siamo ricordati chi eravamo e grazie al virus siamo cambiati in tempo e abbiamo scoperto il segreto, ovvero: siamo solo lo spirito della terra che ha voluto diventare umano. Avevamo dimenticato di essere terra, di essere aria, acqua e fuoco e voi bambini adesso non dovete dimenticarlo, ma custodire nel cuore questo segreto e donarlo ai figli che verranno… ”

Il sole ormai alto illumina la valle e con gli zaini in spalla il gruppo segue a ritroso il sentiero vecchio, la via dei cuel che li riporterà al paese. Giacomo come sempre guida il gruppo regolando il passo per permettere anche ai più piccoli di seguire senza fatica.

Arrivato al dosso dei Persenic alza lo sguardo con la certezza di intravedere sul profilo della montagna le sagome di Angelo e Gaia, loro sono là ad osservare felici il nuovo divenire dell’uomo, potenti custodi della Valle e per sempre innamorati.

“Frammenti di futuro” di Giovanni Zambiasi

Giacomo e i colleghi avevano passato giorni cercando nella valle, senza risultato, nessuna traccia, niente di niente. Angelo era sparito ormai da dieci giorni e anche la stampa se ne stava occupando spingendo tanti cacciatori e guide improvvisate a cercare… mancavano solo i Boy Scouts.

Giacomo non riusciva a darsi pace, il ragazzo non poteva essere sparito nel nulla!

La malga era diventata il campo base della ricerca e Giovanni, malgrado la scelta di solitudine, era il vero punto di riferimento per tutta la squadra: dettagli di sentieri, anfratti da controllare, direzioni da esplorare… un vero database geografico vivente della vallata oltre che cuoco stupefacente, capace di creare piatti buonissimi utilizzando i pochi ingredienti a disposizione. La sera accoglie il rientro della squadra, l’ultimo giorno di ricerca disponibile era stato ancora vano, il niente li accompagnava insieme alla consapevolezza che dal giorno dopo tutto finiva. Angelo sarebbe diventato uno tra i molti scomparsi nel mondo. Camminano in fila con in testa Giacomo e Paolo, in silenzio, Paolo è il primo a parlare: “Che profumo… il Gioanì deve aver preparato qualcosa di speciale”.

In effetti l’aria era invasa da qualcosa che Giacomo ben conosceva: “Sembra spiedo!”

Giovanni li vede arrivare stanchi e, tutto orgoglioso sentenzia in Italiano: “Il ragazzo non si è trovato vivo, ma nemmeno morto… quindi seduti e mangiamo”. La polenta, rovesciata sul tagliere di faggio con lo spago per tagliare la fetta arrotolato sul manico, il bottiglione di rosso del Balì (famoso per l’uvaggio fruttato di Clinto), il formaggio che avrebbe sostituito il dessert e lo spiedo “sforcolato” nella grande teglia rianimano il gruppo.

La ricerca di Angelo e i luoghi esplorati uniscono i sei uomini che in pochi giorni sono diventati amici, la condivisione di quei giorni li aveva fatti diventare fratelli. Angelo non era con loro ma loro si erano trovati. L’ultima grappa e un buon caffè concludono la serata, i saluti e la voglia di rivedersi presto precedono i fari dei fuoristrada che lentamente illuminano la notte sempre più lontano, giù nel fondovalle.

***   ***   ***

Buongiorno Giacomo… l’en po che te te fe mia veder!” [trad. “Buongiorno Giacomo… è un bel po’ che non ti fai vedere!”]

Buongiorno Giovanni oggi non lavoro, ma avevo voglia di passare da queste parti…l’è ormai quasi n’an e mes che vegne mia sò” [trad. è già più di un anno che non vengo sù… ]

Erano passate due stagioni e questa era l’ultima per il malghese e forse l’ultima anche per la malga. Era già Settembre e nessuno ancora aveva presentato l’offerta per le stagioni 2013-2018, ancora poche settimana e l’asta sarebbe andata vuota. Chiacchierano e ricordano camminando vicini a scendere il sentiero che dal Prà Calvis riportava al casale, tante cose da ricordare e tante nuove da raccontare.

Fermet a disnà… so semper che sul… no volta che te vede scapa mia!” [trad. “Fermati a pranzo… sono sempre solo e adesso che ti vedo mica scapperai!”]

Grazie mi fermo volentieri, nello zaino ho del pane con il salame e un po’ di frutta…”

Te lase la frutta… ma vores tastà el salam specialmente se le bù” [trad. “Ti lascio la frutta… ma vorrei assaggiare il salame, specialmente se è buono”]

Da dove sbucasse il bottiglione di vino era sempre un mistero, ma di fatto compariva dal nulla. Il tempo di qualche fetta di salame con un po’ di pane e la pasta con le farinelle [trad. spinaci selvatici] e il pestom [trad. pasta di salame] e il pranzo fu servito: nessuna cifra in denaro poteva pagare quei sapori unici, antichi e interpretati ogni giorno in modo diverso, impossibili da replicare.

E cosa dire del formai so la gradela?! [trad. formaggio alla brace] Alchimia di temperature e consistenze, sbagliare l’una o l’altra è l’inizio della fine: il tutto precipita nella brace lasciando il vuoto e la delusione. Privilegi favoriti dal Rosso ricco di profumi e dei tannini del Clinto in attesa del caffè e dell’immancabile grappa come gran finale.

Improvvisamente la porta si apre e il ragazzo vestito in modo strano per quei luoghi entra e si siede sul gradino del fuoco. Giacomo precipitando dall’estasi sensoriale dovuta alla cucina non fa in tempo a salutare, Giovanni con la moka da sei in mano resta muto a guardare.

Buongiorno, sono passato a ringraziare, a ringraziare per tutto quello che mi hai permesso di scoprire…”

Il ragazzo si rivolge al vecchio malghese con tono gentile ma distaccato, rispettoso e allo stesso tempo informale. Giacomo si chiede chi possa essere e come mai si trovasse lì vestito come il suo vecchio professore di matematica, vorrebbe ricambiare il saluto, presentarsi… ma il ragazzo non lascia spazio.

Ho trovato la cascata! Ho attraversato l’acqua, ho trovato l’amore e ho scelto di restare. Loro mi hanno insegnato a guardare con gli occhi dello spirito, ad ascoltare le pietre e comunicare con gli alberi. Loro mi hanno permesso di essere qui adesso per consegnarvi il messaggio delle pietre. Il popolo delle pietre sono la memoria del pianeta, sono ovunque. Nere e bianche, rosa e beige, piccole e grandi, giovani e antichissime, loro parlano, parlano attraverso i sogni in un livello di realtà diverso da quello che siamo abituati a vivere ogni santo giorno… bisogna saperle ascoltare. Le pietre si muovono, ci trovano… sono la voce della Terra e oggi stanno gridando. Ma nessuno le ascolta e per questo devo avvisarvi: sarete testimoni di una grande malattia che cambierà l’ordine della società, un’arma perfetta colpirà l’uomo che è la più grande minaccia per il mondo verde e per la stessa Madre Terra. Il popolo delle pietre, la foresta e tutti i suoi abitanti sono sul piede di guerra e il tempo sta finendo. La madre Terra sta per impartire la lezione al proprio figlio, all’uomo che ha dimenticato i suoi fratelli… “

Il silenzio si taglia con il coltello nella grande cucina, il ragazzo si alza e saluta Giovanni rassicurandolo: “Nessuno e niente ti farà mai del male”.

Angelo… ”

Il primo a parlare è il malghese, ancora congelato nel movimento, ancora fermo, sospeso tra il fornello e il tavolo con la Bialetti in mano e il caffè in equilibrio, guarda il forestale ancora sbalordito.

Fuori non si vede nessuno, il ragazzo non c’è più e il vento da voce agli alberi. Il mormorio delle foglie adesso è assordante.

 

“La sparizione” di Giovanni Zambiasi

Il vecchio Malghese, paralizzato dalla sorpresa, guarda le tre persone che salgono dalla carrareccia con passo veloce, sono forestali e il pensiero corre alle trappole per gli uccellini che sistematicamente gli procuravano – ogni fine estate e autunno – numerose prede. Il cuore in gola non permette di nascondere l’agitazione che lo stava avvolgendo.

Sarebbe la prima volta che lo trovano con le mani nel sacco, e già sarebbe abbastanza, ma cosa succederebbe per la multa e per la sua reputazione di esperto bracconiere mai preso? E poi, che male c’è? I trentini ne uccidono milioni con i pesticidi che usano per irrorare ”i pomi” che poi vengono mangiati dai “verdi” che odiano la caccia. Lui ne fa fuori soltanto alcune decine per gustarli nello spiedo o in padella con le patate, insieme agli amici di sempre che vengono su a trovarlo per assaggiare questo antico piatto, tipico dell’autunno e trascorrere alcune ore in amicizia. Pensieri confusi che si accavallano alla rabbia e alla paura.

Rosso come un pondor [trad. “pomodoro”], fingendo di pulire sul pulito con il badile invece del rastrello, li accoglie con uno stentato: “Buongiorno…”

Buongiorno Sig. Giovanni! El ciape mia pora, som mia che per gli archech, ghel dise prima che rive l’infarto[trad. “Non prenda paura signor Giovanni, non si preoccupi, non siamo qui per gli archetti, tranquillo prima che le venga un infarto”]

Ridacchiando il Giacomo-guardia-forestale che ben conosceva el Gioanì si avvicina deciso sedendosi sulla staccionata, gli altri due poco distanti zitti ma con facce sorridenti collaborano ad abbassare i battiti cardiaci del Malghese. Come sempre il bottiglione di vino compare dal nulla e in breve i tre: due forestali e il responsabile di zona del soccorso alpino, spiegano, con il bicchiere in mano, che un ragazzo di nome Angelo è sparito da ormai 1 settimana. La sua macchina parcheggiata vicino alla “Pontesela” aveva indirizzato la ricerca nella Valle dei Cuel, ma niente, solo tracce di un bivacco al “Cuel del Fiorese” e il ragazzo sembrava essersi volatilizzato. Giovanni sbiancando, racconta come un torrente in piena, l’incontro con Angelo, la serata passata insieme, i racconti e – quasi piangendo – l’indicazione data da lui stesso, a seguire il sentiero vecchio, ma anche l’avvertimento a stare attento: la zona abbandonata da cinquant’anni o più non avrebbe permesso soccorsi immediati.

Ma el gnaro me someaa galindo, pense mia che el pode pirdis, magari l’è amò en giro ad esplorare, ricorde chel’vulia troà la cascata delle dame… Ma na setemana?! Me somea trop… Sarà suces vergot? Veramente comandante, l’Angelo, lè partì a bunura la matina del Martede, quater dì endre” [trad. “Il ragazzo sembrava sveglio, non penso possa essersi perso, forse è ancora in giro a esplorare, ricordo che cercava la cascata delle due dame! Ma una settimana mi sembra tanto tempo! Sarà successo un incidente? Angelo comunque è partito la mattina presto di martedì, quattro giorni fa]

Forse c’è ancora tempo, pensa.

Ve compagne!” [trad. “Vi accompagno io”]

I forestali tranquillizzano il Malghese, spiegando che non è colpa di nessuno, e che comunque alla sua età e con i cavalli da accudire non era il caso, ma un grande aiuto poteva essere marcare sulla cartina geografica, il punto dove i due rii formano la cascata e il tracciato del sentiero. Presi gli occhiali in pochi minuti indica i passaggi e i bivi, mescolando le linee con il racconto di quando era giovane, con le gambe buone che lo portavano veloce nei luoghi di caccia. Il trio, piegata la carta e rassicurando che ci avrebbero pensato loro, salutano non senza avvertire che gli archetti e le trappole per gli uccellini sono illegali e che la pazienza ha un limite e che anche se vecchio la multa si paga ugualmente salata e promettendo una prossima visita a sorpresa meno amichevole.

Guardandoli andar via, Giovanni osservando i tre bicchieri ancora pieni, pensa a quanto siano stati maleducati a non assaggiare il vino. Malgrado il sollievo di avere tempo per spostare le trappole, il suo cervello si concentra su cosa poteva essere successo ad Angelo e dove. Le nuvole nere verso ovest non raccontano niente di buono e il vento da nord invece del solito e quieto sud, convincono a mettere gli animali al riparo nella stalla. A fine estate i temporali fanno paura, fulmini e grandine per oggi possono fare quello che vogliono, nella grande stalla di sicuro non possono entrare.

Il mattino arriva presto e la squadra di ricerca si prepara togliendo dai fuoristrada corde e zaini di primo soccorso, radio e sistemi GPS. I due forestali che li accompagnano, conoscitori esperti dei luoghi, aspettano che tutti siano pronti osservando i vapori dell’umidità rilasciata dal terreno caldo dopo il forte temporale che si sollevano dal fondo valle. Finalmente si parte, la sera prima avevano individuato la traccia del vecchio sentiero sulla mappa, adesso bisognava trovare l’imbocco che dal passo scendeva nella Valle di Vesta. La grande faggeta non ha sottobosco e la visuale è chiara. Il gruppo percorre il sentiero principale che si snoda a mezza costa, sembra stiano cercando funghi ma l’attenzione è rivolta alla ricerca di un segno per riconoscere il vecchio sentiero. Giacomo vede all’improvviso una sagoma: l’uomo seduto su una grossa pietra, sembra intento a finire un panino.

Buongiorno l’è en po che Ve spete!!! El senter l’è che, o pensà de compagnave, vores aidà a troà el gnaro” [trad. Buongiorno, è un po’ che vi aspetto!!! Il sentiero parte da qua e ho pensato di accompagnarvi per aiutarvi a trovare il ragazzo”]

Buongiorno, grazie… ma è sicuro di farcela Sig. Giovanni?”

Giovanni senza rispondere, rimette la bottiglia di acqua, limone e miele nello zaino e parte deciso in discesa verso la Valle, il gruppo lo segue. Non lo avrebbero mai visto! L’imbocco sembra più uno scolo di acqua piovana, un canale pieno di sassi e alberi ormai veri padroni del tracciato. Non potendo percorrerlo devono farsi strada tra i rami secchi caduti zigzagando a destra e a sinistra dove possibile. La roncola e ogni tanto la motosega devono intervenire per preparare l’eventuale ritorno con una barella, i forestali e i tre del soccorso alpino lavorano duro scambiandosi commenti e ascoltando le storie che il Gioanì racconta mentre cammina, arrabbiato per il fatto che una volta i sentieri erano puliti, le montagne lavorate e che adesso non è più come un a volta e che se torna la guerra e la fame come faranno i giovani… non sono più abituati a lavorare come i vecchi. Il temporale ha cancellato qualsiasi traccia sul terreno, ma alcuni rami spezzati di recente fanno pensare che qualcuno sia passato: un uomo o forse un cervo, comunque non un cinghiale, qualcosa di più ingombrante.

Ghe som!” [trad. “Ci siamo”]

Il Malghese ferma il gruppo nei pressi di un torrente, il sentiero si divide poco prima: a destra risale la stretta valle sul lato del torrente, a sinistra lo attraversa poco più avanti. Seguono Giovanni che di colpo, ripreso fiato, prende la testa del gruppo e a salti risale i gradoni scavati dall’acqua piovana, pochi metri e sono lì. Giacomo e Paolo da anni ormai lavorano sulla montagna, ma restano sbalorditi dalla bellezza di quell’angolo nascosto: la grande pozza riflette il verde intenso della foresta facendola sembrare ancora più profonda, la fitta siepe di fragile equiseto ai bordi e il crescione galleggiante negli angoli senza corrente creano un effetto di continuità tra l’acqua e la terra, la cascata scende da uno scivolo di tufo senza impeto ma potente. Un insieme unico che unito ad alcuni pesci che scompaiono velocemente sotto il crescione e sotto il ribollire della cascata, lascia tutti senza parole facendo dimenticare per pochi attimi il motivo della loro presenza lì.

Il Malghese parla per primo: ”Che se vede gnent e nisù…” [trad. “Qui non si vede niente e nessuno”]

Paolo e Giacomo con i tre del soccorso Alpino guardandosi in giro capiscono che nessuno è stato lì di recente. Un buco nell’acqua!

Seduti a riposare mangiando un boccone, è Mario a rompere il silenzio:

Cos’è quell’affare attaccato al salice?”

Il Malghese per primo scatta e si avvicina all’albero, bellissimo con le radici tra la terra e l’acqua, pilastro vivente al fianco della cascata.

L’è la medaia del gnaro!!!” [trad. “È il medaglione del ragazzo!”]

La scossa elettrica fa alzare tutti: il medaglione con l’albero inciso è lì tra i rami del salice, la prova che Angelo è stato in quel luogo. Giacomo all’imbrunire raduna tutti per rientrare, hanno cercato ovunque ma senza trovare nemmeno un capello di Angelo, solo il medaglione ritorna con loro accompagnato dalle infinite domande senza risposta.

 

 

 

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“Immanenza” di Giovanni Zambiasi

Il sentiero non era lo stesso del sogno, ma era comunque un sentiero e Angelo lo seguiva con il suo cuore e il medaglione al collo. Il segnavia dava fiducia: il sentiero n. 22 seguiva a mezza costa la montagna rivelando vallette sconosciute, ricche di acqua e paesaggi mai visti, molto diverso da quanto ricordava, ma bellissimo. Castagneti sui versanti al sole e bosco ceduo sui versanti a nord, agrifoglio e ginepro mescolati ai pini silvestri sui terreni magri dei versanti ripidi.

Improvvisamente, uscendo da un versante ricco di abeti, un casale. Un vecchio fabbricato che dominava un prato luminoso, rivolto a sud, e invaso dalla luce del mattino. Nel sogno non c’era e nemmeno aveva incontrato l’anziano malghese che stava osservando, poco lontano, un gruppo di cavalli seduto all’ombra di un grande noce. Lo zampillo della fontana per l’abbeverata offriva nuova acqua, più fresca, per la borraccia di Angelo. Da lontano il malghese, distolto lo sguardo dai cavalli, osservava il ragazzo intento a chiudere la borraccia, indeciso sul da farsi. Malvolentieri doveva passare vicino all’uomo, un intruso sul suo sentiero, sentiero che però passava proprio di là.

Buongiorno”

Salve”

Che fal en giro da cheste bande?[trad. “Cosa fa da queste parti?”]

Il dialetto è del Garda e Angelo lo capisce e lo parla bene: “So dre a sercà en fosadel che traversa el senter, pense l’è mia luntà, el ghà da eser piò avanti e prima de encrusà el ve sò a fà na cascadela e na bela pòsa profonda..[trad. “Sto cercando un rio che credo attraversi questo sentiero. Non credo sia lontano, deve essere un po’ più avanti e, prima di attraversare il sentiero a monte, scende da una cascatella con sotto una pozza bella profonda”]

Il malghese incuriosito: “Serchel i gamber? Varda che iè proibiti e ghè en giro la Forestal… ocio!” [trad. “Cerca i gamberi? Guarda che è vietato e la Forestale controlla… attento!”]

Angelo ripensa al gambero nel torrente vicino al cuel e non risponde.

Gnaro… sel vol troà la cascata… senter vech… mia chesto… [trad. “Ragazzo, se vuoi trovare la cascata… sentiero vecchio… non questo…”]

Cioè?”, chiede Angelo.

Riat a la malga de sura, l’ultima, dèdre al prà en mes ai fò, se vede el senter vech che va so nela val. Te và so de le.. e dòpo le svulte, quater o sic, và a destra e a le tante t’encruserè en canal de acqua…va so e te vedarè la cascata che se furma dove s’encrusa i du fiomech che ve so da la Singla[trad. “Arrivato all’ultima malga, dietro al prato nel bosco dei faggi, si vede un sentiero vecchio che scende nella valle. Vai giù e, dopo quattro o cinque tornanti, tieni la destra e dopo un bel po’ incroci la valletta con l’acqua… risali un po’ e troverai il laghetto con la cascata che si forma dall’unione dei due fiumetti che scendono il Monte Zingla”]

Grazie!!! … vo mia a pescà i gamber ma vores troà el posto, i dis che l’è bel e a me me pias veder i nos posti[trad. “Grazie!!! … non voglio pescare i gamberi, ma vorrei trovare questo posto che mi dicono sia bello perché amo conoscere i nostri posti”]

Come te ciamet?[trad. “Come ti chiami?]

Angelo”

Piacere, me ciame Giovanni, ma i me dis El Verones, la famea l’era originaria de Spiazzi, l’altra sponda del Lac, sol Baldo. Sta atento nela val, l’è anni e anni che nisù va sò de le, se sucede vergot i te troa pieò e… atento aca a le dò dame, le vif nei fiomech fach co le sò lacrime, disperate perchè la Dea Vesta l’era sparia dopo che i cristiani i vulia copala e le dame se le vol le te encantesima.[trad. “Piacere, io mi chiamo Giovanni, detto Il Veronese, la mia famiglia era di Spiazzi, dall’altra parte del lago, sul Monte Baldo. Stai attento nella valle, sono anni che nessuno va giù di lì e se succede qualcosa nessuno ti troverebbe e… attento anche alle Dame, vivono nei due Rii che formano la cascata, da quando i Cristiani volevano uccidere la Dea Vesta e lei sparì, sono ancora disperate e potrebbero stregarti”]

Angelo capisce che quell’incontro non è una coincidenza e si siede con Giovanni, “El Verones”. Il vino spunta dalla cucina annerita dal fumo del grande camino munito di grossi sgabelli laterali. Dallo zaino il pane ancora fresco rende felice il malghese che da giorni non scende a prenderlo, il salame non manca e l’orto dietro casa offre insalata e pomodori.

El me cunte de le Dame… [trad. “Raccontami la storia delle due Dame… “]

Angelo non si stanca di ascoltare la leggenda delle Vestali che vivevano in quelle valli interne dopo che erano fuggite da Roma durante le persecuzioni ai pagani che non riconoscevano la nuova religione di stato (il Cristianesimo). Fuggite con il fuoco sacro, mai spento da sempre, simbolo della Dea Vesta, arrivate nella Valle che oggi si chiama Vestino – delimitata ad ovest dal monte Vesta – vi si fermarono per sempre. Le Vestali accompagnate e protette da otto fratelli, armati e devoti, fondatori di otto paesi di cui sette ancora esistono, hanno tenuto acceso il fuoco per quasi mille anni e mantenuto l’antica religione viva nei cuori dei discendenti degli otto fratelli.

En bel dì però riva el Vescof Vigilio con l’esercito a portà La buona Novella… Buna mia tat… I ga copach tutch chei che se convertia mia!!! Batì so dalla Rocca che i ciama amò Pagana, en sima i ga mitì na bela crus, a perenne ricordo.[trad. “Un bel giorno, però, arriva il Vescovo Vigilio, accompagnato dall’esercito, per portare la buona novella… Mica così buona… infatti hanno buttato giù dalla Rocca tutti i Pagani e in lì cima ci hanno messo una bella croce, in perenne ricordo”]

E così il fuoco è sparito, spento? Nessuno lo sa o dice di saperlo, di fatto le ultime Vestali della valle di Vesta, hanno chiesto alla loro Dea di trasformare le loro lacrime in ruscelli. Ancora oggi le loro lacrime scorrono, ancora oggi i Rii Due Dame si uniscono a Valle formando una bellissima cascata che alimenta un laghetto con acque limpide e verdissime. La Dea fece di più per ringraziare le Vestali: offrì loro l’immortalità e un posto vicino a lei. Le due sorelle accettarono, ma chiesero di poter vivere per sempre nella Valle. E così la Dea le trasformò in Ninfe immortali e diede loro come casa il laghetto verde.

Ormai è sera, Angelo deve accettare l’offerta di passare la notte sul fienile e di cenare con Gioan: minestra di fagioli e formaggio, pane vecchio e olio, un bicchierotto o due di vino e un bel grappino con le gemme di pino mugo e zucchero. Il fieno lo accoglie con i suoi profumi. Nel dormiveglia che precedeva il sonno, dal cortile la voce del malghese:

Envia mia la sigareta che magari brusom tuch[trad. “Non accendere sigarette che poi bruciamo tutti]

Foeme mia Gioan… buonanotte e grasie per la bela ciacerada[trad. “Non fumo, Giovanni... buonanotte e grazie per la bella chiacchierata”]

Il buio e il silenzio diventano padroni della valle, Angelo è di nuovo in cammino per proseguire il suo sogno.

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“La sorgente” di Giovanni Zambiasi

Angelo non aveva smesso di pensare alla Valle dei Cuel e, soprattutto, non riusciva a smettere di ricordare l’attimo in cui il capriolo era sbucato dal bosco distraendo il suo sguardo dal ruscello. Mentre girava l’occhio verso l’animale era sicuro di aver visto qualcuno seduto alla sorgente… una donna, un’ombra che pochi secondi più tardi… non c’era già più.

Illusione, immagini della sua fantasia o cosa? A volte si svegliava di notte con la consapevolezza di aver perso un attimo, un’occasione, un incontro. Il capriolo era apparso nel momento giusto o in quello sbagliato? Ormai nessuno poteva dargli le risposte di cui aveva bisogno, comunque doveva tornare in quel luogo e di ragioni per farlo ne aveva molte: due notti magiche da rivivere, tramonti da rivedere, la foresta da riascoltare e – perché no? – incontri a cui dare un’altra occasione.

Fanatico di numerologia aveva studiato date e trovato connessioni, i numeri erano suoi fedeli compagni da una vita e la loro simbologia e interpretazione da sempre gli avevano annunciato eventi, né buoni né cattivi, che si erano rivelati determinanti per la sua vita. I giorni trascorsi nella Valle l’anno precedente non erano legati ai numeri che lo seguivano e che lo proteggevano, ma le notizie e le informazioni legate alla Valle – che aveva raccolto leggendo vecchi libretti scritti da storici locali – le trovava sempre in pagine corrispondenti ai suoi numeri. Aveva notato subito la connessione tra la sua vita e la Valle.

Decisione presa e calcolo fatto: sarebbe partito il giorno coincidente con l’ora dell’incontro svanito, nel mese risultante dalla somma della sua data di nascita. Angelo era il primo a essere scettico, non era mai stato capace di credere al suo istinto fino in fondo, ma sapeva che era successo spesso: le previsioni nella sua vita si materializzavano. Stavolta, per la prima volta, era lui a usare i numeri e non loro ad apparire e creare coincidenze.

Mentre camminava sul ripido sentiero che lo portava sull’altipiano di Persenic, si pentiva della scelta fatta. Il mese era torrido e il caldo soffocante del mattino faceva rimpiangere una partenza pomeridiana più sopportabile, ventilata dalla brezza che dopo il mezzodì – precisa come un orologio – risaliva la termica creata dalla montagna. Continuava però a salire e l’ombra del bosco lo aiutava a sopportare la fatica.

Il Cuel era lì dove l’aveva lasciato – d’altronde dove poteva andare?! – tutto come un anno prima: le pietre a protezione del fuoco, il sasso dove si era seduto a osservare la Valle e anche i resti della legna raccolta nel bosco erano lì al riparo. Tutto normale. Mancava infatti anche la videocamera Go-pro che aveva dimenticato di nuovo.

Una breve sosta e le prime folate dell’ora – vento puntuale – arrivano a riequilibrare la temperatura e a stimolare la voglia di terminare il panino con pomodoro e mozzarella che si era portato. Consapevole del pericolo di aprire una tra le molte lattine di birra dopo le 2 ore di sballonzolamento a temperatura improbabile, si incammina al vicino ruscello al di là del castagneto. L’acqua fresca avrebbe in poco tempo annullato il pericolo e calmato l’arsura.

Facendo finta di sapere che la magia non si sarebbe ripetuta, guarda il bosco con la speranza di notare qualcosa – o meglio una presenza – almeno l’ombra di quella donna che aveva intravisto l’anno prima. Come volevasi dimostrare non c’era nessuno, nessuna fata e nemmeno il capriolo, solo un gambero di fiume sparisce nel muschio della sponda, spaventato dai movimenti per ancorare le lattine di birra nella corrente tra due sassi. Buonissimi i gamberi di fiume: un tempo si facevano risotti o paste deliziose, ma ormai sono pochi e destinati ai soli aironi cinerini che ne sono ghiotti.

Si addormenta presto, la delusione delle aspettative, che seppur negate dal cervello avevano trovato energia nella sua anima, toglieva la magia e l’eccitazione che Angelo aveva vissuto nel viaggio precedente. Tutto sembrava normale, come un film già visto di cui ormai si conosce il finale.

Un rumore di rami spezzati lo sveglia, attirando la sua attenzione. La prima luce permette di intravedere tra le ombre lunghe delle piante, Angelo si siede e cerca di mettere a fuoco stropicciandosi gli occhi ancora addormentati. Non è un animale ma un uomo che cammina a un livello più basso rispetto al suo, nel castagneto.

Cerca i funghi… probabilmente, pensa Angelo che veloce esce dal sacco a pelo, infilandosi in sequenza le calze, i pantaloni e gli scarponcini da trekking, … chissà chi è… magari quello che ha trovato la Go-pro… oppure no… comunque offrire un caffè e fare due parole sarebbe bello…

Buongiorno”, Angelo alza la voce per farsi notare, ”beviamo un caffè?”

Sì, volentieri… ”, la risposta arriva dopo secondi di sorpresa e Angelo capisce che la persona non si aspettava la sua presenza. Un attimo e la può vedere meglio: non è un uomo ma è una donna! Il colpo è pesante e il coordinamento dei suoi muscoli ne risente:

Buongiorno”, dice lei, “cosa fa qua sperduto nella Valle?”

Angelo non riesce a rispondere, balbetta solo la storia di voler stare un po’ da solo a meditare, ma non regge e svicola con un:

Accendo il fuoco e prendo la Moka… Ah, scusa io sono Angelo e tu?”

Piacere Gaia… prendo io l’acqua per il caffè.”

È bellissima! E il caffè finisce veloce. Gaia non stava cercando funghi, le piace esplorare questi boschi e l’invito a seguirla – nel caso volesse optare per un po’ di compagnia e un’avventura rinunciando alla meditazione – trova Angelo completamente d’accordo.

Lascia pure lo zaino, tanto torniamo, chi vuoi che lo rubi?!“

Angelo pensa alla Go-pro, scrolla le spalle e segue Gaia sul sentiero al di là del ruscello. Strano, non lo aveva mai notato prima anche se sembrava battuto e, seguendo a mezza costa il fianco Ovest della montagna risale piano piano, dolcemente, fino al passo Pracalvis.

Parlano e si raccontano camminando, ridono della coincidenza di essersi incontrati ipotizzando che forse non lo sia. Il tempo si ferma e l’odore dei corpi sudati scatena istinti per lui quasi dimenticati, che Gaia stava risvegliando con la sua energia. Le sue gambe potenti nel risalire il sentiero, il suo odore forte portato dal vento spinge Angelo, che la segue fingendo di non fare fatica.

Ecco siamo quasi arrivati.”

Arrivati dove?”, chiede Angelo, ma Gaia accelerando il passo è già troppo lontana per sentire la domanda. Non resta che raggiungerla e vedere di persona.

La valletta è nascosta, fresca e verdissima, fiori e insetti sembrano danzare e Angelo è sorpreso. Non sapeva dell’esistenza di questo angolo meraviglioso, la montagna lo teneva nascosto, chissà se il vecchio pastore era mai passato di là…

Il tempo di guardarsi intorno e Gaia è nuda, ride vestita solo del medaglione che porta al collo. Angelo, imbarazzato, non sa cosa fare. Il piccolo torrente a monte scende rapido da una cascata formando un laghetto, pochi metri quadri di acqua verde e trasparente, Gaia è già lì, bellissima, sdraiata sulla schiena galleggia contrastando la corrente con piccoli movimenti delle braccia, il seno bellissimo incastona il medaglione, l’acqua verdissima sembra dare vita all’albero inciso.

Angelo vieni dai, scopriamo insieme i segreti dell’acqua!”

Liberatosi in sequenza delle scarpe, dei calzoni e delle calze si immerge vicino a lei, imitando i suoi movimenti.

Vieni con me, devi sapere… ”, lo prende per mano e camminano quasi fluttuando nell’acqua verso la cascata che all’improvviso diventa una finestra, una finestra con paesaggi di dolore che abbatte la gioia, di violenza che spezza l’armonia, di paura che accompagna la solitudine… e di amore che sorregge la speranza. L’acqua della cascata si chiude all’improvviso come si era aperta.

Angelo la sente forte sul volto, gli toglie il fiato. Uno scatto improvviso e si ritrova seduto, lì nel suo sacco a pelo, sotto il temporale che lo ha sorpreso al buio fuori dal Cuel. Angelo si ritira, confuso, al riparo sotto il tetto di roccia. Lo scroscio d’acqua sulle foglie della foresta suona come un fiume in piena e il vento fa il resto.

Gaia dov’è? Nel naso il profumo del suo sudore, negli occhi i movimenti veloci, sulla pelle la sensazione delle sue mani. Non dimenticherà Quel sogno.

Le nuvole corrono e il sole riemerge caldo ad asciugare la terra. Angelo, buttate le sue cose nello zaino e riavvolto il sacco a pelo, riprende la strada del ritorno. Non vuole restare più a lungo, ma prima deve tornare alla sorgente, la birra è ancora lì a disturbare il gambero.

Si china e solo allora si accorge che dal suo collo penzola, appeso a un cordino di cuoio, un medaglione con inciso un albero, un albero con radici profonde. Lo stringe forte. Lo stringe forte e piange di gioia, adesso è sicuro: la magia non è il sogno. Alza gli occhi e il sentiero è lì, il segnavia dipinto sul sasso al di là del fiume riporta un numero. Il suo numero!

C’è ancora tempo, non deve per forza rientrare in giornata. Oggi vuole seguire il sentiero, oggi deve credere al suo numero.

 

 

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“Il cuel” di Giovanni Zambiasi

La lettura, che raccontava i tempi in cui la peste aveva attraversato e flagellato la sua terra, aveva catalizzato il suo pensiero nei luoghi dove a centinaia si erano rifugiati per sfuggire alla morte. Ormai era impossibile non visitare la Valle dei Cuel, impossibile trattenere quella voglia stimolata dal libro trovato nella soffitta della nonna. Il sentiero dimenticato l’aveva indicato il vecchio pastore, il Bagolot, ultimo tra coloro che vivevano la montagna e che conoscevano i suoi segreti, le sorgenti e gli antichi percorsi degli uomini che l’avevano abitata.

Angelo aveva preparato la spedizione con la sua maniacale precisione: prima di andare a letto un controllo veloce alla check-list: tutto era in ordine nello zaino, sarebbero mancate solo cose che aveva dimenticato di scrivere, restava solo la notte che sarebbe passata veloce. Sorgeva il sole dal Monte Baldo e il riflesso nello specchio retrovisore abbagliava Angelo che, impegnatissimo nella guida, a fatica scansava i sassi che i cinghiali avevano fatto rotolare sulla strada sterrata che risaliva la valle.

Arrivato!

L’ultima piazzola prima del sentiero accoglie il piccolo fuoristrada. Parcheggiato per bene al riparo sotto un grande acero avrebbe atteso il ritorno di Angelo. Nascoste le chiavi dell’auto nella custodia impermeabile sotto un sasso anonimo, per evitare di perderle lungo il percorso, calibrate le cinghie dello zaino e aperte le racchette telescopiche, Angelo inizia il cammino.

Sicuro come un guerriero aveva vestito le sue armi migliori: la fotocamera go-pro fissata al petto sarebbe stata la testimone dell’avventura e la nuova aggiornatissima Hicking App sul telefono mobile a compensare gli appunti di percorso svelati dal vecchio pastore e a registrare il sentiero. Erano passate ore ma la foresta sembrava opporsi all’essere penetrata. Angelo aveva rinunciato alle racchette e procedeva come poteva, passando sotto le ramaglie intricate, tagliando qua e là i rami con la sua fiochela (la roncola lasciatagli dal nonno) avanzava a fatica seguendo gli indizi della vecchia mulattiera. Malgrado i 400 anni trascorsi, il tracciato era ancora visibile, disegnato sul versante Sud del monte Pracalvis da picconi esperti, ricordava ad Angelo la fatica degli uomini che muovevano carbone e legna per scaldarsi, che spostavano fieno e foglie per i loro giacigli e per la lettiera dei loro animali.

Cosa avrebbero detto ora, alla vista della foresta che indisturbata aveva ripreso i suoi territori?

Pensieri veloci che svanivano nel sudore. Mancava poco, a breve avrebbe dovuto incontrare i primi Cuel, roccioni strapiombanti a forma di tettoia che con chiusure in legno e pietre venivano trasformati in stanze dove cucinare sul fuoco, riposare la notte, rifugiarsi durante i temporali. Uomini e donne scappati da case confortevoli e calde per sfuggire l’orrore di una morte dolorosa, trasformati in selvatici viaggiatori del tempo. Il tempo separato dallo spazio, pochi chilometri a separare la Preistoria dal Rinascimento che evolve nel Barocco, troppo veloce e incurante di aver dimenticato la terra, la madre di tutti noi. Asciugandosi il sudore dagli occhi e alzata la testa lo vede: il Cuel grand, il primo di molti ancora nascosti. Un muro di roccia conglomerata con un tetto a sbalzo, rivolto a Ovest, proprio lì davanti a lui nel luogo indicato dal pastore.

Nel suo angolo più protetto: il segno nero lasciato dal fumo di quel fuoco che aveva scaldato molti inverni, ai lati fessure profonde modellate da corpi stanchi che proteggevano dalla notte, poco distante l’ajal dove veniva cotto il pojat per fare carbone. L’acqua non era lontana, la si poteva sentire gorgogliare nella valletta a poche decine di metri, al di là di un castagneto antico che ancora offriva i suoi frutti agli abitanti del bosco. Seduto su di un sasso con alle spalle il cuel, lo sguardo perso nel bellissimo tramonto, Angelo aveva giusto il tempo di prepararsi per la notte.

La Go-Pro non era servita a molto, aveva camminato tutto il tempo nella macchia, chinato quasi a strisciare, e il telefono gli era servito ancora meno: la traccia gps a linee rette per compensare gli spazi con assenza di segnale, non dava nemmeno l’idea del percorso seguito. Lui, però, avrebbe ricordato. Gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per vedere ogni ramo, ogni passaggio, vedere la foresta e quel filo sottile che l’aveva guidato, filo fatto d’istinto e di parole che gli avevano trasmesso i ricordi del pastore. Spegne tutto, non serve altro che il sacco a pelo e il piccolo fuoco per cuocere le salsicce che emergono dallo zaino (già mezze cotte dal calore della sua schiena durante la strada). Sono buonissime, a conferma della teoria della cottura lenta, e cosa dire del vino, il Groppello che zampilla dalla borraccia?

Ricorda la leggenda di Polifemo e Ulisse, il vino degli Dèi. L’acqua freschissima della sorgente ha sostituito quella caldissima e ormai morta della bottiglia, questa è viva e dona vita, energia dimenticata che impedisce di dormire nel giaciglio di foglie per ammirare il cielo stellato di giugno.

La stanchezza della giornata oppure il vino degli Dèi hanno però la meglio sulla bellezza del cielo che pian piano si spegne e accompagna Angelo nel sogno, dimensione senza tempo dove si possono incontrare persone mai viste ma conosciute, mescolate nei dettagli in un mosaico di percezioni che di tanto in tanto si fanno ricordare per sempre.

Il mattino arriva presto nella foresta, il popolo del cielo inizia la sua giornata con il canto e la luce inonda la valle. Angelo ancora intorpidito può sentire tutte le ossa che gridano di alzarsi, sgranchirsi. La check-list prevedeva anche una piccola moka, la Bialetti tre tazze, non c’era paragone con la Go-Pro incapace di rendersi utile. Ravvivato un po’ di fuoco, tre sassi ben piazzati, e il fornello è pronto… il caffè macinato, l’acqua fresca, avvitare e via…

Oggi non arriva nemmeno al cervello l’idea di dare un occhiata a Facebook e, comunque, non c’è connessione. La moka va attesa fino all’esplosione di aroma che anticipa il gusto, e non fa rimpiangere lo zucchero (mancante nella check-list). Angelo ha un giorno intero davanti a sé per esplorare il passato. Il costone ospita un villaggio, piccoli e grandi cuel che hanno offerto l’alternativa alla morte insegnando la condivisione e la collaborazione. Ecco l’antica zona agricola, ricavata dal terrazzamento e dalla trasformazione della terra ripulita dalle pietre e liberata dalle radici per offrire spazio al farro e agli ortaggi.

Angelo ormai vede attraverso gli indizi del tempo: vede il passato, capisce il lavoro fatto, con le mani di molti trasformati in giganti. I vecchi viottoli, alcuni spariti e altri manutenuti dai cinghiali, la bellezza dei panorami che appaiono e scompaiono tra le foglie, la gioia di essere il solo a vedere e sentire luoghi che le foto non potrebbero scannerizzare, il vento e il sole e… all’improvviso, comparso dal nulla, un capriolo lo riporta alla foresta. Non ha paura, si guardano per secondi infiniti comprendendosi l’un l’altro, prima di continuare sui rispettivi cammini. La sera arriva, ma gli ha dato modo di disegnare una mappa, rilevare la posizione dei singoli cuel, indicare la sorgente e i campi terrazzati ormai invasi dai carpini e dai frassini.

La mappa fermerà il tempo e si trasformerà in efficace fotografia. Stasera il pane del giorno prima con il formaggio di Luca (allievo e futuro Bagolot), il resto del vino e la fetta di torta risparmiata la sera prima concludono il giorno che sparisce dietro lo Zingla dedicando l’ultimo raggio alla Valle dei Cuel.

Il sasso ha svolto bene il suo compito, le chiavi sono ancora lì, l’acero felice di togliersi quella responsabilità lascia partire il fuoristrada che più adagio di quando era arrivato si allontana verso il lago, verso il presente. Angelo impaziente di rivedere la sua donna si accorge di aver dimenticato la videocamera al cuel, un dono inconscio al passato? Oppure l’inconscia consapevolezza che il presente non ne ha bisogno?

Accelera e non vede l’ora di parlare e trasferire i rumori e i colori della valle attraverso le sue sensazioni e i suoi pensieri, che mai come prima erano stati lasciati liberi di crescere, di connettersi e divenire idee. Il telefono scarico non lo preoccupa più, non serve altro che chiudere gli occhi e iniziare il racconto.

 

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CONCLUSIONE (8) _ Giovanni Zambiasi

”Ragazzi torniamo a baita?”
Prima di rispondere a Guido ci guardiamo tutti negli occhi senza parlare, siamo fuori dal golfo all’altezza del pontile del Piantone e l’onda morta che arriva dal lago è impressionante. ancora pochi minuti per decidere e poi sarebbe difficile girare la barca senza rischiare la scuffiata.
Comunque non serve rispondere, davanti abbiamo quello che noi tutti sognavamo da sempre: “el Vent de Balì”, quello forte, quello che ci hanno sempre raccontato e mai visto.
Non avevamo più tempo, il motore fuoribordo non ce la fa più a spingere il nostro Fun e dobbiamo per forza arrivare sulla linea di partenza a vela.
Randa terzarolata e tormentina e via di bolina verso il gruppone di vele bianche che a nord si confonde con le creste delle onde vaporizzate da quel vento mai sperimentato.
Dopo poche virate Luca sconsolato fa notare quello che avevamo già capito:
“Cazzo… non arriveremo mai per le otto e mezza!”
Nessuno commenta e nel nostro cuore speriamo in un rinvio, come noi decine di barche arrancano dai porti a sud per la regata dell’anno e in quelle condizioni meteo la giuria non poteva non vederci.
Dopo circa venti minuti dal suono di partenza della sirena, senza di noi, tagliamo sulla boa sotto costa e ci buttiamo all’inseguimento, muri d’acqua e raffiche nere che oscurano il lago non ci spaventano più.
Valentina, la nostra barca, regge e noi siamo un corpo solo con lei; io al timone urlo le manovre e gli altri le eseguono alla perfezione, ogni virata ci porta a nord verso la boa di ritorno. Tagliamo le onde come un coltello.
Tutti e quattro sopravento facciamo del nostro meglio per tenere dritta Valentina senza straorzare, la randa è ormai ammainata da due ore e la tormentina è l’unico straccio che in quelle condizioni possiamo usare.
Stiamo sotto costa e sfruttiamo i promontori, a centro lago è un’ecatombe, moltissime imbarcazioni rientrano disalberate e rotte, vanno alla deriva, e tutti noi le osserviamo ringraziando in cuor nostro Piero per la perfetta cura con cui mantiene la barca, in ordine e perfettamente pronta per affrontare qualsiasi impresa.
Le sartie tengono e tutta la ferramenta non fa una piega, siamo ancora qui a lottare con le onde. Mi guardo intorno: facciamo sei nodi con una barca di sette metri, quasi senza vele, di bolina con onda corta, mai così alta, sul naso e il Balì a raffiche da 60 nodi, Guido canticchia tenendo in mano la scotta del fiocco, Piero a poppa, aggrappato alle volanti, controlla la sua creatura, Luca a prua osserva l’orizzonte alla ricerca del nostro gruppo e la boa si avvicina.
Prepariamo la manovra per tempo e alla girata tutto fila liscio, decidiamo per il genoa e tutta randa e dopo la strambata iniziamo a volare sui laschi.
Valentina sotto raffica esce dalle sue linee d’acqua e vibra come mai l’avevo sentita, planiamo sulle onde come fossimo un surf gigante e tutti a poppa speriamo di non ingavonare e annullare questo giorno bellissimo. Il carica basso e le volanti sembrano indistruttibili e la velocità arriva ad undici nodi.
Al passaggio intermedio la giuria comunica che siamo i sedicesimi assoluti, non ci crediamo e non ci interessa, voliamo e l’euforia aumenta, niente ci può fermare.
Movimenti precisi durante le manovre, forza e coraggio a recuperare gli errori, sapienza e maestria per farci amico il vento ci permettono di girare l’ultima boa e puntare alla conclusione, al traguardo tiriamo dritto e rientriamo al nostro porto seguendo il tramonto. Oggi non ci interessa sapere il risultato, per quello c’è tempo. Siamo una squadra e la conclusione non è l’obiettivo.

 

 

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CONQUISTA (8) _ Giovanni Zambiasi

Le capsule di stasi si erano aperte contemporaneamente. Il sonno durato 25 anni luce era finito e le lampade solari di simulazione rendevano questo momento sempre uguale e incredibilmente simile ai risvegli di quando ero bambino.
L’equipaggio della nave stellare, me compreso, aveva solo 50 minuti per attivare il protocollo di avvicinamento alla stazione spaziale b–222 e dovevamo fare in fretta, sapevamo di essere stati già miracolati poiché la nostra nave prima del salto a velocità Parsec era seriamente danneggiata e prima di entrare nelle capsule ognuno di noi non sapeva se si sarebbe risvegliato e se avrebbe rivisto gli altri al risveglio.
B–222, in orbita attorno ad Encelado, satellite di Saturno, non era altro che un vecchio cantiere della flotta dove le riparazioni sarebbero durate più a lungo del normale, ma non avevamo scelta e lì dovevamo restare.
Nei lunghi giorni all’ormeggio, osservando gli androidi riparatori dall’oblò della cabina, rivedevo la battaglia per la conquista del sistema 61 Cygni.
Il piano di attacco prevedeva il fattore sorpresa comparendo nell’orbita del 4° pianeta interno del sistema, cuore delle forze nemiche che da anni respingevamo con fatica ai confini del nostro sistema solare. Loro erano arrivati come uno sciame di cavallette fameliche e devastanti e la Terra non aveva avuto altra scelta se non combattere per la propria sopravvivenza.
La tecnologia Parsec, però, aveva fatto la differenza e quando i nostri servizi capirono che la Flotta di 61 Cygni non poteva viaggiare così veloce, il Consiglio delle Nazioni aveva deciso di inviare il contingente che presidiava il quadrante di Saturno a distruggere il cervello e il cuore dei mostri che, a ondate, si buttavano sulla cintura degli asteroidi per oltrepassarla e raggiungere il nostro pianeta: volevano l’acqua.
Ci aspettavano e otto anni di attacchi non erano riusciti a scalfire le loro difese, ma la flotta era stata richiamata procrastinando lo scontro.
La conquista del loro sistema stellare era un dovere che il mio io-guerriero mi aveva imposto, quindi partii con una delle navi classe Arciere, veloci e letali come le frecce di Eracle.
Quel giorno, però, mi sentivo un’idiota! Il tempo trascorso a dormire nella camera di stasi durante i viaggi stellari mi aveva separato dalla mia vita di circa 150 anni: erano già tre le campagne di guerra a cui partecipavo e ogni viaggio mi allontanava sempre di più nel tempo dalla donna a cui avevo giurato di tornare. Einstein aveva ragione: il tempo e lo spazio si dilatano e si restringono in relazione alla velocità con cui si percorrono.
Marta era sicuramente morta da almeno 100 anni terrestri, io ero invecchiato fisicamente di 8 anni ma mi trovavo avanti di 150, in un futuro che non conoscevo.
Improvvisamente l’interfono convocò l’equipaggio: il Capitano e gli Ufficiali avevano importanti comunicazioni da fare. Tutti curiosi e stipati in sala adunata ascoltammo stupiti il Capitano che ci comunicava la fine della Guerra con 61 Cygni, incredibilmente si erano arresi per la scarsità di risorse idriche, combustibile base per i loro motori stellari e le loro astronavi.
Felici e confusi, potevamo rientrare sul pianeta Terra!
La navetta atterrò e il tempo riprese la velocità che conoscevo prima della mia partenza, la folla che ci aspettava esultante vestiva in modo normale, in fondo non tutto era cambiato in questo futuro. Eravamo i primi a rientrare e l’accoglienza a noi riservata era degna degli eroi dei tempi passati, i miei occhi, però, non riconobbero nessun viso conosciuto e la felicità piano piano si trasformò in solitudine. Avevamo conquistato un sistema stellare, ma a quale prezzo per tutti noi che avevamo deciso di partire?
Arrivato al Centro Militare per il periodo di reinserimento sociale non desideravo altro se non la libertà di ritornare nella città in cui ero nato, per visitare le tombe dei miei cari, scoprire e conoscere gli eredi della mia famiglia, piangere per tutti gli affetti che avevo sacrificato e per l’amore che non avrei mai più potuto rivedere. Pensavo a tutto questo mentre riponevo nell’armadio il mio bagaglio e i miei ricordi dello spazio esterno, quando l’assistente di supporto entrando all’improvviso nella cameretta mi consegnò una lettera vecchia di un secolo. La aprii con cura, la paura mescolata alla gioia, e lessi quelle righe seduto sulla branda: Marta mi stava aspettando a poche ore di viaggio dal Centro, il suo risveglio dal crio-sonno era iniziato e in pochi giorni avrebbe potuto riabbracciarmi. Insieme avevamo conquistato il tempo.

 

 

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SAPERE (9) _ GIOVANNI ZAMBIASI

Osservava il bambino da giorni e, piano piano, cominciava a capire. Erano molti anni che si occupava di problemi connessi all’età evolutiva, ma mai aveva visto qualcosa di simile.
Il ragazzino era concentratissimo, stava disegnando quello che vedeva. Il panorama sul lago sotto di loro rifletteva di luce blu le montagne sull’altra sponda, creando un effetto spettacolare, in contrasto con il verde dei prati che scendevano fino alla riva.
Nei giorni precedenti aveva osservato Andrea senza capire il perché della sua ostinazione a non voler apprendere come tutti i suoi coetanei, il suo rifiuto della scuola e dell’insegnante.
Eppure la maestra, giovane e simpatica, era anche gentile e preparata, come in pochi altri casi aveva trovato. Ma Andrea non ne voleva sapere di stare in quella classe dove si parlava di storia e matematica, italiano e geografia.
A lui piaceva osservare il mondo e imparare dalla realtà che lo circondava e in cui era immerso.
Preferiva riprodurre oggetti con una manualità fantastica, trasferiva in colori e tratteggi le immagini che i suoi occhi percepivano.
Una memoria vivissima gli rendeva facile ricordare in modo perfetto parole e avvenimenti letti o vissuti anche per pochi secondi.
La cosa più strabiliante, però, era la sua capacità di conoscere fatti avvenuti in passato legati a luoghi e persone. Era capace di organizzare le informazioni che percepiva e assemblandole con le emozioni, riusciva a comprendere quello che era successo attraverso un’analisi dei dati che gli venivano offerti, cosa incredibile per la sua età.
In pratica il problema di Andrea non sembrava essere un problema, ma piuttosto un nuovo modo di organizzare e accrescere l’esperienza.
Nel gioco con i suoi amichetti era a suo agio, felice di interagire, desideroso di vincere, generoso nei giochi di squadra, e per la prima volta nella sua lunga carriera di psicologo appariva all’orizzonte del suo cervello il dubbio.
Regole, consuetudini, modalità standardizzate e modi di vivere imposti, quei riferimenti per decidere la normalità e classificare anomalie erano elementi relativi, con un piccolo spostamento del punto di vista tutto sembrava meno immutabile.
Andare a scuola per imparare, poi vivere e sperimentare sulla base di dati forzosamente memorizzati, costruire la propria personalità su fondamenta di informazioni provenienti da una società e un sapere manipolato da altri, da troppi, questa è la triste imposizione a cui tutti i bambini del mondo occidentale devono piegarsi.
E l’accesso al sapere universale che permea la vita, accessibile solo con la spontanea e serena consapevolezza che esso esiste, consapevolezza che solo un bambino possiede, che valenza aveva nella società moderna?
Scoprire se stessi immersi nell’ambiente che ci circonda, per attingere dall’enciclopedia scolastica quello che ci serve, non era forse auspicabile anziché essere sommersi dall’enciclopedia prima di scoprire noi stessi?
Il dubbio si stava trasformando nella sgradevole sensazione di essere stato derubato di una grande risorsa, chissà se il percorso della sua vita umana e professionale sarebbe stato lo stesso.
Disagio, disturbi dello sviluppo e del comportamento, diversità, patologie dinamiche e fobie, tutto il suo sapere e le conoscenze che aveva accumulato in una vita mulinavano in un cervello che scopriva improvvisamente di essere sprovvisto di chiavi di lettura adatte per renderle veramente sue, per riuscire a capire chi è il terapeuta e dove si trova la linea che separa l’anomalia dalla normalità.
Seduto vicino ad Andrea osservava anche lui il lago e le barche che con le vele coloratissime si muovevano seguendo traiettorie scritte dal vento. Non aveva mai notato il silenzio delle vele dando per scontato il rumore dei motori che creano movimento.
Non ricordava quanti anni, o solo istanti, erano passati, ma il foglio e la matita erano lì accanto lui… chissà se faceva ancora in tempo a ritrovare quel bambino che non aveva mai potuto essere.

 

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MALINCONIA (8)_GIOVANNI ZAMBIASI

Lo aveva lasciato scritto: ”…la mia tomba dovrà essere a Campei”.
Il nonno amava quell’altopiano come nient’altro al mondo e nonna ne era sempre stata gelosa.
Cammino lentamente risalendo il sentiero che evitando la stradina sterrata entra nei castagneti della Valle raggiungendo i prati di Campei. Lo percorro ogni anno e salendo raccolgo dei fiori. Attorno alla pietra ci sono milioni di fiori bellissimi e vivi, ma questi sono il mio dono. Il nonno veniva sempre in questa Valle a cavallo, accompagnava turisti e raccontava le storie e le leggende di questa terra sconosciuta, difficile da raggiungere e impossibile da dimenticare.
Salgo e mi accorgo di non essere sola quest’anno: un’altra persona mi precede, la intravedo tra gli alberi camminare veloce e seguire il sentiero che pensavo di essere tra i pochi a conoscere.
E’ una via antica: unica a seguire la logica dei passi e non quella delle ruote, ultima testimone del sudore che accompagnava i pastori e i carbonai che la percorrevano.
Esco dal bosco e seguo la sua strada che porta dove anch’io voglio andare: la pietra bianca con inciso il nome del nonno.
Arriva prima di me, affretto il passo, ma gli ultimi minuti di cammino diventano infiniti come le domande che mi occupano il cervello… chi sarà?
“Buongiorno”, la voce è calma e mi accoglie all’arrivo, “conosci anche tu Giovanni?”.
Mi anticipa mentre sto ancora prendendo fiato.
“Sono sua nipote, e lei?”.
“Io sono Caterina, sua figlia, piacere di averti incontrato”.
Non riesco a parlare, mio padre mai mi aveva parlato di una zia… ma lei lo sa?
Mi siedo vicino a lei in silenzio e inizio a mettere in ordine le domande che esplodono dentro di me e iniziamo a raccontarci.
Scopro fatti ed episodi della vita di nonno Giovanni che non conoscevo, che non avrei mai immaginato, racconto tutte le cose belle che mi ricordo di lui. Ridiamo e piangiamo e ci abbracciamo, il tempo passa e dopo aver condiviso la frutta e il pane che avevamo negli zainetti salutiamo il nonno, suo padre, sicure che lì da qualche parte ci osserva divertito.
Quest’anno Giovanni ci offre un dono inaspettato, cammina ancora con noi e ci accompagna ai confini della sua Valle, cancellando la malinconia che sempre accompagnava la discesa.

 

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