CONCLUSIONE (8) _ Giovanni Zambiasi

”Ragazzi torniamo a baita?”
Prima di rispondere a Guido ci guardiamo tutti negli occhi senza parlare, siamo fuori dal golfo all’altezza del pontile del Piantone e l’onda morta che arriva dal lago è impressionante. ancora pochi minuti per decidere e poi sarebbe difficile girare la barca senza rischiare la scuffiata.
Comunque non serve rispondere, davanti abbiamo quello che noi tutti sognavamo da sempre: “el Vent de Balì”, quello forte, quello che ci hanno sempre raccontato e mai visto.
Non avevamo più tempo, il motore fuoribordo non ce la fa più a spingere il nostro Fun e dobbiamo per forza arrivare sulla linea di partenza a vela.
Randa terzarolata e tormentina e via di bolina verso il gruppone di vele bianche che a nord si confonde con le creste delle onde vaporizzate da quel vento mai sperimentato.
Dopo poche virate Luca sconsolato fa notare quello che avevamo già capito:
“Cazzo… non arriveremo mai per le otto e mezza!”
Nessuno commenta e nel nostro cuore speriamo in un rinvio, come noi decine di barche arrancano dai porti a sud per la regata dell’anno e in quelle condizioni meteo la giuria non poteva non vederci.
Dopo circa venti minuti dal suono di partenza della sirena, senza di noi, tagliamo sulla boa sotto costa e ci buttiamo all’inseguimento, muri d’acqua e raffiche nere che oscurano il lago non ci spaventano più.
Valentina, la nostra barca, regge e noi siamo un corpo solo con lei; io al timone urlo le manovre e gli altri le eseguono alla perfezione, ogni virata ci porta a nord verso la boa di ritorno. Tagliamo le onde come un coltello.
Tutti e quattro sopravento facciamo del nostro meglio per tenere dritta Valentina senza straorzare, la randa è ormai ammainata da due ore e la tormentina è l’unico straccio che in quelle condizioni possiamo usare.
Stiamo sotto costa e sfruttiamo i promontori, a centro lago è un’ecatombe, moltissime imbarcazioni rientrano disalberate e rotte, vanno alla deriva, e tutti noi le osserviamo ringraziando in cuor nostro Piero per la perfetta cura con cui mantiene la barca, in ordine e perfettamente pronta per affrontare qualsiasi impresa.
Le sartie tengono e tutta la ferramenta non fa una piega, siamo ancora qui a lottare con le onde. Mi guardo intorno: facciamo sei nodi con una barca di sette metri, quasi senza vele, di bolina con onda corta, mai così alta, sul naso e il Balì a raffiche da 60 nodi, Guido canticchia tenendo in mano la scotta del fiocco, Piero a poppa, aggrappato alle volanti, controlla la sua creatura, Luca a prua osserva l’orizzonte alla ricerca del nostro gruppo e la boa si avvicina.
Prepariamo la manovra per tempo e alla girata tutto fila liscio, decidiamo per il genoa e tutta randa e dopo la strambata iniziamo a volare sui laschi.
Valentina sotto raffica esce dalle sue linee d’acqua e vibra come mai l’avevo sentita, planiamo sulle onde come fossimo un surf gigante e tutti a poppa speriamo di non ingavonare e annullare questo giorno bellissimo. Il carica basso e le volanti sembrano indistruttibili e la velocità arriva ad undici nodi.
Al passaggio intermedio la giuria comunica che siamo i sedicesimi assoluti, non ci crediamo e non ci interessa, voliamo e l’euforia aumenta, niente ci può fermare.
Movimenti precisi durante le manovre, forza e coraggio a recuperare gli errori, sapienza e maestria per farci amico il vento ci permettono di girare l’ultima boa e puntare alla conclusione, al traguardo tiriamo dritto e rientriamo al nostro porto seguendo il tramonto. Oggi non ci interessa sapere il risultato, per quello c’è tempo. Siamo una squadra e la conclusione non è l’obiettivo.

 

 

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CONQUISTA (8) _ Giovanni Zambiasi

Le capsule di stasi si erano aperte contemporaneamente. Il sonno durato 25 anni luce era finito e le lampade solari di simulazione rendevano questo momento sempre uguale e incredibilmente simile ai risvegli di quando ero bambino.
L’equipaggio della nave stellare, me compreso, aveva solo 50 minuti per attivare il protocollo di avvicinamento alla stazione spaziale b–222 e dovevamo fare in fretta, sapevamo di essere stati già miracolati poiché la nostra nave prima del salto a velocità Parsec era seriamente danneggiata e prima di entrare nelle capsule ognuno di noi non sapeva se si sarebbe risvegliato e se avrebbe rivisto gli altri al risveglio.
B–222, in orbita attorno ad Encelado, satellite di Saturno, non era altro che un vecchio cantiere della flotta dove le riparazioni sarebbero durate più a lungo del normale, ma non avevamo scelta e lì dovevamo restare.
Nei lunghi giorni all’ormeggio, osservando gli androidi riparatori dall’oblò della cabina, rivedevo la battaglia per la conquista del sistema 61 Cygni.
Il piano di attacco prevedeva il fattore sorpresa comparendo nell’orbita del 4° pianeta interno del sistema, cuore delle forze nemiche che da anni respingevamo con fatica ai confini del nostro sistema solare. Loro erano arrivati come uno sciame di cavallette fameliche e devastanti e la Terra non aveva avuto altra scelta se non combattere per la propria sopravvivenza.
La tecnologia Parsec, però, aveva fatto la differenza e quando i nostri servizi capirono che la Flotta di 61 Cygni non poteva viaggiare così veloce, il Consiglio delle Nazioni aveva deciso di inviare il contingente che presidiava il quadrante di Saturno a distruggere il cervello e il cuore dei mostri che, a ondate, si buttavano sulla cintura degli asteroidi per oltrepassarla e raggiungere il nostro pianeta: volevano l’acqua.
Ci aspettavano e otto anni di attacchi non erano riusciti a scalfire le loro difese, ma la flotta era stata richiamata procrastinando lo scontro.
La conquista del loro sistema stellare era un dovere che il mio io-guerriero mi aveva imposto, quindi partii con una delle navi classe Arciere, veloci e letali come le frecce di Eracle.
Quel giorno, però, mi sentivo un’idiota! Il tempo trascorso a dormire nella camera di stasi durante i viaggi stellari mi aveva separato dalla mia vita di circa 150 anni: erano già tre le campagne di guerra a cui partecipavo e ogni viaggio mi allontanava sempre di più nel tempo dalla donna a cui avevo giurato di tornare. Einstein aveva ragione: il tempo e lo spazio si dilatano e si restringono in relazione alla velocità con cui si percorrono.
Marta era sicuramente morta da almeno 100 anni terrestri, io ero invecchiato fisicamente di 8 anni ma mi trovavo avanti di 150, in un futuro che non conoscevo.
Improvvisamente l’interfono convocò l’equipaggio: il Capitano e gli Ufficiali avevano importanti comunicazioni da fare. Tutti curiosi e stipati in sala adunata ascoltammo stupiti il Capitano che ci comunicava la fine della Guerra con 61 Cygni, incredibilmente si erano arresi per la scarsità di risorse idriche, combustibile base per i loro motori stellari e le loro astronavi.
Felici e confusi, potevamo rientrare sul pianeta Terra!
La navetta atterrò e il tempo riprese la velocità che conoscevo prima della mia partenza, la folla che ci aspettava esultante vestiva in modo normale, in fondo non tutto era cambiato in questo futuro. Eravamo i primi a rientrare e l’accoglienza a noi riservata era degna degli eroi dei tempi passati, i miei occhi, però, non riconobbero nessun viso conosciuto e la felicità piano piano si trasformò in solitudine. Avevamo conquistato un sistema stellare, ma a quale prezzo per tutti noi che avevamo deciso di partire?
Arrivato al Centro Militare per il periodo di reinserimento sociale non desideravo altro se non la libertà di ritornare nella città in cui ero nato, per visitare le tombe dei miei cari, scoprire e conoscere gli eredi della mia famiglia, piangere per tutti gli affetti che avevo sacrificato e per l’amore che non avrei mai più potuto rivedere. Pensavo a tutto questo mentre riponevo nell’armadio il mio bagaglio e i miei ricordi dello spazio esterno, quando l’assistente di supporto entrando all’improvviso nella cameretta mi consegnò una lettera vecchia di un secolo. La aprii con cura, la paura mescolata alla gioia, e lessi quelle righe seduto sulla branda: Marta mi stava aspettando a poche ore di viaggio dal Centro, il suo risveglio dal crio-sonno era iniziato e in pochi giorni avrebbe potuto riabbracciarmi. Insieme avevamo conquistato il tempo.

 

 

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SAPERE (9) _ GIOVANNI ZAMBIASI

Osservava il bambino da giorni e, piano piano, cominciava a capire. Erano molti anni che si occupava di problemi connessi all’età evolutiva, ma mai aveva visto qualcosa di simile.
Il ragazzino era concentratissimo, stava disegnando quello che vedeva. Il panorama sul lago sotto di loro rifletteva di luce blu le montagne sull’altra sponda, creando un effetto spettacolare, in contrasto con il verde dei prati che scendevano fino alla riva.
Nei giorni precedenti aveva osservato Andrea senza capire il perché della sua ostinazione a non voler apprendere come tutti i suoi coetanei, il suo rifiuto della scuola e dell’insegnante.
Eppure la maestra, giovane e simpatica, era anche gentile e preparata, come in pochi altri casi aveva trovato. Ma Andrea non ne voleva sapere di stare in quella classe dove si parlava di storia e matematica, italiano e geografia.
A lui piaceva osservare il mondo e imparare dalla realtà che lo circondava e in cui era immerso.
Preferiva riprodurre oggetti con una manualità fantastica, trasferiva in colori e tratteggi le immagini che i suoi occhi percepivano.
Una memoria vivissima gli rendeva facile ricordare in modo perfetto parole e avvenimenti letti o vissuti anche per pochi secondi.
La cosa più strabiliante, però, era la sua capacità di conoscere fatti avvenuti in passato legati a luoghi e persone. Era capace di organizzare le informazioni che percepiva e assemblandole con le emozioni, riusciva a comprendere quello che era successo attraverso un’analisi dei dati che gli venivano offerti, cosa incredibile per la sua età.
In pratica il problema di Andrea non sembrava essere un problema, ma piuttosto un nuovo modo di organizzare e accrescere l’esperienza.
Nel gioco con i suoi amichetti era a suo agio, felice di interagire, desideroso di vincere, generoso nei giochi di squadra, e per la prima volta nella sua lunga carriera di psicologo appariva all’orizzonte del suo cervello il dubbio.
Regole, consuetudini, modalità standardizzate e modi di vivere imposti, quei riferimenti per decidere la normalità e classificare anomalie erano elementi relativi, con un piccolo spostamento del punto di vista tutto sembrava meno immutabile.
Andare a scuola per imparare, poi vivere e sperimentare sulla base di dati forzosamente memorizzati, costruire la propria personalità su fondamenta di informazioni provenienti da una società e un sapere manipolato da altri, da troppi, questa è la triste imposizione a cui tutti i bambini del mondo occidentale devono piegarsi.
E l’accesso al sapere universale che permea la vita, accessibile solo con la spontanea e serena consapevolezza che esso esiste, consapevolezza che solo un bambino possiede, che valenza aveva nella società moderna?
Scoprire se stessi immersi nell’ambiente che ci circonda, per attingere dall’enciclopedia scolastica quello che ci serve, non era forse auspicabile anziché essere sommersi dall’enciclopedia prima di scoprire noi stessi?
Il dubbio si stava trasformando nella sgradevole sensazione di essere stato derubato di una grande risorsa, chissà se il percorso della sua vita umana e professionale sarebbe stato lo stesso.
Disagio, disturbi dello sviluppo e del comportamento, diversità, patologie dinamiche e fobie, tutto il suo sapere e le conoscenze che aveva accumulato in una vita mulinavano in un cervello che scopriva improvvisamente di essere sprovvisto di chiavi di lettura adatte per renderle veramente sue, per riuscire a capire chi è il terapeuta e dove si trova la linea che separa l’anomalia dalla normalità.
Seduto vicino ad Andrea osservava anche lui il lago e le barche che con le vele coloratissime si muovevano seguendo traiettorie scritte dal vento. Non aveva mai notato il silenzio delle vele dando per scontato il rumore dei motori che creano movimento.
Non ricordava quanti anni, o solo istanti, erano passati, ma il foglio e la matita erano lì accanto lui… chissà se faceva ancora in tempo a ritrovare quel bambino che non aveva mai potuto essere.

 

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MALINCONIA (8)_GIOVANNI ZAMBIASI

Lo aveva lasciato scritto: ”…la mia tomba dovrà essere a Campei”.
Il nonno amava quell’altopiano come nient’altro al mondo e nonna ne era sempre stata gelosa.
Cammino lentamente risalendo il sentiero che evitando la stradina sterrata entra nei castagneti della Valle raggiungendo i prati di Campei. Lo percorro ogni anno e salendo raccolgo dei fiori. Attorno alla pietra ci sono milioni di fiori bellissimi e vivi, ma questi sono il mio dono. Il nonno veniva sempre in questa Valle a cavallo, accompagnava turisti e raccontava le storie e le leggende di questa terra sconosciuta, difficile da raggiungere e impossibile da dimenticare.
Salgo e mi accorgo di non essere sola quest’anno: un’altra persona mi precede, la intravedo tra gli alberi camminare veloce e seguire il sentiero che pensavo di essere tra i pochi a conoscere.
E’ una via antica: unica a seguire la logica dei passi e non quella delle ruote, ultima testimone del sudore che accompagnava i pastori e i carbonai che la percorrevano.
Esco dal bosco e seguo la sua strada che porta dove anch’io voglio andare: la pietra bianca con inciso il nome del nonno.
Arriva prima di me, affretto il passo, ma gli ultimi minuti di cammino diventano infiniti come le domande che mi occupano il cervello… chi sarà?
“Buongiorno”, la voce è calma e mi accoglie all’arrivo, “conosci anche tu Giovanni?”.
Mi anticipa mentre sto ancora prendendo fiato.
“Sono sua nipote, e lei?”.
“Io sono Caterina, sua figlia, piacere di averti incontrato”.
Non riesco a parlare, mio padre mai mi aveva parlato di una zia… ma lei lo sa?
Mi siedo vicino a lei in silenzio e inizio a mettere in ordine le domande che esplodono dentro di me e iniziamo a raccontarci.
Scopro fatti ed episodi della vita di nonno Giovanni che non conoscevo, che non avrei mai immaginato, racconto tutte le cose belle che mi ricordo di lui. Ridiamo e piangiamo e ci abbracciamo, il tempo passa e dopo aver condiviso la frutta e il pane che avevamo negli zainetti salutiamo il nonno, suo padre, sicure che lì da qualche parte ci osserva divertito.
Quest’anno Giovanni ci offre un dono inaspettato, cammina ancora con noi e ci accompagna ai confini della sua Valle, cancellando la malinconia che sempre accompagnava la discesa.

 

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LEGGEREZZA (8)_Giovanni Zambiasi

Il passo pesante e l’affanno lo stavano facendo pentire di aver partecipato alla festa di compleanno, ma come rinunciare al 50° di Marco?
D’altra parte l’escursione in vetta al Monte Zingla era stata programmata da tempo, ma quella mattina avrebbe dormito volentieri fino a tardi. Giulio, meditabondo, seguiva a stento il gruppo di amici che zampettavano davanti a lui come caprioli, in effetti avrebbe dovuto essere un giorno speciale, un’occasione che si ripeteva solo ogni 10 anni circa.
Sulla cima della montagna, infatti, in coincidenza con le forti piogge che ogni decennio si ripetevano puntuali a causa del minimo solare, sgorgava per alcuni giorni una colonna d’acqua che proveniva da chissà dove. Lassù, a 1500 metri, la gravità era messa in dubbio dalla forza dell’acqua che saliva come non avesse peso per alcuni metri quasi a raggiungere il cielo.
Il ricordo dell’ultima volta era ancora vivo nei suoi pensieri e assolutamente voleva rivivere quell’emozione, non poteva mancare e quello era il giorno perfetto.
Le gambe comunque sembravano non condividere il desiderio e non collaboravano. L’ultimo della fila era sparito dietro al costone, nessuno lo vedeva e poteva fermarsi a respirare, senza però far aumentare troppo i battiti: respirare profondamente e trattenere il respiro in sequenza alternata è un buon sistema per ridurre la frequenza cardiaca.
“Tanto il sentiero lo conosco… più in su della cima non possono andare“,Giulio pensava e borbottava da solo seduto sotto il faggio con la pancia segata a metà dalla cintura improvvisamente stretta che gli ricorda il compleanno.
La sera prima era stata fantastica, una festa veramente bella, Marco aveva invitato gli amici più vicini al suo modo d’intendere la vita e la sintonia era stata perfetta.
L’aperitivo allargato a quasi antipasto l’aveva colto di sorpresa, pizzette artigianali, sott’olii e formaggi delle sue montagne in olio EVO, accompagnato da Rosé brut come se piovesse, non poteva non essere condiviso. L’idea di trattenersi con le portate successive era miseramente naufragata all’arrivo dei tortelli gorgonzola e noci, buonissimi, conditi con burro estivo di malga fritto con salvia e pinoli tostati. Marco esperto macellaio, aveva preparato personalmente la carne salada arrivata dopo. Ci vuole maestria e pazienza per prepararla, saper dosare il sale e le erbe aromatiche, ma soprattutto il tempo: non poco, non troppo, il giusto periodo per far sì che la carne si cuocia nel sale il tanto che basta per renderla saporitissima. I fagioli con le cipolle serviti come contorno provenivano dagl’orti della sua Valle, neri e carnosi contrastavano con il bianco candido della cipolla a fettine, un abbinamento perfetto con l’aceto balsamico… troppo!
Il vino rosso scorreva, Botticino del 2009, annata eccellente, eccellente come il carrello di dolci e il passito che era apparso nei bicchieri.
Il colpo di grazia era però arrivato dopo le canzoni, gli auguri e i regali, davanti al fuoco mentre ricordavano insieme il peggio e il meglio delle loro vite condivise.
“Vi presento il miglior Whisky 21 anni del mondo”, Marco era fiero della sua scoperta.
Giapponese, è Giapponese e non l’avrebbe pensato mai nessuno, in ogni caso meraviglioso com’era l’avevano bevuto tutto.
Doveva rialzarsi e proseguire, ma la pancia e la cintura stavano litigando, brontolii sordi e minacciosi provenienti dal basso ventre non facevano presagire nulla di buono.
Una rapida occhiata verso valle:
“Non sale nessuno e gli altri sono già quasi arrivati”.
Giulio è solo, occasione perfetta: gira dietro al faggio a sbalzo sul costone, accucciato con i calzoni calati dona i ricordi dei bagordi della notte precedente al boschetto di rododendro aggrappato alle rocce sotto di lui. Una liberazione che riconcilia la cintura con la pancia, una leggerezza che ridà vita alle sue gambe intorpidite. Sale rapido adesso verso la cima, leggero come l’acqua che lo sta aspettando.

 

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CONDIVISIONE (8)_ Giovanni Zambiasi

La camera dell’Agriturismo era molto bella, arredata con mobili di famiglia, offriva l’occasione di assaporare un’accoglienza che andava al di là degli ospiti. Fuori nevicava forte e la macchina nel parcheggio non si vedeva quasi più, sommersa da almeno 40 cm di neve. Malgrado il suo fosse un fuoristrada era riuscito a stento a proseguire fino a raggiungere quel posto, seguendo i cartelli segnaletici nella tormenta inaspettata, deciso ad attendere il mattino con la speranza che i mezzi spazzaneve avrebbero pulito la strada.

A casa era tutto tranquillo, sapevano che era al sicuro e comunque non c’era niente di urgente di cui occuparsi. Le voci delle ragazze lo distolsero dalla finestra, erano nel bagno e sarebbero uscite a breve. Gentili, avevano insistito nell’offrire il terzo letto della loro camera a lui, ultimo arrivato nell’Agriturismo ormai al completo, avrebbe dormito volentieri su una sedia pur di non guidare quella notte, ma Stefania e Carolina l’avevano convinto, e dopo un giro di grappe si erano rintanati nella camera calda e accogliente.

Bagno libero, toccava a lui: doccia calda, dentifricio ed esce. La piccola luce notturna sul comodino illumina le due compagne di camera, sono belle. Il piccolo letto lo aspetta in un angolo, tra il muro e l’armadio, probabilmente era il letto di un bimbo, ma non importa e, raggomitolandosi, dà loro l’ok per spegnere la luce.

Stefania ride: “Ma non sei un po’ scomodo in quella culla?”.

“Vieni qui con noi, il nostro letto è grande”, Carolina si sposta di lato a conferma che lo stanno aspettando.

Il sogno proibito di Giorgio arriva al cervello come un petardo con la miccia difettosa che scoppia in mano, il tempo si ferma e lui incastrato tra la voglia di saltare in quel letto e il dubbio di aver frainteso non riesce a muovere un muscolo. Ci pensa Stefania, capelli rossi e crespi e un corpo abbondante, ma non troppo, sposta le coperte e scende dal letto, il pigiama è una t-shirt lunghissima che le arriva alle ginocchia:

“Dai, vieni non fare il timido”, lo prende per la mano e lo trascina fuori dal suo rifugio. L’angolo in ombra in cui era rintanato si allontana in modo proporzionale all’aumentare dei battiti del suo cuore, Stefania lo invita a entrare nel letto, in mezzo, accanto a Carolina, bionda e provocante. La luce non si spegne e lui socchiudendo gli occhi usa l’olfatto per inebriarsi dei profumi diversi e intensi delle due ragazze. Il petardo ormai era scoppiato e l’idea di fare sesso in tre occupava ogni singolo neurone del suo cervello.

Il calore del corpo di Stefania si mescolava al movimento della gamba di Carolina: “Ma voi volete dormire?”.

La frase stupidissima gli esce dalla bocca senza che se ne accorga e la risposta esplode dolcissima: sta baciando Stefania che, come impazzita, lo abbraccia togliendosi la t-shirt e facendo volare le mutandine, lui fa lo stesso eccitato come non mai dalle mani di Carolina che già nuda li sta accarezzando entrambi. Profumi si mescolano a sapori aspri e dolci, sospiri che diventano lamenti di piacere. Non esiste più alcun ruolo, solo la libertà di provare sensazioni fortissime. Stefania… Carolina… Giorgio… ricominciare scambiandosi gli occhi, la bocca, la pelle, piacere altissimo, insieme, eccitati come mai avevano sperato, con la certezza di non essere in un sogno. La luce del giorno, amplificata dalla neve bianchissima, li sveglia annullando quella della lampadina rimasta accesa; Carolina è ancora avvinghiata a lui, Stefania lo bacia sulla guancia guardandolo con gli occhi verdi chiarissimi. Avevano condiviso la stanza, i loro corpi, la notte. Carolina, accarezzando l’orecchio di Giorgio con le labbra, sussurra:

“E’ presto, la colazione termina alle 11”.

Avrebbero condiviso anche il mattino.

 

 

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COMPRENSIONE (6)_Giovanni Zambiasi

Come al solito si era alzato presto, un bacio e via. I pensieri già correvano veloci, tutti gli impegni e i doveri della giornata lo attendevano pazienti: uno dopo l’altro sarebbero stati presi in considerazione. Le sensazioni e il piacere della notte ancora si mescolavano all’aria fresca che entrando dal finestrino della macchina lo spettinava. Pensava a Simonetta che probabilmente ancora a letto, nuda, lo stava aspettando… anche se era appena partito.
Ancora una volta la voglia di fuggire e restare solo, libero, annullava la dolcezza di quella donna innamorata che da giorni scommetteva il suo corpo seguendo il sogno e l’illusione di un amore perfetto.
L’apparire di quel desiderio di fuga era la prova che tutto stava finendo, che presto avrebbe iniziato a mentire, a inventare scuse per non incontrarla, a correre da lei solo per cancellare il senso di colpa per la sofferenza che stava provocando.
Come un documentario visto decine di volte ne conosceva ogni singolo fotogramma.
La capacità di percepire di essere desiderato gli permetteva di andare a colpo sicuro, non aveva mai sbagliato da quando lo aveva scoperto. Aveva trasformato la sua vita in un vortice di piacere e amore, decine di donne, una dopo l’altra, avevano condiviso il suo tempo offrendo la parte migliore del loro essere innamorate e ricevendo in cambio il sogno di essere ritenute uniche. Poi l’incubo dell’abbandono.
I pensieri rallentavano la sua guida, era in ritardo e aveva dimenticato di comprare il pane, avrebbe lavorato in montagna e doveva portarlo per il gruppo di tagliaboschi.
Il fornaio era a due passi: freccia, parcheggio, tre kg di pane e si riparte. Mette la retromarcia e un rumore di lamiera precede di un istante il blocco della macchina. Non aveva notato l’automobile che già uscita dal parcheggio stava passando dietro di lui.
Scendono insieme controllando i danni, entrambi hanno fretta di ripartire. Si scambiano i numeri di telefono, appuntamento la sera stessa per compilare il modello di costatazione amichevole, una scocciatura che si mescola alla fretta di entrambi di rivedersi. Lei riparte e sparisce nella direzione opposta alla sua.
Tutto era durato pochi minuti e lui sapeva già che la giornata sarebbe passata veloce, quella stessa sera avrebbe ancora una volta scommesso puntando sul suo istinto.
Si era offerto di andare a casa sua, una gentilezza premeditata, il primo passo di un rituale collaudato, e lei aveva accettato, segno di una cattura imminente. Il sole basso del tramonto non gli impediva di guidare veloce distratto dall’unico dovere di annullare la cena con la compagna degli ultimi mesi, sarebbe bastata una scusa, ne conosceva tante. Il segreto era di chiamare all’ultimo minuto, lamentarsi per l’imprevisto incredibile e recitare la parte della vittima per mimetizzare il reale carnefice, funzionava sempre.
Il cancello aperto, nel parcheggio privato la macchina con i segni dell’impatto erano la conferma che il posto era quello giusto. Ben visibile, nel giardino pieno di colori, il gazebo dove lei lo aspetta: gli viene incontro a piedi scalzi invitandolo a sedere con lei sul comodo divano. Lo spritz arancio pronto sul tavolino di bambù s’intona con il copricostume trasparente.
La suoneria dell’sms lo riporta alla realtà. Lei ha fretta e lui deve correre a portare il pane, le macchine sono danneggiate, la comprensione di quello che sta per accadere è chiara, ma per la prima volta il suo cuore non è in sintonia con il suo corpo. Per la prima volta capisce che l’obiettivo della sua frenetica ricerca va al di là della conquista, la comprensione diventa in un attimo immagine e il suo disperato bisogno d’amore cancella la paura di soffrire.
Lascia il numero di targa e i dati dell’assicurazione alla tipa che, infastidita, si ritrae immediatamente. In montagna si potranno arrangiare per una volta, pensa leggendo il messaggio appena arrivato. Cambia direzione, non è troppo tardi e di sicuro Simonetta lo aspetta ancora. “Ti amo”. “ Sto tornando…e non andrò più via”. Il giorno che poteva passare veloce, diventa eterno.

 

 

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