“Marcio in Danimarca” di Bruno Barcellan

C’è del marcio in Danimarca, come in ogni cosa, anche nel patto che MaryJane e Thobias, seduti in penombra al tavolino di un pub, stanno stringendo: a loro sembra una cosa da poco, senza importanza, quasi un gioco fra i due che sono quasi amanti, invece no. Il patto dice che fra cinque anni, qualsiasi cosa succeda, MaryJane e Thobias devono incontrarsi, cinque anni esatti, il 16 giugno 2020, compleanno di lui che farà ventidue anni precisi, lei quaranta, poco più. Una sorta di inquietudine nel non sapere cosa avrebbe riservato loro il futuro dalle apparenti maglie troppo larghe, li ha spinti a fissare una immaginaria puntina da disegno per far svolazzare un po’ meno questo futuro, così almeno sperano. “Cinque anni non sono molti e non sono pochi”, così lei dice a lui mostrandogli la mano aperta con tutte le dita spalancate e, contemporaneamente, guardandosi le unghie lunghe e curate.

Thobias risponde subito di sì, muove su e giù la testa e poggia la mano a combaciare con quella di lei, basta il solo contatto a fargli scattare un brivido, è in questi casi che apprezza il fatto di portare sempre i jeans capaci di mimetizzare il suo turbamento.
Progettano nei dettagli il loro incontro: scelgono il posto, a casa di lui o di lei non va bene, i genitori di lui sarebbero di troppo, lei invece vive in affitto e spera di trasferirsi a breve. Decidono per un posto pubblico, all’aperto, pensano a un ponte, famoso per i suicidi, scelta un po’ macabra. Si figurano la scena: lui deve arrivare da nord, dai giardini pubblici, lei dall’altra parte, alle 23.30, con la pioggia o con la luna, non importa. Devono arrivare a piedi dalle due diverse direzioni, non sono ammessi ritardi e neppure attese, ma così non avverrà perché lui, fra cinque anni, sarà costretto su una sedia a rotelle, ma comunque ci sarà. Lei non è ancora detto che verrà, ci sono buone probabilità che lo faccia, ma qualcosa può andare storto. I futuri possibili che la vedono arrivare all’incontro sono molti, in alcuni lei ha i capelli corti, non come ora, ce ne sono due in cui è bionda platino perché fra quattro anni inizierà a tingersi per superare una storia d’amore, in uno di questi due futuri la storia d’amore che vuole dimenticare è proprio con Thobias. In questo futuro lei sarà molto indecisa se presentarsi all’appuntamento o meno, la promessa da una parte e la poca voglia di vederlo dall’altra, giocheranno quasi alla pari, ma poi vincerà il senso del dovere e la curiosità che contraddistinguono l’animo di MaryJane.

Escono dal pub e si dirigono al ponte per fare le prove generali di quello che sarà. All’ultimo si dividono e Thobias finge di arrivare a piedi, cosa che non potrà succedere, guarda MaryJane mentre si avvicina, si ferma all’inizio del ponte e la aspetta tenendo le gambe larghe nella stessa posa che assume quando sul campo da baseball si prepara alla battuta. Fra due anni è probabile che nella stessa posizione, in un pomeriggio di sole a fine stagione, attenderà la palla decisiva che farà vincere alla sua squadra il torneo. Siamo in seconda divisione, lo stadio non è grande, ma stipato di pubblico, nella tribuna il padre di Thobias assiste orgoglioso alla partita del figlio. Ha un berrettino con la visiera per difendersi dalla luce, non segue l’azione perché ha occhi solo per Thobias. In uno solo dei futuri possibili Thobias è il lanciatore, ma solo in uno, perché un anno prima, durante un allenamento si è lussato la spalla nel tentativo di migliorare il suo tiro, in seguito, in tutti gli altri futuri, ha deciso di diventare battitore, sarà uno dei più bravi della divisione, grazie alla battuta che sta per fare la sua squadra passerà di categoria. Il padre quindi lo osserva mentre tiene in mano la mazza e con il piede liscia il terreno; mastica gomma per stemperare la tensione, guarda dritto negli occhi il suo avversario pronto a lanciare. Esistono delle ecografie a quatto dimensioni, è difficile immaginare la quarta che ovviamente è il tempo, le ecografie a tre dimensioni mettono in risalto i tratti del volto del bambino dentro l’utero, sembra quasi di poterlo toccare, quelle a quattro permettono di vedere i tratti come saranno quando il bambino nascerà e anche oltre, possono evidenziare somiglianze con i genitori, come quella fra Thobias e il padre, che è solo una somiglianza fisica perché il figlio non è tenero di cuore.
Durante la partita il padre, forse a causa del forte sole, inizia a vedere il suo ragazzo a quattro dimensioni, vede come sarà tra un anno, sulla sedia a rotelle. Il lanciatore compie i riti scaramantici come d’abitudine: guarda le basi, ignora il battitore, poi esplode improvviso un lancio fuori bersaglio che colpisce la sedia a rotelle e ne ammacca una forcella di metallo. Thobias non si scompone, sistema la posizione della sedia e impugna la mazza da seduto: è pronto. Il lanciatore sorride beffardo, prepara il movimento, il nuovo tiro è giusto nel mezzo, fortissimo, Thobias fa scattare la mazza e colpisce senza esitare: fuoricampo! Qualche metro più a sinistra e la palla sarebbe arrivata in mano al padre in tribuna pronto a prenderla, anche se in nessuno dei possibili futuri questo avverrà mai. Dopo la battuta Thobias compie il giro delle basi a una velocità inaudita per la sua sedia, con bracciate poderose sulle ruote percorre tutti i punti assolati del diamante incitato dalle urla di gioia dei compagni che alla fine lo prenderanno in braccio e lo lanceranno in aria per festeggiare la promozione. È la giornata più felice di Thobias, al padre scorre una lacrima dimenticando che suo figlio tra poco non camminerà più e non potrà mai essere l’atleta che sta vedendo.

L’acqua sotto il ponte scorre imperterrita, MaryJane e Thobias la guardano senza parlare, l’acqua che scorre sotto il ponte più o meno allo stesso modo è l’unica costante che tiene inchiodati tutti i futuri e anche il presente. In qualche futuro possibile, MaryJane non sarà più insegnante perché verrà radiata per un coinvolgimento sentimentale con un suo studente, in uno di questi lui è un ragazzo di colore, in molti altri è Thobias. Perdere il lavoro la farà stare male non per il lavoro in sé, ma per dover interrompere il contatto con i ragazzi a cui inevitabilmente si affeziona: non le è mai piaciuto l’uomo maturo, a eccezione di qualche possibile svolta in cui costruirà una famiglia con compagni più attempati, ma eterni ragazzi dentro. Le verrà naturale essere sempre complice con tutti i possibili figli concepiti, anche se in molti futuri rimarrà all’oscuro delle gioie e dei dolori della maternità perché non ne avrà proprio di figli.

MaryJane guarda pensierosa l’acqua e non dice nulla. Le probabilità che si trasferisca entro l’anno sono molte, è probabile anche che acquisti casa facendo un mutuo troppo oneroso che in qualche caso non riuscirà a pagare se non chiedendo aiuto alla sorella, in un caso la sorella le chiuderà la porta in faccia, i problemi finanziari e la fine della storia d’amore con Thobias la porteranno in una spirale di depressione che sfocerà in problemi di alcol. Un fatto singolare capiterà in una sera d’estate di quattro anni dopo nel suo appartamento che ormai odia per la solitudine e le difficoltà economiche che continuano a occupare i suoi pensieri senza tregua. Solo grazie all’alcol riesce a superare le preoccupazioni, anche quella sera ha esagerato e si trascina dal divano alla cucina senza sapere neppure perché. Fino a quando vede entrare dalla finestra aperta una farfalla notturna e ne rimane incantata. Pensa che poterla accarezzare possa darle un senso di leggerezza, ma la creatura non vuole farsi prendere. Nel tentativo di raggiungerla mentre svolazza inconsapevole, MaryJane inciampa sulla bottiglia di vino che ha lasciato per terra. La bottiglia si rovescia sul tappeto e lei perde l’equilibrio cadendo rovinosamente sul tavolino, sbatte la testa esattamente all’altezza dell’osso che sporge di un poco sotto l’orecchio. Sviene. In un futuro possibile rimane senza sensi e allo stesso tempo vomita per il troppo alcol bevuto, il vomito la soffoca e muore. In molti altri futuri sviene solamente e si sveglia la mattina dopo in uno stato pietoso, sarà questo il fondo da cui riemergere.

Sul ponte Thobias la guarda senza parlare e, grazie alla vista in quattro dimensioni che improvvisamente gli attraversa gli occhi, intravede fra i capelli il livido viola sotto l’orecchio di lei. MaryJane non si accorge di nulla e continua a guardare l’acqua che scorre. Anche lei riesce a vedere, dentro i riflessi scuri dell’acqua alla luce dei lampioni, una visione in quattro dimensioni. Vede la sedia a rotelle di lui, è esposta in un negozio di articoli sanitari, ha ancora il cartellino del prezzo e il cellophane a proteggerla dai graffi. Poi vede la strada sotto casa dell’appartamento che acquisterà senza avere i soldi necessari. È quasi mattina e dal portone di ingresso Thobias esce dopo una notte, probabilmente, di sesso con lei. Ad attenderlo mezzo addormentato dentro una macchina scura c’è lo stesso ragazzo di colore che in un altro futuro sarebbe stato l’amante di lei. È rimasto tutta la notte ad aspettarlo, è mosso da una gelosia insostenibile. Accende il motore dell’auto e accelera veloce proprio nel momento in cui Thobias attraversa la strada. Lo travolge. L’immagine che MaryJane ha dopo è di Thobias seduto sulla sedia a rotelle all’interno del negozio, come fosse un manichino da esposizione per promuovere l’articolo. Da quel momento la storia d’amore fra i due andrà a rotoli e si porterà dietro le loro speranze.

In un futuro possibile, cinque anni dopo, il 16 giungo, compleanno di Thobias, una ragazza non più giovane e un ragazzo in sedia a rotelle si incontrano alle 23.30 su un ponte famoso per i suicidi. Lei non vorrebbe stare lì. Lui sì. Lui l’aspetta ancora con l’istinto di battere la palla immaginaria che lei potrebbe lanciargli. Lei invece gli si avvicina e gli dice di abbracciarla, ma non si china su di lui. Thobias capisce che MaryJane vuole che lui si alzi, come un tempo, anche se è impossibile. Ma in un futuro impossibile, facendo forza sui braccioli della sedia, Thobias si alza e le si getta addosso, MaryJane lo prende fra le braccia, cerca di tenerlo, ma non ci riesce perché lui è troppo pesante, prova comunque a reggerlo, barcollano, scivolano di lato e sbattono sul parapetto del ponte, lo superano e cadono entrambi in acqua. In nessun futuro possibile riusciranno a salvarsi, lui perché non può notare per via delle gambe, lei perché continua a tenerlo abbracciato.

 

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“Impronta” di Elda Cortinovis

Era una gita come tante altre organizzate in famiglia: lei, suo marito e i due figli.
La meta scelta era le Dune du Pilat; ne avevano parlato da tempo ed erano ansiosi di andarci.
Appena scesi dall’auto Catherine fece qualche passo lungo il sentiero diretto alla duna e sollevando lo sguardo si trovò di fronte alla più alta montagna di sabbia dorata che mai avesse visto nella sua vita.
Un muro appena inclinato, alto più di cento metri si alzava al termine del bosco, frapponendosi tra la terra e il mare. Attratta da una forza magnetica, salì.
Una mano impegnata a tenere le scarpe; l’altra libera, pronta ad appoggiarsi sul manto sabbioso. A piedi nudi avvertiva il tepore del sole che ancora la sabbia conservava, seppure fosse già tardo pomeriggio e nel cielo incombessero fitte nuvole grigiastre.
Ogni passo era una conquista; ci voleva potenza per non scivolare e dopo alcuni passi inevitabilmente ci si doveva fermare a riprender fiato. Non c’era fretta, la salita richiedeva il suo tempo per comprendere la forza di tale massa sabbiosa e la fragilità di ogni granello di cui era composta. Saliva passo dopo passo, appoggiando talvolta una mano sul ginocchio per far forza e dare slancio al passo successivo. Bisognava vincere la gravità che l’avrebbe fatta volentieri rotolare indietro e nello stesso tempo contrapporsi all’instabilità del terreno franoso. Tutto faceva parte del gioco: arrivare in alto per guardare oltre. Nessun passo era vano, ognuno le permetteva di conquistare la duna, che maestosa sbarrava la strada e pareva in alcuni attimi volerle crollare addosso.
Era quasi arrivata, ma prima di toccare la cima, si voltò indietro per vedere quanta strada aveva fatto. Era incredibile osservare da lassù il paesaggio boschivo che, troncato improvvisamente dalla sabbia, cessava di esistere e lasciava spazio ad una natura così in contrasto. Sul pendio sotto di lei molti arrancavano, altri salivano più disinvolti, altri ormai soddisfatti, scendevano, lasciandosi rotolare euforici. Proseguì e finalmente in alto, la brezza del mare schiaffeggiò il suo viso e il suo sguardo si perse nello sconfinato blu dell’oceano Atlantico. Ora la duna di sabbia si univa al mare e il suo declivio non era più così verticale, ma con grazia scendeva per scomparire nella massa d’acqua che per la sua immensità toglieva il fiato. La duna si estendeva pochi chilometri e percorrerli significava prendere coscienza di questo fenomeno straordinario e della potenza della natura in contrasto alla fragilità dell’uomo. Minuscola, si allungò lungo la duna, con un foulard in testa legato stretto e alcuni capelli ribelli che sbattevano al vento. Più si allontanava dal punto da cui era salita e più la gente si diradava.
Era faticoso percorrere tutta la dorsale, ma aveva ancora molto da capire e non le bastava guardare il confine, voleva raggiungerlo. Ci mise quasi mezz’ora, sferzata dal vento e con gli occhi socchiusi per i granelli di sabbia che si alzavano improvvisi. Alla fine di questo cammino, soddisfatta, si lasciò cadere accolta dalla sabbia. A occhi chiusi ascoltò il suono dell’oceano, gli striduli versi dei gabbiani, il fruscio del vento e cercò nel suo cuore, se stessa; in silenzio immersa nella natura ristoratrice, con lo spirito pronto ad accogliere ogni segnale e a caricarsi di grande energia vitale. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta immobile: abbastanza da percepire l’umido del mare nelle ossa, i brividi per il vento che più avanzava la sera e più si raffreddava e il formicolio nelle gambe rimaste ferme, incrociate. Si alzò ed ebbe una gran voglia di correre a perdifiato giù da questa immensa duna, cadere e lasciarsi rotolare come da bambina sui prati verdi delle colline dietro casa.
Lo fece, per poi risalire di nuovo e tornare indietro, cercando invano la sua impronta.
Il vento mutava la duna che pareva viva e ostentava il suo fascino camaleontico.
Alzò lo sguardo e non lontano scorse il sorriso di chi amava; salire ne era valsa la pena.

 

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“La sera tardi” di Bruno Barcellan

La sera tardi, dopo aver sparecchiata la tavola, soffiate via le briciole dal libro che stavate leggendo, accesa la lampada ed esservi rannicchiata comodamente di fronte al fuoco, ecco, allora sarebbe il momento di guardarvi dalla pioggia.  (K. Mansfield)

 

Perché la pioggia fa quel che farebbe un’amica, o una mamma, che vi viene a trovare, e cullare, dice dormi, va tutto bene, con la sua voce di ninna nanna. Ma.
È solo un dormiveglia quello in cui vi porta, tu che credi di essere al sicuro e ti lasci andare in balia di un mare senza onde, abbassi le difese, sciogli anche le piccole rughe della fronte, accogli il sonno, ristoratore, accogli il sogno, corroborante, ma la pioggia no, lei non ti lascia andare, tiene sempre la tua coscienza a galla, reggendola con la punta delle dita. A volte lascia la sua presa, ma è solo un gioco, poi ti riprende. Come quando si insegna un bimbo piccolo a nuotare, lo si lascia anche, ma solo un secondo. Così arriva il sogno, ma non è il viaggio che dev’essere, è solo un’eco del giorno, dove le ansie non hanno il freno della mente vigile, e qui si moltiplicano all’inverosimile. La pioggia fa come le sirene d’Ulisse che mentono e promettono, senza nessuna corda che le ti lega.
Eppure la pioggia qualcosa ti dà, contropartita delle menzogne, lei ti permette di muovere senza andare. Con il suono, prima ti mostra i tetti, comignoli e lamiere, le loro voci anche di notte. Piano poi ti apre le vie attorno, le strade, le pietre. Infine i palazzi, le altre case e, per miracolo, quelli che ci vivono dentro: tante piccole fiammelle che la pioggia non spegne. Anche quell’uomo che guarda dalla finestra, dietro ad un vetro guarda la pioggia sotto il lampione: è così che trascorre la notte.
Chissà che pensa? Vorrei sapere.
Vorrei sapere se anche lui ha paura, non so, delle strade strette, guidarci.
Questa, in verità, è la mia più grande paura, lo ammetto.
Ammetto anche che non guido benissimo, ma me la cavo. Meno che sulle strade, quelle strette.
Ho una mappa mentale di tutte le strade strette che mi fanno paura.
Al primo posto c’è quella che porta in montagna. Doppia corsia, ma basta appena per una macchina.
Da una parte la roccia. Dall’altra il lago. Curve una dietro l’altra. Tornanti. Gallerie.
Poi c’è la strada che corre sopra la diga. Per non farla allungo anche di molto.
Prima di imboccarla bisogna guardare se dall’altra parte arriva qualcuno, se no, allora bisogna partire veloce e percorrerla nel minor tempo possibile per così evitare di incontrare un’altra macchina nel senso opposto. Se così fosse, uno dei due dovrebbe fare retromarcia, e se toccasse a me, non so se riuscirei a farlo.
Altra strada stretta da paura, quella che porta al mare, lungo i canali solcati dai cascinali abbandonati. Da una parte e dall’altra dell’argine, ripide discese. Quando c’è nebbia, d’inverno, debbo avvicinare il naso al parabrezza e sperare in Dio. Quanta fatica arrivare al mare, anche d’inverno.
Ultima, ma non ultima, una strada che non so neppure bene dov’è. È dispersa nella mia memoria, ma ricordo come è fatta. È un ponte che attraversa un fiume. La strada di per sé non sarebbe neppure tanto stretta, ma ci hanno messo, all’inizio e alla fine del ponte, due grossi cubi di cemento. Credo non volessero far passare i camion. Ma così una macchina ci passa appena. Non ci ho mai guidato. Lo fece mia madre. Neppure lei guidava bene. Una sera di tanti anni fa. Con la sua vecchia macchina. Fragile. C’era la pioggia, come stasera.

 

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“Rom” di Elda Cortinovis

Mirna era l’ultima di quattro fratelli. Aveva, a vederla, circa l’età in cui le ragazze normalmente cominciano la scuola media. Non era più certa neppure lei dei suoi anni a forza di dire di averne nove ad ogni fermo di polizia. Da due anni mendicava per le strade, compito che le era stato assegnato dalla famiglia. Il campo rom in cui viveva era piccolo, le roulotte erano disposte lungo il perimetro dell’area che il comune aveva loro assegnato e al centro ogni sera veniva acceso un grande falò.
Quella notte Mirna aveva visto bene suo fratello maggiore, Bruno, tornare tardi e correre come una bestia inferocita per tutto il campo. Girava intorno al fuoco pronunciando parole irripetibili. Il suo sguardo indemoniato era perso in un mondo parallelo e pareva non sentire e non vedere nulla di ciò che gli stava innanzi: “Muoio adesso muoio, portatemi via… vi prego aiuto muoio”, gridava, ma nessuno riusciva a bloccarlo. Come uno scimpanzé in gabbia, saltava da un punto all’altro aggrappandosi ai rami degli alberi e arrampicandosi sui tetti delle roulotte, guidato da una forza sovrannaturale.
Mirna tremava dalla paura e piangeva, le sue mani perdevano forza e le sue gambe non reggevano il poco peso del suo gracile corpo, così si sedette senza smettere di guardare dalla finestra della sua casa mobile. Bruno era là fuori posseduto da chissà quale essere malvagio che gli annebbiava ogni senso.
Erano pochi gli uomini rimasti al campo, non c’era neppure suo padre, capo di quella tribù di zingari. Le donne cercavano di calmarlo e di fermarlo, ma non era possibile, la sua indemoniata forza scatenava una violenza inaudita contro tutto ciò che incontrava. Non era un semplice rom, era il figlio del capo tribù e questo tra zingari conta. Così le donne, forse per non nuocere all’erede, dopo alcuni rituali eseguiti cantando litanie si convinsero che bisognava lasciarlo libero; libero di sfogare questa furibonda violenza su tutto ciò che avesse voluto, fino a ritrovare la calma persa.
Mirna non sopportava più quello spettacolo cruento. Non poteva guardare suo fratello con gli occhi infuocati di odio, spingere le donne a terra e calpestare carboni ardenti senza provare altro dolore, poiché il dolore era già dentro di lui, profondo e lacerante. Tirò la tenda con un gesto dettato dalla stanchezza e dal disprezzo. Chiuse gli occhi ancora bagnati e si immaginò un mondo migliore.
Poco dopo il motore di una BMW rombava nel campo nomadi e la scia di gas annebbiava il buio della notte, lasciando dietro sé un silenzio impregnato di sgomento.
Sembrava fossero passati pochi minuti; Mirna si svegliò di soprassalto alle grida di un gruppo di uomini e donne che gesticolavano rabbiosamente in mezzo al campo. Era giorno e doveva essere successo qualcosa di veramente grave: vide suo padre lasciare il campo camminando dritto verso l’auto con la consapevolezza di dover rimediare a qualcosa che in qualche modo segnava il suo orgoglio di capo.
Quando tornò era solo, Bruno non c’era. Mirna avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli dove fosse suo fratello, ma per un istante rimase abbagliata dal grande medaglione d’oro che luccicava sul petto del padre e si ricordò che era una bambina, una femmina. Sarebbero state le donne del campo a raccontarle quanta cocaina, oppio ed alcool avesse ingurgitato suo fratello e che spaventoso incidente avesse causato quella mattina alla fermata dell’autobus.
Mirna si sentì in qualche modo complice, come tutti loro, di quel disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Incapace di ribellarsi al mondo a cui apparteneva e che la proteggeva, lasciò il campo. Era decisa a vagare tutto il giorno, mendicando con addosso gli occhi della gente questa volta ancora più ostili.

 

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“Grazia” di Maria Chiaramonte

Grazia cammina con il suo vestitino a fiorellini blu, scendendo dalla strada acciottolata di casa sua, sta andando dalla sua “mastra”, Zì Carmela, per imparare il mestiere di sarta.
È già quasi estate e a quest’ora, le tre del pomeriggio, il sole è alto, l’aria tutt’intorno è calda come in un enorme forno. La luce accecante e la buona creanza le fanno tenere gli occhi bassi, sulla strada.
È assorta nei suoi pensieri mentre attraversa quell’angolo di paese vuoto dalla siesta del dopopranzo.
Sta pensando alla sfuriata che le hanno fatto sabato, dopo che l’amica parrucchiera le ha tagliato i capelli corti, alla moda. Avrà anche fatto un colpo di testa, ma il padre e i suoi fratelli, l’hanno trattata davvero come una pezza da piedi: le hanno detto che sembra una buttana come quelle del cinema o quelle delle riviste che si comprano in piazza la domenica mattina. Sua madre non ha detto niente, l’ha guardata severa, delusa: sembrava di pietra. Ha mormorato che non doveva buttare i soldi a comprare i giornali del demonio, che doveva pregare Gesù di farla stare tranquilla e magari cominciare a pensare di sposarsi Calogero, quel bel ragazzo alto che fa il muratore e che ”la vuole”. Le ha detto che c’ha troppe idee stramme in quella testa e invece deve starsene tranquilla, muta. Che le fimmine sono nate per sposarsi e ricevere la benedizione dei figli che o signuri ci vole mannare.
No, lei è nata per andarsene da quel paese puzzolente di muli e donne con i fazzoletti neri in testa. Lei si sente moderna, libera, vuole andare a Roma, a fare la sarta a Cinecittà. Non vuole sposare nessuno, men che meno quel viddànu di Calogero, che la “vuole”.
“Ma che vuole da me?”, si domanda, “Ma perché non si sposa Concetta che lo guarda come se gli volesse togliere i calzoni di dosso!”.
All’uscita dalla messa, ieri, è arrivato dritto dritto da lei e gli ha chiesto se si mangiavano insieme una granita. Neanche gli ha risposto, gli ha girato le spalle e, a braccetto di Enza se ne sono andate ridendo a casa.
Pensa ad Enza e alla sua risata squillante, cristallina, che fa girare i ragazzi per strada. Si ritrova a sorridere da sola, mentre nel silenzio del pomeriggio si sente solo il rumore delle sue scarpe che battono sui lastroni di lava di via Matteotti. È quasi arrivata da Zì Carmela, mancano sì e no un centinaio di metri.
Abbassa ancora un po’ la testa, non vuole farsi vedere così allegra, sa che dietro ogni tenda di balcone o di porta ci stanno occhi e orecchi che guardano sempre. E alla sera, alla rinfrescata, le lingue taglienti inizieranno il tam tam dei pettegolezzi, da balcone in balcone. È così che le ragazze come lei diventano buttane, civette, amanti di uomini e preti.
È già arrivata al palazzo delle scuole nuove, davanti al piazzale delle carceri, quando sente da dietro il rombo di un motore, un’automobile… di scatto alza lo sguardo, si sposta di lato.
L’auto frena di colpo di fianco a lei. Lei si spaventa, guarda dentro e riconosce Calogero che la guarda fissa negli occhi: non sorride stamattina. In testa tiene la coppola ben calcata sulla fronte e gli abiti della domenica puliti addosso. Lo guarda, si gira come un animale braccato: la piazza è vuota.
Alla guida della Giulia c’è quel cornuto bastardo di Gaetano, ‘o caruso dei Bisichirò, quelli che fanno sparire la gente nelle campagne.
E succede tutto in un attimo: Calogero scende, le prende entrambe le mani per i polsi e la trascina sul sedile posteriore della macchina. Lei sta urlando con tutto il fiato che ha in gola, ma nessuna finestra si apre, nemmeno un’anima fetente si affaccia all’uscio delle tante porte che vede davanti a sé. E lei sa che sono tutti là, dietro le tende a farsi la pinnica del dopomangiato.
Le portiere si sono già chiuse, l’auto sgomma e corre verso l’uscita del paese. Lei continua ad urlare con tutta la forza della sua rabbia, vorrebbe togliersi di dosso quelle braccia paralizzanti. Sa che, se potesse muoversi, potrebbe ucciderlo anche a morsi, che potrebbe cavargli gli occhi con le sue stesse mani.
E urla ancora per un tempo che pare scorrere come in una clessidra a piccoli granelli… invoca la Madonna, San Cristoforo…Dio… finché Il fiato le squarcia il petto, finché sente come un pugnale che le deflagra la gola: ora, non ha più fiato. Le si ferma il respiro un attimo, poi si abbandona al pianto. Inizia a pregare Calogero sommessamente, di lasciarla andare, di avere pena di lei, continua come una litania.
Lui le accarezza i capelli e dice: “Ammuri, non ti prioccupari, mai ti lassu”.
Con lo sguardo offuscato dalle lacrime vede la polvere attraverso il finestrino, sono sulla sterrata verso Monterascatti, il fondo di quei fitusi bastardi dei Bisichirò. Già vede il casolare in fondo alla strada bianca, sa cosa l’aspetta, sa che il suo futuro è ormai segnato.
Vorrebbe svanire, vorrebbe morire, vorrebbe non essere mai nata.
Sente un rumore di vetri rotti dentro di lei. La sua vita e i suoi sogni sono già infranti, non c’è nient’altro da fare, nessuno avrà più pietà di lei, del suo corpo. Nessuno le chiederà più i suoi pensieri e quell’uragano di emozioni che si è appena abbattuto lascerà solo le macerie che già sono lì, davanti ai suoi occhi.
Le ultime due lacrime le scivolano dagli angoli degli occhi quando sente il dolore del suo sesso che si rompe, per sempre.
Sa che il disonore si paga con la vita. La sua verginità e i suoi sogni domani saranno venduti al matrimonio che estingue il reato.
Sono passati diciotto anni e Grazia non ha più pianto.
Ogni giorno, da allora, Calogero entra nella grande cucina dove una decina di ragazze quotidianamente si ritrovano per imparare il mestiere di sarta. Ogni giorno le porta qualcosa: un fiore, due cannoli, un arancino ancora caldo, ogni giorno aspetta per qualche secondo, speranzoso, uno sguardo, un sorriso, che però non arriva mai.
Con la coda dell’occhio le ragazze osservano ogni volta quella scena, forse anche loro aspettano che Grazia regali un gesto a quel marito che pare così dedito e affettuoso. Per un attimo, ogni giorno, il brusio si ferma, il tempo si sospende. In quel momento Grazia ferma i punti sulla stoffa, alza lo sguardo da sotto gli occhiali e le guarda, ad una ad una, senza espressione. Un attimo dopo il tempo ricomincia a scorrere, uguale a prima.

 

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“Non te la racconto la mia storia” di Bruno Barcellan

Non te la racconto la mia storia, non la capiresti.
Anche se ti dicessi tutti i particolari, ma non è colpa tua.
Perché bisogna viverle certe cose.
E poi sono stanco e la mia storia, ormai, mi è venuta a noia.
Appena mi hanno messo qui, dopo il processo, avrei voluto dire a tutti che non era giusto, o almeno che erano troppi gli anni che mi hanno dato. Ma non ci riuscivo, non riuscivo a parlare e neppure a pensare. Speravo sempre che, da un momento all’altro, arrivasse un giudice a dirmi che si erano sbagliati, che potevo uscire, tante scuse e una stretta di mano.
Dopo qualche anno ho smesso di sperarci ed ho ripreso a parlare, non facevo altro a quel tempo. Raccontavo a tutti di quando stavo fuori, era un modo per riviverlo e non dimenticarlo, ed era anche un trucco per non pensare alla vita di ogni giorno in carcere.
Adesso sono tornato a non dire nulla, ma è diverso.
Ad esempio ora sto parlando con te.
Però le mie parole non sono per tutti, bisogna meritarle.
Cosa mi dai in cambio? Sigarette? Un libro? Un bacio?
Mi basta anche un sorriso, mi accontento di poco.
Puoi raccontarmi anche un segreto, che i segreti allungano la vita, anche la mia.
Ed io posso dirtene un po’ dei miei, li ho scoperti, non te lo immagini quante cose s’imparano qui, cose che prima non sapevo e non avrei mai potuto sapere.
Perché qui dentro le persone non sono come fuori, sono diverse, sembrano in coma, ma non è così, quando meno te l’aspetti, tornano vive, più vive di quanto siano mai state.

Un segreto è che c’è un commercio fra noi detenuti, di foto.
Non è quello che credi, ma sono comunque foto di donne.
Sono le foto segnaletiche delle condannate, quelle che stanno nel braccio femminile. Non dirlo a nessuno. Dal vivo non le abbiamo mai viste, ma ognuno ha la sua collezione di foto, come si fa con le figurine degli atleti. Ce le scambiamo, ce le giochiamo, ci sogniamo sopra la notte. Sono solo le facce, non sono bellissime, ma sono vere, per quel che possono. Fanno pensare, fanno pensare ad una vita, non troppo distante dalla nostra, di un cuore di donna, in un corpo di donna, con cui parlare, con cui fare altro, ma almeno sono donne che potrebbero forse capirci, se solo potessero conoscerci.
Ognuno ha la sua preferita e la porta con sé dentro la giacca, dentro il cuore. Perché le persone vere che stanno fuori, o si sono dimenticate di noi, o sono ancora troppo vive per pensare a loro senza rancore o senza dolore.
Per una sigaretta ti mostro la mia donna, la vuoi vedere?
Bella vero, si chiama Manuela, nome inventato, ovviamente, ma ha la faccia da Manuela, io credo.
Ora la metto via, altrimenti si sciupa.
E questo è solo uno dei segreti che conosco. Ce ne sono tanti altri.
Ad esempio ho scoperto che anche noi abbiamo un’anima.
Vuoi sapere come ho fatto? Quando me ne sono accorto?
È stato in una giornata di freddo glaciale, non so di quanto sotto lo zero era andato il termometro.
Ma questo segreto non è gratis, se vuoi conoscerlo devi darmi qualcosa in cambio.
Ecco, mostrami il contenuto della tua borsetta, rovescia tutto sul tavolo.
Si, così. Non deve rimanere nulla dentro. Cos’è quello?

Era una giornata freddissima, malgrado questo eravamo in molti fuori in cortile.
Passeggiavamo, imbottiti di vestiti, sotto un sole limpido che faceva male gli occhi e non scaldava abbastanza. Non parlavamo, non stavamo fermi un attimo, facevamo su e giù veloci e in modo meccanico come giocattoli caricati a molla.
Il fiato ci usciva dal naso e formava una nube grande la metà di noi, poi spariva.
Ad ogni respiro, ad ognuno di noi, si formava questa nube, poi cessava, sembrava che venisse subito risucchiata dentro, assieme all’aria gelida, ogni volta che si inspirava.
Era questa la nostra anima, venuta allo scoperto. Tentava sempre di uscire da noi, ma, legata, tornava dentro. Poi riandava fuori, verso l’alto, verso il cielo dove voleva andare, e poi di nuovo dentro, senza fine. Non aveva pace.
Le nostre anime in pena che volevano fuggire, quel giorno le vidi e da quel giorno so che ci sono.

Anche di un posto voglio raccontarti. Abbiamo qui una palestra dove fare esercizi. Ma non è la palestra che conta, sono le gradinate attorno. Tre file di blocchi di cemento, tre gradini enormi dove ci si siede e si aspetta. Chi arriva per primo si siede e aspetta. È un modo per dire che si è disposti a parlare. Come se fossimo preti pronti per chi vuole.
Chi arriva dopo, o si siede da solo e fa il prete, oppure si mette affianco di qualcuno già seduto e gli fa la sua confessione. Ognuno sceglie il suo prete, ma ogni prete non può scegliere: chi arriva, arriva. Inizialmente si parla del tempo, poi di quel che succede, le novità del momento. È un modo per cominciare. Poi si abbassa la voce. Spesso si sceglie un prete che non si conosce, non direttamente. Sono confidenze gratuite che lasciano il tempo che trovano. Nessuno può parlare in giro di quel che si dice su questi gradini. Di solito i preti sono sempre gli stessi, hanno imparato ad ascoltare, è un’arte che si apprende col tempo. Io sono uno di quelli. Dico poco o niente. Basta un suono per far capire che si è capito. Basta qualcuno che ascolti. Basta buttar fuori quel che si ha dentro. Poi finisce. Come se non ci fosse mai stato.

A volte mi vedo con la mia divisa arancio, ed anche gli altri. Sembriamo tanti monaci del Tibet, e il carcere è un tempio distante da tutto.

Un altro segreto? Ok, per questo non voglio niente in cambio.
Quando uno arriva qui, all’inizio lotta con le sbarre e le prende in mano, spesso le scuote, comunque le stringe forte, con rabbia.
Col tempo, con le sbarre impara a conviverci e non le serra più con i pugni, ma ci fa passare le mani dentro e appoggia i polsi sui ferri orizzontali che le tengono unite a metà altezza. A volte si mettono le mani rivolte verso il basso, questo è un segno di resa, significa che possono fare di te tutto quello che vogliono, non importa. Quando entro nella mia cella non manco mai di guardare, lungo tutto il corridoio, lo stato delle mani appoggiate fuori dalle sbarre. Così capisco la situazione di ognuno. Le mani sono come bandierine segnaletiche dell’umore. Quelle che serrano le sbarre, quelle rivolte verso il basso e quelle che, invece, guardano verso l’alto. Queste sono come le foglie delle piante che vogliono la luce e l’acqua dall’alto, cercano nutrimento, cercano qualcosa.
Solo che siano così girate, io credo, qualcosa l’hanno trovato, malgrado tutto.

Anch’io ho trovato qualcosa, qualcosa che viene da fuori, solo immaginata, ma c’è.

Sai come faccio ad uscire di qui ogni volta che voglio?
Non è facile, ci vuole un sacco di tempo, ma basta aver pazienza.
Fingo di dormire, invece osservo le sbarre della mia cella.
I raggi di sole che arrivano dal lucernario, la mattina, colpiscono le sbarre e fanno tante linee d’ombra sul pavimento, imprigionate come me. Prima sono lunghe, poi, man mano che il sole si muove, diventano sempre più corte fino a che la luce passa per la finestrella della mia cella e così passano dall’altra parte queste ombre e diventano libere. Il trucco è seguirle, immedesimarsi completamente in loro e seguirle, così anch’io riesco a superare, lentamente, le sbarre che mi tengono dentro, fino a quando non mi tengono più, ed io sono fuori, finalmente fuori, dove posso andare dove voglio.
Ok, è solo un’illusione la mia, ma a me basta, mi basta l’idea.
Non lo so cosa farei se potessi uscire, forse andrei in un bosco, o in cima ad una montagna, o nuoterei nell’oceano con le onde così alte che nessuno avrebbe il coraggio di fare il bagno, ma io si, io non avrei paura, so che lo farei, a costo anche della vita.
Perché a volte penso che non è vita questa, mi capita quando sono proprio giù, a volte succede.
Ma sono forte io, non ti preoccupare, poi mi riprendo sempre.
Ti preoccuperesti poi, tu, per me?
Quando questa sera tornerai a casa, al tuo letto che si può chiamare letto, ti preoccuperai tu per me? Dopo tutto quello che ti ho detto, sarei qualcosa per te, qualcuno? Qualcuno per cui preoccuparsi? E non solo una storia, un articolo?
Dimmi che è così, anche se non è vero.

 

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“Mancavano le finestre” di Elda Cortinovis

Era sempre stato il profumo del caffè a svegliarla al mattino. Una fragranza rassicurante che si propagava in tutta la casa e arrivava alle narici puntuale: ore 7.00.
L’aroma l’avvolgeva ed entrava in lei; era il profumo della sua casa. La casa in cui era cresciuta, dove nulla per lei era un segreto. Stava bene lì, si sentiva al sicuro; era l’unico posto in cui riusciva a liberare il suo corpo da tutte le tensioni e con il sapore del caffè ancora in bocca iniziava la sua giornata. Lo sorseggiava in cucina, al tavolo con lei, sedeva per qualche minuto anche il padre, prima di coricarsi dopo il turno di notte.
Si era fatta alta e quando la mamma la stringeva a sé non perdeva l’occasione per misurarsi: “Ti ho quasi raggiunta, appena avrò 16 anni, quindi tra due mesi, sarò alta come te”, cercava l’abbraccio della madre, ne traeva una grande energia, era il suo rito del mattino. La mamma sempre presente e pronta a raccoglierla ad ogni caduta.
“Sono diventata grande, lasciami un po’ da sola. Non hai niente da fare oggi? Devi per forza stare a casa tutto il giorno? Voglio vivere la mia vita!”
“Perché gridi così? Ti sei forse dimenticata che solo due giorni fa sei andata con Monica a fare un giro in piazza, tu e lei senza scorta… come la chiami tu?”
Monica, la sua migliore amica. Si conoscevano solo da due anni, era arrivata in classe da loro e le si era seduta accanto. Si parlarono subito senza barriere e dopo alcuni giorni aveva accettato l’invito a casa sua. Si sentiva bene con Monica, sapeva raccontare tutto quello che faceva minuziosamente affinché anche lei lo vivesse in prima persona. Era allegra, spensierata. A volte esagerava: due giorni prima erano state davvero in piazza, ma ci erano arrivate in scooter. Abbarbicata a cavalcioni le si era attaccata dietro, stretta stretta, e Monica l’aveva portata per le vie secondarie, prendendosi il rischio di incontrare i vigili. Se l’avessero saputo i suoi genitori certamente non l’avrebbero lasciata più uscire per chissà quanto tempo. Non disse nulla, naturalmente. Era una sensazione di libertà fantastica, che voleva ancora assaporare.

Lasciava la cucina strisciando contro le pareti; rabbrividiva nel sentire il muro rivolto a nord che, intervallato dalle finestre, conduceva alla parte notte, mentre il legno sotto i piedi, accoglieva con il suo tepore le dita, una per una.
A talloni leggermente sollevati, raggiungeva la sua stanza e si infilava, ancora una manciata di minuti, nel letto. Trovava che fosse una bella camera, non l’aveva scelta, era sempre stata la stessa fin da piccola. Trascorreva là dentro moltissime ore e ne aveva studiato ogni angolo. Se qualcuno osava spostare le sue cose erano urla a non finire: “Mamma, dove hai cacciato il mio ipod, te l’ho detto cento volte che non me lo devi toccare!”.
“È lì, a destra del computer, sul tavolo”, gridava dalla cucina sua madre.
“Chi ti ha detto di spostarlo, uffa! Cosa ti costa lasciarlo dove lo metto io?”

Sul letto aveva posato in fila quattro cuscini, leggermente sovrapposti. Li sfiorava; ognuno aveva la sua funzione. Quello morbido e peloso la coccolava mentre leggeva e la consolava raccogliendo lacrime nei momenti di crisi; quello in cotone era perfetto come sostegno del computer quando, a gambe incrociate, studiava sul letto. Quello in velluto lo usava solo per fare ginnastica, se lo metteva sotto la schiena per gli esercizi a terra.
Il più amato era quello con il tessuto ruvido ed irregolare, shantung, così lo aveva chiamato suo fratello che di stoffe se ne intendeva perché lavorava in un’azienda di divani.
Forse era il nome del tessuto che lo rendeva un cuscino speciale; le evocava paesi lontani, suoni e profumi orientali. Si era fatta un’idea dell’India e aveva cercato sul mappamondo bidimensionale dove fosse. Una terra così lontana e così affascinante. Sua madre le aveva promesso che appena possibile avrebbero fatto quel viaggio tutti insieme, intanto le aveva regalato un magnifico audiolibro che rispondeva a tutte le sue curiosità.
“Quando ci andremo, sarai tu a farci da cicerone. Sei sempre attaccata a quel libro, magari studiassi tutte le materie con la stessa passione”.
Viaggiare, come le piaceva! Sapeva benissimo che i suoi genitori dovevano fare un po’ di sacrifici per regalarle anche solo una gita di un giorno, ma era così importante per lei. Si arricchiva di sensazioni, di idee, di visioni. Per questo i souvenir e gli oggetti raccolti nel tempo avevano nella sua stanza un posto speciale. Con ordine li riponeva sugli scaffali dietro alla testata del letto, così quando voleva ne afferrava uno e sognava.
La gondola di metallo gelido, che le ricordava l’odore dell’acqua salmastra dei canali di Venezia: c’era stata qualche anno prima, una gita meravigliosa dove, passo dopo passo, aveva ricostruito la mappa di quella affascinante città sull’acqua.
“È incredibile, abbiamo in mano tutte e due una mappa e siamo riuscite a perderci lo stesso. Ti ricordi che di qua ci siamo già passate?”
“Non mi sembra, aspetta che leggo la via, Calle Zen… non mi ricordo.”
“Ma dai mamma, non senti questo profumo di baccalà appena cucinato? È lo stesso posto di prima, dammi retta, siamo già passati da qui. Anzi, perché non ci fermiamo a fare uno spuntino?”
Aveva il divieto assoluto di avvicinarsi ai canali, se sorpassava una linea immaginaria di sicurezza, sua madre gridava: “Attenta! Fermati, non muoverti”, ma lei non le dava sempre retta; osava qualche passo in più, desiderava provare quella sensazione di brivido.
Il ventaglio, aperto, era intarsiato e dipinto certamente a mano. Sulla bancarella a Madrid ce ne erano tantissimi, ma la corposità della tempera con cui questo era dipinto lo si distingueva da tutti gli altri; aveva in leggerissimo rilievo alcuni petali.
Toccava intensamente ogni ventaglio fino a cogliere nell’intimo del cuore un’emozione: “È E’ bellissimo, hai scelto il migliore, ma come hai fatto?”.
“Sarà il mio innato senso del gusto! Lo sai benissimo come faccio, ogni volta ti meravigli. Sembra che ti dimentichi come sono”.
“Perché come sei? Sei una bella ragazza, intelligente, amata?”
“Sono diversa ed è anche colpa tua, tua e del papà”, l’affrontava di petto, ma poi se ne pentiva, “ti voglio bene mamma, lo so che non centri”.

Un giorno alla settimana arrivava zia Rina a trovarla. Lavorava a maglia tutto il tempo, le si sedeva accanto e le raccontava la sua giornata. Alcune volte il filo del suo lavoro le sfiorava il braccio e le faceva solletico. Reagiva ogni volta come se a posarsi fosse una mosca da scacciare. Aveva il dubbio che zia Rina lasciasse di proposito il filo lungo e si divertisse a vedere la sua reazione. Ieri aveva detto alla mamma: “Mi preoccupa quella ragazza, è sempre così silenziosa”. Non era silenziosa, solo aveva bisogno di ascoltare con attenzione e di unire il puzzle delle informazioni con precisione per poterle utilizzare al momento del bisogno. Snocciolava le parole una per una; c’erano suoni che la rallegravano come “forza, destrezza, dolcezza” e altri che detestava, soprattutto se a pronunciarli era qualcuno che si rivolgeva a lei: sbrigati, veloce, dai… ”.
Quando la zia sussurrava alla mamma cose che la riguardavano, andava su tutte le furie; non sopportava i bisbigli, né quelli delle sue compagne seguiti da un toc secco di gomitata né quelli dei genitori che al figlio velatamente dicono “non fissarla”, come se lei potesse notarlo. Il bisbiglio, pensava, è difficile da captare e presume il fatto che non ci si voglia far sentire e il più delle volte esterna un comportamento vile. Adorava invece il bisbiglio della ninna nanna, che la sua mamma qualche volta le cantava ancora.
Si sentiva forte. Aveva voce per poter urlare e orecchie per accogliere tutti i segnali. La sera amava suonare il piano, ascoltava Chopin e poi ricercava sulla tastiera le note, le espressioni e i colori, che davano anima alla musica. Non le importava un’esecuzione tecnica perfetta, voleva che la musica la facesse vibrare. La testa le si riempiva in un attimo di macchie calde, tiepide, fredde, in continuo movimento e tutto ciò che la circondava prendeva forma. Avrebbe voluto danzare. Aspettava che qualcuno la prendesse per mano e la facesse ballare. Sognava di incontrare il grande amore, quello che leggeva nei libri e su cui fantasticava. Ascoltava le sue amiche raccontare dei primi baci e desiderava intensamente vivere anche lei quei momenti: “Non piacerò mai a nessuno! Mamma, ma io sono bella?”.
“Sei bellissima ed incontrerai il tuo amore”, rispondeva lei controllando la voce, ma il suono strozzato dal groppo alla gola era già arrivato alle orecchie di Sara.
Si sentiva come i piccoli fiori dell’Olea Fragrans, di cui rincorreva il fugace profumo nei giardini in autunno: giallo tenue. Così le diceva sua madre. Si sentiva completa, quasi. Solo mancavano le finestre, per guardare al di là della sua immaginazione.

 

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