“Il ponte” di Jlenia adain Rodolfi

George Finney e Sebastian Lowen con le braccia incrociate fissavano l’altra parte del ponte con sguardo duro. George indossava il giubbotto di pelle di suo fratello Mc e il suo viso era rosso e gocciolante; Sebastian aveva, sulle spalle bruciate dal sole, due segni “di guerra”, come li chiamava lui, fatti col rossetto della madre. Dietro di loro, silenziosa e agguerrita, c’era la banda del borgo: le Tigri Nere.

Ricon Norton capeggiava, sull’altro lato, la banda delle campagne; non avevano ancora scelto un nome, erano solo la banda di Ricon. Più alto degli altri, biondo e con gli occhi azzurri, si era disegnato il volto come un apache e così aveva fatto anche il resto di loro. A un solo passo dietro di lui stava Emily Torres, la sua vice: bellissima e implacabile. L’aria calda trasportava la polvere in mulinelli rutilanti sul fondo del ponte e sotto di loro l’acqua del fiume gorgogliava placida.

Allora? Vi state cacando sotto eh?”, Emily era sempre la prima a cominciare.

Zitta tu!”, Sebastian gonfiò il petto e lisciò la pelle del suo giubbotto “Anche se sei una femmina ti posso lo stesso prendere a calci, sai?”.

Emily spostò indietro il ciuffo di capelli rossi con le mani lunghe e sorrise con l’angolo della bocca leggermente sollevato; George arrossì e sposto lo sguardo in giro.

Basta così, avete parlato abbastanza. Adesso passiamo ai fatti: avete rubato il nostro totem. Lo rivogliamo o sarà guerra”.

Ce lo teniamo, perdente! Ci ricorda il tuo faccione!”

La banda di Ricon rumoreggiò sdegnata e lui alzando la mano per quietarli disse: ”E allora…botte!”.

A quel segnale le due bande cominciarono la loro avanzata lenta verso il centro del ponte, erano quasi arrivati quando Emily gridò: “All’attaaaaccccooooooooooo!”. Le grida si alzarono e le due bande si scontrarono come due tori infuriati. Molti dei ragazzini più piccoli si tenevano a distanza facendo il tifo per l’uno o l’altro della loro brigata. George e Ricon se le stavano dando si santa ragione, rotolandosi sul legno secco; Sebastian aveva preso Emily per un braccio e cercava di darle un bel calcio nel sedere senza farle troppo male. Ad un tratto un urlo squarciò l’aria, tutto si fermò e i ragazzi si misero in ascolto come risvegliati: “Hey, ragazzi!”, era stato Denis Stanton, una Tigre, a urlare sovrastando il baccano della lotta, “Buch è caduto nel fiume!”.

Le due bande si precipitarono sul parapetto e guardarono verso il basso: Buch, il più piccolo delle Tigri Nere era appeso a un ramo in balia della corrente e sembrava stesse ingollando litri di acqua. George aveva la bocca aperta e fece qualche passo indietro portando le mani alla testa. Sebastian restò a fissare il fratellino con gli occhi rossi, non riusciva a fare un passo. Ricon guardò i suoi compagni di giochi e battendo una mano sulla ringhiera di legno gridò: “Emily, ragazzi, tutti giù con me! Facciamo una catena e andiamo a prendere il piccoletto!”, Sebastian e George con l’aria smarrita dissero quasi in coro: “Dai ragazzi, tutti con Ricon!”.

Le due bande si precipitarono giù dal ponte e sorreggendosi l’un l’altro si immersero nel fiume, formando una catena umana che contava non meno di 15 bambini. Buch era stremato e dovettero stringerlo forte per non farlo portare via dalla corrente. Quando finalmente fu in salvo, si distesero tutti sulla riva, stremati.

Le Tigri si raggrupparono in concilio lanciando occhiate espressive verso Ricon e la sua banda. Dopo pochi minuti, Sebastian estrasse dallo zaino un mattarello completamente disegnato e si avvicinò masticando un chewingum e facendo palloncini: “Tieni. Il totem. Grazie.” Ricon fece un sorriso storto e guardò Emily: “Dai pisciasotto, non crederai di cavartela così. Domani al campo del vecchio Peebody: lì non ci sono fiumi o altri pericoli e non avrete scuse. A noi le cose piace guadagnarcele”.

 

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“La libellula” di Jlenia adain Rodolfi

Appena fuori dalla feritoia il sole sembrava liquido. Una libellula ronzava tra i rami con le sue ali disuguali; andava appollaiandosi, come stanca, su piccoli steli spezzati dalla calura. I suoi colori venivano catturati dalla luce e restituiti con generosità a chi poteva vedere. Latif teneva appoggiata la fronte allo spigolo irregolare del muro, la pelle sporca e gli occhi quasi neri, arrossati dalla sabbia e dall’assenza di acqua, spalancati a non perdersi un battito d’ali. Ne seguiva le evoluzioni arrangiando il movimento con le dita, ne imitava il ronzio sordo e ne prevedeva i momenti di sosta lasciandosi andare a risa mute ogni volta che li indovinava.

Che stai facendo, schifoso?”, non l’aveva sentito entrare e la sua pelle si ricoprì di brividi: abbassò la testa e alzò gli occhi verso la sentinella, si rannicchiò nell’angolo senza proferire parola.

Latif il gentile, lo chiamavano, attendeva nella posizione migliore che tutto cominciasse. Non si accorse quasi del colpo tanto fu forte l’impatto, sentì dopo un attimo il dolore acuto alla spalla sinistra e si rovesciò sul fianco; il secondo colpo arrivò mentre cercava di ripararsi la testa con la mano sinistra, fece appena in tempo a vedere il bastone avvicinarsi alla sua nuca, poi tutto divenne buio. Aprendo gli occhi trovò la terra battuta così vicina da poterne distinguere i granelli, alzando la testa si accorse che un liquido scuro era uscito dalla bocca disegnando il terreno; appoggiò le braccia corte dalle mani grandi e vi fece leva fino a mettersi in ginocchio. Tutto il corpo doleva in quell’immenso silenzio.

Latif”, udì una voce bassa che da un angolo della cella gli si rivolgeva, “pensavamo non ti svegliassi più stavolta”.

Latif il gentile, fece un cenno col capo e tentò un sorriso che gli costò un lamento soffocato. Ancora ginocchioni sollevò la casacca sudicia e vide, nella penombra, il fianco sinistro coperto da un grosso ematoma; passò la mano sul viso e non riconobbe i suoi tratti sotto il gonfiore, gli mancavano un paio di denti. Cercò di mettersi in piedi, ma le gambe non sembravano farcela; appoggiò le mani a terra e fece per strisciare verso la feritoia, quando si accorse che era stata murata. Si immobilizzò, il respiro corto e la bocca gonfia spalancata: gli salirono le lacrime agli occhi, ma le trattenne ostinatamente. Era in trappola: l’unica cosa che lo interessava gli era stata portata via e adesso era davvero prigioniero. Procedette carponi sedendosi spalle al muro, proprio al di sotto della feritoia coperta e chiuse gli occhi restando così, in silenzio, sotto gli sguardi di chi si aspettava che piangesse. La bocca gli tremava e strinse forte le mani, le nocche divennero bianche. Poi un’immagine si affacciò alla sua mente: la libellula era lì, dietro i suoi occhi chiusi e le lacrime cominciarono a scendere. La seguì e mosse la sua mano come un volo ronzando con le labbra gonfie, cercò di indovinare quando si sarebbe posata: il suo viso tumefatto si aprì a un riso muto, anche stavolta aveva indovinato. Latif il gentile, era di nuovo libero.

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“Scegliere” di Jlenia adain Rodolfi

Prese a correre a rotta di collo giù per la strada. Le braccia lunghe che mulinavano per mantenere l’equilibrio gli davano un aspetto grottesco. La bocca era spalancata e incamerava aria senza sosta, gli occhi sembravano più grandi sotto l’ampia fronte scoperta, i capelli lunghi in assetto aerodinamico. Le porte gli sfilavano accanto come in una pellicola di scarsa qualità, non ne distingueva i colori e faticava e capire dove fosse esattamente a causa dell’accelerazione presa. Sentì una fitta al fianco destro, il respiro era grosso e il sole lo accecava; continuò a correre comunque. Mancava poco.

La moka era sul fuoco e aveva indossato la vestaglia da casa di pile, quella che metteva in evidenza il suo fisico rotondo: sua madre le diceva sempre che così non avrebbe attratto nessun uomo. Era dimostrabile che non li attraeva comunque e la giornata di oggi ne era la prova. Con uno scatto afferrò il mollettone di plastica gialla e con le dita corte dalle unghie ben curate pinzò i capelli alla Desperate Housewives: tanto era lo stesso. Riempì la tazza e si accovacciò sul divano portando i piedi piccoli vicino al corpo. Era sicura che sarebbe successo: aveva fatto troppa pressione forse, era necessario però dare una svolta alla situazione, o no? Certo, avrebbe potuto tacere e aspettare come avrebbe voluto sua madre, ma non credeva più fosse la scelta giusta. Alla fine aveva deciso: era di nuovo sola. Quella parola le faceva salire le lacrime agli occhi di solito, non questa volta. Marco non era stato attento al loro rapporto, lo aveva sempre considerato secondario rispetto alle altre cose, così le chiamava lui. Come quella volta che per il suo compleanno se ne era andato alla partita con gli amici o quando a San Silvestro aveva prenotato un viaggio per sé e il suo migliore amico ad Amsterdam.

Scusa, ma me lo dici adesso?”, Livia era rimasta impalata alla notizia della partenza, tuttavia le scappò un sogghigno, “Mancano 3 giorni all’ultimo dell’anno! Sarebbe questa la sorpresa che preparavi?”.

Marco sembrava un angelo, era ferito per il suo egoismo e per la scenata che stava facendo: “E’ una occasione. Non potevo dire di no, staremo insieme alla Befana”, detto ciò l’aveva tratta a sé in un abbraccio irruento baciandole il naso, occhi negli occhi.

Diede una botta al cuscinone rosso accanto a lei e cacciò un urlo esasperato: “Cazzo! Cazzo! Cazzo!”. Appoggiò i piedi sul pavimento freddo lasciando la tazza sul tavolino accanto al divano; si fiondò in camera e aprì l’armadio con foga. Indossò velocemente collant neri, minigonna di jeans e una maglietta scollata che le valorizzava il seno; scelse con cura un foulard colorato da mettere attorno alle spalle e infilò i suoi stivali preferiti. “Michela? Ciao tesoro, che ne dici di un caffè in centro? Subito subito, parto ora”. Scese le scale dopo essersi truccata e aver pettinato per bene i capelli. L’aria fuori era primaverile e il sole splendeva; Livia con passo sicuro si diresse verso il centro.

Ecco la casa finalmente: si avvicinò ansante al citofono e senza aspettare di riprendere fiato suonò il campanello: Campanari Livia. Attese. Suonò nuovamente. Nessuna risposta. Si girò su se stesso, incredulo e ancora ansante. L’aveva sempre trovata in casa, ogni volta che era arrabbiata. Stavolta gli era sembrato tutto diverso: sentire la sua voce al telefono, calma e determinata, non gli aveva permesso di sfoderare le sue solite armi. Stavolta era diverso: non aveva potuto abbracciarla e sorriderle come sapeva fare lui. Questo serviva, sarebbe passato più tardi. Si, più tardi.

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“Vocazione” di Jlenia adain Rodolfi

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi che faccia?”, il ragazzo si inginocchiò a terra e nascose il volto tra le mani. La luce del mattino filtrava appena dalle finestre decorate e l’aria attorno era fresca e pulita. Alzò la testa, le sue occhiaie erano più scure di prima; restò così, inginocchiato sul marmo rosa con lo sguardo rivolto verso il crocifisso finché dalla porta laterale entrò Frate Nanni.

Simone, sei in preghiera. Ti lascio solo”, la voce era calma e, come per un incantesimo, i pugni da ore stretti del giovane si aprirono: “No, Padre, resti”.

Che occhi scuri”.

Padre…” cominciò Simone di slancio, ma poi si fermò come se avesse perso il fiato “Non sono sicuro che possa capire”.

Neppure io. Tu prova”, il suo sorriso si allargò agli occhi e le rughe si fecero profonde sulla pelle scura.

Ho così tante domande e dubbi!”

Quanti ne aveva incontrati di quei ragazzi. Arrivavano lì in seminario e credevano di trovare tutte le risposte; era stato uno di loro quasi cinquant’anni prima e in qualche modo, si sentiva simile a loro anche ora. In fondo aveva ancora dubbi, diversi forse, più articolati magari, ma sempre dubbi; li teneva stretti a sé e si guardava bene dal lasciarli trasformare in certezze. Perché le certezze inaridiscono, diceva sua madre, e di chi ha troppe certezze bisogna aver paura, diceva suo padre; lui lo aveva imparato e quando era giunto in seminario col suo carico di dubbi, benché spaventato, si sentiva sulla strada giusta. C’era voluto poco perché cambiasse idea: in quel luogo sembravano tutti prossimi alla santità, mentre lui faticava ad alzarsi alle quattro ogni mattina, non gli piaceva camminare coi sandali senza calze, aveva freddo e perfino lo scaldino a braci nel letto era vietato. Non sapeva neppure più parlare con Dio da quando si trovava tra quelle mura. Ogni giorno meditava di scappare e si arrabbiava davanti a quel crocifisso, lo prendeva a parolacce qualche volta e dopo, pieno di sensi di colpa, correndo al limitare degli orti rompeva il silenzio urlando verso il bosco. Una mattina, dopo l’ennesima notte insonne, si ritrovò sullo stesso pavimento dove ora trovava Simone, stanco di quella vita che prima aveva desiderato. Mentre stava rivolgendo le stesse domande di Simone al Crocifisso, venne avvicinato da Frate Pa’.

Che occhi scuri”

Padre, non sono sicuro che possa capire.”

Neppure io, ma tu prova.”

Ho domande a cui non riesco a dare risposte. E dubbi, oh, quanti dubbi ho… ”

Frate Pa’ aveva sorriso e, tirandolo su dal pavimento, aveva levato la polvere dal suo saio: “Chiedete e vi sarà dato. Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto”, dicendo questo Frate Pa’ aveva rivolto lo sguardo al Crocifisso, “tu chiedi, ma non aspetti la risposta. Cerchi, ma poi ti allontani dal luogo della ricerca. Bussi, ma te ne vai prima che venga aperto. Ci vuole tempo. Ogni cosa arriva nel momento giusto, anche le risposte alle domande più complicate o ai dubbi più atroci. Ma se scappi, ogni volta, prima che arrivi la risposta, non otterrai nulla se non frustrazione”.

Dette quelle parole Frate Pa’ aveva preso tra le mani la corda intorno alla vita di Nanni: “Sai come si chiama questa? La cintura che indossi è la Pazienza, ci ricorda che l’unico tempo da rispettare è quello divino”.

Da allora Frate Nanni era andato ogni giorno davanti a quel crocifisso a porre le sue domande, aveva lavorato e accolto quella vita scelta: aveva atteso che le risposte arrivassero, senza smettere di vivere il suo presente.

Adesso, davanti a Simone, sorrise e quasi divertito gli prese la corda intorno alla vita dicendo con tono burbero: “Sai come si chiama questa?”.

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“Il sussurro della colomba” di Jlenia adain Rodolfi

Nonna che fai?”

Talikha alzò appena lo sguardo dalla colomba che aveva tra le mani, gli occhi socchiusi e un mite sorriso increspato.

Posso stare qui? Mi ha mandato via come al solito!”, strascicò l’ultima parola alzando gli occhi al cielo e sbuffando sonoramente.

Talikha abbassò lo sguardo e Kajri tacque all’istante; la nonna aveva il viso rigato, i suoi occhi neri erano adesso chiusi e stava portando davanti al viso la colomba, che docile restava tra le sue mani scure. Kajri si accoccolò lì accanto a guardarla, il suo piccolo piede nudo batteva leggero sulla terra rossa.

Restò così qualche secondo e poi sussurrò:

Nonna, che fai?”. Talikha osservò la nipote e sorrise di nuovo.

Tu che dici?”, adesso il sorriso era più aperto e Kajri spalancò gli occhi a quel segnale.

Annusi quell’uccello”, la sua voce era squillante e ridente.

No, piccola Kajri”.

Allora che fai? Sei qui da molto. Ti ho guardata, sai”.

Sei una spiona allora!”, la nonna sorrise e lo sguardo di Kajri si distese.

Dai dimmi che fai, voglio imparare a tenere anche io quell’uccello tra le mani”.

La nonna aprì le mani e, dopo aver fatto un cenno silenzioso alla colomba, questa si alzò in volo. A quel gesto Kajri sbuffò di nuovo e si alzò con uno scatto battendo i piedi: la nonna la guardò da sotto in su e fece cenno di sedersi. Kajri incrociò le braccia sul petto e mise il broncio.

Quello non è un uccello, è una colomba”, la voce era avvolgente e lenta.

Si, nonna”, disse con voce spazientita Kajri che si era seduta di nuovo e disegnava spirali col pollice impolverato, lo sguardo rivolto a terra.

Vuoi imparare?”

Oh, sì”, gridò scattando in piedi con un salto e puntando i pugni in alto.

Innanzi tutto,” la nonna abbassò ancora di più la voce e Kajri fu costretta a sedersi di nuovo per sentirla “tieni la voce bassa e cerca di non fare movimenti bruschi. Dopodiché chiama col pensiero la colomba e lei verrà tra le tue mani se sarai convincente”.

E poi?”, la voce di Kajri era un soffio.

La nonna prese le mani di Kajri e le mise a coppa tra le sue: “Fai come me, chiudi gli occhi e immagina che la colomba si posi tra le tue mani”.

Dopo un tempo che parve lungo e breve, Kajri sentì qualcosa posarsi tra le sue mani ed ebbe un piccolo sussulto che non esplose perché la nonna le teneva delicatamente salde. La piccola ebbe l’istinto di aprire gli occhi, ma capì che non era la cosa giusta da fare e attese che la nonna parlasse. Lei si scostò e lasciò libere le mani della nipotina. Un brivido attraversò la schiena di Kajri e la colomba fece frullare le ali.

Respira e non aver paura”, tutto stava rallentando, a Kajri pareva di essere sott’acqua, “Adesso che la colomba è sicura tra le tue mani, resta solo una cosa da fare: ascoltare”.

Cosa devo ascoltare nonna?”, la voce di Kajri era un flauto.

I sussurri della colomba. Ascolta cosa ha da dirti. Ascolta chi è. Lasciale spazio nel tuo cuore e lei parlerà con te”.

Kajri rilassò il corpo e avvicinò con lentezza le mani al viso, la colomba era morbida e calda. Kajri si mise in ascolto.

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“La scossa” di Jlenia adain Rodolfi

La piccola biblioteca non era granché calda nonostante la stagione: gli infissi erano vecchi e lasciavano passare caldo d’estate e freddo d’inverno, i mobili dovevano essere ingrassati e incerati ogni primavera e ogni autunno. Marta era una padrona di casa molto giovane, ma diligente, e i suoi mobili erano impeccabili. Era quasi l’ora del tè e Mathias sarebbe arrivato a casa a breve; sprimacciò i cuscini del sofà e ordinò a Mirabella di preparare il tè e un piccolo vassoio di biscotti alla cannella di lì a mezz’ora. Indossando la sua veste bianca da casa si sedette sulla poltrona accanto al finestrone, un romanzo tra le mani, in attesa di suo marito.

Poco più tardi, udì Maribella salutare Mathias appena entrato dalla porta principale e avvertirlo che la moglie si trovava in biblioteca; entro dieci minuti sarebbe stato servito il tè. Mathias non si fece attendere, entrò nella stanza e si avvicinò alla poltrona dove Marta era in attesa di un bacio che arrivò delicato.

Mia cara…”, Mathias si era seduto proprio sotto la finestra e aveva assunto un atteggiamento insolito: una mano sorreggeva la testa e copriva contemporaneamente gli occhi.

Che succede? Mi sembri preoccupato”, Marta lo aveva interrotto perché non era abituata a vederlo così. In quasi sette anni di matrimonio suo marito non era mai arrivato con uno stato d’animo che necessitasse di una tale eloquenza corporea.

Marta, dobbiamo parlare. E preferirei che non mi interrompessi.”, lei tacque all’istante e restò docile in attesa, mollemente adagiata sulla poltrona rivolta verso di lui.

Ho lasciato la clinica”, sembrava che qualcosa di denso si fosse sostituito all’aria.

Non ho capito…”, Marta si appoggiò ancora di più al bracciolo della poltrona e lanciò uno sguardo pigro verso il marito. Mathias maledisse il giorno che aveva scelto una donna tanto giovane per moglie: era inutilmente bella.

Ho lasciato la clinica. Ho lasciato il lavoro”, Marta socchiuse gli occhi come se stesse cercando un segno di malattia nell’uomo che aveva davanti.

Non arrabbiarti adesso, ma non credo di aver capito”, Mathias scattò in piedi, diede le spalle a sua moglie e si rivolse verso la finestra come se il solo guardarla fosse difficile.

Cos’è che non avresti capito? Sono già due volte, Marta, che te lo spiego. È già abbastanza penoso l’argomento, senza che tu mi obblighi a ripeterlo all’infinito”.

Non alterarti”, chiocciò al limite dell’irritazione, “riformulo la domanda, se credi: perché mai hai lasciato la clinica?”, la domanda era stata scandita come se stesse parlando a un malato mentale. Mathias sbuffò e senza guardarla in viso, ma piuttosto rivolgendosi alla finestra velata dalla tenda, disse: “Da molto tempo, non mi sento più in linea con la medicina tradizionale. Ora, dovrei entrare in particolari difficili da comprendere pienamente per l’intelletto femminile, quindi ti basti sapere che la medicina cosiddetta tradizionale non riesce più ad essere in sintonia col mio modo di approcciarmi al mondo. Ci sono altre tradizioni, che meglio si adattano a quella che credo essere l’Ottima Cura”, scandì le ultime due parole come se stesse parlando del Santo Graal.

“Quali altre tradizioni?”, Mathias fu talmente spiazzato dalla domanda posta che rispose voltandosi per fissarla profondamente negli occhi, le prese le spalle con forza e ad appena un palmo da suo naso disse come posseduto da una forza sovrannaturale: “L’Universo ci ha dato tutto quello che ci serve per vivere come Dèi su questa terra. Attraverso la nostra conoscenza ancestrale possiamo trasformare della semplice acqua di fonte in un medicinale potentissimo. Con le mani possiamo curare senza l’aiuto di strumenti o veleni! E l’umano ha l’intelligenza e la saggezza per guarire se stesso. Che macchina meravigliosa siamo! Lo capisci? Tu non conosci le potenzialità dell’essere umano…”, cercò nei suoi occhi una comprensione che non trovò, “ma cosa posso pretendere da te! Tu hai la casa, il cucito e le tue visite mondane a cui badare: non hai certo voglia di ascoltare questo vecchio idealista pazzo”, concluse riprendendo il controllo di sé. Si voltò e lasciò la stanza ancora ansante.

Marta aveva partecipato, sgomenta ma eccitata, all’improvviso slancio di passione che per la prima volta suo marito aveva condiviso con lei; si sentiva come attraversata da una scossa che finalmente le faceva provare qualcosa. Restò immobile per non smettere di sentire tanta vita dentro di lei. Era rossa in viso e il cuore le batteva forte. Cercò di alzarsi, ma le gambe le tremavano. Ecco dov’era l’uomo che aveva voluto e sposato: la forza delle sue convinzioni la stava di nuovo attraversando. Lo rivedeva dopo molti anni dal matrimonio: il Mathias che viveva con lei ora, non era certo lo stesso uomo che le aveva parlato poco prima, né quello che era stato al suo fianco per anni. Una vena sulla fronte si ingrossò leggermente e la tensione del viso deformò i bei tratti. Le salì un nodo in gola e sentì che tutta l’aria della stanza veniva risucchiata via da dove era seduta, era incapace di alzarsi. Attese che le lacrime sgorgassero dai suoi occhi senza trattenerle, ma non accadde nulla. Per un attimo si chiese cosa dovesse fare. Nessun pensiero. Udì un rumore di passi, attutito dai tappeti, avvicinarsi alla porta. Si alzò fiera, scosse la gonna per darle volume e si voltò verso la porta accennando un sorriso dolce rivolto a Mirabella che portava il tè: era perfetta.

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“Scrivere” di Jlenia adain Rodolfi

Si sgranchì le mani e tirò indietro le spalle e la testa, distese le gambe sotto la scrivania e fece uscire dalla bocca un ululato trattenuto e teso. Gettò uno sguardo di sottecchi al gatto acciambellato nella sua cuccia proprio accanto alla cabina del PC: “Visto, Meru! Racconto finito. E tu che non ci credevi, gattaccio!”. Abbassò la mano fino ad arrivare a grattarlo dietro le orecchie pelose, Meru si scostò guardandolo di traverso. Leòn accese la stampante e diede il via al concretizzarsi su carta di quel racconto che lo aveva impegnato per 3 notti: tornava dal supermercato, dopo 8 ore passate a prendere prodotti dal rullo e farli scivolare sullo scanner – “Sonocinqueeuroequarantasettecentesimi, vuoleibolliniperlepentole?” – e si metteva a scrivere. Scosse la testa e alzò le braccia scuotendo energicamente le mani senza smettere di fissare uno per uno i fogli che uscivano e si adagiavano sul vassoio. La stampante si zittì, Leòn, che era in bilico sulla sedia con le rotelline, tornò dritto e composto: un conto era leggere al computer, un altro leggere su carta le proprie parole. Controllò le mani con occhi attenti, prese una salvietta umidificata, di quelle per pulire gli occhiali, e se la passò sui polpastrelli con forza. Guardò con gli occhi lucidi i fogli e, passandosi la lingua sulle labbra, li estrasse; si accorse che la scrivania era sporca di briciole e trucioli di matita. Tenne in alto i fogli con una mano e con la salvietta appena usata passò il piano, buttando a terra i residui. Appoggiò i fogli e cominciò.

I suoi occhi scorrevano le righe, rapidi ma attenti, a volte tornavano indietro per farsi accompagnare dalla testa che annuiva alle righe successive; il dito sottolineava e batteva le lettere stampate mentre il sorriso accarezzava alcuni passaggi. Quando ebbe finito, alcune lacrime avevano fatto capolino tra le ciglia: “Meru, fantastico! Te lo leggo!”. E ricominciò. Stavolta la voce recitava ciò che prima la mente aveva costruito con parole che arrivavano veloci; la lettura era lenta e modulata, Leòn al suo esclusivo pubblico stava dando una Prima irripetibile. “Che dici?”, attese. Lo rilesse di nuovo: il suono della sua voce si era fatto tremolante e le pause erano meno oculate; inciampavano alcune parole nella lingua e Leòn raccattò il mozzicone di matita da terra. I fogli, candidi fino a poco prima, divennero un campo di battaglia: “Meru, avevi ragione, così non funziona”, una mano sporca di grafite tra i capelli sorreggeva la testa di Leòn, “la metafora è puerile e lo stile ripetitivo. Come ho fatto a pensare che fosse buono? Al corso avranno avuto tutti idee geniali come sempre. Rachele, poi, non ne sbaglia uno. Meru aiutami! Gatto inutile!”, Meru alzò appena lo sguardo a causa del tono di voce irritato, poi alzò la zampa e iniziò la sua toilette, incurante.

Alle 19.00 era pronto con la cartellina del suo racconto modificato sottobraccio, mise in moto la piccola auto e le lasciò qualche minuto per scaldarsi; restò immobile seduto, lo sguardo fisso sul parabrezza congelato e le mani nelle tasche ampie. Una riga sulla fronte lo fece sembrare più vecchio, gli occhi si spostavano dal parabrezza che si stava sbrinando alla cartellina rossa sul sedile accanto; cercò qualcosa nelle tasche ingombre mentre il suo fiato si faceva meno bianco. “Merda!”, estrasse il telefono dalla tasca e con le dita intirizzite scrisse:

Ciao Barbara. Stasera non riesco a venire al corso, scusami ma ho un po’ di febbre. Alla prox. Fammi avere comunque i racconti degli altri se puoi. Un abbraccio, L.”.

Girò le chiavi con un gesto secco e scese dall’auto.

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“2006: Duilio e Giovanna” di Jlenia Adain Rodolfi

Duilio

Duilio se la trovò davanti senza preavviso.

Buongiorno”, disse lei vedendo che Duilio rallentava avvicinandosi al tavolo su cui era appoggiato il bussolotto delle offerte, “stiamo raccogliendo fondi per restaurare la parrocchia del Don Giuseppe: ce la fa una donazione?”. Duilio rimase imbambolato e balbettò qualcosa di poco chiaro, augurandosi che il suo fiato non sapesse di ginger e vino.

Scusi, cosa?”, la signora indietreggiò istintivamente di un passo per creare una leggera distanza di sicurezza, “Si, si”, disse Duilio “la faccio, la faccio”. Cominciò a estrarre lentamente il portafoglio, ma intanto cercava di riprendere padronanza di sé. Il portafoglio cadde e Giovanna si chinò a raccoglierlo; glielo porse e per una frazione di secondo Duilio sentì il calore della sua pelle. Non era un brivido quello che aveva provato, era qualcosa di più acuto. Giovanna si avvicinò al banco dove c’era il modulo da compilare con i nomi dei donatori.

E senta…”, alzò appena lo sguardo per poterla guardare di sottecchi, “quanto devo lasciare?”.

Non c’è una cifra definita. Veda lei. Di solito lasciano dai 10 ai 20 euro, ma può lasciare anche di più”.

Duilio rimase in ascolto della sua voce mentre le chiedeva i dati, la teneva volutamente bassa perché lei fosse costretta a dire più e più volte “Come?” o “Non ho capito”. Il tempo andava al rallentatore, Duilio ebbe tutto il tempo per guardarla: era vestita semplicemente eppure qualcosa in lei tradiva il lungo tempo occorso per la preparazione; i suoi occhi scorrevano i moduli in modo preciso ed esperto. La mano era inanellata e le dita dalle unghie corallo stringevano la penna con sicurezza. Il suo profumo era lo stesso di quarantacinque anni prima, Duilio inalò una grande quantità di aria mentre le era vicino: voleva riempirsi i polmoni di quella fragranza che non aveva mai scordato. Molti anni prima in condizioni simili, l’aveva incontrata che distribuiva volantini davanti alla chiesa. Era rimasto a guardarla da lontano per quasi mezz’ora prima di avere il coraggio di avvicinarla ed era riuscito solo a farsi dare il volantino con qualche spiegazione sull’iniziativa dell’oratorio. Era lì che era successo: aveva giurato che quella ragazza meravigliosa sarebbe stata la sua donna. La domenica dopo, andando a messa, non l’aveva più incontrata: aveva saputo che quella era Giovanna Scapin e che era partita per le missioni africane con Don Renato Baldassarri; sarebbe stata via almeno due anni. Duilio non aveva smesso di pensarla; gli anni divennero due e poi tre e poi quattro… adesso, dopo quarantacinque anni la rivedeva. Si sentiva il ragazzino di allora e, guardandola negli occhi chiari mentre lo esortava a firmare la liberatoria, le parole gli si bloccavano in gola. Non poteva farsi scappare di nuovo l’occasione. Si rizzò impettito, si aggiustò i baffi con un gesto teatrale e si sfregò le mani con forza. Qualcosa si mosse in fondo al suo stomaco: Duilio temette di essere sul punto di vomitare il pollo coi peperoni del Centro Anziani, invece disse: “La parrocchia del Don Giuseppe è quella appena fuori da Generosa, vero?”.

Sì, dopo la Casa Circondariale c’è il cartello Zona Industriale. Ecco, 500 metri a destra inizia Peghello e la chiesa è nella piazza vicina al salumificio”.

Allora verrò domenica per la messa”, Giovanna fece un cenno di assenso e gli occhi le brillarono un po’, o almeno questo è quello che pensò Duilio girando l’angolo per rientrare a casa.

Giovanna

Lo aveva visto arrivare da lontano: camminava con le mani dietro alla schiena e il naso all’insù. Era proprio il tipo giusto; si stava avvicinando al tavolo su cui era appoggiato il bussolotto delle offerte: “Buongiorno, stiamo raccogliendo fondi per restaurare la parrocchia del Don Giuseppe, ce la fa una donazione?”, aveva sfoderato il suo sorriso più radioso nonostante il mal di denti e lo sforzo le fece sgranare gli occhi a causa di una fitta. L’uomo restò imbambolato e farfugliò qualcosa mentre dalla sua bocca usciva un leggero odore di alcool: Giovanna indietreggiò mentre lui le chiedeva di ripetere.

Sì, sì”, disse “la faccio, la faccio”, l’uomo cominciò a estrarre lentamente il portafoglio come se stesse usando le mani di qualcun altro. Il portafoglio cadde e Giovanna si chinò a raccoglierlo; glielo porse e avvertì una scossa simile a quelle che si generano indossando i maglioni di lana. No, non era una scossa di quel tipo, era qualcosa di più acuto. Con uno scatto impercettibile si voltò dirigendosi verso il tavolo: “E senta, quanto devo lasciare?”.

“Non c’è una cifra definita. Veda lei. Di solito lasciano dai 10 ai 20 euro, ma può lasciare anche di più”, disse automaticamente, “Restano pochi passi e la lascio andare…”. Quell’uomo parlava con un tono di voce bassissimo e Giovanna era costretta a dire continuamente “Come?” oppure “Non ho capito”, era seccante perché il mal di denti non le dava tregua e ogni volta che apriva bocca l’aria fresca le faceva partire una stilettata. Oltretutto percepiva gli occhi del tizio addosso e d’un tratto le parve di sentirlo inspirare profondamente; alzò appena lo sguardo e lo vide sorridere beato a occhi chiusi. Che tipo strano questo Duilio Fontanari, ma non avrebbe dovuto sopportare ancora a lungo l’Italia e gli italiani perché a metà mese sarebbe ritornata nella sua Africa e con un po’ di fortuna non sarebbe più tornata. Il gruppo “Missionari di Don Renato Baldassarri” operava in Ruanda e lei sarebbe rimasta a coordinare gli arrivi e le partenze dall’Italia sul posto. Da quando aveva preso i voti come suora laica, molti anni prima, la sua “vita al servizio”, come lei amava chiamarla, la gratificava totalmente. Comunque, non aveva nessuno qui per cui restare: la morte di sua madre in giugno l’aveva messa di fronte al fatto che era sola e inutile, là in Africa, invece, poteva fare la differenza. Alzò la testa e una nuova fitta le attraversò il molare, porse senza parlare il foglio per la liberatoria e indicò, guardandolo dritto negli occhi, lo spazio vuoto per la firma. Lui stava tutto impettito, strofinandosi le mani, sciocco e tronfio, quando improvvisamente fece uscire dalla bocca insieme all’odore di peperoni qualche parola: “La parrocchia del Don Giuseppe è quella appena fuori da Generosa, vero?”.

Sì, dopo la Casa Circondariale c’è il cartello Zona Industriale. Ecco, 500 metri a destra inizia Peghello e la chiesa è nella piazza vicina al salumificio”.

Allora verrò domenica per la messa”, Giovanna fece un cenno di assenso per mascherare la nuova, tremenda fitta che le fece salire le lacrime agli occhi e si voltò verso un nuovo passante.

 

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“In vino veritas” di Jlenia adain Rodolfi

Sopra una piccola rampa di scale di terra rossa che gira sul fianco di un basso edificio a due piani, si trova una porta scrostata senza serratura, ma fermata da una corda e un chiodo alla parete. La porta dà accesso a un’altra scala di legno grezzo, sei gradini, delimitata da due pareti color giallo ocra che la accompagnano fino alla cima. La scala termina aprendosi su una soffitta polverosa; dai vetri sporchi e dalle travi del soffitto rinsecchite filtra farinoso il sole di mezzogiorno. Il pavimento è coperto da uno strato lanuginoso la cui compattezza è interrotta da impronte non ben definite di uomini e topi. Di fronte all’uscita della scala, nell’angolo destro della stanza un materasso a terra, rifatto per metà è accompagnato da un piccolo abat-jour di tessuto rosso; nell’angolo sinistro un lavandino sbeccato su cui è sospeso un pezzo di specchio irregolare, annerito dal calore. Sulla parete sinistra un tavolino porta quelli che dovrebbero essere i resti di un pasto di qualche giorno prima: pane ammuffito, insalata appassita e un pezzo di formaggio con un’impronta di denti. In mezzo alla stanza un cavalletto puntinato di gocce di colore sostiene una tela, ricoperta da un lenzuolo bianco; a terra sotto il cavalletto, accanto a pennelli sporchi e tavolozza, riverso sulla schiena giace un uomo. La maglia che indossa è ricoperta di pezzi di vomito non ancora del tutto secchi e nella mano destra stringe una bottiglia di Aguardiente. Apre gli occhi cisposi e lascia che il suo sguardo incrostato vaghi verso la tela: pensa di essere svenuto appena terminato il quadro, stavolta ha esagerato col liquore. Cerca di rialzarsi facendo leva sui gomiti; è stordito, ma da fuori le voci dei bambini che giocano gli raccontano che è giorno inoltrato. Finalmente è carponi, ha compiuto l’atto senza mollare la bottiglia che contiene ancora un po’ di liquido: ne avrà bisogno. Appena in piedi scatarra in gola, anziché riuscire a fare un sospiro dopo la fatica; si gratta lo scroto e rutta sonoramente. Ce l’ha fatta: è sulle sue gambe. Con un gesto teatrale e uno sguardo bramoso prende un lembo del lenzuolo bianco e scopre la tela. La tela è bianca.

In quel preciso istante di sgomento, dalla scala sale la vecchia sdentata del bar di fronte; è piccola, grassa e curva, indossa un grembiule unto, ha tra i denti un sigaro acceso e nella mano destra la borsa termica del pranzo a domicilio: “Emile! Il pranzo è…”.

L’uomo scatta automaticamente, alza la mano con cui tiene la bottiglia e gridando: “Vattene, vecchia puttana!”, la lancia a pochi centimetri dalla testa della malcapitata. Silenzio.

Ostia, Emile! Stavolta quasi mi prendi!”, si lascia andare a un sorriso bucherellato e entra nella stanza, “Ecco il pranzo. Caspita! Hai festeggiato ieri, ti si sentiva urlare fin dall’altra parte della strada. José a un certo punto ha pensato che fossi in compagnia.”

C’era una domanda in quella affermazione, ma Emile finse di non coglierla: “Si, ho bevuto molto”.

Ma cosa c’è, Emile?”, chiese la vecchia vedendolo perplesso. Emile stava raccogliendo brandelli della sera precedente, non ricordava quasi nulla, però, era sicuro di aver finito un quadro: “Non so, Ana. Sono più confuso del solito.”

Ana sorrise incoraggiante: “Se ti posso aiutare, Emile, tu lo sai…”.

Si, si. Lo so, vecchia. Lo so”, disse infastidito.

Adesso mangia qualcosa, Emile. Lo sai che dopo ti senti meglio”, Emile, suo malgrado, sorrise. Ana aveva ragione: un pasto caldo lo avrebbe aiutato a ritornare in sé e a ricostruire i passi della serata precedente. Ana apparecchiò la tavola dopo averla ripulita alla bene e meglio; mise nel piatto la Bandeja Paisa* e attese che Emile si sedesse a tavola. Emile nel vedere il piatto strabuzzò gli occhi: “Che abbondanza! Sto per morire, vecchia? O tu e il tuo ganzo mi buttate fuori di casa? Mi devi chiedere dei soldi per quel perdigiorno forse?”.

Emile, cosa stai dicendo?”

Non ci capisco più niente, vecchia! Di solito quando bevo è perché ho terminato un quadro e quindi una bella commissione sta per entrare nelle mie tasche, allora mi posso permettere un pasto dei tuoi, vecchia pipistrella! Ma non sono mai abbondanti e succulenti come questo! Stamattina mi sveglio, intontito come non mai: la tela è bianca e il tuo pasto è degno di un re! Che cosa vuoi? Che cosa hai fatto, vecchia, del mio quadro? Parla o giuro su Dio che ti batto fino a farti piangere!”, Emile era scattato in piedi e sovrastava Ana minaccioso.

Ana lo guardava sorridendo: “Ah, non ti ricordi proprio nulla, allora?”.

La rabbia di Emile stava per esplodere più potente che mai: “Ho detto parla, Cristo!”.

Ana sorrise: “Il quadro lo hai finito, Emile. Era talmente bello che per la prima volta hai chiamato me e José a vederlo. Un’anteprima dicevi. Dicevi che ce lo meritavamo, Emile, per tutte le volte che avevamo dovuto tirarti in piedi dopo una delle tue sbronze. Dicevi che se lo volevo era mio. Io lo volevo tanto, Emile. Ti ho detto quanto la donna disegnata mi ricordava la mia Leticia, prima che il male me la strappasse dalle braccia. Dicevi che avevi pensato a lei mentre facevi quel quadro e a me. Hai detto che l’avevi disegnata pensando di vederla attraverso i miei occhi. Mi hai fatto piangere, sai Emile? Mi sembra di averla con me da quando ieri sera ho appeso il quadro sopra il letto. Era tanto che non sorridevo; dicevi che ti piaceva veder ridere questa povera vecchia di nuovo. Hai forse cambiato idea, Emile? Ah, io semmai lo capisco. Non preoccuparti te la lascio la bandeja, anche se ti riprendi il quadro. Lo capisco, sai, io. Mica mi aspettavo che me lo avresti lasciato. Mica sono matta io, Emile”, le mani di Ana tormentavano un canovaccio lurido, le sue nocche erano sbiancate e per la prima volta sembrava in attesa di qualcosa.

Emile la guardava. Tirò la bocca in un mezzo sorriso e disse un po’ addolcito: “Si, si, vecchia. Tieniti quel quadro. Ma stai bene attenta a chi racconti questa storia. Non voglio che si sappia che quando bevo divento un tenero.”

Oh no, Emile, tranquillo, non lo dico a nessuno. Ma tu sei sempre buono con me, Emile.”

Tranne quando ti lancio le bottiglie, vecchia.”

Io so che sei buono anche in quel caso, Emile.”

***

Bandeja Paisa: piatto tipico del Dipartimento di Antioquia con capitale Medellin (riso, fagioli, platano maturo fritto, carne di bovino in polvere, cotenna di maiale fritto, tritato di bovino fritto, uovo fritto accompagnato con avocado, patacon (tipo di banana) salsiccia con limone, arepa (granoturco tritato) accompagnato con una bevanda di polenta liquida con latte fredda.

 

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Esercizio (3)_ “Il Falco” di Jlenia adain Rodolfi

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

***

Nel periodo dell’assassinio di Margie ero stato relegato al lavoro d’ufficio: una specie di punizione per certi passaggi poco chiari di contante che erano stati archiviati solo grazie alla mia parentela col Senatore McGillis. Il capitano non aveva digerito il suo tentativo di fare pressioni dall’alto, ma non potendo rifiutargli un favore, contrattò per lo meno di non avermi tra i piedi durante le indagini:

Ti è andata bene, Don. Non posso fare di più”, aveva detto Mc Gillis, e io non avevo insistito, anche se avrei potuto farlo.

A ogni modo mi trovavo in mezzo alle scartoffie quando Righetti prese a raccontare di questa starlette trovata morta e di come fosse praticamente impossibile capire come fosse successo. Avevo ascoltato con poco interesse, restando concentrato su un verbale a cui mancavano le firme degli agenti che lo avevano redatto, quando udii:

“… la Canarina, Smith. Quel gran pezzo di fica, l’ha trovata una certa Gibson, la cameriera. Ma sì, dai, dicevano fosse finita a letto con un cazzo di principe. Dopo che lui l’aveva lasciata era uscito quel servizio in cui era tutta nuda, la cagna. Mia moglie mi aveva sbattuto sul divano per quasi una settimana quando mi aveva beccato con il giornale in mano!”, Danton si fece una grassa risata e continuò, “Non faceva lo stesso effetto, stamattina, stecchita, ma comunque nuda. Una sbirciatina gliel’ho data… Aveva due bombe che dal vivo…”, non volli ascoltare nient’altro, mi alzai di scatto e, cercando di non farmi notare, mi diressi verso il bagno di servizio.

Margie. Morta”, rivolsi queste parole al mio riflesso nello specchio da una distanza che sembrava infinita. La fronte era imperlata di piccole gocce fredde e le gambe sembrava fossero quelle di un altro. Ricordavo i suoi lineamenti perfetti e il leggero strabismo del suo occhio destro alla fine di un amplesso particolarmente soddisfacente. Ricordavo come riusciva a eccitarmi quando mi passava le mani lente sul ventre e, mentre scendeva, mi chiamava scherzando “Falco”. Ricordavo il sottile stridore della sua voce quando parlava della sua famiglia e quando ordinava un gelato. Ricordavo, ricordavo ancora tutto e non mi stava facendo bene. Avevo scrollato la testa tentando di ritornare in me. Era morta. Nessuno sapeva come e io stavo a una scrivania mentre avrei dovuto fare i salti mortali per avere informazioni di prima mano. Non ero molto amato dopo quella faccenda delle mazzette. Feci scorrere l’acqua fino a sentirla gelata e mi lavai il viso per riacquistare una parvenza di normalità prima di uscire da lì.

Ero tornato alla mia scrivania e avevo fatto qualcosa che non credevo di volere fino a quel momento.

Il senatore Mc Gillis, per favore. Dica che sono suo fratello. Attendo”, passò qualche minuto in cui una musica sgraziata mi sfregiò l’orecchio destro, “Henry sono Don. Ho bisogno che tu mi faccia reintegrare nella squadra investigativa. Ho un ottimo motivo: Margie è morta. Non vorrai che venga fuori tutto proprio ora? E poi rispondi a questo: cosa ci faceva lì la Gibson?”.

 

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