CONCLUSIONE (6) _ Laura Giardina

Da giovane non ho mai avuto una particolare attrazione per i gatti, non mi fidavo di loro, li guardavo con sospetto. Non so se fosse frutto di convincimenti derivati, e quindi assorbiti per osmosi, oppure se ne avessi fatta in qualche modo esperienza. Romeo, il primo gatto in casa, è arrivato del tutto inaspettato: mia figlia tornò con lui dopo essere stata ospite presso una famiglia di veterinari. Anche lui, come il mio primo cane, era malmesso, con una mandibola rotta mal calcificata, ma con una caparbia voglia di vivere. Un gatto di razza persiana viene descritto come un gatto da salotto, Romeo invece soffriva a stare in casa, la sua folta pelliccia lo sosteneva nella smania di star fuori la notte anche negli inverni più rigidi. Il suo territorio sapeva difenderlo bene, non poteva avvicinarsi nessun gatto nel nostro giardino, lui era sempre pronto alla zuffa. Negli anni questi combattimenti hanno lasciato ferite di guerra e in simbiosi siamo invecchiati. I cambi delle stagioni dell’età hanno modificato i nostri caratteri: siamo diventati meno socievoli, più appartati dal mondo.
Anche lui, come me, ora vede meno, tanto che la posizione della sua lettiera gli è stata resa maggiormente individuabile da una paletta rossa conficcata nella sabbia.
Romeo è sempre stato molto fiero e dignitoso, e nonostante i suoi corrispondenti novant’anni, mantiene ancora le sue buone abitudini di predatore, omaggiandomi di carcasse di uccellini, morti senz’altro per cause indipendenti da lui, ma che riutilizza opportunamente tramite l’arte del riciclo creativo.

Osservando le persone che ospitano in casa degli animali domestici, posso affermare che noi esseri umani siamo distinguibili emotivamente in base dalla scelta di avere un cane o un gatto. Le persone che possiedono un gatto tendono ad essere più indipendenti nelle loro manifestazioni, e nelle loro relazioni, di chi possiede un cane, e sembra siano più propensi a concentrarsi sulla parte dolce e comoda delle cose. Dei gatti ci si innamora per il loro starsene distanti, per la loro natura curiosa. Veniamo irrimediabilmente attratti dal loro essere distaccati, non si rischia di farli divenire una stampella per i nostri bisogni emotivi, né esseri rispondenti in maniera macchinale alle nostre aspettative e proiezioni. Sembrerebbe, inoltre, che gli animali in questo momento di disagio e di rarefazione delle relazioni dirette, siano diventati membri della famiglia a tutti gli effetti svolgendo un importante ruolo sociale. Riempiono un vuoto e per questa ragione molte persone sono particolarmente infastidite dall’indipendenza e dall’ingratitudine (apparente) dei gatti.
Ultimamente, nella mia famiglia è arrivata una batuffolina soffice di 3 mesi, candida come il latte con delle macchie color miele: Trilly. Ne sono stata rapita dopo aver visto una sua foto in cui mi guardava dritta negli occhi con la testolina leggermente inclinata. Cercando di agevolare il suo inserimento in casa mi ero impegnata molto per entrare in relazione con lei, persino gattonando sulle mie ginocchia doloranti, ma nonostante i miei sforzi, lei non mi considerava proprio. Questo atteggiamento, per me frustrante, proprio non lo comprendevo. Trilly passava intere giornate davanti al muso impassibile di Romeo, le interessava solo lui, sembrava fosse l’unico inquilino della casa. Passavano i giorni e lei cercava caparbiamente la sua attenzione per interagire solo con lui. Un vero rompicapo. Un pomeriggio li ho trovati che ronfavano insieme sul divano: lui si era arreso e aveva finalmente tollerato la sua vicinanza. Quello che fino a quel momento non avevo capito a un tratto mi fu chiaro: lei aveva rispettato un codice, riconoscendo il territorio esclusivo di un suo simile, e ferma nella sua scelta aveva perseguito la via più difficile. È una tosta la mia Trilly, mi assomiglia.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

 

CONQUISTA (9) _ Laura Giardina

Probabilmente fu scoperto, come la maggior parte delle cose, per caso. Probabilmente era una giornata calda con una leggera brezza, e chissà quale fu la distrazione che permise alla ciotola incustodita di cereali, pronta per la cena, l’incontro con i lieviti selvaggi nell’aria che fecero il resto. La poltiglia piatta, al ritrovamento, si era trasformata in un pezzo di pasta lievitata.
In quel preciso momento l’umanità e il lievito entrarono ufficialmente in relazione!
Sono tante le leggende che tramandano la conoscenza dell’acquisizione del lievito nella storia del cammino umano. Io non so con precisione quando entrai in contatto con il lievito, di sicuro ho ricordi di fiabe raccontate e del rispetto e gratitudine verso questo pezzetto di pasta crescente, questa sostanza magica che gonfia l’impasto del pane. È da sempre il dono di un essere soprannaturale della solidarietà, dell’apertura all’altro, un simbolo potente e un fattore di coesione. Nella tradizione era un bene comune che passava di mano in mano per essere utilizzata a turno, proprio come accadeva per il forno del paese. Mi ricordo mia zia Mimì che faceva il pane una volta alla settimana, aveva il forno a legna in un locale sul retro della casa, dove teneva il grano da portare al mulino, e ricordo la Bianchina dello zio, a cui si cambiavano inspiegabilmente le marce anche senza pigiare il pedale della frizione rotta.
Parlavo di apertura all’altro, dove nemmeno la peggiore inimicizia avrebbe giustificato un’interruzione dello scambio della sostanza fermentante.
Nonostante mia zia avesse una vicina impicciona e molesta, quando bussava alla porta non le veniva mai negato un pezzo di crescente.
Era una catena ben oliata di un ingranaggio coerente e perfetto.
Nella via di mia zia c’erano tre panificatrici: Angelica, Angelina e Santuzza. Panificavano per le loro famiglie a turno, a giorni alterni, in modo da avere assicurato un ricambio costante di lievito fresco. I corrieri coinvolti in questi scambi eravamo noi bimbi, che ritiravamo il bene prezioso di casa in casa, dentro involucri di foglie di cavolo o di altra verdura a foglia larga a seconda della stagione. Finito di fare l’impasto se ne staccava un pezzo e lo si metteva da parte per la prossima condivisione. Mentre impastava, mia zia mi dava un pezzo di pasta da farci qualcosa e mi raccontava sempre la stessa fiaba: quella di Betta pelosa. Tanto brutta quanto pelosa, così brutta che nessuno le rivolgeva la parola. Aveva un pregio, però: quando sfornava il suo pane l’odore si sentiva in tutto il vicinato. Un giorno, un ragazzo forestiero percepì la fragranza del pane appena sfornato, entrò nella sua casa, s’innamorò di lei e si sposarono. Fu così che Betta pelosa divenne Betta felice.

La signora Angelica diceva che il crescente di mia zia era speciale e che quando lo usava, il suo pane veniva più buono. Mia zia aveva un ingrediente segreto, un valore aggiunto: semplicemente raccoglieva l’acqua piovana, la filtrava e la teneva da parte per panificare. Così ogni volta prima di infornare, ne conservava un pezzetto da spartire con le altre per il pane successivo.
Era forse la combinazione di lieviti e batteri che le nuvole portavano da Paesi lontani, che davano al pane quel sapore unico, diverso. Lei non lo sapeva, ma lo faceva, per necessità, per avvantaggiarsi sulla poca acqua razionata.
Per lei, il mantenimento del lievito a casa era una regola del suo vivere. Sapeva che la salute di quel tocchetto dipendeva da lei, dalla sua ritualità. Nutrire quel pezzettino di pasta con la farina e l’acqua piovana, insieme al calore delle sue mani e al suo umore allegro, erano la sua impronta distintiva.
Mia zia era molto bella d’aspetto, i tratti normanni di mio nonno, ereditati da dominazioni di tempi lontani, avevano contraddistinto la nidiata.
Molto più tardi negli anni, compresi qualcosa in più da quei semplici gesti: la potenza dello scambio e del dono. Questa effervescenza che altera e rende altro, senza la quale il pane non cresce, fa incontrare, sviluppare. E come i lieviti nell’aria che mia zia accoglieva nel suo pane, lo straniero venuto da altrove, porta con sé in una terra nuova, quelle trasformazioni che proprio alterando e contaminando in maniera proficua, sono lievito necessario, che fanno crescere ed evolvere con nuove conoscenze.

 

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

SAPERE (6) _ LAURA GIARDINA

“24 aprile – Snæfellsjökull, latitudine 64.8082929, Longitudine -23.775950999999964. Ore 06.21: abbigliamento adeguato, zaino leggero”.

Per qualche secondo rimasi a fissare il messaggio, la mente aveva già cominciato a selezionare i dati utili da quelli apparentemente inutili. Avevo ventiquattr’ore per organizzare la partenza ed essere lì. Non potevo mancare, questa era l’unica possibilità per incontrarlo.
I miei compagni si erano trovati con lui due mesi prima a Mauna Kea, la montagna bianca. Piegai la gamba destra due o tre volte, non mi faceva più così male, la riabilitazione era stata tosta, ma alla fine aveva recuperato bene. Pensai subito a Sigrun Lara un mio contatto facebook, lei abita a Reykjavik, poteva essere utile per avere qualche dritta su come muovermi. Passo due ore febbrili fra contatti e prenotazioni. Prima di affrontare la questione bagagli e cose da infilarci, faccio una pausa per una tisana. Sospiro e mi guardo intorno, per quanto sia piccola la mia casa, mi ci trovo bene, fa parte anch’essa della mia zona comfort, la mia zona sicura, dove rifugiarmi. Per questo mi dico che è venuta l’ora di muovermi, di partire.

Sono in aeroporto: cerco fra la gente in attesa, ecco Sigrun che si sbraccia, accidenti com’è alta, mi abbraccia, ma solo con le braccia, Avevo letto da qualche parte che nel saluto, il linguaggio del corpo può dire se una persona vive in una zona rurale o in una zona urbana più popolata. E lei non fa eccezione. Usciamo, è tutto bianco, sento il freddo attraversarmi le narici fino alla bocca dello stomaco, mi ci devo abituare. Ci salutiamo con la promessa di incontrarci al mio ritorno. Isold, il mio passaggio ad ovest, ha la faccia tonda, sorridente, con occhi piccoli azzurri; per 200 chilometri mi racconta tante cose sul suo paese, non gli presto troppa attenzione, so che vuole solo essere gentile e accogliente, ma l’incognita dell’esperienza che mi aspetta, mi fa vagare la mente perdendosi in mille possibilità, illudendomi di avere il controllo della situazione. Da lontano già si vede il ghiacciaio stagliarsi imponente.

Sono arrivata: guardo il mio cellulare non c’è campo, sono in anticipo e sola, verifico più volte la mia posizione con la bussola per essere sicura di essere nel posto giusto. Mi siedo sullo zaino, il vento mi frusta il viso. Lo vedo arrivare, mi fa cenno di seguirlo, cominciamo a salire, sarà un percorso duro non sono ancora abituata a spingere così forte sulle mie gambe. Nulla in palestra ti può preparare a una prova estrema come questa, si deve raccogliere la forza e la volontà per obbligarsi al passo successivo.
Passo… attesa… passo… attesa… così procediamo in diagonale.
Il mio cervello è così pieno, intorpidito, il mio corpo così stanco. Guardo in alto la parete, siamo ancora lontani dalla vetta.
Il mio compagno si volta, mi guarda e si fa da parte, slaccia la sua cima e m’imbraga come capo cordata. Prendo un paio di respiri: ora io dipendo da me, lui dipende da me.
Mi avvicino a un crepaccio, mi fermo, cerco alternative al passaggio, ma non le vedo. Ho intenzione di provare comunque, trovo infine una cornice per poterlo oltrepassare, riuscendo ad andare oltre.
Sono euforica, inizio a credere, e lo sento dentro di me, che ce la posso fare.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

MALINCONIA (6)_LAURA GIARDINA

Mio nonno era fotografo e la mia vita è stata costellata di scatti fotografici; quand’ero piccola, mio nonno le foto me le faceva nel suo studio, con la Sanderson sul treppiede. Usava il lampeggiatore fotografico sul quale era posta la polvere di magnesio cui veniva dato fuoco per generare il lampo luminoso. Odiavo tutto questo perché ne avevo paura, il lampo di luce e il botto secco erano per me motivo di tormento, ma nessuno nella mia grande famiglia, sembrava comprendere perché faceva parte del loro quotidiano. Questo per dire che non amo le fotografie, specialmente quelle che riportano a ricordi personali, a quei ricordi che ti legano dolorosamente alla mancanza. Enrico, mio fratello maggiore invece, con il suo occhio vorace, possiede una stanza apposita dove ha riposto rullini, stampe, e bobine video, di una vita passata a farsi riprendere e a riprendere la vita degli altri. Ha un archivio perfettamente organizzato, come se questo ammasso di ricordi fosse il solo a dare senso alla sua vita presente, per potersi proiettare nel futuro. “Ho caricato su YouTube un filmino di mamma e papà in vacanza con gli zii a Vulcano, è del 1988. Ti mando una mail con il codice così lo puoi vedere”. Parto per la Sicilia quella notte stessa, per andare a chiudere casa e prepararla per l’inverno. Le case sulle isole sono assoggettate ai venti e alla salsedine e bisogna preservarle, è una cura che mi sono fatta carico di perseguire, proprio come faceva mia madre, con la stessa ritualità: la biancheria pulita nei sacchetti bucati con l’ago, per far passare l’aria, le pentole e le posate anche quelle nei sacchetti, i tubi di scarico dei lavelli sigillati per gli insetti. Apro lo stipo per riporre un pacco di lenzuola, dentro è tutto in ordine, i sacchetti ben stesi e impilati, ma qualcosa impiccia e attrae il mio occhio, un fazzoletto è fuori posto, da solo, in libertà. Lo riconosco è quello che usava mia madre per ripararsi i capelli dal vento, lo prendo e, istintivamente, lo porto al naso, lo odoro. Chiudo gli occhi, sa di muschio bianco, il suo profumo. Ping… non è possibile dopo tutto questo tempo pong… ma è il suo odore ping… me lo sto immaginando, perché ne ho bisogno… pong… è lei. Mi arrendo e rimango in bilico tra il cuore e la mente. Esco, vado all’emporio per le ultime cose. Fuori stagione, senza i turisti intorno, ci si riprende il tempo scandito e rallentato, ci si individua più facilmente per scambiare due parole. Compro il pane al forno, per accompagnare quanto è rimasto in frigorifero, l’ultimo pasto prima che arrivi l’aliscafo: pane, pomodori veri, ricotta fresca, olive cunzate, olio e origano. Mentre mangio, distrattamente do un’occhiata alle mail, schiaccio il link del video inviatomi da Enrico. Mio padre e mia madre sono ripresi esattamente dalla mia angolazione, seduti allo stesso tavolo, abbronzati e felici, mio padre guarda l’obiettivo, mi sta guardando, sto pranzando con loro.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/. Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

LEGGEREZZA (6)_Laura Giardina

“Ti posso parlare mamma? Solo per due minuti”.
Valentina voltava le spalle intenta a tagliare le carote per lo stufato, a quelle parole si bloccò, rimase immobile per un secondo e respirò profondamente prima di voltarsi. Sapeva in cuor suo che non sarebbero bastati due minuti, ma che invece sarebbe stata risucchiata per ore in un vortice di discorsi immaginari, che solo una mente confusa sa produrre.
Da quando era tornato a vivere con lei, non poteva far finta di non vedere la sua fragilità e il suo mal di vivere. Era fermo lì, impantanato nello scarto e nella tensione, fra ciò che è, ciò che vorrebbe, potrebbe, dovrebbe essere, fra la realtà e la possibilità, identificato nel fare i conti con i propri limiti e con l’imperfezione che contraddistingue ogni essere umano.
Matteo è un anno che non beve e non fuma, ha deciso di mettere ordine nella sua vita e la madre per lui rappresenta questo: poter rimanere sui binari. Per fortuna in quel periodo i suoi sbalzi d’umore erano stati abbastanza sopportabili per lei, ma le rendevano lo stesso la vita più difficile di quanto avrebbe dovuto essere. Rinegoziare ogni volta posizioni già stabilite e concordate la estenuava. Questa condizione era un viaggio a due, inscindibile, Valentina si ritrovava suo malgrado sulle montagne russe;
 a fasi alterne, insieme a lui precipitava verso il basso, nel buio profondo, e poi sempre con lui verso l’alto, dove ogni volta si illudeva che quell’attimo, quello stato di apparente serenità, potesse rimanere incorniciato in un fotogramma immutabile.
“Lo sai mamma, che in dieci milioni di anni luce ci sono altre duecento milioni di galassie e che quindi la nostra galassia è paragonabile a un puntino? E quindi qualsiasi problema noi ci facciamo all’interno di questi 200 miliardi di stelle, del tipo che scoppi la terza guerra mondiale, Israele che bombarda Gaza, i problemi fra mamma e figlio, noi siamo solo una specie fra 8 milioni di specie e tutto quello che ci succede, se paragonato al Tutto, non ha senso? Quindi cambiando punto di vista…”.
Valentina si era seduta e si era già staccata emotivamente dal discorso, ormai per istinto di sopravvivenza, per non soccombere e per non arrivare allo scontro, aveva imparato che dandogli un altro bersaglio su cui volgere l’attenzione riusciva a interrompere il flusso straripante di questi pensieri logico-lineari.
Si alzò, si tolse il grembiule e sorridendo gli disse:
“Mi accompagni giù al porto? Ho voglia di vedere il mare, potremo continuare lì la nostra conversazione”.
Scesero le scale, lei e il suo bambino alto quasi due metri, arrivarono al lungomare, si sedettero sugli scogli vicino al faro e rimasero in silenzio. Il mare nel suo moto infinito già riportava le cose a posto. Tutto assumeva un valore diverso, attorno non c’era più nulla. I pensieri possono portarci in mondi distanti e farci allontanare da tutto, ma una cosa resta la stessa: il legame perpetuo dell’essere madre ai tuoi figli. Vorresti salvarli, ma in realtà sono solo loro stessi a potersi salvare. Valentina sentì il sole sul viso, inspirò quell’attimo, un attimo in più, un pezzettino rosicchiato da incollare sul tabellone dei momenti felici.

 

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Francesca Garioni

 

Circolcco Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

CONDIVISIONE (5)_Laura Giardina

Sono il numero 56, accidenti! Hanno già chiamato il mio volo all’imbarco, spero che gli ultimi numeri prima di me si sbrighino in fretta e non si facciano tutti e 5 riempire di crema i cannoli.
Finalmente il mio turno, prendo i dolci di mandorla, al pistacchio e i rosoli al finocchietto selvatico. e come al solito mi dico “Ma quanto costano!?”, e come al solito mi rispondo “Ma quanto sono buoni?!”.
In aeroporto vedi sempre girare i sacchetti di Nonna Rosa, casomai ti dovessi dimenticare di fare tappa al suo punto vendita, ci sono loro a ricordarti di passare di lì. Arrivo al punto di imbarco trafelata, c’è ancora una fila chilometrica, ho abbastanza tempo per infilare i dolci e i rosoli nel trolley.
Mia madre mi diceva sempre di ottimizzare il numero di borse da infilare nei bagagli e di avere il più possibile le mani libere per non rischiare di perdere roba nella fretta degli spostamenti. Lascio fuori, però, un sacchetto di dolci alle mandorle, su questi voli low-cost non ti danno proprio nulla da mangiare. Oltrepasso l’imbarco e, come al solito, non trovo mai spazio per il bagaglio a mano sopra al posto assegnatomi, deve essere un’altra legge incomprensibile del cosmo, come i calzini nella lavatrice che entrano pari e ne escono dispari. Cose che a noi comuni mortali non è dato sapere.
Trovo spazio per il mio trolley quindici file più in là, e finalmente torno al mio posto, mi allaccio la cintura e iniziano le simulazioni delle hostess sulle misure di sicurezza che nessuno, compreso me, si fila. Finalmente il decollo. Ho vicino a me un signore che legge un libro, sbircio sempre le copertine per farmi un po’ un’idea delle persone che mi capitano accanto, ma di questo non conosco né l’autore né il titolo. Accendo il mio Kindle e comincio a leggere anch’io. Dopo qualche minuto vengo richiamata alla realtà dal rumore del mio sacchetto dei dolci, il mio vicino ci affonda una mano e estrae il pacchetto di quelli alle mandorle. Lo apre, lo mette sul mio tavolino e se ne prende uno guardandomi con un sorriso. Rimango immobile, non riesco a capire se è una cosa che sta capitando realmente o se me la sto sognando. Penso a una candid camera, mi guardo intorno cercando una telecamera nascosta, ma no, andavano di moda 30 anni fa! No, deve essere proprio uno… Ma tu guarda che faccia tosta!
Ricambio lo sguardo , incredula e accigliata, poi ritorno tra le righe del mio ebook con fatica. Dopo altri dieci minuti il mio vicino allunga la mano e si prende un altro dolcetto, e dopo ancora un altro. Decido di non associarmi, di non mangiarne neanche uno, voglio proprio vedere se se li mangia tutti lui, anzi voglio anche rendere il suo gesto, isolandolo, più colpevole e amplificato. Con intervallo metodico, il tipo se li mangia tutti, fuorché uno.

Che carino, me ne ha lasciato uno!”, penso con giustificato sarcasmo. Riprendo a leggere, ma le parole che leggo meccanicamente mi si confondono, sono entrata in un flusso di pensieri negativi che mi innervosisce.
Cerco di cambiare lo stato d’animo con altri pensieri, ma il fastidio ritorna con forza, accresciuto dal risentimento. Finalmente inizia la fase di atterraggio, decido di aspettare che tutti scendano, andare controcorrente per tutto quel tratto di corridoio non ha senso. Aspetto.
Il mio compagno di merenda si alza, recupera il suo bagaglio e se ne va.
Finalmente rimango sola sull’aereo, il mio bagaglio è l’unico rimasto. Lo recupero e mi avvio all’uscita. Mi sento chiamare dalla hostess che si trova davanti al vano dove prima c’era il mio trolley. Mi sta chiedendo se quel sacchetto dimenticato è mio. E’ un sacchetto azzurro, il sacchetto di Nonna Rosa, quello mio, sì. Intonso.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

COMPRENSIONE (5)_Laura Giardina

“Posso sedermi accanto a lei?”, gli chiese il vicino di letto. Marco non aveva molta voglia di fare conversazione, era ancora dolorante dall’operazione e con le cannule di drenaggio inserite non aveva possibilità di movimento, era obbligato a stare disteso sulla schiena.
Gli fece un cenno leggero col capo e l’uomo si sedette vicino al suo letto.
“Ciao sono Giovanni, sono qui da un po’ di tempo e il mio letto è quello vicino alla finestra.”
Man mano che la conversazione prendeva a fluire, Marco apprezzava sempre di più i modi garbati e la presenza discreta con i quali il suo interlocutore si poneva in relazione. Era un piacere conversare con lui, giorno dopo giorno scoprirono di avere molte cose in comune. Dalla finestra, che dava sul parco, Giovanni descriveva per lui, nei minimi particolari tutto quello che accadeva là fuori, Marco chiudendo gli occhi riusciva a tradurre in immagini e sensazioni quelle parole, per lui Giovanni era diventato oramai l’estensione dei suoi occhi. Le infermiere sorridenti, erano anche loro complici di quelle conversazioni tanto da chiedere ogni volta: “E oggi dove siete stati?”.
Sapeva raccontare dei colori dei fiori, persino dei profumi, della forma delle foglie, delle anatre, dell’eleganza dei cigni nel laghetto, delle persone innamorate che passavano abbracciate, dei bambini che correvano gioiosi, degli anziani che giocavano a carte o parlavano tra di loro. All’inizio dell’estate si svolse una gara di aquiloni, anche quella gliela descrisse nei minimi particolari, e Marco ne fu coinvolto e sopraffatto tanto da sentirsi trasportare, come in un sogno, in alto, sospeso nel vento, nel cielo, nei colori. Quei racconti pomeridiani rendevano il suo mondo più bello, animato da tutte le attività del vivere esterno, dimenticando per quello spazio di tempo la sua condizione di immobilità.
Una mattina, l’infermiera di turno non riuscì a svegliare Giovanni, durante la notte, nel sonno, se n’era andato, in punta di piedi, in linea con il suo essere discreto. Marco cadde in una profonda afflizione, l’infermiera pensò di spostare il suo letto vicino alla finestra, per farlo stare vicino alla luce del sole che, ne era sicura, lo avrebbe aiutato a sollevare l’umore. Lentamente e con molto dolore riuscì a spostare il peso su un gomito e tirarsi su, guardò attraverso la finestra, incredulo e stupefatto aldilà di essa non vide altro che un muro bianco. Disse all’infermiera di non capire perché il suo compagno di stanza avesse descritto cose che erano impossibili da vedere, l’infermiera si avvicinò e accarezzandogli una mano rispose che anche se non ci fosse stato il muro, Giovanni non le avrebbe potute ugualmente vedere perché era cieco.

 

ccCircolo Scrittori Instabili di Circolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.