“Sono una scrittrice!” di Livia Trentini

Questa mattina mi sono svegliata con la determinazione di essere una scrittrice. Ancora in pigiama, mi preparo la colazione, un caffè con fette biscottate e marmellata, accendo il pc, apro un bel foglio bianco ancora intonso in word e…

E il cursore mi guarda, ammicca, sembra voler dire: “Sono pronto, in trepidante attesa, fammi muovere dalla mia posizione statica, non vedo l’ora di volare su questo mare bianco!”

Dunque partiamo dal titolo “La primavera” (banale), “La condizione delle donne durante la rivoluzione industriale” (storico, avevo 5 in storia!), “Assassinio per procura” (troppo intricato, mi perdo anche in città, figuriamoci in un racconto), “la vita dei gatti” (non ho un gatto).

Cominciamo a scrivere, poi il titolo verrà da sé. Colazione finita e pagina bianca.

“Su, facciamo girare le due celluline o facciamo fare uno scontro ai due neuroni e mettiamo insieme delle frasi coerenti di senso compiuto”, maledetto cursore mi prende pure in giro.

Dunque, incrocio le mani, scrocchio le dita e sono pronta a iniziare. Sono sicura che nel momento in cui inizierò a scrivere qualcuno mi disturberà, il telefono con le solite proposte di cambio fornitore di luce, gas, acqua o di acquisti convenienti di vino, olio, formaggi e tante altre offerte. Mi dispiace per chi chiama, visto che è un lavoro, ma di solito la risposta standard è: “Mi spiace ma la signora è fuori, non sono autorizzata a cambiare o comperare, richiami fra circa 2 mesi”. Giusto per non essere scortesi. Però il telefono oggi non squilla, meno male così posso concentrarmi. Dove ero rimasta? sì certo, devo iniziare il primo paragrafo.

Se fossi su una cuccia con una macchina da scrivere avrei già l’inizio – Era una notte buia e tempestosa – però queste parole mi dicono qualcosa, forse sono già state utilizzate.

Dunque… ma proprio nessuna notifica dai social, potrei essere distratta proprio da quelle con tanti argomenti interessanti – guardate sono sbocciate le prime viole; il mio cane Pallino oggi è felice; vi ricordate quando da piccoli eravamo belli/brutti/intelligenti/mangiavamo la terra/succhiavamo le sponde del lettino verniciate di prodotti tossici/se tornavamo tardi arrivava la ciabatta del papà dritta in testa – e tanti post uno, peggio… ops!… meglio dell’altro.

Oppure i vari influencer con questa crema miracolosa mi sono sparite le rughe/questo prodotto è fantastico ed è necessario in ogni cucina/meno male che ho comperato questa tuta da ginnastica, mi fa sembrare più magra senza sforzo/sono dimagrita senza nessuna fatica, mangiando queste buonissime barrette al gusto di fegato e banana – e pensare che vengono ricompensati per le cose che propongono e ci sono persone che li seguono, che cosa triste non pensare con la propria testa. Sì, ma tanto non sono iscritta a nessun social, per cui le notifiche non mi toccano e non possono interferire con la mia decisione di diventare una scrittrice.

Ecco è arrivata l’ispirazione… SI RI-ricomincia! Ma una voce dal telefono mi blocca:

Sì, dimmi come posso esserti utile”

Ma chi sei?”

Sono Siri il tuo assistente vocale, dimmi pure”

Ma che fai?”

Sto aiutando circa tre milioni di persone che hanno detto Ehi Siri!”

E come le aiuti?”

Mettendole in contatto con i propri cari, cercando informazioni in internet, per esempio con la ricetta della torta di mele, con i programmi alla tv, le previsioni meteo”

“Ma fai anche cose più interessanti, tipo darmi suggerimenti per un racconto?”

Se mi dici il genere posso aiutarti”

“Pensavo a qualcosa relativo a… o forse… ma anche… non lo so ancora, tu che dici?”

Dico che ci sono tanti argomenti da leggere, però si deve avere almeno una vaga idea”

“Hai ragione, ma allora non mi servi a niente”

Mettimi alla prova”

“Scrivi un racconto di circa 5000 caratteri sul un argomento a tua scelta”

Scusa, non ho capito”

“Visto che aiuti tutti, ora puoi aiutare anche me scrivendo un racconto ironico o divertente, oppure romantico o un saggio che possa aiutare le persone o anche un manuale per suggerire qualcosa”

Ora ci penso. Ironico, divertente, romantico, un saggio, un manuale… lasciami pensare” “Ehi Siri, sbrigati non ho tutto il giorno per diventare una scrittrice”

Eccolo: una persona analfabeta voleva scrivere un racconto (ironico) non sapeva come iniziare e gli cadde la macchina da scrivere sull’alluce facendolo ballare per il dolore (divertente, visto da fuori), la sua fidanzata si prese cura del suo ditone arrossato e gli portò un mazzo di fiori e della cioccolata, dicendogli che lo amava anche con un dito completamente nero per la botta (romantico) lo “scrittore” cercò di dire qualcosa di intelligente (saggio) e per finire si fece leggere un libro che lo consigliò di darsi all’ippica (manuale)”

“Ehi Siri, ma mi stai prendendo in giro? Non è questo che ti ho chiesto!”

Siri non risponde.

“Ehi Siri…”

Mi spiace, mettiti in coda, adesso devo risolvere problemi per gli altri duemilioninovecentonovantanovemila persone che forse hanno richieste migliori delle tue.”

Con le pive nel sacco chiudo la pagina in Word, spengo il pc e vado a vestirmi, invece di scrivere andrò in libreria a comprarmi un libro.

“Ottima e gustosa idea” di Livia Trentini

Una mattina, al bar con le mie care amiche Bianca e Dalia, si chiacchierava di cucina, tutte golose ma tutte stufe di mettere in tavola sempre gli stessi piatti.

Mi piacerebbe fare un corso di cucina, imparare nuove ricette, fare una bella figura con gli ospiti e stupire i figli con nuovi piatti”, esordisco io.

Hai ragione, anch’io vorrei imparare qualcosa di diverso, non solo pastasciutte, bistecche e insalata”, mi segue Bianca.

La fate facile voi due, dove andiamo a fare il corso non ho visto nessuna possibilità in zona, poi c’è da considerare la famiglia, il lavoro, il tempo… non so se riuscirò ad organizzarmi per tutto”, fa presente Dalia.

Provo a cercare qualcosa in Internet e vi faccio sapere!”, la butto lì con l’entusiasmo a mille.

La mia ricerca produce, dopo qualche giorno, il risultato sperato. Ci sarà un corso di cucina in un ristorante della zona, tenuto da un noto Chef che ha lavorato diversi anni a Parigi. Giro il link a Bianca e Dalia e decidiamo di iscriverci tutte e tre. Due settimane di pastasciutte, bistecche e insalata ci separano dalla data d’inzio.

Arriva la fatidica serata, non ero mai entrata nella cucina di un ristorante. Macchinari, accessori vari, abbattitore, forno auto pulente (sembra il frigorifero di una pasticceria)… mi fermo incantata a osservarlo. Quanto mi piacerebbe averlo nella mia cucina, certo che devo eliminare un po’ di mobili, però, quanti arrosti, torte, pesci, da cucinare tutti insieme! Dopotutto in famiglia siamo in tre…

Iniziamo con un giro di presentazioni, siamo in dieci partecipanti di cui nove donne, poi lo Chef e l’aiuto Chef. Ci viene spiegato brevemente come funziona il corso, ognuno di noi preparerà un piatto diverso, e ci viene consegnato il menù della serata, dall’antipasto al dolce. Finito di cucinare mangeremo tutto. Bello questo corso, gustoso.

Si parte con alcune basi della cucina spiegate per bene dallo Chef:

Il fondo di cottura viene fatto con le ossa di animali, cipolla, sedano, carota, olio, vino bianco, si fa cuocere per parecchie ore poi si filtra, si butta via l’olio e… “

Si alza un urlo alla mia destra:

Ma No!”, è la signora Maria, “Ma Chef cosa fa? È la parte più buona, tutto quel bell’unto, ci vuole un panino e via si mangia!”

Lo Chef è basito. Iniziamo a cucinare: la prima pietanza che verrà preparata è il dolce, in modo che abbia il tempo di raffreddare, ci illustra lo Chef: “Ho pensato di proporvi una creme brulee con ribes rosso”.

Ci spiega l’esecuzione, piuttosto semplice, e incarica Bianca, dopo aver preparato la crema, di metterla negli stampi che verranno infornati. Seguo la preparazione e nel momento di infornare, penso adorante: “Ma quanto è bello questo forno!”

Passiamo alla preparazione di un tortino al radicchio rosso con fonduta all’asiago. Mi offro per preparare la pasta brisé ma ho le mani talmente calde che sciolgo il burro prima di formare la pasta. Va bene, taglio il formaggio. Nel frattempo altri preparano, sotto lo sguardo vigile dello Chef, un risotto ai porri che verrà mantecato con del caprino.

Lo chef spiega: “Prepariamo il brodo vegetale con cipolla, sedano, carota…”.

Ma scusi Chef”, sempre la signora Maria, “non è più pratico il dado Knorr?”

Lo Chef è sconcertato ma educato, non risponde.

Per secondo prepariamo una tagliata di manzo al forno, qualcuno di voi l’ha già fatta?”, chiede lo Chef.

La signora Laura: “Io sì, ma è una preparazione talmente lunga che l’ho fatta una volta e basta”.

Mi spieghi come l’ha cucinata… “, chiede lo Chef.

Ho preso il pezzo di carne, l’ho messo in forno a 200°, ho aspettato 10 minuti, ho tolto la carne dalla teglia, ne ho tagliata una fetta e ho rimesso il tutto nel forno; per tagliare tutte le fette di carne ho impiegato circa 2 ore!”

Lo Chef è depresso, ma si forza in un sorriso tirato e spiega il procedimento. Vengono infornati i tortini di radicchio e ancora una volta mi blocco davanti al forno a guardarli cuocere. Il risotto è quasi cotto, c’è un profumo di buon cibo, viene inserito il caprino e mantecato, comincio ad avere l’acquolina in bocca.

Ci sediamo finalmente a tavola, i tortini con l’asiago sono deliziosi, ottimo il risotto, qualcuno fa la scarpetta con il pane preparato dall’aiuto Chef, molto buono!

Si passa alla tagliata e la signora Maria esordisce con un: “Ma sa di carne!”

Lo Chef ammutolito sembra in trance. Questa prima serata è quasi conclusa, manca solo il dolce. Bianca se ne esce con: “Io e Dalia andiamo a finire la creme brulee!”

Siete capaci di usare il cannello?”, chiede cautamente lo Chef, “E ricordatevi anche il ribes rosso, il contrasto è favoloso”.

Ma certo”, risponde in modo piccato Bianca, “Siamo fantastiche in cucina!”

Nel frattempo il gruppo si è amalgamato, si parla, ci si confronta sulle preparazioni, una bella compagnia. Passati una decina di minuti arriva Bianca con le sopracciglia bruciacchiate, Dalia con tre dita incerottate e le creme brulee un po’ carbonizzate e un po’ pallide e tutte senza ribes rosso.

Lo Chef chiede: “Ma il ribes?”

Non era maturo Chef, era ancora aspro l’ho buttato via”, risponde con sicurezza Bianca.

Lo Chef inizia a piangere sommessamente pensando che questa è solo la prima lezione, ne ha programmate cinque. Finito di mangiare, le mie amiche mi cercano per tornare a casa e mi trovano in cucina che cerco di spostare il forno per caricarlo in macchina: “È bellissimo!”, dico sognante.

Lo chef vede la scena, diventa pallido, ha un mancamento, per fortuna l’aiuto Chef cerca di prenderlo al volo prima che cada in terra, ma scivola su degli acini di ribes rosso e va a sbattere contro il forno.

Un urlo mi esce dalla bocca: “Nooooo! Qualsiasi cosa, ma non il forno!”

“Il Natale di Giulia” di Livia Trentini

– Come si possono trascorrere le feste di Natale odiando profondamente questo periodo? – questo si chiedeva ogni anno, più o meno verso il 10 dicembre, Giulia, una quasi quarantenne con alcune storie d’amore finite sempre poco prima delle feste natalizie.

Quest’anno non permetterò a nessuno di convincermi della bontà del Natale, me ne starò rintanata in montagna nella vecchia baita del nonno, il frigorifero e la dispensa carichi di cibo e lontana qualche chilometro dalla prima casa del paese. Non avrò davanti agli occhi le luci e gli addobbi, e neppure nelle orecchie gli auguri fatti da persone conosciute e no come pure le musiche natalizie. Tutto ovattato dalla neve e il mio cuore, lontano da tutto, anestetizzato dal dolore che questo periodo mi provoca – questo pensava lungo il tragitto per arrivare alla baita – Che posto magnifico! Quanti ricordi mi suscita la sola vista della baita: le vacanze estive in compagnia dei cugini; la raccolta dei frutti di bosco da portare alla nonna per la preparazione delle marmellate; con il nonno a cercare i funghi alzandosi presto la mattina quando il bosco ancora dormiva, una volta nell’uscire dalla baita abbiamo visto un capriolo vicino al portico. Pace e serenità lontano dalle feste.

Era questo che Giulia cercava. I giorni di vacanza passano tranquilli, non si stufa a rimanere sola, ha la compagnia dei suoi amati libri.

Una sera, prima di chiudere casa per andare a dormire, sente un flebile grattare alla porta; si affaccia, ma qualcosa scappa via veloce, e non riesce a capire di che animale si trattasse; solo delle impronte nella neve rovinate dalla fuga. La sera dopo succede la stessa cosa e anche la successiva, per cui Giulia decide di mettere qualche avanzo fuori dalla porta, non sia mai. Con la neve e il freddo meglio avere la pancia piena. Al mattino il piatto degli avanzi è pulito anzi sembra perfino lucidato.

– Brutta cosa la fame

Così, Giulia, si abitua a mettere sempre qualche avanzo sotto il portico. I giorni passano uguali e sereni: la mattina una passeggiata sui sentieri immacolati; qualcosa da mettere sotto i denti per pranzo; il pomeriggio sdraiata davanti al camino sulla poltrona che era la preferita del nonno:

– Ciao nonno ovunque tu sia – lo saluta con lo sguardo rivolto al cielo

Una tazza di tè o una calda cioccolata; la sera una frugale cena e alcuni avanzi fuori dalla porta prima di coricarsi per la notte. Questa sì che è una vacanza!

Il Natale si avvicina. Siamo alla vigilia, ma per Giulia è un giorno come un altro, il solito tran tran. Come gli ultimi dieci giorni ha fatto, prima di andare a dormire, mette il solito piatto di avanzi sotto il portico e si corica. Verso le 22:00 inizia a sentire grattare alla porta con più insistenza della prima volta. Si affaccia e, davanti a lei, c’è una piccola e candida volpe.

– Ma questo non è il suo habitat naturale non vive qui – pensa Giulia.

Sembra stremata, stanca, sporca e con un po’ di sangue sulle zampe. Giulia cerca di prenderla e, stranamente, lei la lascia fare, anche se il cuore le batte come una tamburo.

Povera piccola, chissà cosa ti è successo, ora ti pulisco un po’ e vediamo le zampe se hanno qualche problema.

Per fortuna nessun taglio, ma la piccola volpe ha qualcosa che non va, è inquieta, non trova dove stare, vorrebbe scappare, si avvicina alla porta ma poi torna indietro, cerca la mano di Giulia, vuole starle vicino, vuole un po’ di calore umano. È arrivata la mezzanotte ma Giulia non se ne è resa conto, ormai è Natale, ma lei è presa dalla piccola volpe alla quale ha dato anche un nome: Stella.

Dopo poco Stella si sdraia davanti ai suoi piedi, non sta bene. Giulia non sa che fare, ci vorrebbe un veterinario, ma è dalla mattina che nevica e la strada non è molto praticabile, soprattutto a questa ora. Stella ad un certo punto emette uno strano verso e, comincia a spingere. Sta partorendo!

I minuti si susseguono, povera piccola Stella, che fatica sta facendo. Il tempo passa e dopo un po’ si vede uscire una piccola testina, poi le zampine e infine tutto il corpo con una piccola codina. Stella inizia a darsi da fare a pulire, leccando, il suo piccolo cucciolo. Dopo un tempo che pare interminabile Stella alza la testa verso Giulia, sembra quasi voglia ringraziarla per l’ospitalità in questo momento importante.

Ormai è Natale.

Giulia, esausta per la notte insonne, si appisola sulla poltrona, è felice, l’avventura appena vissuta ha cambiato la sua percezione di questo giorno che fino alla settimana prima riteneva il più brutto dell’anno. Nel dormiveglia pensa che ormai, negli anni a venire, il Natale sarà legato all’incontro e alla nascita di questa piccola e candida volpe e anche a un bambino che nacque tanti anni fa e la sua nascita cambiò il mondo; non più tristezza e rabbia derivanti da storie ormai finite e dimenticate.

Luci, addobbi, canti e auguri diventeranno un legame con questa magica sera.

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“Una brutta storia” di Livia Trentini

Svetlana quella mattina si svegliò, si vestì con cura, preparò la colazione e uscì dal suo caldo appartamento. Faceva piuttosto freddo, ma ben coperta con il suo piumino avvolgente e con una soffice sciarpa di lana fu pronta per affrontare il viaggio. Era un giorno speciale, suo nipote Andrey avrebbe compiuto dieci anni dopo qualche giorno e lei aveva già ordinato un bel libro come regalo. Quel giorno lo avrebbe ritirato.

Doveva attraversare tutta la città con la metro, ma perlomeno si poteva godere un po’ di tepore. Per lei anche un breve viaggio era un’avventura. Le era sempre piaciuto guardare le persone, immaginare dove stavano andando, inventare storie su chi sale e scende dalla metro. Il poliziotto con lo sguardo da duro; la commessa già annoiata ancor prima di iniziare il lavoro; l’impiegato che pensa di essere più importante degli altri solo perché lavora in un ufficio pubblico; la mamma che porta a scuola i bambini e sta provando le tabelline a quello più piccolo che confonde i numeri; un anziano con il viso rassegnato.

Il viaggio era iniziato da poco quando vide salire una signora di mezza età, un piumino rosa sotto il quale si intravedeva un maglione grigio, un berretto di panno rosa, la borsa rossa appoggiata sulla spalla e un fucile fra le mani. Tutti i passeggeri la guardarono attoniti. Si sedette fra due persone, adagiò il fucile in grembo con la canna appoggiata sulla spalla, si guardò attorno e poi chiuse gli occhi. I due passeggeri vicini si spostarono, erano spaventati. Uno dei due alla prima fermata scese velocemente, l’altro rimase in piedi fingendo di leggere un adesivo, oramai stinto, incollato su un finestrino. Intorno alla signora si era fatto il vuoto, Svetlana era curiosa, per cui decise, quando la signora sarebbe scesa, di seguirla.

Dopo diverse fermate la metro uscì dal tunnel, un tratto della linea era all’aperto, la signora con il fucile aprì gli occhi, guardò fuori dal finestrino e si preparò a scendere. Scese anche Svetlana, camminando a una certa distanza. La signora in rosa procedette con un’andatura decisa, quasi marziale. Attraversò un parco e, sempre con il fucile fra le braccia, si avvicinò a un alto edifico, sembrava la sede di una serie di uffici. Cercò una panchina e si sedette, anche Svetlana fece la stessa cosa ma più defilata per non farsi vedere. Trascorsa una mezz’ora, dall’edificio uscì un signore in giacca e cravatta, la signora si alzò, imbracciò il fucile, prese la mira e sparò. Un colpo preciso, in mezzo agli occhi, non ci fu scampo. Crollò a terra, il sangue iniziò a sgorgare da quel piccolo foro e dipinse di rosso vivo il marciapiede. Il tempo si fermò, sembrava che tutto fosse rallentato, per riavviarsi attimi dopo. Si sentirono urla, si vide gente uscire dall’edificio.

– Chiamate un ambulanza!

– Chiamate la polizia!

– Ma… chi è stato?

Voci concitate, una ragazza aveva visto tutta la scena e piangeva sommessa in un angolo del portone. Venne identificata l’autrice dello sparo, impassibile, in piedi vicino alla panchina con il fucile che sembrava quasi un accessorio. Arrivò la polizia, le sirene con il loro suono acuto fendevano l’aria. L’autrice di tanta atrocità fu presa immediatamente in custodia, non prima di essere stata disarmata, la polizia la caricò in auto e venne portata via sotto gli sguardi increduli delle persone. Svetlana era sbigottita, non sapeva che fare. Ancora incredula, si riprese e quasi correndo tornò alla metro, voleva tornarsene a casa velocemente, nel posto che sentiva come il più sicuro in quel momento.

La sera al telegiornale un lungo servizio su questo efferato omicidio ancora senza movente, la donna in rosa non parlava; la vittima era un dirigente di un’importante società, molto conosciuto.

Il giorno dopo anche i giornali danno ampio spazio alla vicenda, iniziano con le congetture su chi fosse lei e chi fosse, in realtà, lui e sul possibile movente. Intervistarono la vicina di casa, che non ne sapeva nulla, l’omicida era una donna molto riservata. La polizia entrò nell’appartamento della signora in rosa e trovò una casa semplice, pulita, accogliente, sul cassettone molte foto di una ragazza, sempre la stessa, in varie fasce di età: il primo giorno di scuola con un bel fiocco rosa; in un giardino con un cagnolino; sulla bicicletta con un cestino pieno di fiori; davanti a un portone con uno zaino in spalla, la mano destra con il pollice alzato e al polso molteplici braccialetti colorati. Le foto, una decina in tutto, ritraggono sempre la stessa persona fino a circa vent’anni. Nell’ultimo cassetto trovano ritagli di vari giornali.

Leggono di una ragazza, partita in autostop per le vacanze al mare, della quale si sono perse le tracce dopo pochi giorni. Leggono di un gruppo di sette dirigenti che si erano dati appuntamento nella stessa località marina. Leggono di come questi dirigenti si erano comportati con il personale dell’albergo, di come avessero infastidito alcune ragazze. Leggono delle denunce che la polizia aveva ricevuto. Leggono del corpo riemerso dalle acque marine di una giovane donna, era stata picchiata e violentata. Leggono di come tutto era stato insabbiato per la posizione privilegiata di questi sette personaggi.

La signora in rosa, mamma della ragazza, aveva trascorso gli ultimi dieci anni a cercare il gruppetto, in un faldone aveva raccolto i nomi dei dirigenti e gli articoli di giornale, sempre negativi, sui comportamenti tenuti in vari congressi, copia di denunce presentate e poi ritirate, per paura, dalle vittime stesse. Di fianco a ogni nome aveva inserito un trafiletto di giornale con la data segnata a biro. Uno era stato investito sul marciapiede; uno avvelenato; uno era precipitato dal nono piano del suo ufficio; uno era stato schiacciato da una macchina contro un muro; uno disarcionato e calpestato dal suo cavallo; uno era morto nell’incendio di casa sua. Mancava solamente l’ultimo. La signora in rosa si era vendicata delle persone che avevano violato sua figlia e alla quale non avevano permesso di vivere la sua vita.

Svetlana seguì tutta la vicenda sui giornali, e alla fine prese una decisione. Avrebbe insegnato al suo giovane nipote Andrey il rispetto per le persone e soprattutto per le donne, si deve iniziare dai bambini per cercare di cambiare i futuri comportamenti della società.

 

 

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“Consigli di lettura” di Livia Trentini

Oggi ho ritrovato la mia “Bibbia”. L’ho sfogliata, ogni pagina un’avventura, un po’ come per una cara amica lo è il Dizionario dell’etimologia delle parole, ogni parola una grande viaggio nella conoscenza.

La mia “Bibbia” è composta da dieci capitoli ogni uno dei quali suddiviso in una serie di paragrafi intercalati da meravigliose fotografie. Ci sono veramente tanti personaggi che la affollano, molti fanno una rapida comparsa mentre altri si insinuano in ogni pagina; situazioni diverse accolgono il lettore che deve cimentarsi a ricordare, segnare e non sbagliare, altrimenti si fa solo una grande confusione e si perde il filo del racconto.

Il primo capito è composto dalle varie descrizione, una più bella dell’altra, dove trovare il meglio, come usarlo, le foto degli ambienti in cui nascono e crescono i personaggi, la loro trasformazione, come vengono preparati per gli eventi più festosi o per la quotidianità. Passando per i capitoli successivi si trovano le descrizioni più approfondite, che ti fanno entrare in pieno nel soggetto; l’equilibrio nell’usare il metodo migliore per unire i vari personaggi e non sbagliarsi. Una poesia.

Ad un certo punto ho visto una foto su cui mi sono soffermata per alcuni secondi, ho osservato i colori, le dimensioni, ho sentito il profumo che mi aleggiava intorno, anzi è ancora nelle mie narici: intenso e pungente come se la foto avesse preso vita o come se io fossi entrata nella foto per far parte di essa. Si rimane incantati ad ammirarne i paesaggi, le sfumature. Sembra di sentirne addirittura i suoni ed è bellissimo seguire le vicende dei personaggi.

Altre pagine, altre meraviglie. Prima ho parlato di un’avventura, ma forse è più un giallo. Non sai cosa succederà nella pagina successiva, un nuovo personaggio si insinua, una nuova situazione, “ma forse quello di pagina 81 si sposa con quella di pagina 154, meglio che non venga unito con quella di pagina 188 sarebbe un disastro, anche se si sa già che la regina rimane sempre lei, sul finale a pagina 423”. Anche se non tutti sono concordi su questa scelta.

L’autore ha ambientato il libro in una località fra l’Italia e la Germania, per cui troviamo personaggi con vari nomi sia in italiano che in tedesco, si deve stare un po’ attenti, altrimenti si confondono e non si capisce bene chi deve fare cosa. L’ho letto d’un fiato, o meglio l’ho sfogliato in un fiato fermandomi ogni tanto quando vedevo un indizio che attirava la mia curiosità, i suggerimenti, la caccia al meglio, la pesca a sorpresa e l’animale selvatico che ti piomba fra capo e collo e non sai come potrà andare a finire, si spera sempre al meglio. E sul finale tutto si addolcisce, i colori diventano tenui, i profumi più stuzzicanti, le situazioni più dolci, le parole più amabili, è proprio un libro fantastico.

Voglio condividere questo mio libro, in casa con me da circa 28 anni, l’ho iniziato, posato, ripreso, segnato, è anche un po’ rovinato: “Cucinare nelle Dolomiti”. Non aggiungo altro.

 

 

 

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“Corso di scrittura creativa” di Livia Trentini

Leggo il volantino appoggiato sul ripiano di un bar: “Corso di scrittura creativa”. Me ne approprio, controllando che nessuno mi veda, per rileggerlo con calma e valutare se iscrivermi o meno. Penso: “Fantastico! Non sono solo una lettrice ma potrei essere anche un’autrice… “, e me ne torno a casa immaginando pagine e pagine di scritti sui più svariati argomenti.

Devo sempre lasciar decantare le decisioni, di qualunque natura siano, per cui trafiggo il volantino sulla lavagna di sughero con uno spillo colorato – in questo caso blu, che significa da valutare. Non leggo quando e dove verrà fatto, tanto devo pensarci, e ritorno alla quotidianità.

Ogni volta che entro in cucina lui mi guarda, ma io impassibile lo ignoro, devo valutare bene un corso di questo tipo, non è da tutti scrivere, però sarebbe un bello smacco per la mia insegnante delle medie che, per dirla tutta, non mi ha mai capita. Già all’epoca ero una studentessa che faceva voli con la fantasia quando si trattava di scrivere i temi, tanto che venivo quasi sempre redarguita con giudizi del tipo: “fuori tema” oppure “torna fra noi” o “atteniamoci alla realtà”… fino a spingersi in un aggressivo “ma qualcosa di più personale no?”. Certo che no! Di più personale mai! Le mie emozioni sono solo mie. Perché dovrei condividerle con un’insegnante che neppure mi apprezza?

Questo era il mio pensiero di adolescente, e nel tempo le mie convinzioni non sono poi cambiate molto. Tralascio queste considerazioni e intanto che ci penso provo a immaginare di scrivere qualcosa su… già… su che cosa? Che argomento potrei affrontare? Un racconto che riguarda la… forse la mia vita? Banale, non ho fatto nulla per la quale potrei essere ricordata. Per ora.

Forse sul tempo? Cumulonembi che si scontrano con cirri che creano vortici in situazioni di alta/bassa pressione che finiscono per rovinarci il fine settimana. Però non sono un meteorologo, non so riconoscere le diverse tipologie di nuvole. Per me le nuvole sono solamente immagini nel cielo, mi ci perdo nella ricerca di unicorni, draghi, macchine, cani… una volta ci ho visto perfino Paperino. Vedo anche dei personaggi nelle piastrelle decorate del bagno: un signore che fuma la pipa, Braccio di Ferro, Ratman, una vecchietta sdentata e tanti altre figure. Alcuni pensano che io sia dotata del così detto pensiero laterale, altri che io sia semplicemente un po’ fuori di testa. Sto divagando, forse la mia insegnante aveva ragione.

Prendo il portatile, apro un foglio di Word e… e adesso? Il nulla assoluto. Le nuvole sono entrate nel cervello, ma invece che provocargli una reazione creativa lo ovattano, forse il corso mi può aiutare. Il volantino continua a guardarmi. Gli cambio lo spillo con un altro di colore giallo che significa da valutare attentamente, e torno alla mia quotidianità.

Nell’andare al lavoro in macchina ho tempo per pensare a: personaggi, ambientazioni, trame, emozioni… è tutto nella mia testa. Tornata a casa prendo il portatile e nulla. Proprio nulla. Il blocco dello scrittore, ma non sono uno scrittore per cui non posso avere blocchi. Penso ai personaggi dei film che, solitamente, con una vecchia Olivetti Lettera 32 e una risma di fogli, sfornano pagine su pagine come se non ci fosse un domani; di solito con una sigaretta accesa che penzola fra le labbra o appoggiata a consumarsi nel portacenere, un bicchiere di whisky come compagnia (verrà bevuto quando lo sforzo letterario sarà concluso, solitamente a notte fonda quando tutta la città è ancora addormentata e silenziosa).

Io non bevo, ma potrei iniziare; non fumo, ma ci potrei provare; tutto per emulare gli scrittori dei film. Il volantino continua a guardarmi, cambio lo spillo giallo con uno rosso: urgente.

Oggi il cielo è arrabbiato, le nuvole si incontrano e si scontrano, forse prima di sera arriverà un bel temporale per rinfrescare la canicola di agosto. In un attimo sbattono le ante, il vento entra in casa, corro da una stanza all’altra per chiudere tutto, per ultima la cucina nella quale il vento è entrato con violenza strappando dallo spillo rosso il volantino. Lo recupero direttamente nel lavandino dove ha finito il suo svolazzare, ma si è bagnato. Nel cercare di appiattirlo con la mano ne salta via un pezzo, proprio quello in fondo con i dati del contatto e il luogo dove si tiene il corso. Accidenti! E adesso? L’ho avuto sott’occhio per tanto tempo e non l’ho mai letto attentamente. Non mi sono soffermata sul dove, come, quando e chi teneva il corso, ma soltanto sul titolo: “Corso di scrittura creativa”. Leggo le poche righe rimaste intatte e mi accorgo che il termine è scaduto, anzi il corso è già terminato. Un urlo mi sale in gola. Mannaggia a me e alla mia indecisione!

Prendo tutti gli spilli colorati e li butto via, da oggi le decisioni le prenderò con rapidità e prontezza. E questa decisione la trafiggo nella mia mente, in modo figurato, con uno spillo rosso.

 

 

 

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“Orient Express” di Livia Trentini

Finalmente eccomi nel mio scompartimento, un sogno che si avvera!

La prenotazione è stata fatta mesi fa, viaggiare sul Venice Simplon Orient Express ha i suoi tempi e i suoi costi, Venezia-Londra, una sola notte sul più famoso treno che ha iniziato a sferragliare nel 1883. L’atmosfera fa ritornare agli anni ‘20, dove l’eleganza e il lusso non mancavano, il viaggio in queste carrozze frequentate all’epoca da reali, nobili, diplomatici e uomini d’affari – e oggi da persone benestanti – costa parecchio, ma ho voluto coronare il mio sogno. Gli scompartimenti sono rivestiti in preziosi tessuti e i divani questa sera diventeranno un comodo letto, per non parlare della raffinata cucina, non vedo l’ora che arrivino le 13 per poter assaggiare alcune prelibatezze!

Per il momento mi godo la vista della pianura, avremmo dovuto essere in due ma io e la mia compagna ci siamo lasciati un mese fa. Ho preferito prendermi comunque questa pausa, anche se per una sola notte, per immergermi in un’atmosfera d’altri tempi. Il bagaglio è già stato sistemato dall’inserviente, non resta che rilassarmi, anzi… prima faccio un giro per godermi il treno in tutto il suo splendore. Gli scompartimenti sono chiusi per garantire massima privacy ai viaggiatori. Passo davanti a questa fila di porte, una è leggermente aperta e, intravedo un paio di gambe fasciate in collant neri velati con ai piedi un paio di scarpe rosso fuoco con tacco vertiginoso. Mi fermo, ma proprio in quell’istante la porta si chiude. Quell’immagine, però, mi rimane ben impressa nella mente.

Proseguo il mio girovagare, arrivo nella carrozza bar per una tazza di caffè. Le voci si sovrappongono, inglese, tedesco, francese, italiano, e i viaggiatori sono per la maggior parte accoppiati. Sembrano tutti felici, io mi intristisco pensando alla mia ex, ma poi la mente mi riporta a quelle gambe intraviste poco prima. Chissà chi è quella donna… la fantasia galoppa: un’attrice, una manager, un’amante? Rimango immerso nelle mie fantasie ancora per un po’ mentre proseguo il mio girovagare fermandomi di tanto in tanto a guardare il panorama che scorre dai finestrini, l’Italia è proprio bella!

Decido di tornare nel mio scompartimento, entro nella carrozza-bar proprio nel momento in cui dalla porta opposta vedo di sfuggita uscire la donna con le gambe fasciate nei collant neri e le scarpe rosse. Accelero il passo, ma una coppia si alza dal tavolino interrompendo il mio inseguimento. Mi è sfuggita!

Rientro nella mia carrozza proprio nel momento in cui si chiude la porta dello scompartimento della mia “visione”. Sono arrivato tardi. Ci sono ancora tante ore di viaggio, sicuramente prima o poi riuscirò a dare un volto alla Dea che mi ha intrigato. Ormai sono troppo preso, devo, sì devo, proprio vedere chi è.

Dopo alcune ore di massimo relax è giunta il mio turno nella carrozza ristorante, mi accomodo e mi viene servito un aperitivo di benvenuto, un flûte di spumante accompagnato da stuzzichini e dal menu. Piatti prelibati, non so cosa scegliere: carne… pesce… opto per il pesce. Antipasto tartàre di salmone servita con blinis e panna acida, a seguire un raviolo aperto con asparagi e lardo, il tutto innaffiato con prosecco, il mio vino preferito. Termino il pranzo con una crème brûlée e un ottimo caffè. Nel gustarmi il caffè la visione riappare, ma è nascosta dietro un separè in compagnia di un uomo. Riesco a vederle solamente la schiena, nel mio immaginario avrei abbinato gambe e scarpe a un tubino nero invece l’abito è sì nero, ma vaporoso e nasconde le forme, solo le gambe e le scarpe danno una nota intrigante di colore.

Passano le ore e il panorama cambia: paesi, vallate, montagne, laghi la fanno da padroni, come pure i colori e le forme delle case che cambiano in base ai paesi che il treno attraversa, non ci si stanca di osservare questo paesaggio in costante cambiamento.

Dopo il tè delle 17.00, servito nello scompartimento accompagnato da pasticcini mignon e biscotti, è giunto il momento di un’altra passeggiata. Apro la porta e mi scontro con la mia “visione”!

Ma… tu sei Giorgio, il mio compagno di banco al Liceo! Quanti anni sono passati? Forse venti… non ti ho più visto… Quante ne avevamo combinate insieme! Cosa fai nella vita? Cosa fai qui? Come mai sei vestito così? Permettimi di dirtelo: che gambe!” tutto questo mi esce d’un fiato.

Giorgio ride: “Effettivamente sono un po’ cambiato, sono diventato una Drag Queen… non so se hai mai visto il musical “Priscilla, la regina del deserto”, ecco io sono Bernadette una delle interpreti. E la persona che mi accompagna è il mio Manager. Stiamo pubblicizzando il Musical e devo farmi vedere con l’abito di scena… ”

Ceniamo insieme, facendo le ore piccole raccontandoci gli ultimi vent’anni di vita. Ci saluteremo a Londra con la solenne promessa di ritrovarci l’anno prossimo per almeno due giorni di viaggio in treno o in auto. Non si possono scordare cinque anni trascorsi insieme sui banchi di scuola!

 

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“Gianni e Simona” di Livia Trentini

Gianni era un signore di 70 anni, una vita trascorsa nel suo laboratorio di falegnameria creando mobili e giochi. Dopo tanti anni di lavoro e prima di andare in pensione acquistò una casetta in collina con una splendida vista sul lago. Era il sogno di una vita, gli sarebbe piaciuto molto ritirarsi in quel paradiso, tre ampi ripiani di terreno con ulivi secolari e una casetta rustica ma confortevole, con un meraviglioso panorama. La proprietà era a strapiombo sul lago a circa 350 mt di altezza, intorno si vedevano solo il blu del lago e, nellaltra sponda, le pendici del Monte Baldo.

Ogni momento libero lo trascorreva nel suo piccolo regno, cerano sempre lavori da fare: tagliare il prato, potare gli ulivi, e scoprì per caso, che era un terreno ricco di tartufi. Proprio a causa dei tartufi, o meglio di alcune buche non ricoperte, si fratturò un femore e dovette farsi operare. A quel punto divenne per lui problematico raggiungere la sua proprietà, anche perché si arrivava solamente a piedi e la strada di accesso era cementata e molto ripida.

Simona era una ragazza di 30 anni, di professione geometra, le piaceva andare nei cantieri e veder nascere ciò che prima aveva messo su carta. Era quel che si dice un maschiaccio, fin da bambina i suoi giochi preferiti erano le costruzioni con le quali si cimentava erigendo magnifiche case che poi le dispiaceva demolire. Ancora oggi, nella sua camera da letto, custodiva alcuni modellini che non aveva avuto il cuore di distruggere perché troppo belli. In considerazione del suo lavoro, la sua tenuta preferita erano pantaloni e scarpe comode: niente trucco, tacchi o gonne.

Gianni, dopo loperazione al femore, visto che non riusciva più a camminare bene, decise di mettere in vendita la sua proprietà e prima di farlo volle andare da un tecnico per farsi fare una valutazione. Il tecnico scelto fu Simona, gliela consigliò un amico, ma non prese un appuntamento, andò semplicemente nel suo studio con tutti i documenti.

Simona quel giorno aveva un pranzo di lavoro e, forse per la prima volta in vita sua, aveva messo un paio di décolleté (prestatele da unamica). Erano un pograndi e con un tacco – ahimè – di ben 5 cm. Le sembrava di essere sui trampoli, ma per qualche ora decise che poteva resistere. Gianni arrivò in ufficio e insistette per andare subito a vedere la proprietà, Simona era recalcitrante, per ovvie ragioni, ma Gianni la rassicurò dicendo che la strada era sì ripida, ma cementata ed erano solamente 300 mt.

Arrivati sul posto e parcheggiata la macchina, iniziarono a scendere. Effettivamente la strada era abbastanza pulita, un po’ stretta ma cementata, solo qualche foglia secca ai lati, ma stando nel centro e camminando lentamente a zig-zag sperava non succedesse niente. Soltanto che a un certo punto – accidenti! – la strada stava diventando più ripida, si faceva fatica a scendere, Gianni con la sua problematica non le poteva dare una mano, aveva già le sue difficoltà a deambulare. Superata la curva, la strada si presentava completamente coperta da foglie secche, ma sotto cerano anche quelle umide: Fa niente, pensa Simona mentre si attacca a una palizzata per aiutarsi nella discesa. Improvvisamente il piede perde la scarpa che rotola giù per la discesa e rotola finché arriva in fondo. E lì si ferma. Da laggiù sembrava che la guardasse ridacchiando. Simona aveva seguito tutte le piroette della scarpa con lo sguardo attonito e, dopo un attimo di sconforto, si riprende e inizia a pensare al da farsi. Gianni non scende a prenderla per riportargliela – sarebbe anche poco carino chiederglielo – per cui Simona decide di posare il piede sulle foglie.

Bene, sono morbide anche se un poscivolose”, pensa mentre fa un passo, due passi…

Ahi, che male!”, sotto lo strato di foglie ricci completi di castagne e, sotto i piedi i Simona, gli aculei dei rispettivi ricci.

Così, arrivati sul terreno visitano la proprietà, anche se Simona zoppica per gli aculei e Gianni zoppica per il femore. Che coppia!

Il luogo era molto bello con gli ulivi secolari dai tronchi ritorti come fossero sculture naturali. La casa era veramente rustica, tanto che il bagno era esterno – un bagno chimico – e la doccia primitiva era formata da una sacca nera la cui acqua veniva scaldata dal sole, pertanto tempo nuvoloso significava doccia fredda. Linterno della casa aveva il pavimento in cemento e una parete in mattoni a vista non intonacata, però cera un tavolo per 12 persone con un grande barbecue. Sembrava un posto per stare in allegria con amici e parenti, un bel plus di valore, ma la stima di Simone avrebbe inevitabilmente stroncato i sogni di Gianni. A chi poteva interessare una proprietà come quella?

La risalita fino alla macchina si rivelò un vero calvario e una volta a casa, Simona ci mise delle ore per togliere con una pinzetta uno ad uno tutti gli aculei che si erano ben infilzati fra le dita del piede. Chi lha detto che fare il geometra è un mestiere privo di rischi? Ma a ogni aculeo che si toglieva, senza quasi accorgersene, Simona ripensava a quegli ulivi meravigliosi e al lago che da lassù aveva potuto ammirare in tutto il suo splendore. Rivedeva sé stessa in quel luogo e si immaginava al barbecue impegnata con lo spiedo da offrire ai suoi amici seduti attorno al tavolo e poi tutti fuori a guardare la luna specchiarsi nelle acque lacustri con un buon digestivo a disposizione. Più aggiungeva dettagli al quadretto e più s’innamorava. Aculeo dopo aculeo, ridendo di sé stessa per il guaio in cui si stava cacciando, prese la sua decisione. Non vedeva l’ora di dirlo a Gianni.

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“Lievito e farina” di Livia Trentini

Da domani niente sveglia, che meraviglia!

Quando ho dormito abbastanza mi alzo. Primo punto a favore della quarantena. Potrei fare dei programmi oppure fare quello che mi viene in mente di volta in volta, ultimamente mi ero stufata di cucinare e potrei riprendere in mano la mia “bibbia culinaria” per fare qualche cibo sfizioso (una scelta infinita): strangolapreti, gnocchi, panini con l’uvetta, pane, torte, budini, totani ripieni, lasagne, pizza, pizza, pizza…

Inizio andando a comperare farina e lievito, esco con tutte le precauzioni possibili, mascherina, guanti, occhiali da sole, berretto, muta intera da snorkeling, niente pinne, non riuscirei a guidare.

Perfetto, sono arrivata e ci guardiamo tutti con fare circospetto, la farina è finita, opto per quella senza glutine, c’è solo quella, per di più un solo pacchetto, pazienza, il lievito esaurito, accidenti devo ripensare al menu!

Per cena patate, rape e cipolle cotte in forno, forse fra qualche giorno andrà meglio al supermercato. Dopotutto questa quarantena forzata ci ha colto tutti quanti di sorpresa.

Dopo una notte di sonno, sveglia forzata alle 6:30 per colpa dei cinguettii gioiosi di una serie di uccellini, che care bestioline. Oggi cosa faccio pulisco l’armadio… no, la cucinano, la tavernano, la libreria. Sì, quella sì! Ai primi libri sono già ferma non a pulire, ma a leggere. Questo libro non lo ricordo; che bella questa copertina; questo è quello che preferisco; questo è un regalo, che bella la dedica; devo darmi una mossa altrimenti non ne vengo fuori.

Sono trascorsi alcuni giorni, ci riprovo con la spesa, farina e lievito esauriti, mannaggia e adesso? Piano B: per cena patate, rape e cipolle cotte al forno. Però ho trovato gli spinaci, farò gli strangolapreti, sento già l’acquolina in bocca. Siamo in due, la ricetta è per 6 persone, dimezzo le dosi taglio il pane e lo ammorbidisco con un podi acqua. Questo pane sembra la famosa pagnotta del soldato di Cochi e Renato che beveva tutta lacqua nella gavetta, continuo ad aggiungere acqua, poi le uova, gli spinaci, il formaggio, formo gli strangolapreti, una porzione, poi due, tre, quattro alla fine sono dieci porzioni ci sono strangolapreti ovunque: in cucina, in soggiorno sulle mensole, nei capelli, sotto le unghie. Comunque li cuocio e li surgelo, ne avremo per tanti pasti.

Trascorro ancora altri giorni a pulire, comincia ad essere tutto lindo e allora inizio a camminare per casa. Parto dal divano in soggiorno, giro a sinistra, entro in cucina, esco in corridoio, giro a sinistra, camera, cassettone-comodino-letto-comodino, finestra, armadio, corridoio, camera, armadio, finestra, comodino, letto comodino cassettone, bagno, corridoio, tavolo da pranzo, divano… 52 passi e devo arrivare almeno a 10.000, ci vogliono tanti giri, vado anche in cantina così faccio le scale, dopo un poun gran male a un ginocchio, troppe svolte a sinistra, devo rifare tutto il giro ma a destra. Arrrgh!

Sono le 6:20, il sole sorge sempre prima e anche gli uccellini si svegliano prima. Domani preparo la fionda, al primo cinguettio un colpo di avviso fra le fronde dellalbero e vediamo chi vince. Hanno vinto gli uccellini, si sono spostati sul tetto. Che strano… perché mi sembra che il loro cinguettio sia una presa in giro, sento anche delle pernacchie… mah! Sarà lo stare troppo in casa. Va bene, fra qualche giorno torno al supermercato, spero di trovare farina e lievito, nel frattempo preparo gli gnocchi con la farina senza glutine, sono venuti bene, rigati sulla forchetta per raccogliere il sugo, proprio belli. Li butto in acqua e… disintegrati! Lacqua nella pentola è diventata un purè di patate liquido, che disastro! Mangeremo burro salvia e parmigiano, e anche rapa, patate e cipolla.

Di nuovo al supermercato, mi provano la febbre, tutto a posto. C’è la farina, che gioia!, e anche il lievito, un panetto da 250 gr., mi sembra un potroppo ne volevo 25 gr., ci riprovo la prossima volta. Stasera strangolapreti!

Tra un’incursione al supermercato e laltra faccio anche lorto, insalata di due tipi: pomodori datterini e cuor di bue, peperoni gialli e rossi e rapanelli. Ho dato tanta soddisfazione e tanto cibo alle lumache e alle formiche… mi guardo il pollice e non c’è traccia di nessun tipo di verde, però sono nati e cresciuti tanti rapanelli. Li ho seminati vicini vicini che non hanno neppure la forza di crescere e i rapanelli non mi piacciono un granché. Dell’insalata neppure lombra, dei pomodori si intravede qualcosa, peperoni nulla. Le lumache hanno banchettato, si stanno ancora leccando i baffi, se ce li hanno.

Passano i giorni, la casa è uno specchio, il giardino è tutto in ordine, lorto arranca e, a furia di girare a destra e sinistra per casa, mi fa male lanca. Comincio a essere un pochino stufa di questa quarantena, ma ho senso civico per cui me ne rimango a casa, rassegnata.

Dopo due mesi si intravedere un podi libertà in più. Lunedì si torna in ufficio, con tutte le precauzioni possibili, per lo meno posso ricominciare a lavorare. Basta pulizie maniacali, basta ricette di cucina gustose, basta giri a destra e sinistra per casa, potrò fare passeggiate con lunghi tratti dritti. Se dovesse esserci ancora una quarantena mi sa che nellorto pianterò il grano così potrò fare pane e pizza quando voglio, formiche e lumache permettendo, s’intende.

 

 

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