“Il Monarca” di Marcello Rizza

Se lo chiedeva da giorni, la mano a accarezzarsi il volto e poi un moto di stizza. Guardò fuori dalla finestra, i raggi del sole maggese e il cinguettare giocoso degli usignoli trattenuti nell’enorme gabbia del giardino regio non poterono calmarlo. La dottoressa bussò. Aspettò. Il monarca si alzò affaticato dalla sedia, infilò la giacca da camera perfettamente stirata, si lisciò i capelli con la mano, si accarezzò ancora il mento… sì, era stato sbarbato un’ora prima, si atteggiò da suo pari e autorizzò l’ingresso alla donna.

– Buongiorno Maestà.

Non avrebbe detto altre parole se non invitata dal suo Re, e lui tacque. Margareth si era laureata al Karolinka Institute di Stoccolma col massimo dei voti 20 anni prima, aveva esercitato nei più prestigiosi ospedali privati di Boston e Londra, ora era lì a tenere in mano un vassoio in argento del 1600 con una brocca d’acqua di fonte e un portapillole di legno laccato rosso. Philip, quel suo splendido bambino che da soli venti giorni aveva imparato la sua prima parola, mamma, non lo vedeva da due settimane. Nello stesso periodo aveva dormito su una paolina d’epoca, convenientemente vestita per lo scopo, solo la cuffietta tolta e sottomano, una borsa con il necessaire medico d’urgenza da prendere al volo. A pochi metri dalla paolina c’era l’ingresso alla camera da notte regia, presidio di due alabardieri che proteggevano il monarca. La differenza tra lei e gli armigeri era che i due militari smontavano di guardia ogni sei ore. Non le era stato chiesto di assistere il monarca, di operarlo. Cinque funzionari di qualche strano apparato governativo la intercettarono direttamente in ospedale, stava entrando in sala operatoria per un delicatissimo intervento cardiaco, non glielo permisero. Il suo Re aveva bisogno di lei. Eccola, da due settimane una delle menti più brillanti della medicina internazionale, dopo essere stata portata in una struttura ospedaliera attrezzatissima all’interno del regio parco e dopo aver collaborato con una troupe di quattro cardiologi per pianificare e eseguire l’intervento al cuore del monarca, stava facendo poco più che l’infermiera per il suo Re. In silenzio appoggiò il vassoio, riempì a metà il bicchiere e aprì il portapillole. S’inchinò e uscì senza aspettare che il suo Re le prendesse.

Se lo chiedeva da giorni: chi era il cosiddetto donatore del cuore? Era il monarca e non poteva avere il cuore di uno qualunque, doveva sapere chi era ora con un cuore come quello. Il monarca ha milioni di vite da proteggere, decisioni vitali da prendere per il suo popolo. Deve avere un cuore saldo, deve pompare sangue blu, non è un uomo qualunque. Nemmeno dal punto di vista medico era uno qualunque.  Aveva problemi di compatibilità per via del sangue AB negativo e per altri dettagli medici che non capiva appieno. Certo, i servizi segreti avevano svolto approfonditi accertamenti per trovare persone idonee a essere sacrificate per l’eventuale necessità, e per qualche motivo non ne avevano trovate di perfettamente compatibili. Fino a quando si presentò in ospedale un uomo che dichiarò di non ricordare chi fosse. Parlava un inglese elegante e forbito, aveva modi educati e conosceva l’etichetta, non poteva essere uno qualunque. Eppure non risultava che qualcuno ne avesse denunciato la scomparsa, le sue impronte digitali non rivelarono nulla. Non aveva una identità. Fu curato, e ancor di più fu accudito quando i servizi segreti si accorsero che tutti i parametri medici che lo riguardavano erano compatibili con quelli del Re. Nessuno scoprì chi fosse, lui non lo ricordava. Chi era il donatore del cuore che ora batteva in lui? Poteva essere un anarchico, un terrorista, un debole, o peggio ancora un barbiere. Era questo il suo cruccio e il suo sospetto, ne aveva anche parlato al capo di gabinetto e gli aveva ordinato specifiche indagini sul mondo dei barbieri e dei parrucchieri. Con quel cuore era cambiato, non si sentiva più la stessa persona, lo stesso Re. Non si spiegava perché a ogni istante sentisse il bisogno di toccarsi il mento e si chiedesse se fosse rasato a puntino. Chi era quel maledetto donatore che, distraendolo dai suoi più importanti ragionamenti, lo costringeva con quel cuore a chiedersi se fosse o meno sbarbato?

Margareth era fuori, i due alabardieri non parlavano, non le toglievano gli occhi di dosso. Non erano sguardi nemici, ma erano fastidiosi. Il suo cuore era triste, le mancava Philip e anche quel marito litigioso che più di una volta aveva pensato di abbandonare. Il suo paziente era il Re. Continuava a ripetere dentro di sé quel motto della saggezza contadina francese: “È morto il Re, viva il Re”.  Un Re poteva morire, ce ne sarebbe stato un altro e il mondo sarebbe ancora andato avanti. Era la sua vita che sarebbe cambiata se lui fosse morto. Un funzionario con la giacca scura, alto un metro e ottantotto, dalla mascella quadrata, sempre lo stesso ogni notte alle 03:00, arrivava da lei e le porgeva un telefono cellulare. Poteva vedere lei stessa, in video, il suo Philip che dormiva tranquillo in una stanza che non conosceva, dentro una culla che non era quella scelta dai suoi genitori. Era prigioniera del suo Re, della tenuta del cuore di un monarca e di un uomo gretto che inspiegabilmente si toccava di continuo il mento, come un tic, crucciandosi per chissà quale pensiero.

 

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“Discendenza di Caino” di Marcello Rizza

Calmati Ada. Smettila di tremare e risparmiami gli strali contro nostro marito. Lamech non cambierà mai”.

Era da un po’ che stavano sedute sotto l’albero nella radura dei Strìgon, faceva molto caldo. Ada sapeva che Zilla, incurante dei rovi, delle pietre affilate nascoste entro il percorso e delle dicerie, raccoglieva le erbe medicinali in quel luogo evitato da tutti. Si mormorava che nella radura inquietanti creature nate da invocazioni pagane ballassero nude al chiaro di luna all’interno del cerchio delle Dodici Sorelle. Armata di un bastone per allontanare qualsiasi pericolo capace di respirare, ferendosi più volte i piedi scalzi si era fin li inerpicata, aveva finalmente raggiunto la sua confidente, doveva sfogarsi.

Non ti ho seguita fin qui per tacere. Ha voluto raccontarmi, anche nei dettagli più cruenti, nel mentre che m’insozzava di seme, come ha torturato e ucciso il contadino che, difendendosi, l’ha ferito a un braccio. Sa che non sopporto le sue sconce vanterie, sa che poi piango quando scendo al fiume a lavarmi dal puzzo e dalle bave”.

Zilla, appoggiata all’albero, con le gambe larghe a far entrare un po’ d’aria sotto la lunga veste, ribatteva mostrando apatia e provando insofferenza.

Non posso farmi carico del dolore di chiunque, nemmeno del tuo, Ada. Son già morta di tutta la pietà che ho provato per i miei cari. Ho ancora vivido il ricordo di quando nostro marito mi ha rapita. Bambina com’ero, vedevo il sangue delle persone per la prima volta. Erano ossa della mia schiatta che sentivo fare a pezzi, sangue del mio sangue che schizzava a ogni colpo di clava inferto. Perché ancora parlarne? Non serve a niente”.

Non provarci Zilla, dividiamo lo stesso riparo, la stessa prigione. Sai bene che avevo solo nove autunni quando allenava le sue reni con me e le altre piccole del villaggio sconfitto di Maehl. Mi ha preso in moglie perché recalcitravo e vomitavo sulla sua barba sudicia. Sono ancora viva perché ho smesso di scalciare, perché scruta nei miei occhi l’odiosa rassegnazione, del mio odio si nutre, ci si eccita”.

Non poteva sottrarsi, Ada era confusa, non sapeva cosa fare mentre lei già covava qualcosa.

Stamattina era già ubriaco, sta finendo il vino. Presto non avremo più aceto per preparare gli unguenti”.

Non gli importa dei suoi uomini feriti, dei medicamenti per guarirli”, disse subito Ada, “quando i guerrieri feriti in battaglia soffrono li uccide, a suo dire per pietà, perché proviene dalla gloriosa stirpe di Caino. Provengo dalla tribù di Adamo, tanto orgoglio non posso tramandarlo ai miei figli”.

I figli, maledizione. I maschietti erano già piccole carogne, piccoli Lamech, Zilla li avrebbe anche affogati se avesse potuto, non avrebbe pianto per il sangue del suo sangue.

Ho sentito raccontare di Caino durante la funzione, di come è nato il mondo e come è morto il fratello”.

Maehl era buono e, da ciò che tramandava, Caino emergeva più come una figura triste e dannata, anziché crudele. Ho nostalgia del villaggio natio, Zilla, dei verdi colli che lo circondavano. In quella comunità la legge di Dio era nei sospiri e nei sorrisi della gente che Lamech ha sterminato. Maehl era padre, marito, pastore, infermiere e officiante”.

Ada, ho caldo, sono stanca. Mi hai fatto sedere qui per parlare di persone che non ci sono più”.

No, Zilla. Ti ho messo all’ombra a riposare e a persuaderti che il vino per i medicamenti è più importante e santo di nostro marito e delle sue sconcezze. La mia Sadha ha già cinque primavere e la tua bimba gioca con lei. Presto, sarà Lamech a giocare con loro”.

Ada non vide la luce nello sguardo di Zilla, voltata verso la composizione di pietre che componeva il cerchio delle Dodici Sorelle.

Lo so, ci penso da tempo. Ma stai arrivando a ciò che va pensato e fatto, che non va discusso. Non andare oltre con la tua lingua, non propormi congiure. Di erbe ce ne sono tante nel prato, e qualcuna di quelle che l’altra mattina ti ho visto mettere guardinga nella sacca l’ho raccolta anch’io”.

Zilla non vide la luce dello sguardo di Ada, non ne aveva bisogno. Ada ora sapeva che poteva farlo, che non sarebbe stata sola.

Ci saranno da preparare i fuochi per la cerimonia funebre, dovremo cucire tuniche grigie per i bambini. Ci sarà molto da fare”.

 

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“Complicità” di Marcello Rizza

Coi muscoli in tensione, le gambette già forti per le tante fughe e leggermente divaricate e salde, con quella fatica che i bambini nemmeno se ne accorgono, Ionita sorreggeva l’acerba e agile Domnita che coi piedini scalzi e screpolati gli stava ritta sulle spalle. Era il crepuscolo nel vicolo maleodorante a lato dello sfavillante e patinato ingresso sulla Via Roma della sala da ballo il Coup de Fou. I due erano complici senza capirne il presupposto, legati dall’esperienza stradaiola di carne e sangue. La bambina dal musetto sporco e occhi scintillanti, aggrappata alla grata della finestrella con vista sulla sala da ballo, parlava a ruota libera di ogni cosa che le venisse in mente; raccontava all’amichetto e collega quel che accadeva all’interno saltando di palo in frasca, esercitando quello strano modo di associare idee con cui le donne sono capaci di confondere i maschi.

Sei pesante Dom. Mi fanno male le spalle. Cosa stanno facendo? Sono già entrati nella sala?”

A far la questua dal momento dell’apertura del club, tra moine e suppliche erano riusciti a raggranellare qualche soldo. Le persone entrate per ballare erano state memorizzate tutte.

Stanno già saltellando quasi tutti, mancano ancora il ciccione e gambe secche. Ho fame Ionita”.

Anch’io ho fame. Ci daranno da mangiare stasera, Dom?”

Quanto avevano ricavato dalla questua non sarebbe stato sufficiente, lo sapevano, non bastava per garantire loro la cena da parte della comunità accampata dall’altra parte del fiume. Forse sarebbero anche stati picchiati e fatti dormire all’aperto infradiciati d’acqua gelata. Domnita era assorta a guardare i ballerini, la musica giungeva a lei attutita.

Guarda!”, Ionita non poteva guardare dalla finestra, guardava quello che poteva da lì sotto: le mutandine di Domnita. Non sapeva esattamente perché gliele guardasse, perché gli piacesse, ma gli sembrava fosse suo dovere osservare le femmine e le loro nudità. Nessuno della sua famiglia o della carovana l’aveva mai castigato quando scoperto a spiare le donne più grandi di lui che si lavavano al fiume.

Quel signore antipatico, quello che mi ha guardato come lo zio Andreu prima di darmi il soldo, sta ballando con quella con gli occhiali. Quant’è brutto quel signore, quella donna proprio non ci vede. Da grande ti sposerò Ionita, e poi picchierai lo zio Andreu”.

Lo zio Andreu faceva paura a tutti e due.

Si… ci sposeremo. Sono arrivati il ciccione e gambe secche? Mi stai facendo male coi piedi!”

No, non ci sono ancora. Stanno ballando tutti, ma loro due non si vedono. Forse sposerò Manuelito, è più grande di te e tra un po’ potrà già picchiare zio Andreu”, Ionita divenne rosso in viso e non per la fatica.

Manuelito l’ho preso a pugni e calci l’altra sera, mi aveva rubato le scarpe. L’ho buttato giù e gli ho pisciato addosso, tutti ridevano e gli hanno pisciato addosso anche loro. Lo picchierò io lo zio Andreu”.

Ci saranno tante chitarre come al matrimonio del Re quando ci sposeremo. E anche le fisarmoniche. Solo tu potrai guardarmi come mi guarda quello schifoso dello zio Andreu. Ora smettila di guardarmi le mutandine! Sono arrivati ciccione e gambe secche! Andiamo!”

Domnita scese di corsa scivolando dalle spalle del piccolo complice, si appostò sulla strada, seduta all’ingresso delle scale della cantina che Ionita sapeva essere collegata allo spogliatoio della sala da ballo. Dom avrebbe fischiato due volte per avvisarlo che c’era gente che si avvicinava. Ionita voleva bene a Domnita. Forse avrebbero mangiato quella sera.

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“Caino” di Marcello Rizza

Sì, lo so. Non ho titolo per ragionare di fino, sono quello con la vanga in famiglia, ma con te che sei morto posso anche permettermelo. Sto trapassando, disteso nel giaciglio, preda di tumori grossi come patate che sporgono sotto pelle, vecchio e sotto l’effetto di quei funghi che già ti ho fatto conoscere. Non sono un grande pensatore, ma quell’ignorante del nostro genitore, che biascicava ciance alla volta della silente roccia, che ci costringeva a spellarci le ginocchia cinque volte al giorno, era forse un sacerdote? Pontificava mentre ci batteva col bastone perché rispettassimo l’Altissimo così assente, perché ne seguissimo i precetti. Già prima di ucciderti, poco prima, ho cominciato a pormi domande sulla Sua religione violenta. L’offerta del prodotto dei campi costata sudore e vesciche non aveva alcun valore, meglio un sacrificio con budella sanguinolente quanto prima dimora d’insetti e cibo per animali saprofagi. Mi hai spiegato il rito, fratello, ho ben chiare le tue parole: “Prima di abbattere un capo lo accarezzo e lo abbraccio, gli spiego che deve nutrirci e lo benedico per il suo sacrificio. Prego Dio affinché renda la lama pietosa e la pietra decisa. Le viscere dell’animale poi le affido ai piedi della sacra rupe, offerte al Signore”. Che rito assurdo, senza alcuna parvenza d’orgoglio di razza, mettere ai piedi dell’altare viscere sanguinose e inutili di un’inerme pecora, ivi inginocchiarsi. Dio si onora in piedi, decisi nella voce, fieri a mostrargli il petto forte! A Dio si offre carne strappata in combattimento, scalpo e genitali del guerriero sconfitto! Sei sempre stato così diverso da me. Ti ricordo e so che l’amore può appartenere all’uomo, forse anche a me che sono il maledetto nella storia dell’uomo, non certo a Dio. L’amore ti è proprio, sei riuscito a rendere poetico e necessario il dolore e l’abbandono di una vita animale, per una divinità non diversa dalle altre nel chiedere sacrifici di sangue. Anche gli incivili che vivono la sponda opposta dell’Eufrate sacrificano vite ai loro troppi Dei, come se un Dio non fosse già tanto, troppo. Il nostro Dio, fratello, è andato oltre il sacrificio di uomini e bestie innocenti, ha alzato l’asticella col fardello del libero arbitrio e la crudele inibizione ai frutti della conoscenza del bene e del male. Ignoranti e liberi di dannarci, altrimenti egoisti e liberi di salvarci ignorando l’altrui dolore. Ti penso ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fratello, mentre vango, mentre mangio, mentre mi curo la ferita al volto che non si è mai rimarginata. Quel giorno ha anche nevicato, come faccio a scordarlo? Non avevo mai visto la neve, mai più l’ho vista e mai vedrò il mare, lo so perché sto morendo, perché sto per raggiungerti. Cos’altro potevo fare? Il morso di quella belva aveva imputridito la carne, soffrivi in maniera indicibile da giorni. I funghi che ti facevo masticare ti davano sollievo solamente per una o due ore, poi tornavi a urlare, stremato ad urlare anche solo con sguardi. Il vecchio piangeva, mamma piangeva, nessuno faceva nulla. E io vivevo la condanna dell’assenza di Dio e del libero arbitrio. Ero libero di farti smettere di soffrire, mi condannavo a essere il peggiore degli uomini, a Dio sarebbe bastato un battito di ciglia per guarirti. Mi hai supplicato: “Fai qualcosa, fallo!”, sapevi di cosa ero capace, che avrei fatto un gesto che ha a che fare col mio modo di amare, che riguarda il mio concetto di pietà, ci contavi. Volevi smettere di soffrire, poco importava delle conseguenze che avrei dovuto patire. Non ti ho mai amato così tanto come quando ti ho fatto masticare una manciata dei miei funghi, mentre ti ho accarezzato e ho scorto nel tuo sguardo ancora intelligente che mi ringraziavi. Ricordo che ti ho baciato sulla bocca, che ho agito con lama pietosa e pietra decisa. Ho pensato alla possibilità di sacrificare un agnello perché ti potesse fare compagnia sull’altare del sacrificio. Non lo feci. Mi ersi con fierezza, guardando oltre l’altare, nell’atto che significava tanto assunzione di responsabilità quanto sfida al Divino, mi scavai il naso con la lama non più pietosa. Sanguinante raccolsi il fardello che conteneva anche i dolori della carne e dello spirito, me ne andai per sempre col volto sfigurato, col segno di Caino.

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“Alla finestra” di Marcello Rizza

Affacciata alla finestra, osservava dal trentaseiesimo piano la caotica calca delle 12.15. Lungo l’arteria le autovetture col semaforo verde erano quasi ferme, sul marciapiede s’incrociavano e scontravano indifferenti migliaia di umani. La fiumana, in un inutile muoversi senza senso, coi rumori e il puzzo combinato di sudore, cibo da strada, tubi di scarico e natura marcescente, non l’avrebbero distratta. C’era un problema contabile, bisognava risolverlo. Chiudendo la finestra del suo ufficio insonorizzato fece tremare il vaso dei fiori appassiti sulla balaustra all’esterno, non aveva mai avuto il pollice verde. Andò alla scrivania. Su uno dei due monitor vi era ancora la fotografia di quel maledetto bracciante etiope, tutte le informazioni che lo riguardavano erano contenute in un file d’incredibile e inservibile dimensione. Mai che questo problema si presentasse con qualche personaggio interessante: guerrieri, matematici, artisti. Quell’anonimo agricoltore sarebbe già dovuto morire di stenti e fame ventidue giorni, 4 ore e quattro secondi fa, per questo gli uffici dell’ottantaquattresimo piano avevano ideato la carestia nel paese africano. Dovevano mancare 27.529 umani, ne sono morti solamente 27.528. Appena accortasi del problema aveva subito informato le persone addette negli uffici competenti, quelli che la giudicano petulante e puntigliosa. Che la pensassero come volessero, lei è una ragioniera, la contabilità è una sua responsabilità. Da subito le dissero di avere pazienza, che il problema sarebbe stato risolto. Non era stato risolto nulla, era ancora vivo, dannazione! Il problema non è mai stato nei grandi numeri, le macrodinamiche sono una certezza. Quando lo staff dell’ottantaquattresimo piano aveva pensato al meteorite sapeva bene che tutti i dinosauri si sarebbero estinti. La guerra ad hoc che mischiava interessi e religioni aveva già ucciso il dieci percento della popolazione siriana, altri sarebbero morti e già si sapeva il conto preciso. Eppure leoni, formiche e dinosauri non hanno mai creato problemi di alcun tipo, quando giungeva la loro ora morivano e lo facevano così come era stato predeterminato. Nei 560.000.000 di persone che muoiono, in media in dieci anni, capitano due o tre umani insignificanti, ora anche un contadino etiope, che fanno sballare la contabilità. Quei gran cervelloni del quarantaduesimo piano avevano analizzato ogni evoluzione possibile riguardo questo fenomeno. Non avendo elaborato alcuna formula scientifica l’avevano risolta filosofeggiando, appropriandosi del difetto genetico dell’uomo, imputando l’anomalia a fattori emotivi che, non si sa come, influiscono sullo spazio-tempo. Più o meno la stessa risposta di tre anni prima, quando un cucciolo d’uomo tedesco non era morto sotto il camion. Quei gran cervelloni avevano supposto che l’anomalia fosse stata generata dall’insolito attaccamento del soggetto a un ritaglio di giornale con la fotografia di un astronauta che teneva dentro una scatola di latta sotto il letto. Si, ma era agosto e c’era tutto il tempo per sistemare la faccenda e far quadrare i conti, non come in quel momento, che andava chiusa la contabilità. Quegli inutili scalda sedie le avevano ritrasmesso il file aggiornato con speculazioni che nulla avevano a che fare con la partita doppia, col dare/avere, con entrate e uscite. Quel contadino etiope aveva influito sullo spazio tempo a causa di un seme di melone che custodiva da quarantasei anni dentro una vecchia lattina verde scuro con scritto “Bully Beef”. Un seme di melone! Si voltò a guardare la scheda sul secondo monitor, la fotografia di un’umana di 5 anni. Sarebbe dovuta morire fra 82 anni, un banalissimo raffreddore con esiziali complicanze. Guardò l’orologio, quella bambina inseguendo il cagnolino sarebbe passata sul marciapiedi sotto il suo ufficio tra 56 secondi. Con calma andò alla finestra, l’aprì e spinse il vaso di fiori appassiti fino a farlo cadere, poi richiuse la finestra. Andò al pc e schiacciò il tasto delete cancellando il file della piccola umana. I conti erano tornati in ordine, il consiglio d’amministrazione, quelli con la puzza sotto il naso del novantanovesimo piano, non avrebbero potuto muovergli alcun appunto.

 

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“Uno sguardo in ascolto” di Marcello Rizza

Adagiato sul divano, la tenue luce gialla, soffusa, calda e tremolante, della legna che arde nel camino, lo sguardo appena distratto dall’incandescenza dei tubi termoionici dell’amplificatore valvolare, assorto ascoltava l’opera verdiana. Sul Thorens girava il lucido vinile, la puntina a scovare i segreti del lungo, lento solco concentrico, a replicare la cristallina voce della Tebaldi.

Amami Alfredo, quanto io t’amo! Addio!

Violetta perpetuava, ora in taverna come in teatro, la sua storia d’amore e d’abbandono, nella mente di Giulio insisteva il necessario, salvifico trasporto per quella triste opera che riempiva il suo tempo dedicato alla musica. Il nipotino, appena sceso dalle scale, lanciatosi tra le sue braccia, lo riscosse. Col telecomando abbassò il volume: “Hai già fatto merenda Filipe?”, il bimbo sorrise, acconsentì, qualche briciola probante nella manica del golfino. Era bello quel pargolo, sempre illuminato in volto da spensieratezze, movimentato da curiosità e dall’emotività incorrotta di chi ancora non conosce il logorio da cose a lungo bramate, mai accadute.

“Quella signora piange, Nonno?”, Giulio raccolse la copertina del vinile e ne trasse l’albo a colori con le fotografie degli attori.

“Quelli che senti, Filipe, sono cantanti che stanno recitando una storia d’amore. Non piangono veramente”, pose il suo dito su una delle scene principali, “questa è la signora che hai ascoltato, sta dicendo alla persona che ama che se ne andrà lontano da lui, che non gli darà più il suo amore, è un racconto triste”.

Il bambino s’incupì: “Perché quella signora non ama più quel signore?”.

Per qualche istante ritornò a una trentina d’anni prima, a quella donna che gli aveva scaldato il cuore, che non avrebbe potuto e dovuto scaldarglielo, che già c’erano Clelia e la piccola Lucilla: “Questa signora, Filipe, ama quel signore. Lo ama così tanto da decidere di lasciarlo, per il suo bene”.

Il bambino scese dalle braccia del nonno, trasse dalla tasca un’automobilina e cominciò a giocarci, come improvvisamente disinteressato alla storia appena raccontatagli. Poi, nel mentre del gioco, con la sincerità affilata dei bambini, quella con cui loro non sapendolo t’affettano, disse: “Anche Mãe Antonia piangeva quando mi ha lasciato in quella scuola lontana lontana, che si raggiunge con l’aeroplano, dove ho conosciuto la mia nuova mamma Lucilla”. Il nonno lo riprese con sé in braccio, con occhi umidi, per la prima volta conscio che a ogni età si sperimenta l’abbandono e gli disse: “Anch’io piangerei a doverti salutare per sempre, ma questo non accadrà mai”.

Filipe, lo sguardo innocente, solare, da piccolo combattente, gli fece eco: “Io non lascerò mai te, la Nonna e Mãe Lucilla”, e di seguito, “Nonno, perché ascolti la musica triste?”.

Giulio pensò a quanta bellezza e armonia possa nascondersi nel dramma, nella sofferenza, nell’anarchia che impera nei sentimenti, a quanto calore esiste nello sguardo del bambino povero che prima ancora di essere affamato sogna un pezzo di cioccolata: “Anche tu ascolti la musica, Filipe. Ti ho visto ballare mentre ascoltavi l’Ape Maia. La musica che ascolto è come se mi facesse ballare senza muovere i piedi”.

Clelia scese le scale, tra le mani un vassoio con una fumante tazza di latte e Nesquick, due caffè e alcuni biscotti fatti in casa, il tutto appoggiato sul tavolo della taverna.

“Nonno, perché Nonna Clelia non ascolta la musica?”, Giulio sorrise, guardò d’annosa complicità la moglie. “La Nonna, quando ti guarda negli occhi, negli occhi di Mamma Lucilla e nei miei, trova i motivi per allontanare la tristezza e ballare, tesoro. Nei nostri occhi trova già tutta la musica del mondo.”

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“Cavalieri” di Marcello Rizza

Erano ormai cinque anni che Julius von Miller teneva saldamente in pugno ogni aspetto della sua vita. I Principi del Regno erano soliti vestirsi e agghindarsi da lui, nei suoi negozi i nobili e le persone facoltose trovavano gli articoli più ricercati ed esclusivi: preziosi mantelli e tabarri foderati di pelliccia e velluto provenienti dall’Italia, o lussuosi bastoni animati da passeggio con manici in argento finemente cesellato e intarsiato, per non parlare delle costose lame di Toledo, affilatissime e nascoste nei pregiati foderi, tanto amati dalla nobiltà. Grazie allo stile e alla qualità delle sue esclusive calzature regali, Sua Maestà il Principe reggente Luitpold in persona l’aveva insignito del titolo di corte Königlich bayerischer Hoflieferant. Era raro che tanto onore venisse concesso a commercianti che non esercitavano in Monaco ed era l’unico negoziante di Norimberga che potesse fregiarsi di quell’ambito riconoscimento. Due volte alla settimana, mai allo stesso giorno, mai alla stessa ora, visitava severo i suoi tre lussuosi negozi di abbigliamento maschile situati nel centro della città. I commessi tremavano a vederlo intento nei forzieri a contare fiorini bavaresi. Qualche lucido tondino scompariva veloce nelle tasche dei panciotti, parte di qualche mancia generosa che avrebbe dovuto essere spartita tra gli addetti ai negozi, ma nessuno osava intascare quelli della merce venduta, ma questa prassi poteva non essere sufficiente. Julius aveva un istinto ferino e, come una pantera tanto elegante quanto impietosa, solo guardando un dipendente negli occhi decideva d’imputargli il furto, arrogandosi il diritto del giudizio, e licenziandolo di punto in bianco, per lasciargli come buonuscita il segno bruciante del suo frustino ungherese. Non accadeva spesso, non era facile potersi avvalere di personale furfante e dai modi eleganti e discreti, all’altezza del compito di persuadere i bizzosi e lunatici clienti all’acquisto di merce così costosa, ma periodicamente, soprattutto quando Julius già aveva sott’occhio il rimpiazzo, assecondando quel codice affine al suo carattere, così si comportava. Tutto questo si verificava da almeno dieci anni, da quando il licenzioso padre Heinrich von Miller, per circostanze mai indagate, rimasto vedovo e ormai arricchito, aveva deciso di ritirarsi nella sua sontuosa magione nella Foresta Nera, vicino a Friburgo, dove viveva con alcune concubine, lasciando il figlio a gestire negozi e patrimonio, a fronte di una partecipazione sugli utili conseguenti alla nuova gestione. Dal padre gli era anche successo un manoscritto tedesco centenario, mai pubblicato e divulgato, e un diritto esclusivo legato al possesso di quel codice inchiostrato a penna d’oca. Il libro era titolato “Del magnetismo animale e dei gangli energetici terrestri” e non vi era indicato l’autore. Julius si era ormai convinto che potesse essere stato scritto solamente da uno dei più fidati seguaci di Franz Anton Mesmer, forse addirittura dallo stesso Marchese Puységur. Il manoscritto riportava di audaci esperimenti svolti in segreti consessi, che vedevano la guarigione di malati per lo più psichiatrici attraverso l’induzione al sonnambulismo controllato con i fluidi del corpo e con metalli magnetizzati sottratti alla foresta limitrofa al sito di Stonehenge. Il possesso di questo unico codice permetteva di diritto la partecipazione a un ristrettissimo consesso esoterico, cui gli altri potevano accedere solamente a fronte di una selezione durissima e che aveva due presupposti irrinunciabili: l’assoluta segretezza e la possibilità di investire capitali nella ricerca sulle scienze e pratiche alternative e suggestive. Una terza implicita, scontata e rigorosa regola era che gli adepti fossero uomini. L’ascesa di Julius nella gerarchia dei Cavalieri di Rosa Croce di stanza a Norimberga fu repentina e il salotto della sua casa sulla riva del Pegnitz divenne presto il confortevole covo degli affiliati, anche se ormai suo padre vi partecipava raramente.

Sette anni prima il quarantenne Julius s’invaghì di una fanciulla. Sempre guardingo nei confronti delle donne che conquistava, e che teneva ben lontane dai suoi forzieri, sentiva ormai la necessità di una moglie devota e asservita ai suoi completi bisogni. Adalberta Keller era una ragazza dalla bellezza sconvolgente, quando la vide uscire dalla Basilica di San Lorenzo, accompagnata dal padre e dal fratello, se ne incapricciò perdutamente. Il sacro luogo dove avvenne il casuale incontro ai più avrebbe consigliato pensieri gentili, accostamenti cortesi alla bellezza della ragazza, ma il suo pensiero fremente, pungente e impuro fu di conoscere il profumo virginale del suo sesso, di tagliare con lo stiletto i lacci del suo corpetto per scoprirle il seno impaurito, di bendarla, legarla e possederla in ogni suo orifizio accogliente. Doveva averla a tutti i costi quella creatura dalla pelle diafana e dai tratti di purezza teutonica. Era ricco, un buon partito, abituato a pretendere ogni cosa e a controllare ogni mente con corpi annessi. Si era informato su quella fanciulla, sulla sua famiglia e sui possibili pretendenti alla sua mano, e scoprì che tutto sommato non sarebbe stato così difficile giungere a lei. Com’era possibile che una tale bellezza non avesse frotte di pretendenti? E se non per l’avvenenza, chi non sarebbe stato attratto quantomeno dalla generosa dote che il genitore era pronto a versare per la figlia? Fece i preparativi secondo le consuetudini e le maniere del suo ceto. Accompagnata dalla famiglia, Aldalberta viaggiò alla volta del maniero di Friburgo e fu presentata al cospetto del vecchio Heinrich, e a questo piacque talmente e ne fu talmente attratto che, in onore dei futuri coniugi e consuoceri, organizzò una splendida festa chiamando a corte per l’occasione i più famosi musicisti del circondario.

Sei mesi dopo, nella stessa Basilica del fortuito incontro, si celebrarono le nozze tra lui e la sedicenne. I primi due anni di matrimonio furono difficilissimi, aveva provato in ogni modo a educarla e ammansirla senza successo, aveva provato a bendarla e legarla, non poteva accettare che una donna riuscisse a resistergli, a tenergli testa. Si convinse che sua moglie fosse malata d’isteria. Quando la batteva, e doveva farlo, lei non capiva; si accucciava a terra e sgranava occhi spietati, assumeva una posizione ferina e s’armava della prima cosa che gli capitava tra le mani, brandendola o scagliandola con una forza che non trovava ragione in considerazione del corpo esile, della sottigliezza delle ossa. Aveva valutato la possibilità della possessione, ma l’aveva subito scartata. I Lumi avevano orientato che ogni contesto ha una spiegazione, che ogni manifestazione ha un rimedio scientifico. Era certamente isterica, ma dopo sette anni poteva dirsi finalmente vincente. Il suo lavoro lo arricchiva in modo esponenziale, la sua donna era totalmente asservita a lui e le ricerche sul mesmerismo portate avanti dagli adepti della setta al suo comando avevano ottenuto significativi successi. Julius non riusciva a godere appieno della sua situazione, però, covava un cruccio. Dopo la segregazione presso un luogo a lui segreto, dove i suoi consociati Cavalieri di Rosa Croce avevano costretto Adalberta per curarla dall’isteria coi metodi sperimentali, trascorso il mese tornò a casa ormai guarita, docile e finanche paga. Nonostante la regola che gli imponeva di non indugiare nei particolari, la curiosità su quanto accaduto alla moglie era comunque viva. Non aveva mai conosciuto i dettagli della guarigione, del periodo della ristrettezza della moglie, perché tra gli adepti esisteva il riserbo sulle circostanze morbose delle cure sperimentate dalla setta. D’altronde, le regole erano state scritte col sangue degli adepti, e il più rosso tra quelli mischiati era il suo. Erano gentiluomini e nel consesso ristretto, ma pur sempre pubblico, si sorvolava sui necessari, seppur scabrosi, mezzi adottati per le guarigioni; importavano solamente i risultati che si potevano ottenere con l’apposizione delle mani, con gli ordini precisi e bisbigliati al solo lume di una candela tremolante e con l’utilizzo di potenti calamite a tubo da far avvicinare ai corpi dei malati da guarire. Magneti che, per i casi più difficili, erano applicati sotto a letti contenitivi, o a quella vasca di contenimento e deprivazione sensoriale che avevano perfezionato secondo i disegni contenuti nel manoscritto e che ignari artigiani avevano costruito senza conoscerne la finalità. Si era fidato dei suoi accoliti e la guarigione l’aveva convinto di aver affidato nelle mani giuste quella donna che, altrimenti, non gli sarebbe stata di alcuna utilità e che probabilmente avrebbe dovuto in qualche modo sopprimere o internare in qualche costosissima casa di cura. Da allora, ogni desiderio, ogni ordine e ogni concupiscenza non trovarono resistenza: Adalberta si occupava della gestione della casa e dei domestici con capacità gestionale e con l’autorevolezza che proveniva da un potere fedommessogli dal marito. Non era un’autorità propriamente derivatagli, Julius era stato molto chiaro, ma lo poteva usare e a sua volta fedecommettere al figlio maschio. Tornando a casa trovava la moglie che prontamente smetteva l’habitus di prepotenza gestionale per dedicarsi al cucito o all’accudimento di Achillina e Peter, e se era ora di desinare poteva contare su una generosa e golosa tavola imbandita per lui. Dopo la cena, finito di leggere le notizie riportate sul Frankensteiner Kreisblatt e dopo aver sorseggiato a più riprese il cognac Napoleon che si faceva recapitare a casa dalla migliore distilleria di Bordeaux, a qualsiasi ora andasse a dormire trovava Adalberta ancora sveglia e vestita con una camicia da notte più bianca della sua pelle, che faceva scorgere il piccolo e perfetto seno, pronta ad ogni sua fantasia, e anche se certe pratiche sessuali erano dolorose non se ne lamentava mai. In realtà, era il suo sguardo mai rivelatorio che lo lasciava dubitante: anche quando gli sorrideva, quando lo ringraziava per non averla battuta quel giorno, non esprimeva veramente appieno le sue sensazioni. E ormai la batteva poco, lei sapeva come ammansirlo. Nell’anno successivo alla guarigione più volte le aveva chiesto cosa fosse accaduto in quel mese di segregazione e di cure, come potesse essere guarita così bene, ribadendogli che il merito di tutto quanto era suo e della sua setta. Lei glissava su quelle domande, gli diceva di non ricordare bene gli accadimenti, di non avere più cognizione di quel tempo trascorso in ristrettezza, e cominciava poi a parlare del primo dentino messo da Peter o dei sorrisi infantili di Achillina. Lui provava a insistere, ma lei eludeva le sue domande con coerenza e determinazione. Aveva provato a frustarla per convincerla a parlare, scoprendo che il budello che infieriva sulla carne l’eccitava e stavolta s’accucciava per giungere inginocchiata alla patta dei pantaloni e premervi le labbra, soffiando aria calda che attraverso il velluto gli scaldava il membro obbligandolo a slacciarsi e a far prendere l’urgente iniziativa alla sua donna. Julius aveva ormai preso la decisione, doveva sapere cosa fosse accaduto in quel mese a lui nascosto dalla moglie e dai Cavalieri di Rosa Croce.

Nevicava quella sera buia, priva di ogni sussulto o bagliore della natura che potesse dare vita al manto freddo che ormai copriva strade e prati e che ottundeva i suoni delle poche carrozze che s’arrischiavano ad affrontare le strade. Due ore prima oscurò la casa, solo un lume a petrolio regolato al minimo e l’abitudine all’ombra facevano distinguere l’ambiente salottiero ove avrebbe provato per la prima volta a indurre al sonnambulismo Adalberta. Quella pratica era di norma esercitata solo dai Cavalieri di minor rango, quelli che erano stati ordinati Medicus, ma l’aveva sentita spiegare così tante volte che era sicuro di poterla eseguire ormai anche lui. Lei era stranamente tranquilla, più di una volta aveva portato ristoro agli adepti della setta, mentre questi discettavano sulle pratiche adottate per indurre i malati psichiatrici al sonno controllato, e nel mentre che s’attardava a versare il tè agli astanti, facendo scivolare i suoi tessuti sulle barbe dei seduti ospiti che volentieri si protendevano verso di lei, ascoltava quegli uomini ancora non distratti dalla sua bellezza mentre raccontavano i sistemi e i rimedi ai diversi casi clinici. Inoltre, per un mese fu lei stessa sottoposta a quelle pratiche e le aveva sperimentate nella mente e nelle ossa, lei sapeva in anticipo come Julius si sarebbe mosso, e non se ne preoccupò. Sedettero vicini, lei comoda e distesa sulla poltrona, vestita come per andare a letto, per non aver fastidi di laccioli e stretti corpetti e simulare una libertà sensoriale, gli occhi fissi in quelli del marito, così che sembrò abbandonata a ogni pratica. Le parlò con tono pacato mentre le sfiorava le tempie con le dita o quando le faceva stringere le estremità inferiori delle due calamite modellate a tubo che a sua volta impugnava nelle estremità opposte per farle brillare del suo karma e trasmetterlo a lei. Aveva previsto che sarebbe occorsa almeno un’ora per indurla al sonnambulismo, ma evidentemente il suo flusso d’energia vitale era potente, così si convinse, perché dopo venti minuti Adalberta fu già nello stato che si aspettava lei dovesse mostrare, in quel misto di abbandono vigile e controllato dai magneti che continuavano a essere branditi da entrambi. Se quel momento si fosse cristallizzato per essere dipinto, l’unico artista che ne avrebbe espresso pienamente la tensione sarebbe potuto essere Edward Munch: coi suoi pennelli, col suo stile crudo, con tratti ruvidi e abusando di neri e rossi, avrebbe colto l’intensità dello sguardo dell’uomo e n’avrebbe ingigantito gli occhi a risaltare la fatica nel contenere quel crescendo di empatia e concentrazione, quell’esplosione psichica che stava accadendo. Avrebbe fatto brillare con l’argentea tempera il metallo delle potenti calamite tubolari fino a rendere luminescenti anche le mani dei due modelli e attori. Nella sua follia, non solo artistica, avrebbe spostato gli spermatozoi della sua Madonna sulle braccia dell’uomo e il feto dello stesso famoso dipinto avrebbe prestato il volto ad Adalberta. Julius cominciò a interrogare la donna, nel suo iniziale intento avrebbe posto domande ormai collaudate dai Cavalieri e che inducono al rilassamento del soggetto ormai mesmerizzato, ma era troppo prosciugato di energie per soffermarsi sui dettagli, non sapeva quanto avrebbe resistito senza perdere a sua volta conoscenza. Andò al punto, chiese cosa fosse accaduto in quel mese di segregazione con i cavalieri di Rosa Croce. Lei, con voce sonnolenta, smozzicando parole in frasi che di minuto in minuto divenivano più fluide, senza più bisogno di essere incalzata, con un filo di voce cantilenante, raccontò per più di un’ora cosa avvenne in quel mese, quali deliziosi e licenziosi rimedi furono adoperati da tutti i suoi guaritori e, la sorpresa più grande, quale ruolo ebbe il genitore di Julius che, all’insaputa del figlio, che lo credeva in quel frangente a Friburgo, partecipò attivamente, da solo e in gruppo, alle pratiche di guarigione più efficaci. Julius, tragicamente distratto da quanto ascoltò nel frangente, pentito di aver nutrito tutta quella fiducia nei Cavalieri di Rosa Croce, in suo padre, nel genere umano, ferito a morte nell’orgoglio e nello spirito, col volto che assumeva una smorfia mai indossata prima, non si rese conto che Adalberta aveva una strana viva luce negli occhi, che la stessa si era erta sulla poltrona prendendo il controllo e che lui stava scivolando nella condizione di sonno vigile a cui avrebbe dovuto soggiacere invece lei. Julius, senza mollare i magneti, si adagiò a terra. Lei, dimentica dell’inutile presa su quei pleonastici pezzi di metallo, avvicinò le sue labbra al volto del marito e per altri cinque minuti gli bisbigliò i suoi ordini, poi lo destò bruscamente con un calcio sulle reni. Colmò un bicchiere d’acqua, perché tutto quel morboso raccontare e lo sforzo che aveva fatto per mesmerizzare Julius le aveva messo molta sete, e si dissetò. Prese il grosso quaderno, il sedicesimo di quelli che aveva iniziato a scrivere in segreto da cinque anni, da poco tempo dopo il trattamento che aveva subito ad opera dei Cavalieri di Rosa Croce, e che aveva intitolato “Delle pratiche mesmeriche e della preparazione dei soggetti deboli”. L’aveva nascosto due ore prima sotto il cuscino della poltrona, lo aprì alla pagina ancora bianca, la centottantasei, intinse nel calamaio la penna d’oca e cominciò a rapportare le sue impressioni sull’esperimento che aveva appena compiuto, descrivendo compiutamente lo sguardo che sarebbe per sempre rimasto atterrito di suo marito. Le ultime righe che scrisse quella sera furono: ”Gli esperimenti andranno affinati sottoponendo alla preparazione il nuovo soggetto debole Heinrich von Miller”.

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