“Figure di cartone” di Marcello Rizza

Il randagio si avvicinò lasciando le sue impronte sulla neve fresca, si fermò felpato e plastico a tre metri da lei, la guardò come chi firma un armistizio col nemico e si infilò dentro il cartone per scaldarsi. Pur sorpresa lo lasciò fare e si limitò, infilandola in una larga tasca, a salvare dagli artigli la sua bambola col vestitino color pesca e macchie d’olio, con le trecce di lana biondo infeltrite, con gli occhi di plastica che una volta erano stati azzurri come quelli di Aurora. Non le era mai successo, i gatti randagi non sono i compagni più socievoli, vivono ai margini dello spazio vitale dell’uomo, ma questo era particolare, ad accarezzarlo se ne stava coccolone a prendersi le moine. Come criticarlo? A chi non piace qualche tenerezza sul pancino, il caldo del cartone quando fuori nevica? Era lo scatolone di un televisore, leggero e caldo, profumava di pulito, di cellulosa e di ospedale. I migliori sono quelli dei tivù al plasma. Si trovano facilmente nelle discariche. Sono ampi, rinforzati, pieni di imbottitura con bolle d’aria che puoi usare per cuscino e tengono caldo.

Non le importava molto di quella invasione randagia, era sorpresa dalla bellezza del paesaggio. Si trovava dove voleva da sempre essere la sera di natale, guardava il circondario seduta sopra una panchina di ferro, verde, col metallo intarsiato, sulla riva del fiume a San Pietroburgo. Nevicava, col suo corollario di candidi fiocchi poetici e nemmeno faceva freddo, e infatti, senza temere l’inverno e confidando nei pochi stracci di cui era vestita, si sedette facendo scivolare sul prato la coperta dei clochard. Era estasiata, guardava a lato lo scorrere quieto del Neva, poi si volgeva verso il parco qua e là brillante di soffice neve per ancora alzare la testa e fissare la magnificenza del Palazzo d’Inverno. Era uno scenario molto diverso da quello bellissimo offerto dai colonnati di San Pietro dove, per un tacito accordo con la Chiesa, lei e altri trovavano ospitalità. In tanti si trovavano lì e senza clamore, di sera, i preti portavano a lei e agli altri qualcosa da mangiare e quella splendida cornice di colonne e l’imponenza della Basilica erano splendide. San Pietroburgo era però un sogno che finalmente si realizzava. Aveva visto anni prima, fuori da una agenzia di viaggio, una bellissima immagine del natale della incantevole città russa e se ne era innamorata: un grande giardino con una fontana che si trovava a sinistra dell’Hermitage, abbellita con una meravigliosa cascata giocosa di zampilli illuminati, lampadine e cristalli di neve, con una galleria di archi traforati che coi lampioni gialli creava un ambiente dove è giusto sognare.

Finalmente era lì e mentre che si riempiva gli occhi di bellezza si sentì prendere per mano con una stretta leggera e morbida. Si volse e si sorprese di vedere una bambina, forse era Aurora, non la vedeva da almeno quarant’anni. Il randagio guardò, forse intuiva che stava accadendo un fatto privato più importante delle carezze.

Aurora, sei tu bambina mia? Cosa ci fai qua? Non è un posto per te”, guardandosi e guardando il suo giaciglio di cartone.

Perché no? Se ci stai tu posso starci anche io.”

Irene capì che qualcosa non funzionava, che ciò che è troppo bello è anche sospettoso, non poteva essere la sua bambina che aveva abbandonato scappando quando le dissero che era strana, che era pericolosa, e la imbottivano di pastiglie e di iniezioni. E nel momento del sospetto la stretta di mano della bambina divenne più importante.

Non sono Aurora, Mamma. Sono Gesù Bambina, come mi hai sempre sognato. Avevi ragione, sai? Gesù Bambino aveva una sorellina che si chiamava come lui.”

Quante cose belle le stavano accadendo! Ora aveva anche la conferma che non era pazza come le dicevano tutti, esisteva Gesù Bambina. E poi si insinuò in lei il dubbio che nasce da una esperienza di strada vagabonda dove anche quando dormi devi stare in allerta.

Non puoi essere Gesù Bambina, mi hai chiamato mamma. Tu sei Aurora, anche se non assomigli molto a tuo nonno. Lo ricordo… portava sempre nella tasca destra dei pantaloni una castagna matta quando mi portava con sé per funghi, diceva che portava fortuna e tornavamo sempre col cestino pieno”, e poi si chiese se non stesse sognando.

E se fosse? Il sogno è quel momento perfetto che condividiamo con Dio. Anche lui ama sognare cose belle.”

Ma tu mi leggi nel pensiero?”

Non pensi che Gesù Bambina possa farlo?”

Si, e allora non sei Aurora.”

Irene si tolse dalla stretta della bambina, prese in braccio la bambola, si parò con una caricaturale espressione altera, dignitosa e cortese, così buffa per una clochard, e le disse: “Signorina Gesù, La ringrazio per essermi venuta a trovare. Si può fermare qui con me se lo desidera, ma se Lei non è Aurora preferisco continuare a guardare le luminarie del Palazzo d’Inverno”.

Va bene, allora. Sono Aurora, Mamma,” e trasse dalla tasca una castagna matta, “e ora starò sempre con te, staremo sempre assieme”, Le riprese la mano, “ora dobbiamo andare mamma”. 

Irene sbarrò gli occhi, dimenticò di colpo il Palazzo d’Inverno, si fece condurre via e dopo tanti anni fu felice.

Giulia, così ordinaria con i capelli raccolti a crocchia e gli occhiali sul naso, con quel camice da lavoro che nascondeva le forme attrattive delle donne, non aveva una grande considerazione di sé. Pensava a quel ragazzo che l’aveva conquistata dicendole che lei riusciva a sfioragli la mente. Pensava ad Antonello, a perché non aveva funzionato. Non si sentiva speciale, lui le aveva detto che invece sì, che era “qualcosa di più”, che lei era una gran parte di lui e ci aveva creduto per tre anni. Era così speciale che con Antonello andò a puttane, lui andò a puttane, uno strano modo per convincerla. Continuava a chiedersi quale fosse il suo compito, quali doni possedesse, non era stata nemmeno capace di tenersi stretta un uomo. Tutti hanno un disegno e uno scopo nella vita, semplicemente non intravedeva la magia di quel disegno e scopo per quanto la riguardasse. Non valeva la pena di vivere una vita inutile come la sua, così pensava.

Aveva studiato filosofia e poi fatto un corso come infermiera professionale, infelice relazione di ambiti che portano a ragionare sulla morte anzitempo quando non si è dell’umore giusto, quando lavori in quei reparti. Aveva una particolare sensibilità nel capire il momento esatto in cui le persone ricoverate all’ospedale dove lavorava erano sul punto di morire. Era di turno quella notte, era Natale. La clochard, una donna minuta dall’età indefinibile, senza documenti e senza un nome, era in fin di vita. Lo dicevano i grafici delle attrezzature mediche che la monitoravano e lo presagiva in qualche modo lei grazie all’unico dono che possedeva e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. La poverina era stata tormentata e cosparsa di benzina da balordi che non sapevano come passare il tempo. Stava morendo sedata e sperava che non soffrisse per le gravissime e inguaribili ustioni. L’aveva calmata, placata con morfina e altri intrugli che conosceva bene. Sarebbe stato a breve, lo faceva con tutti i moribondi che non avevano persone care al loro capezzale: sarebbe andata a tenerle la mano, l’avrebbe stretta con affetto con la sinistra e con la destra avrebbe monitorato il polso fino a sentirlo cessare di battere. Arrivò giusto in tempo, gli ultimi due minuti. Le prese la mano, la tenne stretta a sé fino a quando venne a mancare il polso, fino a quando non sbarrò gli occhi e se ne andò. E poi tornò ai suoi doveri, chiedendosi quale fosse il suo compito nella vita.

Di fuori soffici fiocchi calavano a coprire e a scaldare la terra e le orme di un gatto si dirigevano lontano dall’ospedale.

Note dell’Autore:

https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/01/31/clochard-bruciato-vivo-pena-sospesa-per-enne_FZeNCnF82j1E6NGqrgtqkI.html

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

https://www.youtube.com/watch?v=doffpjavNbM

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“Legami di sangue” di Marcello Rizza

È trascorso già un anno…

Alla cerimonia c’erano tutte le persone a me care, solo tu non c’eri quel giorno Saimiri. Non saprei misurare questo tempo, non so se pesi quanto un’onda che procede pigra nell’oceano da un continente all’altro o se duri un’immensità come un disperato viaggio nello spazio profondo, so solamente che se mi pongo questa domanda è perché mi sei mancata tantissimo. Continuo a pensarti nei luoghi dove mi rifugio nella preghiera, in fondo alla chiesa come l’ultimo dei fedeli guardando al Crocefisso o in qualsiasi altro posto dove la natura mostra la sua bellezza. Ora sono qui, seduto sulla scogliera a strapiombo e osservo il mare mosso da flutti lontani che giungono da chissà dove e mi piace pensare che arrivino dalla tua terra natale.

Il mare mi ha sempre accompagnato, o ci ho vissuto vicino o sono andato a cercarlo. Sulle sponde marine negli anni, scavando la sabbia, ho raccolto le conchiglie più belle e ognuna l’ho intitolata ai miei affetti. All’inizio, da piccolo, erano poche e le tenevo in tasca. Ora sono in quella vetrina, ma non ne dimentico nemmeno una, hanno tutte un bel nome.

La conchiglia tondeggiante e bianca con le striature color dell’ambra mi ricordano nostra madre, costretta ad amarmi tanto da promuovermi a ciò che poi sono diventato. Appena nato mi ha soprannominato Dentino perché ero sottopeso e bianco come un dente. Fino a che è restata in vita, anche se ormai ero più alto di lei e abbronzato dal sole africano, mi ha chiamato così: il suo piccolo Dentino. Ha provato solo un giorno ad allattarmi, a non farmi diventare come lei, ma il suo seno era sterile e inutile e ne conosceva il motivo. Per questo fece quello che non voleva fare. Provando il dolore di chi sa di fare il male necessario, come quello d’amore e quello d’Africa, mi addentò teneramente sul collo, così mi raccontò in punto di morte. L’alternativa era di farmi morire di fame.

Mamma, la ricordi, era una donna buona e se ne era fatta una ragione di quello che gli era capitato. La sua vita cambiò quando, appena sposa, incinta di me, fu avvicinata a una festa da un uomo orribile, brutto e grasso, incurante dell’igiene, dall’età indefinita, che non aveva certamente occhi magnetici e una pelle che profumava di cuoio e sandalo come nei scontati romanzi rosa. Ma, non per merito suo, era irresistibile quando esercitava i suoi comandi. Esercitò su lei i poteri della sua natura, quelli che anche Mamma ereditò e mai usò, e fu un oplà finirci a letto e ritrovarsi con i segni dei canini sul collo. Nessuno capì perché divorziò in fretta e furia e fu anche uno scandalo, vista la sua professione. E non cercò mai più la compagnia di un uomo, si dedicò solamente all’istruzione e ad amarci e crescerci.

Era magra come un chiodo. Che io sappia non si è mai servita della razza umana, si nutriva appena per restare in vita con quel che poteva ricevere da un amorevole gattino che a sua volta si nutriva del sangue dei topini che cacciava. Tutto sommato non aveva sconvolto più di tanto la natura gattesca. A parte quel problema, e un atteggiamento schivo e riservato per nasconderlo, viveva come tutte le persone normali, era una buona insegnante di religione che passava le serate a correggere i compiti in classe, a leggere poesie o a guardare film sentimentali alla televisione. Ogni domenica, alle 10:30, assisteva alla funzione religiosa.

Nella culla mi mise subito assieme a te, Saimiri, sorella amata. Eri una scimmietta mia coetanea, ancora più minuta di me che ero piccolo. Avevi quel bel nome, musicale, esotico come la terra che ti apparteneva e che non avevi mai calcato e non sapevo ancora quando giocavamo assieme che era tanto il nome proprio quanto quello della tua razza. Quando mamma mi ha svezzato dal suo collo, come per gioco, ti addentavo e mi facevo addentare, ci nutrivamo di tutto, ci bastavamo. Saimiri, la mia conchiglia più bella, quella che assomiglia a una piccolissima brioche e che regala riflessi madreperla. Quando Mamma ci faceva il bagnetto nella vasca guardavo la mia pelle rosa e ammiravo la tua peluria color del grano scaldato dal sole. Avevi paura dell’acqua, ricordi? Non volevi che ti lavasse e le mordevi la mano, poi agilissima mi balzavi al collo abbracciandomi forte forte, poi ti agganciavi al lampadario e tornavi ad abbracciarmi forte. Smisi in fretta di provare a muovermi e saltare come te perché finivo sempre a terra, capii in fretta che la nostra natura era diversa, quante culate che ho preso! Eppure ti ho sempre respirato, mia gemella!

Non andai subito a scuola come i miei coetanei, Mamma non si fidava ancora di me, del mio autocontrollo. Mi insegnò lei le tabelline e a scrivere e riusciva a farmi viaggiare con la mente parlandomi di tutti i paesi del mondo e delle tante civiltà esistite nei secoli. Mi insegnò anche a pregare, a confidare in Dio, ad amare il prossimo e soprattutto a rispettarlo, era una buona cattolica. Mi spiegò che non è il difetto o l’eccellenza fisica a definire l’uomo, ma che sono la coscienza e il cuore.

A un certo punto mi iscrisse a un istituto scolastico, Mamma capì che dovevo attrezzarmi per affrontare il mondo che non sapeva, se non per qualche mito, della nostra esistenza. Ci teneva tanto che la situazione non cambiasse, mi diceva sempre: “Dentino, mi raccomando, non dobbiamo mai fare sapere alle persone che siamo diversi”.

E poi la svolta, la conchiglia grossa, quella che mai avrei potuto tenere in tasca e che avvicinandola all’orecchio ci sento il mare ancora vivo: Padre Carlo. Per la mia prima comunione, sacramento a cui Mamma teneva tanto, dovetti confessarmi. Quello che lei non aveva calcolato era che, secondo i suoi insegnamenti, io in confessione avrei detto la verità. Il sacerdote la convocò, le disse che nel sacramento aveva saputo delle cose di me che per il suo ufficio non poteva rivelare, ma che era lei a dovergliele spiegare. Che donna! Le rispose, cattolica e furba, che anche lei voleva avvalersi del sacramento, con tutti i crismi e riti, inginocchiata nel confessionale e con la veletta sul capo. Padre Carlo, in profonda crisi di coscienza, le disse perentorio che avrebbe violato il suo ministero e che non avrebbe potuto non parlarne con la comunità scientifica, col vescovo o addirittura con il Santo Padre. A quel punto mia madre fece quello che mai lui si sarebbe aspettato: gli mostrò una boccetta piena di veleno e gli rivelò quella che era la sua mossa pietosa studiata da tempo, disse che se il nostro segreto sarebbe stato reso pubblico si sarebbe tolta la vita e l’avrebbe tolta a me, a te e al gattino.

Padre Carlo sparì per tre mesi, ancora oggi non so dove sia andato a pregare e a chiedere consiglio a Lui. So che non ci tradì, che tornò risoluto e prese a cuore la nostra situazione. Con Mamma convennero che la soluzione migliore sarebbe stata quella di essere istruito, controllato sulla mia natura e avviato all’interno di un istituto religioso. Da adolescente che cominciava ad avvertire i primi pudori e prudori e che cominciava a chiedersi se il sesso riguardasse il sangue e quei meravigliosi colli delle ragazze che si vedevano in televisione o nei cataloghi di Postal Market, mi ritrovai a seguire un percorso seminarista molto particolare.

Per me Padre Carlo, quel santo uomo, mentì e fece mentire un suo amico medico che ancora oggi sarà lì a chiedersi perché ha dovuto falsificare in quel modo i referti medici. Me ne dispiace ancora di averlo indotto a macchiarsi, a sporcare la sua probità. Quando il sacerdote andò a parlare col Vescovo della mia situazione aveva una cartella clinica che documentava una rara e complicata forma di sindrome mielodisplasica e quindi dichiarava che necessitavo di giornaliere trasfusioni di sangue. Gli disse anche che ero votato al sacerdozio e che lui voleva diventare missionario e portarmi con sé in Africa, per istruirmi all’interno di un ospedale cattolico dove avrebbe potuto garantirmi le cure necessarie. Per me, per aiutarmi, per amore universale, rinunciava al suo comodo posto di curato di campagna per trasferirsi in Africa. La consapevolezza del suo gesto mi portò a un più sofisticato concetto di amore per l’uomo e per l’umanità.

Chiesi solamente di portare con me le prime conchiglie che avevo raccolto e di partire con te, Samiria, ma riuscii solamente a ottenere le conchiglie. Salutarti fu tristissimo, tu non capisti che non avremmo più potuto vivere la quotidianità, io non sapevo che non ci saremmo mai più incontrati. Dopo un mese dalla mia partenza Mamma mi informò sulla tua morte dandomi spiegazioni vaghe su quanto ti fosse accaduto.

Ricordo ancora quando ricevetti le prime trasfusioni di sangue umano, era come una sbornia di sangue africano, mi rendeva forte ma lo ricevevo per trasfusione e non potevo sentirne il profumo e il sapore che mi proveniva dal tuo collo pulito. La mia via verso il Cristo mi chiedeva due impegni: quello canonico di rinunciare a una vita sessuale e quello specifico di rinunciare a nutrirmi dai colli. Scegliere il sacerdozio non è una passeggiata se la percorri con rigore e serietà, devi far conto con una scelta difficile e ponderata, supportata da convinzioni, fede e studio critico. In più, per onestà, mi chiesi se una persona col mio problema, che comunque avrebbe dovuto sempre vivere nella menzogna del non rivelarsi appieno, potesse diventare un ministro di Dio e nei miei studi di filosofia e teologia cercavo un aiuto e un conforto. Mi piacque subito Origene che considerava l’anima identica in tutti gli esseri umani mentre mi mise in difficoltà San Tommaso d’Acquino che la vedeva come una entità propria del singolo. Alla fine, dopo aver studiato Spinoza, Bentham, Mill, Kant e tanti altri, non ho mai individuata una speculazione etica che contravvenisse al mio diritto, come minoranza sconosciuta, di prendere i voti sacerdotali.

È stato emozionante presentarmi a Dio e dichiararmi Suo ministro l’anno scorso quando fui nominato sacerdote. Ricordo ancora le calde lacrime di nostra madre, il suo vibrare e tremare nell’emozione, quando dall’altare per la prima volta, nell’investitura, dissi: “Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti… ”.

Visse ancora pochi mesi Mamma, era restata giusto il tempo di vedermi realizzato e felice. Al suo capezzale mi disse la verità sulla tua morte, sorella. Dopo che ero andato via hai smesso di nutrirti, hai perso la voglia di vivere lontana da me, ti sei lasciata andare. Tu, la mia conchiglia più bella, l’unica femmina di cui trattengo il ricordo di un profumo e di un sapore, che continuo a pensare nelle mie preghiere.

 

 

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“I miracoli di Via Pré” di Marcello Rizza

Chopin era accucciato al suo fianco, non lo guardava con lo sguardo languido dei cani col pedigree, era un bastardo sgamato per quanto potesse esserlo la sua specie e – in fondo – gli bastava che il suo padrone e compagno ci fosse. Non è che non l’amasse, anzi, ma badava al sodo, si faceva nutrire, abbeverare, andava in calore senza avere uno sfogo.

Che poi non si conosceva davvero il suo nome, nessuno l’aveva mai sentito chiamare dal suo padrone, che era certamente muto perché nessuno lo aveva mai sentito parlare. Lo chiamarono così i vicini di casa, Chopin dei chiari di luna. Il vecchio, al secolo Parodi Baciccia, quando il rintocco religioso della Chiesa di San Lorenzo annunciava il calar del caldo, nel mentre che un fresco refolo portava conforto e i passanti diradavano, usciva da quella stanza umida – dove mangiava e dormiva – e si sedeva silenzioso sui gradini d’accesso alla sua abitazione riempiendo la ciotola del suo compagno e una sua tazza col vino sfuso e sciatto della piccola drogheria. Era un negozietto con ancora l’insegna dell’Oro Pilla, con una barra arrugginita ma resistente sullo stipite che mostrava il livello dell’acqua raggiunto dalla terribile alluvione del 1822 e con segni illeggibili di pittura in calce che nel 1915 celebravano le vittorie turche e i funerali della Belle Epoque. A Chopin piaceva quel vino, lo lappava con calma, aveva imparato a farselo bastare e quando lo finiva il cielo era diverso. Allora si scostava dal caldo contatto umano, provava a ergersi sulle zampe malferme, ricadeva a terra ubriaco e cominciava a guaire rivolto al chiaro di luna e a una cagna che non c’era.

Il vecchio, sia d’estate che d’inverno, non era mai stato visto vestito in altro modo. A coprire una postura rattrappita e abbandonata, una pelle scura e cotta d’avventure vissute chissà dove, erano un maglione grigio tarmato, una giacca di cotone che tanti anni prima era stata verde, un pantalone marrone senza pieghe, così corto da mostrare i rilievi preoccupanti delle vene bluastre nelle gambe, e una coppola nera troppo grande e floscia che gli nascondeva ben bene il volto. Era il cappello giusto per quel difetto ereditario: lo strabismo.

Si racconta che smise di parlare a causa di un trauma, quando se ne andò per sempre Dolores. Era certamente una leggenda, nessuno aveva mai conosciuto una Dolores, perché quando dieci anni prima arrivò era solamente accompagnato dal cucciolo dal nome sconosciuto. E nemmeno viveva di entusiasmi. L’unico momento di interesse dell’anziano, sempre che si possa accomunare all’entusiasmo, si dice che l’avesse mostrato quando chiese alla sua vicina di casa, in un foglietto scritto, la ricetta del suo minestrone alla genovese. Il profumo che ne veniva fuori ogni domenica da quella casa al primo piano, quando i tanti invitati si sedevano affamati, era delizioso. Ma quale fosse il segreto di una ricetta tutto sommato semplice, quale fosse l’ingrediente speciale, Donna Lucia sempre allegra e generosa, non l’avrebbe mai rivelato a nessuno, ma proprio a nessuno. Men che meno al Baciccia.

Poteva essere una sera come un’altra nello stretto intersecare di vicoli e caruggi, tra malaffare e povertà, dove le prostitute erano state cantate con affetto da De Andrè. Anzi, fu proprio una sera come un’altra, quantomeno per chi conosce la vita trascorsa nei vicoli del porto genovese. Potremmo chiamare ciò che accadde come “piccoli miracoli di ogni giorno in Via Prè”.

Solo Chopin a testimone, ma non l’avrebbe mai raccontato a nessuno nemmeno dopo aver bevuto tanto vino. Altri videro qualcosa, movimenti di persone, niente di sconvolgente. Erano comportamenti appena un po’ curiosi in un contesto dove la quiete viene interrotta da urla e abusi familiari o da bisbigli malavitosi che giungono dalle finestre. Dal primo piano della casa dove abitava Donna Lucia erano mesi che la domenica non si faceva più festa, che dalla finestra non usciva più quel caldo profumo di minestrone. La serenità di quel donnone generoso, era evidente, aveva fatto le valigie e se ne era andata. Ora, avvicinandosi alla casa, si sentivano pianti sommessi e in strada si notava la mancanza di un bambino che era solito giocare rumoroso e spaccare vetri e lampioni con la lippa.

Da uno dei vicoli sbucò la testa. Era di un giovane con gli occhi grandi e lucidi febbricitanti di avventura e di dolore, guardingo. Solo dopo essersi sincerato che non ci fosse nessuno sul caruggio, accortosi però del vecchio che contava zero, la sua figura emerse del tutto. Camminava a fatica simulando la normalità, aveva una chiazza rossa sui pantaloni all’altezza della coscia e sapeva dove andare. Non suonò all’appartamento del primo piano, aprì il portone con le chiavi e entrò. La donna – che da mesi piangeva – urlò per venire zittita subito dalla voce del giovane appena entrato. Tutto accadde in un minuto, era inseguito e non poteva rischiare di farsi raggiungere.

Tienili tutti, nascondili”.

Il vecchio da fuori non sembrava ascoltare, la sua espressione era sempre quella, forse era diventato anche sordo dopo che Dolores…

Dove li hai presi, delinquente! Togliti i pantaloni – fammi vedere – chiamo un dottore”

Non ho tempo, devo scappare, li ho dietro… ”

No! Stai qui! Chiamo il dottore!”

Vado, non dirgli che sono passato… usali per curare Marcellino, vedrai che basteranno… e tu non mi hai visto”

Avrai fame, prendi questo, mettilo in tasca” e poi urla e pianti di mamma, “Salvatore… stai qui, Salvatore! Chiamo il dottore, non andare!”

Non mi hai visto, capito?”

Il giovane uscì più pallido di quando era entrato, si guardò bene intorno e si accorse del vecchio: “Mi spiace nonno”, e gli rubò la coppola. Il vecchio non mosse un muscolo, non cambiò espressione. Il giovane calzò il copricapo con la visiera a coprire il più possibile il volto, era perfetto per camuffarsi. Riprese a camminare cercando di dissimulare la zoppia, si sporcò le mani del suo stesso sangue e lasciò un’impronta sul muro a sinistra all’angolo del caruggio che porta alla zona turistica del porto, per sviare gli inseguitori. Imboccò il vicolo a destra, addentrandosi ancora di più nel dedalo capace di nascondere un mondo e di frenare l’invasione dei Mori saccheggiatori.

Dalla finestra del primo piano Donna Lucia non sembrava più quel donnone che era un tempo, mentre guardava alla strada teneva in braccio il figlio pesante, troppo cresciuto, spaventato: “Tornerà, Marcellino, tornerà presto… quando sarai guarito”.

Dalla scalinata arrivarono minacciosi i bravi, avevano le pistole in mano, procedevano sicuri, i caruggi erano il loro poligono: “Vecchio, dov’é?”. Peccato non ci fosse nessuno, a parte Chopin e Donna Lucia, per raccontare poi alla taverna i fatti. Avrebbero sentito il vecchio parlare, sì parlare!

Di là”, mostrando l’impronta col sangue e il vicolo a sinistra che in cinque minuti si affaccia sulla zona turistica.

I malviventi, fiduciosi di raggiungere e finire il giovane, ripresero a correre.

Ora qualcuno potrebbe obiettare che se dopo dieci o più anni il vecchio disse solamente “di là” non sia stato poi un granché di miracolo, ma quando Baciccia fu sicuro di non essere visto dai delinquenti accennò anche un sorriso prima di tornare alla solita espressione vacua e i due fatti assieme cambiano completamente il quadro.

Fatto sta che, dopo un’ora e dopo tanto che non accadeva, dalla solita finestra provenne il delizioso profumo di minestrone. Donna Lucia uscì sul caruggio, teneva un cappello a larghe falde in mano e nell’altra una bottiglia di plastica senza tappo con l’etichetta Latte Sole da cui fuoriusciva il fumo e il profumo di tutt’altro che latte. Si avvicinò al vecchio, gli calzò quel cappello un po’ troppo grande, l’unico che aveva sottomano in casa (lei non lo sapeva ma era perfetto per nascondergli il difetto agli occhi) e gli lasciò sui gradini la bottiglia. Infine gli parlò all’orecchio per un minuto rivelandogli il segreto, la sua ricetta. La ricetta segreta! L’ingrediente particolare era il sedano di montagna che non si sa come a Genova lei riuscisse a procurarselo, si dice che lo spacciassero a Sottoripa (certamente una leggenda perché a Sottoripa non spaccia nessuno). Il vecchio non si mosse e non parlò, peraltro era diventato muto e sordo da quando Dolores…

Quando la luna e i lampioni illuminarono la strada, una donna sui cinquant’anni, mai vista prima in quei vicoli, a piedi e sostenendo a fatica una valigia che conteneva un’avventura, si avvicinò. A guardarla dritta avrebbe mostrato uno strabismo ereditario. Poteva essere Dolores?

Ciao Pulce!”

Woof”

Il Baciccia alzò il capo: “Sei tu”.

Dopo dieci anni aveva sorriso e parlato per due volte. Non avrebbe più smesso.

Per il vicinato sarebbe sempre stato Chopin dei chiari di Luna, anche perché Pulce era davvero riduttivo per un tale personaggio. E quel trovatello bastardo, quella sera, non si scompose più di tanto, erano situazioni che aveva già osservato in Via Prè. Non avrebbe mai capito gli umani ma d’istinto li amava. Era già ubriaco, era un cane dalla ciucca triste e cominciò a guaire alla sua luna. In fondo era una sera come tutte le altre e a lui stringeva il bisogno di una cagna.

 

 

 

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“The River of Dolls” di Marcello Rizza

Il sole asciugava l’uva nei vigneti ed evidenziava il viola e la patina di muffa nobile della bacca del Norton Cinthiana. Era una tarda mattina ottobrina, faceva decisamente troppo caldo per continuare la vendemmia, in Florida c’è umidità anche nelle campagne. I braccianti sudati caricavano i trattori di tinozze colme di uva, alcune donne cominciavano ad apparecchiare su una tovaglia a terra: ciambelle con sciroppo d’acero e succo di mela, salsicce e sangria. Una bracciante notò un’auto parcheggiare nella proprietà di Zeph, ne scese una donna che si diresse verso il retro della casa.

Guarda chi si rivede!”, distraendo gli altri che si voltarono.

Ma quella è la figlia”

Si, è lei, non si vedeva da un pezzo.”

Scese dall’auto e si predispose alla quiete, il CD che aveva ascoltato a basso volume, l’ultimo lavoro inciso da suo padre vent’anni prima, aveva smesso di ascoltarlo da molto tempo, era bello ma già raccontava malinconia dal titolo – The River of Dolls – e a lei occorreva pace. Non l’aveva avvisato del suo arrivo. Aveva con sé la borsa della spesa e una piccola valigia, conteneva il necessario per quattro giorni. Lo trovò riparato dal sole sotto la pergola nel retro, in giardino. Dormiva sulla sedia a dondolo, teneva un libro poggiato sulle magre gambe scoperte, il portacenere sopra il tavolino era sconsolatamente pieno. Uno sciame di moscerini dell’uva silenziosi muoveva una danza disordinata vicino al cesto della frutta, pensò che fosse un ambiente d’abbandono. Buck arrivò scodinzolando felice: “Woof woof”.

Gli strinse affettuosamente il muso: “Shhh! Non svegliare Papi”, sorrise e gli diede un bacio sulla fronte. Suo padre non si svegliò – bene! – entrò in casa dall’ingresso posteriore e anche là c’era un contenuto disordine: un po’ di ragnatele agli angoli, tende ingiallite, libri e quaderni dappertutto. Lesse alcune pagine dei quaderni, pur non calcando più le scene il grande rocker continuava a scrivere canzoni. I testi erano sempre belli, scriveva canzoni che erano poesie, le scriveva per Lilith e su Lilith. Forse in altre pagine aveva anche scritto una canzone su di lei. Probabilmente no. Mise in ordine la stanza, libri e quaderni al proprio posto. Entrò nella sua camera da letto e volse gli occhi all’orsacchiotto della sorella appoggiato sul letto vuoto. Cacciò in gola il pianto, risolse di non aprire subito quel cassetto appena socchiuso della memoria, sapeva che sarebbe giunto quel momento, era tornata a casa anche per quello.

Buck si strusciò addosso al suo padrone, si erse sulle zampe appoggiandosi alla sedia a dondolo e lo leccò col suo vezzo canino di baciare. Lui si svegliò e, ancora intontito, percepì una presenza e un profumo di cipolla caramellata, carne alla brace e rosmarino stufato nelle patate al forno. Capì e malinconicamente si sorprese: “Dove sono gli occhiali? Sarà in cucina? Cosa le dico?”.

Lei stava apparecchiando la tavola, sentì nelle reni il silenzio di suo padre e si voltò, si guardarono, lui con la schiena dritta ma le spalle che cadevano pesanti, lei con una espressione involontaria che s’accordava con le spalle del padre. Non parlarono per un istante, che certi istanti durano immensi ricordi. Non si abbracciarono, lei sorrise:

Non mi fermo molto, sai, fra sei giorni ho il volo per Roma”.

Zeph osservò la stanza in ordine, i quaderni, e gli scattò qualcosa: ”Hai letto i quaderni?”. Lei esitò un attimo di troppo a dirgli che no, non li aveva letti, le spalle scesero ancora più pesanti. Passarono una serata tranquilla, poche parole di circostanza, silenzi nascosti guardando il cielo stellato. Buck li tirava per i pantaloni e poi si rassegnava e si stendeva ai piedi di uno e dell’altra, di volta in volta.

Dormì poco e male, alle 06:30 suo padre ancora era a letto e lei già in cammino, con a tracolla la chitarra, Buck scodinzolando la seguì. Le bastarono cinque minuti per raggiungere il fiume e sedersi a guardar scorrere l’acqua, a farsi violentare da ricordi e sensazioni. Era l’anniversario. Trent’anni erano trascorsi.

Anche tu hai i tuoi ricordi Buck? Ricordi quando morì tua madre? Quando ti staccarono dai fratellini?”, Buck dormicchiava incurante, lo accarezzò.

Rivide se stessa e Lilith piccoline, con il sogno di cantare un giorno sul palco insieme al loro idolo, loro padre. E poi quella bambola a cui lei e Lilith volevano fare il bagnetto: “Papà, dai! Andiamo al fiume!”

Non aveva tempo, si mise le cuffie alle orecchie e riascoltò ancora gli arrangiamenti delle ultime canzoni, voleva far uscire il suo disco per dicembre. Quando Lilith cadde nel fiume Zeph non sentì le urla, aveva le cuffie, stava limando gli arrangiamenti, era distratto, non sentì, non arrivò a salvarla. Parlò con sua sorella, parlò alle increspature dell’acqua là dove la vide per l’ultima volta. Le raccontò del suo gatto Oliver e di Leonard (il suo nuovo fidanzato taciturno), che era riuscita a diventare cantante di successo, che l’avrebbe portata con sé sul palco a Roma per quel concerto. Prese la chitarra: “Dimmi cosa ne pensi Lilith, vorrei cominciare il concerto con questa”. E iniziò a suonare alcuni accordi, poi a cantare. Finita la canzone, Lilith e l’acqua non le risposero. Ancora non pianse.

Sentì un frusciare, si voltò, era suo padre: “Sapevo che ti avrei trovata qui” e si sedette al suo fianco, assieme guardarono le increspature dell’acqua che brillavano del sole ormai sorto.

È molto bella la canzone che stavi cantando, non la conoscevo, stai preparando un nuovo disco?”

Lei non rispose.

Ti scriverò una bella canzone, sai? Parlerà di te, di quanto sei bella.”

Sto andando via, papà”, lo decise nello stesso momento in cui glielo disse, “sto andando via”.

Di già? Volevo… ”

Si, andrò via”, si alzò e tornò a casa a preparare le sue cose, Buck la seguì, Zeph restò solo a guardare le increspature dell’acqua. La raggiunse mentre lei stava caricando nel baule la piccola valigia, appena aperta, giusto lo spazzolino da denti e il pigiama. Lei volse lo sguardo lontano, un velo di malinconia negli occhi, la carne verso il fiume.

Papà, quando ero piccola ho smesso di amarti”, poi lo guardò dritto, sorrise con dolcezza come a dirgli che non doveva preoccuparsi “ma ormai sembra proprio un romanzetto da quattro soldi, non trovi? Tipo l’unica figlia del grande rocker, del grande Zephyr Hale Dillard”.

Lo abbracciò, provò a credere in quel gesto, lui triste e incurvato, le spalle cadenti:

Ti scriverò una canzone, promesso”.

Papà, papà…! Me le scrivo da sola. Un altro The River of Dolls anche no, grazie. Per perdonarti devo stare in pace, pensò. Salì in auto e andò via. Guardò i vigneti pensando che quell’anno sarebbe venuto un buon vino e, finalmente, pianse.

 

 

 

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“Clausura” di Marcello Rizza

La madre stessa non poteva scorgerla quando andava a trovarla al monastero, tra loro c’era una grata fisica e una severa scelta di vita. Soffriva, non capiva perché dopo averla concepita, nutrita, allevata non potesse più guardarla in volto, indagarne lo sguardo, nemmeno più ne ricordava chiaramente le sembianze. Si era rassegnata, la pensava come imprigionata, non comprendeva la necessità di una vita di clausura. Lei non riuscì mai a convincerla del contrario, che in quel monastero era stata libera e quieta, ormai da anni aveva rinunciato a persuaderla limitandosi ad accarezzarla di parole. Nel convento era stata bene, protetta, le religiose erano la sua famiglia, un formicaio organizzato sul lavoro, la preghiera e il mutuo soccorso. Sempre che in cinque si potesse parlare di formicaio.

«Ave Maria, piena di grazia il Signore è con te, tu sei… »

Non riusciva a pregare, non era concentrata. Dopo la disgrazia, riassettando la cella della defunta Madre Superiora, trovò quel portagioie che ogni Suora tiene e non dovrebbe tenere. Conteneva un rosario, alcune fotografie di un mondo alieno, articoli di giornale risalenti a cinquant’anni prima riguardanti il ritrovamento di piccoli resti umani rinvenuti in un pozzo, un rossetto, un antico fermaglio in osso e una lettera che prontamente distrusse. Di scandali ce n’erano già a sufficienza e quanto vi era scritto non spostava di una virgola l’essenziale, la Madre Superiora era una santa. Che fosse stata anche una donna erano affari suoi. Trovò anche alcuni effetti appartenuti alle consorelle in fase di ammissione nell’ordine monastico e il documento d’identità di Sorella Maria. Ricordò quando, poco più che una bambina appena uscita dal tunnel della droga e della prostituzione, venne presentata alla comunità da Suor Celestina. Per tutti Silvia Bacigalupo fu Sorella Maria, tutti le vollero bene da subito, anche Mela abbaiava felice quando lei curava la serra, da quella scura e grassa terra cavava splendidi fiori, saporiti ortaggi arrivavano nella tavola delle consorelle. Mela le era sempre attorno, scodinzolando di felicità, facendo suonare quel discreto campanellino che Suor Caterina gli aveva messo sul collarino. Si pensò all’imperscrutabile disegno del Signore quando sparì e non si sentì più quel garbato tintinnio, quel festoso abbaiare. Sorella Maria in refettorio, durante la colazione e dopo che ebbe letto un passo del Vangelo, pianse la scomparsa di Mela, ricordando la parabola dell’uomo ricco, del povero Lazzaro e di quel cane che per pietà leccava le piaghe dell’indigente.

«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta… »

Una stretta al cuore, un dolore mai così provato non potevano aiutare la concentrazione. Come aveva fatto il demonio a insinuarsi nel loro convento, nascosto sotto le vesti delle monache a guardarle l’anima e il sesso, ormai un tutt’uno destinato al Santo Sposo? Rabbrividì. I suoi genitali senza il peso dell’anima erano un fastidio, un imbarazzo, qualcosa d’impuro in un corpo asciutto di 48 chili. La sessualità, la più facile rinuncia della sua vita. Sapeva che se non fosse diventata suora non sarebbe mai stata vista in compagnia di un uomo. Conosceva la sua inclinazione, per questo il sesso era un imbarazzo, la più facile rinuncia della sua vita.

«Ave Maria, piena di grazia… »

Non era più clausura. Giornalisti sudati, nervosi, morbosi con videocamere e fallici microfoni stettero come avvoltoi davanti al convento. I Carabinieri calpestarono i luoghi sacri, insozzarono la cappella monastica del 1600 con polverine per cercare impronte digitali, fecero domande e domande e domande, la toccarono e toccarono e toccarono, la guardarono dritto negli occhi che nemmeno a sua madre era permesso, le era stato vietato, la guardarono dritto negli occhi.

Trovò lei il corpo, uno scenario agghiacciante. Era stata denudata e composta ai piedi dell’enorme crocefisso della cappella del convento. Le erano stati cavati gli occhi, li avrebbe ritrovati dove non avrebbe mai pensato. Si vergognò del suo pensiero, non l’aveva mai vista coi capelli sciolti, Suor Celestina era bellissima con quel suo carnato diafano, era bellissima nuda.

«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta tra le donne e benedetto… »

Non si era accorta del sangue che usciva dall’orecchio della Madre, come poteva accorgersene quando il volto della morte la indagava con orbite vuote, accusandola di eccitarsi nel vederla nuda? L’aveva saputo da quel magistrato, almeno quella era una donna e non la toccava. L’aveva interrogata, non si riusciva a ricostruire tutto di quello strano omicidio, chiedeva a lei. Non aveva idea di quale arma fosse stata usata da Sorella Maria per trapassarle il cervello, quell’oggetto non era mai stato trovato. Armi, sangue, il demonio sotto la veste monacale, troppo dopo una quiete di 38 anni nel monastero, uscita dal convento solo in occasione del voto referendario sul divorzio e sull’aborto, così esposta solo per obbedienza al Vescovo, che il divorzio e l’aborto mai l’avrebbero riguardata.

«Signore, aiutami, soccorrimi, sto crollando. Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome… »

Fu un disastro anche quando decise, come Sorella più anziana, di ridistribuire i compiti alle consorelle. Suor Caterina si sarebbe occupata dell’orto. Quando questa, nel mentre che zappava l’orto lasciato orfano da Sorella Maria, proruppe in un urlo angoscioso, stava recitando il rosario nel chiostro vicino. Corse subito a soccorrerla. La trovò svenuta, la vanga a terra. Vicino alle gardenie e alle peonie la terra smossa aveva liberato ossa di uccellini e roditori, ostie, fiocchi in tessuto rosso, un crocefisso a cui mancava la testa di Gesù, due occhi umani, azzurri e opachi, che cominciavano a decomporsi, la carcassa di un cane con ancora il collare col campanellino.

 

 

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“Le vie del Signore” di Marcello Rizza

Dolce è sentire, Signore, come il mio cuore sia gonfio di amore e bellezza sebbene nuove ruote scorrano lungo la via, nuove gambe spingano verso la meta, siamo vicini a Roma. Signore, ora so. Non capii il Tuo disegno, la prova, il crudele col miele come un piatto agrodolce della mia terra d’origine.

Due anni prima, partiti in quattro da Canterbury, moderni novizi in un percorso dal sapore antico, dopo quattro settimane eravamo già alle porte della Città Eterna, avremmo ricevuto l’indulgenza plenaria. Miglior preparazione prima dei voti sacerdotali non avremmo potuto studiarla. Il Rettore, poco propenso alle mattane giovanili, indugiò a intercedere per noi col Vescovo, volevamo percorrere la Via Francigena come i pellegrini nel Medio Evo. Quando l’alto prelato ci convocò alla Curia annessa alla Cattedrale di San Lorenzo, la primavera alle porte, i profumi delle spezie di Sottoripa e le navi mugghianti in porto, ci accolse semplicemente, vestito con un impeccabile clergyman, con una soluzione già pronta incredibilmente moderna per dei Francescani. A piedi avremmo impiegato cinque mesi, troppo, la preparazione agli esami di teologia era importante. Avremmo potuto partire in bicicletta! In bicicletta! E sarebbero bastate quattro settimane.

Le gambe viaggiavano e le ruote giravano, tra forature, grandinate e guasti eravamo comunque entro i tempi previsti, ancora due giorni e saremmo arrivati a San Pietro. Ero pervaso da entusiasmo, infervorato d’amore per Te, guardavo il cielo e le chiare stelle, la madre terra con prati, frutti e fiori. Cantavo quella canzone, le parole francescane le facevo mie nell’attraversare le campagne profumate di primavera, dipinte di more e lavanda.

E poi caddi. Mi risvegliai all’ospedale di Viterbo due mesi dopo l’incidente. I medici mi parlarono di una seria commozione cerebrale risolta e di una lesione alla colonna vertebrale, non avrei mai più camminato. Passarono altri mesi, l’inverno stava fuori dalla finestra d’ospedale e dentro il mio cuore. Non cantavo le Tue lodi, Tu lo sai che ho dubitato sulla fede, sul Tuo disegno, su di Te. Ti ho odiato, ho accettato che sei imperscrutabile, ma la Logica Divina è dura da osservare a fronte a certe prove. Mi ritrovai capovolto, un agnello sacrificale sgozzato e appeso per le zampe.

Arrivò lui, inaspettato. Lo avevo incontrato in seminario da adolescente, veniva dalle missioni, si presentò timido: Giustino Kouyaté. I suoi occhi color cerbiatto erano bellissimi e quando mi chiese se potesse toccarmi il volto, solo allora capii che era ipovedente. Non mi disse che ero bello: ”Sei buono, ti vedo ora”. Quel pomeriggio stavo suonando con la chitarra “Dolce è sentire” di Baglioni, eravamo all’aperto, il sole era caldo. Mi stava vicino e mi ascoltava cantare assorto, a far sua la musica e le parole. E poi si alzò, si tolse la tunica da seminarista, restò in mutande mostrando un corpo scurissimo, magrissimo di passati stenti, e cominciò a ballare elegante al suono della mia chitarra, un ballo tribale che aveva qualcosa di sensuale. Continuai a cantare e lui ad africanizzare Baglioni, l’Altissimo, la Bellezza. Con Te, con la Natura, con l’entusiasmo adolescente vivemmo quel momento magico e ci abbracciammo, rimanemmo così per parecchi minuti. Prima della sua partenza passammo assieme tanto tempo, ci promettemmo amicizia eterna confidando nel Tuo disegno, Signore. Tornò in Africa a studiare, sarebbe rientrato in Italia per studiare teologia, ma sarebbero passati anni, ci perdemmo di vista.

Quando lo rividi in ospedale non lo riconobbi immediatamente, poi disse: ”Posso toccarti il volto? Chissà come sei cambiato!”.

E li proruppi: “Giustino! Giustino… tu!”.

Feci il gesto di scendere dal letto per andare ad abbracciarlo, ormai non lo facevo quasi più, l’entusiasmo scemò in un secondo. Colse immediatamente, si avvicinò al letto, mi toccò il volto: ”Non sei cambiato, sei buono”, e mi strinse forte a sé.

Il suo corpo era ancora asciutto, gli occhi erano sempre quelli, belli, i capelli corti con una stranissima treccina dietro la nuca, un ciuffo mai tagliato che doveva avere un significato d’Africa. Vestiva una camicia bianca, dei jeans, sandali senza calze. Parlava perfettamente l’italiano, ne aveva fatta di strada. Mi raccontò dei suoi dubbi, della sua omosessualità, che ora lavorava in ufficio per conto di una ONG con sede a Roma, non guadagnava molto ma gli bastava per vivere dignitosamente. Io spiegai a lui che in procinto di prendere i voti rimasi paralizzato e che non mi sentivo più vocato al sacerdozio. Raccontai che una cosa in fondo superflua come quella di essere a un passo da Piazza San Pietro senza aver potuto compiere l’impresa mi ferisse, non riuscendo a comprendere la prova a cui mi stavi sottoponendo. Perché in questo modo? Perché togliendomi l’uso delle gambe?

Nei successivi mesi venne a trovarmi ogni sabato e domenica, ogni volta mi toccava, mi accarezzava il volto e ripeteva: ”Sei buono”, parlavamo del più e del meno. Lo aspettavo, aspettavo il sabato e la domenica.

E poi un giorno mi disse: ”Tra poco uscirai dall’ospedale, che ne dici di fare assieme la Francigena?”.

Lo guardai stupito: “Giò, sono un paralitico, non potrò mai più andare in bicicletta”.

Sorrise: ”Ho già pensato a tutto. Partiremo da Viterbo, ho gambe africane che sapranno spingere una carrozzina”, e ancora sorrise.

Ero esterrefatto: “Giò… “.

E allora proseguì: “Andrea, guarda che mi occorri, dovrai descrivermi la campagna e i luoghi che incontreremo e nel mentre canteremo Dolce è sentire. Vedi di impararla a memoria”.

Poco convinto, col tono di chi non ci crede dissi: “Sì, certo, e magari ci portiamo dietro la chitarra”.

Andrea, non scherzo, arriveremo assieme a San Pietro”, e dopo un attimo aggiunse, “Dio lo vuole”.

Dio lo vuole? Mi ritrovai ancora capovolto, stavolta non come un agnello sacrificale, stavolta come il pipistrello che dorme a testa in giù perché è la sua natura. Ora ho capito Signore, Tu ami e promuovi qualsiasi amore. Tu volevi che raggiungessi San Pietro con Giustino, che non hai mai smesso di amare, e non hai smesso di amarmi.

Le gambe spingono potenti, le ruote della carrozzina aggrediscono la strada bianca, cantando e scorgendo da lontano la cupola impariamo ad amarci sempre più intimi, per ora siamo ancora amici, ma è dolce sentire come nel nostro cuore ora umilmente stia nascendo amore.

 

 

 

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“Andrà tutto bene” di Marcello Rizza

Andrà tutto bene… ero quieto da non poterne più del leitmotiv. Ero già nel vortice del bianco e nero della quarantena, con le gradazioni di quei colori appiattiti dalla bruma quando cala fitta addosso all’uomo, quando si fa tacere l’urlo del lutto. Da giorni tossivo per minuti interi, poi per ore niente, perché probabilmente stava risolvendosi. No, tossivo ancora, respiravo male, ragionavo peggio. Un disagio dal sapore di neve, che è acqua e non basta a dissetare, che si scioglie al calore e non aggiunge calore, a condizionare il mio vivere “qui e ora”, nel tempo del Virus interruptus. Il mio sangue aggredito era grigio scuro, denso, colloso, rallentato come i miei pensieri. Un agente esterno si era impossessato del mio corpo e agiva per sua e non mia natura, mi teneva prigioniero. Bruma di solitudine e apprensione, di quella specie era la mia nebbia, permeata di pensieri in bianco e nero. Di contro la natura, in quella notte carica di luna, con i suoi giochi di luce e intensità, con le sue sfumature argentee, restituiva un bianco e nero più marcato e affascinante. Cristalli di neve ovunque posati scintillavano di luna, gli abeti, come dita di una mano diafana, si stagliavano a puntare stelle, in quel cielo le nuvole erano agenti patogeni vinti.

Col naso attaccato al vetro freddo del finestrino, nel mentre che l’amico guidava – parlava “altro” – mi giungeva lontano, guardavo quegli squarci di chiaro poetico, quello del lucore di tante scintillanti notti che incanta o turba l’uomo fin dagli albori, che lo fa piangere di gioia, di mistero o di malinconia e solitudine. Così vivevo il momento, il qui e ora, quanto ti incontrai, era inverno che volgeva a primavera. Ingmar, lungo il viaggio per raggiungerti in clinica, mi parlò di te tra una svolta, un incrocio, una frenata per non investire uno scoiattolo – amavo il mio amico anche perché custodiva nell’animo il rispetto per l’uomo e gli animali, soccorreva chiunque. Qui soccorreva te, così avevo inteso, perché lui è sempre vago e schivo, perché aiuta con guanti felpati. Scelse di raccontarti attraverso flash sulla tua anima, non mi disse quanto fossi bella, mi conosceva. Se prima il suo discorrere giungeva lontano, in quel momento una diversa attenzione, un orecchio interno meno sordo colse immagini più che parole, ma in qualche modo le informazioni trovavano in me lo spazio che reclama a sé la curiosità. Non so perché Ingmar abbia scelto così, di raccontarmi della tua anima, sembrava una normale storia umana. Forse accadde perché mi raccontò di quel tuo ultimo giorno d’attrice, di quando nel momento catartico dell’Elettra ti guardasti intorno e guardasti a te, cominciasti a ridere e decidesti che non avresti più parlato per essere pienamente te stessa, perché la parola è una maschera. Forse per questo della tua anima, così come il pugno del pugile appena abbassi la guardia, mi arrivò l’intimità triste e violenta, corrotta d’umanità, spuria come tutte le altre.

Nella mente prendevano forma immagini del tuo mondo malato come il mio, dove esistono sogni, meraviglie e brutture inconfessabili: erano falli, ragni, cartoni animati, chiodi che penetravano la carne, una pellicola che prendeva fuoco e che veniva giunta, col suono del proiettore che riprende ad addentellare il film della vita perché the show must go on. Era al tuo spettacolo quella sera, spettatore e amico, ti conosceva da anni, e non pensò nemmeno di farsi rimborsare il biglietto, si decise ad ammirarti ancora di più, forse dovrei essere geloso. Dal suo racconto appassionato, per le sue parole accalorate, ho visto la tua crocifissione, la tua decisione di rinunciare alla parola. L’auto si fermò, dal parcheggio si vedeva quel bosco che ancora non profumava di funghi, perché non era stagione di funghi e di profumi, imboccammo a piedi il viale ed entrammo dentro. Non capivo perché fossimo lì, in quell’ospedale, non avevo conoscenze mediche, non avevo studi in psicologia o psichiatria, non avrei potuto aiutare nessuno, tanto meno te. Ma se l’amico Ingmar voleva che provassi ad aiutare la sua amica, per quanto non fossi nemmeno io in piena forma, lo avrei accontentato, due orette di garbato colloquio, qualche frase salvifica di circostanza sarei riuscito a “raccontarla”.

Ci presentarono e ti ho vista, poi guardata, poi considerata. Solo al terzo stadio sei giunta, bellissima e pur bellissima, con quei tratti nordici e quel segno di malinconia, specchio di una estetica del freddo. Eri vestita con quel camice d’obbligo di clinica, i capelli raccolti, la mascherina verde che ormai portavano tutti, qualsiasi cosa potessi indossare per regola non sarebbe bastata a coprire la tua luce. Mi stringesti la mano e, istintivamente, l’altro palmo andò a coprire la tua, erano tre mani, a quel contatto sentii così tanto. E poi mi guardasti con l’educazione della curiosità e scorsi quel tuo acquattato istinto sensuale e materno, quello sguardo in bianco e nero che anche m’appartiene e qualcosa d’altro che allarga il dramma e che potrebbe spiegare la rinuncia alla parola per restare nello scarno dell’essenza. Certo, ancora avresti sorriso, ti saresti commossa, in qualche modo saresti giunta al prossimo ma non avresti mai più parlato. Lì capii che mi sarei trasferito in pianta stabile per aiutarti concretamente, c’era del bello in te, ne subivo l’influsso. Ingmar ci salutò, gli occhi trapassavano la mascherina verde e da quel tessuto percolava commozione.

Passarono i mesi, mi avevano messo a disposizione una stanza, leggevo poco e pensavo tanto. E poi arrivò il momento, in quella clinica non sapevano ormai come approcciarsi, avevano compreso che la tua non era una malattia, era una precisa scelta supportata da una forte volontà: essere e non sembrare di essere.

In estate ti dimisero, andammo assieme in quella struttura sanitaria di riabilitazione in riva al mare, non ti avrei lasciata sola, ti avrei aspettato, stava montando più amore, e montava. Parlammo molto in quelle settimane, io con la voce e tu con gli sguardi, con una tazza di caffè caldo, coprendomi le spalle col plaid quando faceva sera, ricordandomi di prendere le pastiglie e lo sciroppo per la tosse che non voleva saperne di abbandonarmi. Muovevi le labbra, a volte, soprapensiero o nel sonno quando venivo a spiarti di notte, mi illudevo, non usciva voce perché sapevi ascoltarti coi mezzi dell’intimo, comunicavi all’universo che ci sente comunque. E cominciai a comprenderti sempre meglio, L’inquietudine incarnava quel tuo viso algido e ardente al tempo stesso, nei tuoi sogni riuscivo a cogliere che confondevi figli, amici e amanti, che avresti voluto giacere e scrutarli di notte con le identiche carezze, con la stessa passione; sapevi che era incesto ma eri vera e trattenere l’impulso era la tua arte di comporre il dramma personale. E ora eri lì, con quel pallore color del latte inutile del tuo incantevole piccolo seno, preziose coppe di fortuita estetica. E quel seno lo conoscevo, lo spiavo quando finalmente toglievi i vestiti, convinta che nessuno badasse a te, e ti tuffavi in mare. Uscivi dall’acqua, Venere tra la spuma marina, il costume bagnato che faceva e non faceva vedere. Presi coraggio e ti pensai con gli occhi, sicura mi facesti intendere che eri più bella ancora, che non potevo saperlo, che avevi profumi di eleganza, che bastavi a te stessa. Avrei potuto farti compagnia, ci fossi stato o non ci fossi stato non avrebbe cambiato di una virgola il tuo mondo. Non avremmo mai fatto l’amore, quello carnale, non avremmo avuto figli, questo me lo hai fatto intendere chiaramente, vedevi che ti parlavo con gli occhi. Eri attrice e già avevi concepito, carne e sangue e ossa nate vive e d’intralcio alla bellezza e alla carriera.

Ti ho sempre più capita e ti ho creduta senza batter ciglio, e nel crederti si aggiungeva passione e curiosità, anche aspettativa, quella che fa incagliare mente e anima quando ci si innamora a prima vista. Ora siamo qui che ti amo, che mi ami a modo tuo, candida. Ora come allora e ancor di più il cuore incendia e vuol bruciare come il sacerdote pregno d’Oriente che s’immola per l’ideale, perché tu sei fede e io ministro. Il tempo è volato come il frullo d’ali della farfalla, altre nuvole giungono veloci e minacciose, la pioggia diventa sempre più insistente, presto sarà un anno. Leggo poco, penso molto, penso al cuore. Medici, filosofi e artisti ci hanno spiegato come palpiti il cuore. E parlano di tempesta ormonale, di momenti misurabili solo coi suoi battiti, del palpito associato ai piccoli spostamenti del cuore. Gli unici battiti del cuore che mi avvincerebbero oggi, amore mio, sarebbero quelli del cuore di un nostro figlio, ascoltandoli mi emozionerei. Riuscirò a farti cambiare idea, vedrai, faremo l’Amore, col tempo mi darai un figlio, so che mi ami e che devo solo aspettare.

Cominciasti a scrivere un romanzo, la storia di un uomo e una donna, la fantasia non ti mancava, lo so perché di notte, come un ladro, leggevo di nascosto le tue pagine. Scrivevi di un malato aggredito da un virus di cui ancora non si conoscevano pienamente le implicazioni, che non aveva più febbre e che non tossiva più ma che per altri aspetti non guariva, che non era pericoloso ma che mostrava segni di pazzia e inquietudine. E di una donna, una suora laica, della sua scelta in tarda età di dedicarsi agli altri a seguito di un percorso travagliato dove si era guardata dentro, si chiedeva se fosse all’altezza di assistere una persona con quel tipo di affezione. Non era propriamente il mio stile di scrittura, scrivevi come la tua rinuncia a parlare, ti avrei consigliato più calore, più movimento, più climax. Il tuo linguaggio assomigliava più a quello usato in una cartella clinica e i personaggi li stavi descrivendo come se fossimo io e te. Ma non potevo dirtelo, ti avrei aiutato volentieri ma avrei dovuto ammettere che stavo leggendo di soppiatto il tuo romanzo.

(Un modesto omaggio al film “Persona” di Ingmar Bergman e alla bellissima Liv Ullmann)

 

 

 

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“Il Monarca” di Marcello Rizza

Se lo chiedeva da giorni, la mano a accarezzarsi il volto e poi un moto di stizza. Guardò fuori dalla finestra, i raggi del sole maggese e il cinguettare giocoso degli usignoli trattenuti nell’enorme gabbia del giardino regio non poterono calmarlo. La dottoressa bussò. Aspettò. Il monarca si alzò affaticato dalla sedia, infilò la giacca da camera perfettamente stirata, si lisciò i capelli con la mano, si accarezzò ancora il mento… sì, era stato sbarbato un’ora prima, si atteggiò da suo pari e autorizzò l’ingresso alla donna.

– Buongiorno Maestà.

Non avrebbe detto altre parole se non invitata dal suo Re, e lui tacque. Margareth si era laureata al Karolinka Institute di Stoccolma col massimo dei voti 20 anni prima, aveva esercitato nei più prestigiosi ospedali privati di Boston e Londra, ora era lì a tenere in mano un vassoio in argento del 1600 con una brocca d’acqua di fonte e un portapillole di legno laccato rosso. Philip, quel suo splendido bambino che da soli venti giorni aveva imparato la sua prima parola, mamma, non lo vedeva da due settimane. Nello stesso periodo aveva dormito su una paolina d’epoca, convenientemente vestita per lo scopo, solo la cuffietta tolta e sottomano, una borsa con il necessaire medico d’urgenza da prendere al volo. A pochi metri dalla paolina c’era l’ingresso alla camera da notte regia, presidio di due alabardieri che proteggevano il monarca. La differenza tra lei e gli armigeri era che i due militari smontavano di guardia ogni sei ore. Non le era stato chiesto di assistere il monarca, di operarlo. Cinque funzionari di qualche strano apparato governativo la intercettarono direttamente in ospedale, stava entrando in sala operatoria per un delicatissimo intervento cardiaco, non glielo permisero. Il suo Re aveva bisogno di lei. Eccola, da due settimane una delle menti più brillanti della medicina internazionale, dopo essere stata portata in una struttura ospedaliera attrezzatissima all’interno del regio parco e dopo aver collaborato con una troupe di quattro cardiologi per pianificare e eseguire l’intervento al cuore del monarca, stava facendo poco più che l’infermiera per il suo Re. In silenzio appoggiò il vassoio, riempì a metà il bicchiere e aprì il portapillole. S’inchinò e uscì senza aspettare che il suo Re le prendesse.

Se lo chiedeva da giorni: chi era il cosiddetto donatore del cuore? Era il monarca e non poteva avere il cuore di uno qualunque, doveva sapere chi era ora con un cuore come quello. Il monarca ha milioni di vite da proteggere, decisioni vitali da prendere per il suo popolo. Deve avere un cuore saldo, deve pompare sangue blu, non è un uomo qualunque. Nemmeno dal punto di vista medico era uno qualunque.  Aveva problemi di compatibilità per via del sangue AB negativo e per altri dettagli medici che non capiva appieno. Certo, i servizi segreti avevano svolto approfonditi accertamenti per trovare persone idonee a essere sacrificate per l’eventuale necessità, e per qualche motivo non ne avevano trovate di perfettamente compatibili. Fino a quando si presentò in ospedale un uomo che dichiarò di non ricordare chi fosse. Parlava un inglese elegante e forbito, aveva modi educati e conosceva l’etichetta, non poteva essere uno qualunque. Eppure non risultava che qualcuno ne avesse denunciato la scomparsa, le sue impronte digitali non rivelarono nulla. Non aveva una identità. Fu curato, e ancor di più fu accudito quando i servizi segreti si accorsero che tutti i parametri medici che lo riguardavano erano compatibili con quelli del Re. Nessuno scoprì chi fosse, lui non lo ricordava. Chi era il donatore del cuore che ora batteva in lui? Poteva essere un anarchico, un terrorista, un debole, o peggio ancora un barbiere. Era questo il suo cruccio e il suo sospetto, ne aveva anche parlato al capo di gabinetto e gli aveva ordinato specifiche indagini sul mondo dei barbieri e dei parrucchieri. Con quel cuore era cambiato, non si sentiva più la stessa persona, lo stesso Re. Non si spiegava perché a ogni istante sentisse il bisogno di toccarsi il mento e si chiedesse se fosse rasato a puntino. Chi era quel maledetto donatore che, distraendolo dai suoi più importanti ragionamenti, lo costringeva con quel cuore a chiedersi se fosse o meno sbarbato?

Margareth era fuori, i due alabardieri non parlavano, non le toglievano gli occhi di dosso. Non erano sguardi nemici, ma erano fastidiosi. Il suo cuore era triste, le mancava Philip e anche quel marito litigioso che più di una volta aveva pensato di abbandonare. Il suo paziente era il Re. Continuava a ripetere dentro di sé quel motto della saggezza contadina francese: “È morto il Re, viva il Re”.  Un Re poteva morire, ce ne sarebbe stato un altro e il mondo sarebbe ancora andato avanti. Era la sua vita che sarebbe cambiata se lui fosse morto. Un funzionario con la giacca scura, alto un metro e ottantotto, dalla mascella quadrata, sempre lo stesso ogni notte alle 03:00, arrivava da lei e le porgeva un telefono cellulare. Poteva vedere lei stessa, in video, il suo Philip che dormiva tranquillo in una stanza che non conosceva, dentro una culla che non era quella scelta dai suoi genitori. Era prigioniera del suo Re, della tenuta del cuore di un monarca e di un uomo gretto che inspiegabilmente si toccava di continuo il mento, come un tic, crucciandosi per chissà quale pensiero.

 

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“Discendenza di Caino” di Marcello Rizza

Calmati Ada. Smettila di tremare e risparmiami gli strali contro nostro marito. Lamech non cambierà mai”.

Era da un po’ che stavano sedute sotto l’albero nella radura dei Strìgon, faceva molto caldo. Ada sapeva che Zilla, incurante dei rovi, delle pietre affilate nascoste entro il percorso e delle dicerie, raccoglieva le erbe medicinali in quel luogo evitato da tutti. Si mormorava che nella radura inquietanti creature nate da invocazioni pagane ballassero nude al chiaro di luna all’interno del cerchio delle Dodici Sorelle. Armata di un bastone per allontanare qualsiasi pericolo capace di respirare, ferendosi più volte i piedi scalzi si era fin li inerpicata, aveva finalmente raggiunto la sua confidente, doveva sfogarsi.

Non ti ho seguita fin qui per tacere. Ha voluto raccontarmi, anche nei dettagli più cruenti, nel mentre che m’insozzava di seme, come ha torturato e ucciso il contadino che, difendendosi, l’ha ferito a un braccio. Sa che non sopporto le sue sconce vanterie, sa che poi piango quando scendo al fiume a lavarmi dal puzzo e dalle bave”.

Zilla, appoggiata all’albero, con le gambe larghe a far entrare un po’ d’aria sotto la lunga veste, ribatteva mostrando apatia e provando insofferenza.

Non posso farmi carico del dolore di chiunque, nemmeno del tuo, Ada. Son già morta di tutta la pietà che ho provato per i miei cari. Ho ancora vivido il ricordo di quando nostro marito mi ha rapita. Bambina com’ero, vedevo il sangue delle persone per la prima volta. Erano ossa della mia schiatta che sentivo fare a pezzi, sangue del mio sangue che schizzava a ogni colpo di clava inferto. Perché ancora parlarne? Non serve a niente”.

Non provarci Zilla, dividiamo lo stesso riparo, la stessa prigione. Sai bene che avevo solo nove autunni quando allenava le sue reni con me e le altre piccole del villaggio sconfitto di Maehl. Mi ha preso in moglie perché recalcitravo e vomitavo sulla sua barba sudicia. Sono ancora viva perché ho smesso di scalciare, perché scruta nei miei occhi l’odiosa rassegnazione, del mio odio si nutre, ci si eccita”.

Non poteva sottrarsi, Ada era confusa, non sapeva cosa fare mentre lei già covava qualcosa.

Stamattina era già ubriaco, sta finendo il vino. Presto non avremo più aceto per preparare gli unguenti”.

Non gli importa dei suoi uomini feriti, dei medicamenti per guarirli”, disse subito Ada, “quando i guerrieri feriti in battaglia soffrono li uccide, a suo dire per pietà, perché proviene dalla gloriosa stirpe di Caino. Provengo dalla tribù di Adamo, tanto orgoglio non posso tramandarlo ai miei figli”.

I figli, maledizione. I maschietti erano già piccole carogne, piccoli Lamech, Zilla li avrebbe anche affogati se avesse potuto, non avrebbe pianto per il sangue del suo sangue.

Ho sentito raccontare di Caino durante la funzione, di come è nato il mondo e come è morto il fratello”.

Maehl era buono e, da ciò che tramandava, Caino emergeva più come una figura triste e dannata, anziché crudele. Ho nostalgia del villaggio natio, Zilla, dei verdi colli che lo circondavano. In quella comunità la legge di Dio era nei sospiri e nei sorrisi della gente che Lamech ha sterminato. Maehl era padre, marito, pastore, infermiere e officiante”.

Ada, ho caldo, sono stanca. Mi hai fatto sedere qui per parlare di persone che non ci sono più”.

No, Zilla. Ti ho messo all’ombra a riposare e a persuaderti che il vino per i medicamenti è più importante e santo di nostro marito e delle sue sconcezze. La mia Sadha ha già cinque primavere e la tua bimba gioca con lei. Presto, sarà Lamech a giocare con loro”.

Ada non vide la luce nello sguardo di Zilla, voltata verso la composizione di pietre che componeva il cerchio delle Dodici Sorelle.

Lo so, ci penso da tempo. Ma stai arrivando a ciò che va pensato e fatto, che non va discusso. Non andare oltre con la tua lingua, non propormi congiure. Di erbe ce ne sono tante nel prato, e qualcuna di quelle che l’altra mattina ti ho visto mettere guardinga nella sacca l’ho raccolta anch’io”.

Zilla non vide la luce dello sguardo di Ada, non ne aveva bisogno. Ada ora sapeva che poteva farlo, che non sarebbe stata sola.

Ci saranno da preparare i fuochi per la cerimonia funebre, dovremo cucire tuniche grigie per i bambini. Ci sarà molto da fare”.

 

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“Complicità” di Marcello Rizza

Coi muscoli in tensione, le gambette già forti per le tante fughe e leggermente divaricate e salde, con quella fatica che i bambini nemmeno se ne accorgono, Ionita sorreggeva l’acerba e agile Domnita che coi piedini scalzi e screpolati gli stava ritta sulle spalle. Era il crepuscolo nel vicolo maleodorante a lato dello sfavillante e patinato ingresso sulla Via Roma della sala da ballo il Coup de Fou. I due erano complici senza capirne il presupposto, legati dall’esperienza stradaiola di carne e sangue. La bambina dal musetto sporco e occhi scintillanti, aggrappata alla grata della finestrella con vista sulla sala da ballo, parlava a ruota libera di ogni cosa che le venisse in mente; raccontava all’amichetto e collega quel che accadeva all’interno saltando di palo in frasca, esercitando quello strano modo di associare idee con cui le donne sono capaci di confondere i maschi.

Sei pesante Dom. Mi fanno male le spalle. Cosa stanno facendo? Sono già entrati nella sala?”

A far la questua dal momento dell’apertura del club, tra moine e suppliche erano riusciti a raggranellare qualche soldo. Le persone entrate per ballare erano state memorizzate tutte.

Stanno già saltellando quasi tutti, mancano ancora il ciccione e gambe secche. Ho fame Ionita”.

Anch’io ho fame. Ci daranno da mangiare stasera, Dom?”

Quanto avevano ricavato dalla questua non sarebbe stato sufficiente, lo sapevano, non bastava per garantire loro la cena da parte della comunità accampata dall’altra parte del fiume. Forse sarebbero anche stati picchiati e fatti dormire all’aperto infradiciati d’acqua gelata. Domnita era assorta a guardare i ballerini, la musica giungeva a lei attutita.

Guarda!”, Ionita non poteva guardare dalla finestra, guardava quello che poteva da lì sotto: le mutandine di Domnita. Non sapeva esattamente perché gliele guardasse, perché gli piacesse, ma gli sembrava fosse suo dovere osservare le femmine e le loro nudità. Nessuno della sua famiglia o della carovana l’aveva mai castigato quando scoperto a spiare le donne più grandi di lui che si lavavano al fiume.

Quel signore antipatico, quello che mi ha guardato come lo zio Andreu prima di darmi il soldo, sta ballando con quella con gli occhiali. Quant’è brutto quel signore, quella donna proprio non ci vede. Da grande ti sposerò Ionita, e poi picchierai lo zio Andreu”.

Lo zio Andreu faceva paura a tutti e due.

Si… ci sposeremo. Sono arrivati il ciccione e gambe secche? Mi stai facendo male coi piedi!”

No, non ci sono ancora. Stanno ballando tutti, ma loro due non si vedono. Forse sposerò Manuelito, è più grande di te e tra un po’ potrà già picchiare zio Andreu”, Ionita divenne rosso in viso e non per la fatica.

Manuelito l’ho preso a pugni e calci l’altra sera, mi aveva rubato le scarpe. L’ho buttato giù e gli ho pisciato addosso, tutti ridevano e gli hanno pisciato addosso anche loro. Lo picchierò io lo zio Andreu”.

Ci saranno tante chitarre come al matrimonio del Re quando ci sposeremo. E anche le fisarmoniche. Solo tu potrai guardarmi come mi guarda quello schifoso dello zio Andreu. Ora smettila di guardarmi le mutandine! Sono arrivati ciccione e gambe secche! Andiamo!”

Domnita scese di corsa scivolando dalle spalle del piccolo complice, si appostò sulla strada, seduta all’ingresso delle scale della cantina che Ionita sapeva essere collegata allo spogliatoio della sala da ballo. Dom avrebbe fischiato due volte per avvisarlo che c’era gente che si avvicinava. Ionita voleva bene a Domnita. Forse avrebbero mangiato quella sera.

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