Una Storia lunga un Anno

Bentrovati!

Questa estate il Circolo Scrittori Instabili vi farà compagnia con due racconti lunghi che sono il frutto del Laboratorio di Narrazione NEVERLANDstorie, curato dalla sottoscritta, firmati Jlenia Adain Rodolfi e Raffaella Tavernini.

Il primo a essere pubblicato sarà quello di Jlenia, programmato il lunedì, mercoledì e venerdì per tre settimane, seguirà quello di Raffaella con la stessa programmazione per cadenza e durata.

Questa scelta anomala per quanto riguarda il nostro blog nella pubblicazione vi permetterà di immergervi totalmente nelle due storie senza distrazioni. Ho creduto fosse il modo migliore per farvi apprezzare il percorso che le due autrici hanno seguito per dare vita ai rispettivi personaggi curandoli nel tempo e attraverso la narrazione.

Sono sicura saprete apprezzare quanto vi offriremo nelle prossime settimane almeno quanto avete apprezzato in questi anni le storie che qui avete letto.

Grazie per l’attenzione che ci dedicate,

buona estate!

Barbara (Favaro)

“Cappuccio e Brioche” di Alessandro Tondini

Ogni tanto mi piace uscire in mountain bike e arrampicarmi sulle strade di collina che circondano il mio paesello. Durante le gite in bicicletta mi capita d’incrociare persone che fanno running, altri bikers molto più atletici del sottoscritto e normali individui che passeggiano. Il tipo che più frequentemente incontro è l’umano col cane. Non mi sono mai imbattuto in persone accompagnate da altri animali, sempre che non si tenga conto che certi soggetti potrebbero essere inseriti a pieno diritto nella peggior fauna del pianeta. L’altro ieri ho assistito a un episodio che mi ha profondamente colpito.

Mentre faticavo su un percorso ripido e pieno di sassi, ho udito delle voci festanti provenire da una stradina parallela e sottostante a quella che stavo percorrendo. Pochi istanti dopo ho scorto due donne con al seguito due bambini e un candido cane Maltese, munito di fiocchetto azzurro sulla testolina. Da dove mi trovavo li potevo scorgere benissimo, ci separava soltanto un piccolo strapiombo ripieno di boscaglia.

Nella stessa strada percorsa dal gruppetto, un centinaio di metri più avanti, riuscivo a distinguere due figure piuttosto tonde che camminavano a fatica e un cane, arrotondato anch’esso, che trotterellava precedendole. Improvvisamente la bestiola adiposa si è messa a correre in direzione del Maltese. Una delle mamme, accorgendosi dell’avvicinamento del cane sconosciuto, si è posta prontamente davanti ai bimbi e al bianco cagnolino, a difesa della propria prole. Nel mentre, il cane che avanzava, oltre a correre si è messo anche a ringhiare. Quando è stato abbastanza vicino si è rivelato essere un Beagle obeso e ben determinato a far valere la sua stazza contro il Maltese immacolato. La mamma coraggiosa ha iniziato a gridare contro il bulletto sovrappeso sperando di intimorirlo, mentre i due bimbi e l’altra mamma si sono raggruppati stretti stretti tutti insieme. Il Maltese, benché peso piuma e, apparentemente docile e indifeso, si è divincolato dalla presa di uno dei bimbi, ha superato la mamma urlante e si è messo a fronteggiare coraggiosamente l’aggressore. Nel frattempo le due larghe figure che seguivano il Beagle si son messe a richiamarlo a gran voce: “Brioche, Brioche, vieni qui!”.

Ho pensato: “Cane pingue con due donne obese al seguito non poteva avere nome migliore”.

Brioche, infischiandosene altamente del richiamo, si è piazzato con fare smargiasso di fronte al latteo pupazzino col fiocco azzurro. Quel che ne è seguito è stato un trambusto piuttosto teatrale. Il più piccolo dei bimbi si è messo a gridare terrorizzato il nome del suo cagnetto: “Cappuccio, Cappuccio!” e il Maltese si è lanciato addosso alla Brioche. La mamma coraggiosa s’è messa in mezzo ai due contendenti rimediando un morso dalla Brioche e uno dal Cappuccio. L’altra mamma ha abbracciato singhiozzante e stile chioccia i bimbi, mentre le due adipose, urlando a squarciagola il nome del Beagle assalitore, hanno tentato invano uno scatto da centometrista.

Io avrei voluto intervenire, ma ero fisicamente impossibilitato dall’argine ripido e boscoso. Poiché la scena si stava facendo sempre più drammatica, ho provato ugualmente a farmi strada tra i rovi cercando di aggrapparmi ai rami più spessi, ma dopo un metro o poco più, mi sono ritrovato a terra, impigliato dappertutto. Mentre proseguivano le urla umane e canine, le due femmine appesantite sono finalmente riuscite a raggiungere il loro cane e, con fatica, l’hanno staccato dall’altro, che d’immacolato non aveva quasi più niente. A quel punto il trambusto si è quietato, i due cani sono stati separati e la mamma azzannata si è abbracciata al resto dell’affranta compagnia. Le ciccione si sono scusate per il cattivo carattere della loro Brioche, le mamme hanno accettato le scuse, i bimbi hanno continuato a piangere e io sono rimasto impigliato nei rovi come un insetto nella tela del ragno.

Nessuno dei due gruppetti si è minimamente accorto di me. Io, per non creare ulteriore tensione ai già lacrimevoli momenti appena trascorsi, me ne sono stato zitto e, pian piano son riuscito a tirarmi fuori dai rovi, con braccia e gambe graffiate e sanguinanti. L’ultima scena che ho distinto è stata l’immagine delle due brioche umane che, molto lentamente, si allontanavano nella direzione opposta al gruppo di mamme e figli, mentre i due cani avevano ripreso a zampettare come se niente fosse accaduto.

Intanto che cercavo di pulirmi dalle ferite ho pensato: “Tutto ‘sto casino per un cappuccio e una brioche! Non è che di psicologia ci capisca granché, ma sarà meglio che i due bimbi, per un po’, a colazione si mangino solo yogurt e fiocchi di granturco!”.

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“Complicità” di Elda Cortinovis

Lia sedeva sopra a un grande masso e lanciava sassolini a terra. Li osservava rimbalzare e poi verificava quale di quelli lanciati fosse andato più lontano. Stava aspettando sua sorella Amalia e insieme sarebbero andate a fare un giro al centro commerciale non lontano da casa.

Amalia non arrivava e Lia, impaziente, saltò giù dal sasso e andò verso il laghetto dei cigni in mezzo al parco pubblico. Nonostante fosse cresciuta, le piaceva ancora guardare quei grandi volatili bianchi scivolare con eleganza sull’acqua. La divertivano come da piccina, quando suo padre la portava ai giardinetti. Lei, con la sua bicicletta viola munita di rotelline per non cadere, raggiungeva il laghetto come una meta lontana e là, parcheggiato il suo mezzo, lanciava ai cigni la mollica di pane e aspettava che le si avvicinassero. Era un bel ricordo, un momento in cui suo padre si dedicava a lei e la faceva sentire la sua preferita. Si guardò intorno: Amalia ancora non c’era.

“Ma dove si è cacciata? Aveva detto che tornava subito, che doveva portare qualcosa a un compagno, ma è sparita. Se non torna fra cinque minuti, giuro che me ne vado e la pianto qui.”

Non lo avrebbe mai fatto. Lo diceva solo per mitigare la preoccupazione che le montava in petto. Rimuginando tra sé, si diresse verso l’uscita del parco. I cinque minuti furono interminabili, forse perché ogni due secondi guardava l’orologio. Dal vialetto principale dei giardini arrivò Amalia correndo: “Scusa Lia, eccomi!”.

“Ma dove ti eri cacciata? Mi hai lasciato qui un’ora senza dirmi neppure dove andavi esattamente.”

“Sono stata da Marco, ma non dire niente alla mamma. Non vuole che lo frequenti, ma io lo amo. Capisci?”

“Quel imbesuito che ti faceva la corte lo scorso anno? Ma mollalo, non vedi che è un immaturo?”

“Dai non fare la mammina! Non ti posso raccontare niente che mi giudichi subito.”

Mentre lo diceva Amalia guardava Lia con occhi dolci. Lia era ancora arrabbiata, ma quello sguardo materno le ricordò di un pomeriggio piovoso, quando erano rimaste a giocare in cortile fino a tardi, in attesa che la mamma tornasse. La pioggia battente sembrava non dare tregua e loro fradice si erano strette in un forte abbraccio.

“Ti ricordi quel giorno, da piccole, quando pioveva a dirotto ed eravamo chiuse fuori casa e tu mi hai avvolto con la tua mantella?”

“Sì, certo che mi ricordo. Eri tutta bagnata: sembravi un pulcino. Io volevo proteggerti; non ero grande, avevo sette anni, ma stringendoti a me, pensavo davvero di essere una mamma.”

Lia sorrise ad Amalia e aggiunse:”Non ti preoccupare, non dirò nulla di Marco”.

Sapeva benissimo che non si erano solo baciati, ma non voleva conoscere i dettagli, non la riguardavano. Non chiedendoglielo le piaceva pensare che sarebbero rimaste così unite ancora a lungo. Amalia tirò verso di sé Lia e le diede un bacio. Le piaceva sua sorella, forse per la sua riservatezza e quell’innata capacità di conciliare rapidamente. Aveva quindici anni ed era più piccola di lei di due, ma in alcune cose sembrava così grande. L’avrebbe messa al corrente volentieri di quello che era accaduto con Marco in quell’ora; quel lungo bacio che si era trasformato nella ricerca affannosa dei loro corpi e dell’emozione, mista ad ansia, che l’aveva travolta, ma capiva che sua sorella per ora non voleva farselo raccontare.

Disse solo: “Ti voglio bene Lia”.

“È ovvio che tu mi voglia bene: ti chiami AMA-LIA…”

“Spiritosa! Sei proprio la mia sorellina preferita.”

“Troppo facile anche questo, siamo solo in due!”

 

 

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“Il Monarca” di Marcello Rizza

Se lo chiedeva da giorni, la mano a accarezzarsi il volto e poi un moto di stizza. Guardò fuori dalla finestra, i raggi del sole maggese e il cinguettare giocoso degli usignoli trattenuti nell’enorme gabbia del giardino regio non poterono calmarlo. La dottoressa bussò. Aspettò. Il monarca si alzò affaticato dalla sedia, infilò la giacca da camera perfettamente stirata, si lisciò i capelli con la mano, si accarezzò ancora il mento… sì, era stato sbarbato un’ora prima, si atteggiò da suo pari e autorizzò l’ingresso alla donna.

– Buongiorno Maestà.

Non avrebbe detto altre parole se non invitata dal suo Re, e lui tacque. Margareth si era laureata al Karolinka Institute di Stoccolma col massimo dei voti 20 anni prima, aveva esercitato nei più prestigiosi ospedali privati di Boston e Londra, ora era lì a tenere in mano un vassoio in argento del 1600 con una brocca d’acqua di fonte e un portapillole di legno laccato rosso. Philip, quel suo splendido bambino che da soli venti giorni aveva imparato la sua prima parola, mamma, non lo vedeva da due settimane. Nello stesso periodo aveva dormito su una paolina d’epoca, convenientemente vestita per lo scopo, solo la cuffietta tolta e sottomano, una borsa con il necessaire medico d’urgenza da prendere al volo. A pochi metri dalla paolina c’era l’ingresso alla camera da notte regia, presidio di due alabardieri che proteggevano il monarca. La differenza tra lei e gli armigeri era che i due militari smontavano di guardia ogni sei ore. Non le era stato chiesto di assistere il monarca, di operarlo. Cinque funzionari di qualche strano apparato governativo la intercettarono direttamente in ospedale, stava entrando in sala operatoria per un delicatissimo intervento cardiaco, non glielo permisero. Il suo Re aveva bisogno di lei. Eccola, da due settimane una delle menti più brillanti della medicina internazionale, dopo essere stata portata in una struttura ospedaliera attrezzatissima all’interno del regio parco e dopo aver collaborato con una troupe di quattro cardiologi per pianificare e eseguire l’intervento al cuore del monarca, stava facendo poco più che l’infermiera per il suo Re. In silenzio appoggiò il vassoio, riempì a metà il bicchiere e aprì il portapillole. S’inchinò e uscì senza aspettare che il suo Re le prendesse.

Se lo chiedeva da giorni: chi era il cosiddetto donatore del cuore? Era il monarca e non poteva avere il cuore di uno qualunque, doveva sapere chi era ora con un cuore come quello. Il monarca ha milioni di vite da proteggere, decisioni vitali da prendere per il suo popolo. Deve avere un cuore saldo, deve pompare sangue blu, non è un uomo qualunque. Nemmeno dal punto di vista medico era uno qualunque.  Aveva problemi di compatibilità per via del sangue AB negativo e per altri dettagli medici che non capiva appieno. Certo, i servizi segreti avevano svolto approfonditi accertamenti per trovare persone idonee a essere sacrificate per l’eventuale necessità, e per qualche motivo non ne avevano trovate di perfettamente compatibili. Fino a quando si presentò in ospedale un uomo che dichiarò di non ricordare chi fosse. Parlava un inglese elegante e forbito, aveva modi educati e conosceva l’etichetta, non poteva essere uno qualunque. Eppure non risultava che qualcuno ne avesse denunciato la scomparsa, le sue impronte digitali non rivelarono nulla. Non aveva una identità. Fu curato, e ancor di più fu accudito quando i servizi segreti si accorsero che tutti i parametri medici che lo riguardavano erano compatibili con quelli del Re. Nessuno scoprì chi fosse, lui non lo ricordava. Chi era il donatore del cuore che ora batteva in lui? Poteva essere un anarchico, un terrorista, un debole, o peggio ancora un barbiere. Era questo il suo cruccio e il suo sospetto, ne aveva anche parlato al capo di gabinetto e gli aveva ordinato specifiche indagini sul mondo dei barbieri e dei parrucchieri. Con quel cuore era cambiato, non si sentiva più la stessa persona, lo stesso Re. Non si spiegava perché a ogni istante sentisse il bisogno di toccarsi il mento e si chiedesse se fosse rasato a puntino. Chi era quel maledetto donatore che, distraendolo dai suoi più importanti ragionamenti, lo costringeva con quel cuore a chiedersi se fosse o meno sbarbato?

Margareth era fuori, i due alabardieri non parlavano, non le toglievano gli occhi di dosso. Non erano sguardi nemici, ma erano fastidiosi. Il suo cuore era triste, le mancava Philip e anche quel marito litigioso che più di una volta aveva pensato di abbandonare. Il suo paziente era il Re. Continuava a ripetere dentro di sé quel motto della saggezza contadina francese: “È morto il Re, viva il Re”.  Un Re poteva morire, ce ne sarebbe stato un altro e il mondo sarebbe ancora andato avanti. Era la sua vita che sarebbe cambiata se lui fosse morto. Un funzionario con la giacca scura, alto un metro e ottantotto, dalla mascella quadrata, sempre lo stesso ogni notte alle 03:00, arrivava da lei e le porgeva un telefono cellulare. Poteva vedere lei stessa, in video, il suo Philip che dormiva tranquillo in una stanza che non conosceva, dentro una culla che non era quella scelta dai suoi genitori. Era prigioniera del suo Re, della tenuta del cuore di un monarca e di un uomo gretto che inspiegabilmente si toccava di continuo il mento, come un tic, crucciandosi per chissà quale pensiero.

 

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“Io qui non ci volevo venire” di Bruno Barcellan

Ti giuro che non me lo sono inventato, è stata l’agenzia a dirmi di venire qui, in verità è stata Rosemary, la conosci no, con quella sua vocina stridula e precisa, me l’ha detto lei a nome dell’agenzia. Se poi se l’è inventato oppure davvero quei quattro rinsecchiti si sono trovati per decidere, questo non lo so. Conoscendo Rosemary, tutto può essere. Ma tu te l’immagini i quattro vecchi che si incontrano alle tre di un pomeriggio lavorativo in un bar del Queens seduti al bancone ognuno con la sua macchina fotografica poggiata in bellavista per fare a gara a chi ha l’obiettivo più lungo? Io no, ormai quelli si ignorano allegramente, ognuno crede di essere meglio dell’altro anche se poi corrono in edicola quando esce in copertina la foto di uno di loro. In ogni caso io qui non ci volevo venire e soprattutto non volevo che venissi tu, ti ho invitato solo per cortesia. Mi hai sempre fatto una testa così che se diciassette anni fa fossi venuta con me allora avresti fatto anche tu una foto come la mia, così questa volta te l’ho detto e non mi puoi più fare storie. Ma io qui non ci volevo tornare, che ti sia chiaro come questo dannato sole che mi sta uccidendo gli occhi. Per non parlare della polvere, e della sabbia, diamine! Ma se non venivo, se mi rifiutavo, lo sai come sono fatti quelli, se la segnavano per sempre e qualsiasi cosa avessi poi fatto di bello, loro avrebbero detto che però quella volta mi sono rifiutato, e usavano questa come scusa per non farmi mai entrare nel gruppo. Lo so che non dovrebbe fregarmene niente, ma far parte dell’agenzia sai cosa comporta? Sai quanto lavoro arriva senza neanche doverlo cercare? Per non parlare dei soldi, sì dei soldi! Non vivo d’aria io! E neanche tu signorina… signorina, si fa per dire. Se l’avessero chiesto a te avresti fatto lo stesso, anzi ne saresti stata orgogliosa. In ogni caso ora siamo qui e dobbiamo sfangarcela in qualche modo. Se vuoi aiutarmi, bene, altrimenti prendi il primo volo e vattene che io m’arrangio lo stesso, ma se resti mi dai una mano senza fare storie, intesi? L’interprete ha detto che è proprio lei, a guardarla sembra impossibile, so che non è bello da dire, ma a me sembra un uomo, non può essere lei, saranno anche passati diciassette anni, c’è stata la guerra e tutte le traversie che vuoi, ma a me non sembra possa essere lei. Tu che ne pensi? Ho sentito anch’io dire che certe persone possono cambiare di un po’ il colore degli occhi, boh non lo so, a volte a voler credere una cosa poi si finisce a pescare granchi grandi come il Michigan. Non lo so, metti poi che facciamo tutto un circo che l’abbiamo ritrovata: eccola qui la ragazza profuga che ha incantato il mondo con i suoi occhi, guardate come è diventata, guardate cosa succede a vivere da queste parti, e poi fra qualche mese si scopre che era una bufala, che non era lei, ma sua cugina, allora sono io che ci rimetto la faccia, per non parlare della carriera. Io qui non ci volevo tornare, tu dovevi convincermi a non venire, che non ne valeva la pena, di solito ogni cosa che faccio la critichi, questa volta niente? Questa che era l’occasione giusta per dissuadermi dal fare una grandissima, speriamo di no, minchiata? In ogni caso adesso dobbiamo farle una foto, ma non so ancora se è meglio partire dagli occhi e far rivivere la bellezza di quando era bambina o invece sottolineare il fatto che in soli diciassette anni ormai è come se fosse già vecchia, che vivere qui non è mica una passeggiata, pensa che adesso dovrebbe avere quasi trent’anni e ne dimostra il doppio. E se non fosse davvero lei? Ma tu ti fidi di questo cavolo di interprete? Io qui non ci volevo tornare! Dovevo prendere quel lavoro per Calvin Klein, ma lo sai quanto pagava? E poi dicono che le modelle pur di uscire stupende in un servizio sono disposte a tutto, te la regalano come se non fosse loro, io non ci sono mai stato con una modella vera, la più bella donna che ho avuto se stata tu, pensa te! Dai non ti offendere, dopotutto, pensaci bene, ma questo è un complimento. Ok, ti chiedo scusa, le modelle fanno schifo, sono vuote dentro e  magre come stecchi. Copriamole i capelli che sono inguardabili, questa sorta di burka viene a fagiolo, sottolineiamo gli occhi che sono sempre ipnotici, anche se forse non sono i suoi. Chissà se il marito glieli chiude con la mano sopra quando fanno sesso? Tanto loro lo fanno vestiti, cinque minuti ed è fatta. Guarda che io almeno mezz’ora sono sempre durato, questa non me la puoi negare, se vuoi dopo facciamo un ripasso, però facciamolo al buio che non voglio vedere quanto sei invecchiata.

Scusa, non volevo, torniamo al lavoro. Ho detto scusa, falla finita! Ma preferiresti un uomo di questi che la parola scusa non sa nemmeno cosa vuol dire? Il guaio è che non posso neanche cambiarle troppo l’espressione altrimenti si capisce che non è naturale, ma questa qui sembra sempre incazzata, se almeno facesse lo sguardo un attimo più dolce allora sarebbe fatta.

Forse le basta una caramella, o dell’oro, chi lo sa? Chi lo sa cosa ha in mente, se è davvero arrabbiata, o delusa o chissà cosa, forse vede te che sembri così libera di fare quello che vuoi, con i tuoi capelli, i tuoi vestiti, forse ti disprezza e invidia allo stesso tempo, la tua sfrontatezza, potertene andare in giro per il mondo, nessun uomo che ti comanda, lo ha capito subito che io non conto niente, poter vedere le stesse cose che hai visto tu, il mare ad esempio, la neve, la neve che cade a fiocchi dal cielo, e si chiede invece perché lei viaggia solo quando è costretta, quando deve scappare da qualche guerra, e non è lei a decidere dove, non decide niente lei; o forse di tutte queste cose non ha una coscienza precisa, ma le intuisce adesso mentre ti guarda con orrore, sdegno, invidia? O forse si è fatta una corazza così spessa che ormai non passa nulla. Se fossi davvero bravo come dicono, io tutte queste cose riuscirei a coglierle con un solo scatto.

Se le mostriamo la foto di quand’era bambina, forse si scioglie un po’. Passamela, ne ho una copia nel mio zaino, lì nella tasca di sopra. Di’ all’interprete di spiegarle che è lei, speriamo funzioni. Se avesse davvero il burka, uno di quelli con la stoffa traforata sugli occhi, allora le farei un primo piano di questi suoi occhi in prigione con la luce del sole che vuole entrare e loro uscire allo stesso tempo, questa sì che sarebbe la foto giusta. Vorrei fare anche, parallela, una foto a te e le tue di prigioni, che non sono fuori, ma sono dentro, dentro i tuoi occhi semplici color nocciola, sotto queste lenti a contatto colorate che ti ostini ancora a voler portare.

 

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