“La scelta di Mr. Owe” di Barbara Favaro

Il naso appiccicato alla vetrina, dentro al negozio una bambola grande almeno quanto lei. C’era la neve, lì fuori, bianca e marrone dove le ruote delle biciclette l’avevano marchiata e l’acqua putrida della strada si era mescolata al candore dei cristalli.  Le piaceva la neve, ma faceva freddo. Aveva i piedi quasi blu sotto le calze sporche, infilati in sandali estivi. Viveva all’angolo tra la 33esima e Avenue Gold, con il Nonno ancora in gamba che suonava il flauto traverso come un usignolo a primavera. Aveva le mani semiprotette da guanti di lana tagliati sui polpastrelli e lo sguardo buono.

Il naso appiccicato alla vetrina lasciava dei segni e Mr. Owe cercava di sopportare, ma dopo un po’ sbroccava: “Vattene Lily, disturbi i clienti che vogliono entrare!”. Lei diceva sì con la testa, sorrideva, faceva il giro dell’isolato e poi ritornava lì. Parlava poco Lily, parlava più che altro nella sua testa e solamente con la bambola in vetrina. Erano amiche. No, non la voleva per sé, la voleva lì dentro accanto agli altri (tutti gli altri giochi) al caldo e al sicuro. Ci teneva che almeno lei avesse una casa. Almeno lei.

Mr. Owe aveva avuto un paio di occasioni per vendere quella bambola, ma non poteva reggere al pensiero di quel visetto con il naso all’insù appiccicato alla vetrina in preda al panico qualora non avesse più trovato la sua amica al proprio posto. Aveva deciso che l’avrebbe lasciata lì, come guardiana del suo negozio. Andava bene così. Lily non lo sapeva, non voleva pensarci, era sicura che la sua amica si sarebbe rifiutata di uscire dal negozio per trasferirsi altrove però. Era il loro patto.

Quel Natale aveva portato il solito scompiglio sulle strade, gente frettolosa e accigliata che si mescolava con i cultori dei pacchetti e pacchettini con fiocchetti e fiocchettini. Il Nonno aveva cambiato il repertorio classico con le melodie natalizie, qualche moneta in più riusciva a guadagnarsela e Lily sorrideva felice perché a lei il Natale piaceva. Andavano insieme alla Chiesa di Santa Lucia e mangiavano con gli amici del Nonno la zuppa servita dai volontari. Qualcosa ci scappava sempre, un dolcetto in più per lei sbucava fuori come per magia perché era la più piccola e tutti la tenevano d’occhio. Era la bimba più protetta della città, a vederla bene. Perché le cose bisogna vederle bene per conoscerle.

Mr. Owe era un po’ giù di corda, invece. La signora Owe se n’era andata in primavera con un mercante di stoffe, lo aveva lasciato senza neppure guardarsi indietro una volta. Lui se lo aspettava da tempo, l’aveva vista sempre più gelida nei suoi confronti, ma non aveva voglia di trattenere nessuno. Lui non mendicava.

Aveva quindi deciso di trascorrere la notte di Natale a fare i conti, nel retro del negozio, e portarsi un po’ avanti con le pulizie. Sì, s’era un po’ lasciato andare e il negozio ne pagava le conseguenze. S’era dato una svegliata la mattina in cui alzando la testa dalla scrivania aveva buttato a terra le tazze sporche delle ultime tre cene solitarie. Aveva sentito dentro la testa la voce della signora Owe che gli urlava: “Scendi dalle nuvole, Herbert! Guarda che disastro!”. Come darle torto?

Aveva ricominciato a nevicare, Mr. Owe era sul retro a fare di conto, la stanza conteneva una brandina e un fornello, avrebbe potuto trasferirsi lì definitivamente, ma ancora non si era deciso, dopotutto l’appartamento dove aveva vissuto per tutta la vita era per la prima volta completamente a sua disposizione, senza genitori anziani da accudire, senza moglie a fare e disfare a seconda dell’estro che le prendeva e senza più il vecchio Charlie – il pappagallo più pettegolo del mondo – volato all’altro mondo per un’indigestione letale. No, se lo sarebbe goduto per un po’ quel luogo, in santa pace finalmente!

Mentre annuiva tra sé e sé a quel pensiero risoluto, sentì una vocina squillante provenire dalla strada: “Nonno, facciamo gli auguri a Bea!”. Era Lily, sicuramente. Incuriosito, senza accendere la luce, si affacciò nascondendosi dietro il bancone e spinse lo sguardo oltre la vetrina che luccicava. Lily aveva un capottino nuovo, di seconda mano certamente, ma in buono stato. Sembrava lei stessa una bambola, una bambola felice.

Buon Natale Bea!”, disse il Nonno ridendo.

Ora, appiccicati alla vetrina c’erano due nasi e Mr. Owe si mise a ridere. Si avvicinò alla porta d’entrata, aprì e li guardò: “Perché non entrate? Ho con me del pan dolce, del vino e del latte fresco, possiamo brindare insieme”, disse guardando il Nonno che sembrava piuttosto stupito.

Possiamo brindare con Bea?”, chiese Lily speranzosa.

Certo… ho sedie sufficienti per tutti, credo”, rispose Mr. Owe.

Nonno e Lily si guardarono, sembrava un invito provvidenziale, perché no? Mr. Owe fece un cenno con la testa, un “entrate” molto delicato, e si avviò sul retro:

Lily, prendi Bea e portala con te”, disse gentilmente.

Lily si avvicinò cauta alla sua amica, non voleva combinare un disastro buttando a terra tutti gli altri giocattoli appostati in bella mostra. Bea era più pesante di quello che Lily immaginasse, Nonno l’aiutò e Lily se l’abbracciò stretta per non farla cadere.

Venite, è tutto pronto”, annunciò Mr. Owe.

In effetti era proprio un bel vedere: la scrivania era libera dalle cartacce, c’erano quattro piattini per il dolce e in ognuno era adagiata una fetta dorata e invitante. Due bicchieri mezzi colmi di vino frizzante, una tazza di latte tiepido:

Lily, ti dispiace dividere il tuo latte con Bea? Temo di non avere una tazza anche per lei… “, si scusò Mr. Owe.

Certo, Mr. Owe, beviamo insieme”, annuì sorridendo mentre sistemava sulla sedia la sua amica che faceva un po’ fatica a piegare le gambe e tendeva a scivolare un po’. Nonno l’aiutò a sistemarla, poi con un hoplà! issò la nipotina sulla sedia accanto a sé e dopo aver chiesto permesso si sedette a sua volta. Mr. Owe fece altrettanto. Si guardarono un po’ in imbarazzo i due uomini, uno più giovane ma triste, uno più vecchio ma decisamente felice.

Iniziamo?”, chiese Lily che aveva ancora fame, anzi, per quanto fosse piccola lei aveva sempre fame.

Dopo di lei, signorina Lily”, disse Mr. Owe divertito.

Lily staccò un pezzo di pan dolce e lo fece provare a Bea, che approvò soddisfatta. Poi se lo mise in bocca, chiuse gli occhi e sospirò:

Delizioso!”, come se fosse una signora di mezza età con le amiche del circolo all’ora del tè.

I due uomini risero di gusto, l’imbarazzo si sciolse. E si sciolse un po’ anche il cuore di Mr. Owe che sentì un po’ di sollievo. Si guardò intorno, quella stanza avanzava. Lui doveva ritornare su, nel suo appartamento, non doveva più rifugiarsi lì dentro per non dare fastidio agli altri coinquilini. Annuì deciso.

Ho bisogno di un aiuto qui in negozio, qualcuno che tenga d’occhio i giocattoli, che spolveri di qua e di là… vi potrebbe interessare?”, chiese al Nonno. Nonno lo guardò senza parole. Beninteso, tutto pagato e… potreste occupare questa stanza per comodità. Il bagno è ben funzionante, c’è solo da aggiungere una branda e poi posso portare giù dei piatti e dei bicchieri dal mio appartamento… “, aggiunse sperando di essere convincente.

A Nonno si riempirono gli occhi di lacrime, Lily aveva la bocca spalancata.

Certo, sarebbe un cambiamento importante per voi… potete prendervi tutto il tempo che volete per decidere… “, Mr. Owe stava dubitando di aver fatto la cosa giusta, sperava di non aver offeso quell’uomo con la sua offerta.

Sarebbe un onore poter lavorare per lei, Mr. Owe”, rispose finalmente Nonno.

Lily chiuse la bocca per sorridere: Mr. Owe, dovrebbe mangiare il pan dolce è buonissimo!”, squittì con il cuore pieno di gioia.

Bea era d’accordo, su tutto. E il Natale iniziò.

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“Figure di cartone” di Marcello Rizza

Il randagio si avvicinò lasciando le sue impronte sulla neve fresca, si fermò felpato e plastico a tre metri da lei, la guardò come chi firma un armistizio col nemico e si infilò dentro il cartone per scaldarsi. Pur sorpresa lo lasciò fare e si limitò, infilandola in una larga tasca, a salvare dagli artigli la sua bambola col vestitino color pesca e macchie d’olio, con le trecce di lana biondo infeltrite, con gli occhi di plastica che una volta erano stati azzurri come quelli di Aurora. Non le era mai successo, i gatti randagi non sono i compagni più socievoli, vivono ai margini dello spazio vitale dell’uomo, ma questo era particolare, ad accarezzarlo se ne stava coccolone a prendersi le moine. Come criticarlo? A chi non piace qualche tenerezza sul pancino, il caldo del cartone quando fuori nevica? Era lo scatolone di un televisore, leggero e caldo, profumava di pulito, di cellulosa e di ospedale. I migliori sono quelli dei tivù al plasma. Si trovano facilmente nelle discariche. Sono ampi, rinforzati, pieni di imbottitura con bolle d’aria che puoi usare per cuscino e tengono caldo.

Non le importava molto di quella invasione randagia, era sorpresa dalla bellezza del paesaggio. Si trovava dove voleva da sempre essere la sera di natale, guardava il circondario seduta sopra una panchina di ferro, verde, col metallo intarsiato, sulla riva del fiume a San Pietroburgo. Nevicava, col suo corollario di candidi fiocchi poetici e nemmeno faceva freddo, e infatti, senza temere l’inverno e confidando nei pochi stracci di cui era vestita, si sedette facendo scivolare sul prato la coperta dei clochard. Era estasiata, guardava a lato lo scorrere quieto del Neva, poi si volgeva verso il parco qua e là brillante di soffice neve per ancora alzare la testa e fissare la magnificenza del Palazzo d’Inverno. Era uno scenario molto diverso da quello bellissimo offerto dai colonnati di San Pietro dove, per un tacito accordo con la Chiesa, lei e altri trovavano ospitalità. In tanti si trovavano lì e senza clamore, di sera, i preti portavano a lei e agli altri qualcosa da mangiare e quella splendida cornice di colonne e l’imponenza della Basilica erano splendide. San Pietroburgo era però un sogno che finalmente si realizzava. Aveva visto anni prima, fuori da una agenzia di viaggio, una bellissima immagine del natale della incantevole città russa e se ne era innamorata: un grande giardino con una fontana che si trovava a sinistra dell’Hermitage, abbellita con una meravigliosa cascata giocosa di zampilli illuminati, lampadine e cristalli di neve, con una galleria di archi traforati che coi lampioni gialli creava un ambiente dove è giusto sognare.

Finalmente era lì e mentre che si riempiva gli occhi di bellezza si sentì prendere per mano con una stretta leggera e morbida. Si volse e si sorprese di vedere una bambina, forse era Aurora, non la vedeva da almeno quarant’anni. Il randagio guardò, forse intuiva che stava accadendo un fatto privato più importante delle carezze.

Aurora, sei tu bambina mia? Cosa ci fai qua? Non è un posto per te”, guardandosi e guardando il suo giaciglio di cartone.

Perché no? Se ci stai tu posso starci anche io.”

Irene capì che qualcosa non funzionava, che ciò che è troppo bello è anche sospettoso, non poteva essere la sua bambina che aveva abbandonato scappando quando le dissero che era strana, che era pericolosa, e la imbottivano di pastiglie e di iniezioni. E nel momento del sospetto la stretta di mano della bambina divenne più importante.

Non sono Aurora, Mamma. Sono Gesù Bambina, come mi hai sempre sognato. Avevi ragione, sai? Gesù Bambino aveva una sorellina che si chiamava come lui.”

Quante cose belle le stavano accadendo! Ora aveva anche la conferma che non era pazza come le dicevano tutti, esisteva Gesù Bambina. E poi si insinuò in lei il dubbio che nasce da una esperienza di strada vagabonda dove anche quando dormi devi stare in allerta.

Non puoi essere Gesù Bambina, mi hai chiamato mamma. Tu sei Aurora, anche se non assomigli molto a tuo nonno. Lo ricordo… portava sempre nella tasca destra dei pantaloni una castagna matta quando mi portava con sé per funghi, diceva che portava fortuna e tornavamo sempre col cestino pieno”, e poi si chiese se non stesse sognando.

E se fosse? Il sogno è quel momento perfetto che condividiamo con Dio. Anche lui ama sognare cose belle.”

Ma tu mi leggi nel pensiero?”

Non pensi che Gesù Bambina possa farlo?”

Si, e allora non sei Aurora.”

Irene si tolse dalla stretta della bambina, prese in braccio la bambola, si parò con una caricaturale espressione altera, dignitosa e cortese, così buffa per una clochard, e le disse: “Signorina Gesù, La ringrazio per essermi venuta a trovare. Si può fermare qui con me se lo desidera, ma se Lei non è Aurora preferisco continuare a guardare le luminarie del Palazzo d’Inverno”.

Va bene, allora. Sono Aurora, Mamma,” e trasse dalla tasca una castagna matta, “e ora starò sempre con te, staremo sempre assieme”, Le riprese la mano, “ora dobbiamo andare mamma”. 

Irene sbarrò gli occhi, dimenticò di colpo il Palazzo d’Inverno, si fece condurre via e dopo tanti anni fu felice.

Giulia, così ordinaria con i capelli raccolti a crocchia e gli occhiali sul naso, con quel camice da lavoro che nascondeva le forme attrattive delle donne, non aveva una grande considerazione di sé. Pensava a quel ragazzo che l’aveva conquistata dicendole che lei riusciva a sfioragli la mente. Pensava ad Antonello, a perché non aveva funzionato. Non si sentiva speciale, lui le aveva detto che invece sì, che era “qualcosa di più”, che lei era una gran parte di lui e ci aveva creduto per tre anni. Era così speciale che con Antonello andò a puttane, lui andò a puttane, uno strano modo per convincerla. Continuava a chiedersi quale fosse il suo compito, quali doni possedesse, non era stata nemmeno capace di tenersi stretta un uomo. Tutti hanno un disegno e uno scopo nella vita, semplicemente non intravedeva la magia di quel disegno e scopo per quanto la riguardasse. Non valeva la pena di vivere una vita inutile come la sua, così pensava.

Aveva studiato filosofia e poi fatto un corso come infermiera professionale, infelice relazione di ambiti che portano a ragionare sulla morte anzitempo quando non si è dell’umore giusto, quando lavori in quei reparti. Aveva una particolare sensibilità nel capire il momento esatto in cui le persone ricoverate all’ospedale dove lavorava erano sul punto di morire. Era di turno quella notte, era Natale. La clochard, una donna minuta dall’età indefinibile, senza documenti e senza un nome, era in fin di vita. Lo dicevano i grafici delle attrezzature mediche che la monitoravano e lo presagiva in qualche modo lei grazie all’unico dono che possedeva e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. La poverina era stata tormentata e cosparsa di benzina da balordi che non sapevano come passare il tempo. Stava morendo sedata e sperava che non soffrisse per le gravissime e inguaribili ustioni. L’aveva calmata, placata con morfina e altri intrugli che conosceva bene. Sarebbe stato a breve, lo faceva con tutti i moribondi che non avevano persone care al loro capezzale: sarebbe andata a tenerle la mano, l’avrebbe stretta con affetto con la sinistra e con la destra avrebbe monitorato il polso fino a sentirlo cessare di battere. Arrivò giusto in tempo, gli ultimi due minuti. Le prese la mano, la tenne stretta a sé fino a quando venne a mancare il polso, fino a quando non sbarrò gli occhi e se ne andò. E poi tornò ai suoi doveri, chiedendosi quale fosse il suo compito nella vita.

Di fuori soffici fiocchi calavano a coprire e a scaldare la terra e le orme di un gatto si dirigevano lontano dall’ospedale.

Note dell’Autore:

https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/01/31/clochard-bruciato-vivo-pena-sospesa-per-enne_FZeNCnF82j1E6NGqrgtqkI.html

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

https://www.youtube.com/watch?v=doffpjavNbM

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“I Rossi Re” di Rossana Mazza

Dal paralume della piantana anni ’60 scendeva un cono di luce che inglobava giusto giusto la vecchia poltrona scozzese sistemata nell’angolo del salotto, vicino alla libreria zeppa di libri dalle copertine colorate.

Vieni Andrea, vieni qui in braccio a me. Leggiamo questo bellissimo libro che hai trovato sotto l’albero, intanto che aspettiamo il banchetto per la festa del Natale.”

Il bimbo corse in braccio al nonno, che gli scompigliò il ciuffo in un gesto affettuoso: Vai nonno, sono pronto!”, disse il bimbo accoccolandosi tra le sue braccia.

Ci fu un tempo in cui la terra fu attaccata da un esercito di microscopici omini rossi. Si racconta che ognuno di loro fosse forte come un re e infatti tutti indossavano una corona ma al posto di essere d’oro e gioielli era nera come la pece. Attaccavano solo gli umani, lasciando le case, la natura e tutto il resto integro. L’esercito dei Rossi Re si spostava da una persona all’altra con fili invisibili, facendole ammalare. Gli uomini allora si prepararono a combattere questa guerra, arrivata di soppiatto e con regole mai viste. Indossarono l’armatura fatta di elmi che coprivano tutto il viso, guanti lunghi fino al gomito e tute per proteggere il corpo, ma in quanto ad armi ne avevano ben poche, praticamente nessuna. Le battaglie duravano tutto il giorno e tutta la notte e spesso gli uomini perdevano. Fu così che il nemico in poco tempo conquistò buona parte degli umani della terra”, il nonno si fermò per prendere fiato.

Dovevano chiamare Iron Man o Thor per farsi aiutare!”, disse quasi arrabbiato Andrea.

Loro non avrebbero potuto far niente perché il nemico era invisibile non si poteva usare la forza. Questa volta la guerra era una sfida mentale”, rispose il nonno guardando il nipotino con affetto.

Continua nonno, cosa fecero allora?”

Il nonno riprese il libro e continuò a leggere: “I grandi scienziati della terra si riunirono per creare un’arma che distruggesse i Rossi Re, ma ci voleva tempo. Ognuno cercò di difendersi come meglio poteva, indossando delle maschere quando dovevano uscire di casa. Quando incontravano altre persone, restavano distanti lo spazio di due braccia. Nessuno più si avvicinava all’altro, nessuno si abbracciava, nessuno giocava. Piano piano si rintanarono nelle loro case da cui uscivano solo se strettamente necessario. Le strade si svuotarono, nessuno più andava al parco giochi, tutto ciò che era svago, amicizia e divertimento finì. Le battaglie durarono parecchio, si combatteva ovunque, spesso anche nelle case e in solitudine. Piano piano l’uomo divenne un essere scontroso, burbero. I sentimenti sparirono le emozioni, pure, fin quando il cuore si gelò”.

E i bambini? Cosa fecero i bambini?”, chiese Andrea spaventato dalla piega che aveva preso il racconto.

Il nonno gli fece una carezza e continuò il racconto: “I bambini non riuscivano a capire bene cosa stesse succedendo, a loro mancava giocare con gli amici, uscire, andare al parco. Spesso guardavano attraverso i vetri il sole splendere come non mai. Il cielo terso regalava loro giochi di nuvole, mentre gli uccellini volando cantavano la libertà. Poi un giorno un bimbo, uno dei tanti rinchiusi nelle case, dipinse sopra un foglio un grande arcobaleno e lo appese alla finestra. Il giorno dopo anche il bambino della casa di fronte fece la stessa cosa e un altro e un altro ancora, si formò così un lunghissimo filo dai mille colori che entrò in tutte le case e avvolse il cuore di ognuno riscaldandolo. Era il filo della speranza, quel sentimento che ti incoraggia dandoti la forza di affrontare l’invisibile, che ti sostiene nelle difficoltà, che ti consola e ti fa spuntare un sorriso, leggera carezza per il cuore. Grazie a questo sentimento gli uomini resistettero ore, giorni, mesi… Fecero tesoro di ciò che avevano imparato e combatterono nelle case, per le strade, tutti uniti. E finalmente gli scienziati trovarono un’arma che proteggeva gli uomini dai Rossi Re. Passò del tempo, la vita ritornò alla normalità, una nuova normalità, perché ciò che era successo aveva cambiato il mondo. La famiglia ritornò a essere fondamentale e al primo posto nelle priorità della vita, il ritrovarsi tutti insieme per condividere storie, aneddoti e racconti dei più anziani, un valore aggiunto per tutti. Gli uomini, alla fine, erano diventati persone migliori”.

Andrea che aveva ascoltato in silenzio il racconto, alzò il viso verso di lui. Due occhi lucidi si specchiarono in quelli curiosi del nipote. Il nonno si rivide bambino mentre disegnava un grande arcobaleno.

A tavola presto, è pronto!”, urlarono dall’altra stanza.

Si sedettero tutti, iniziando dal nonno a uno a uno unirono le mani e recitarono una preghiera. Un enorme albero di Natale penzolava dal soffitto giusto in centro alla tavola quadrata, dalla punta girata verso il basso penzolava la statuina di un angelo. L’angelo della speranza.

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“Maldive o tacchino?” di Elda Cortinovis

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola. Finalmente alle Maldive!

L’agognato viaggio si è concretizzato dopo anni in cui non riuscivo ad abbandonare il tradizionale Natale. Ho finalmente tagliato il cordone ombelicale che mi teneva stretta alla famiglia e ho preso il volo per Malè. Mi sono trovata catapultata in un luogo incantato dove crogiolarmi al sole, con i piedi a bagno nell’acqua calda e cristallina. Lontana da tutto con una noce di cocco in mano da sorseggiare, godendo di questo paradiso, che temevo di non riuscire a raggiungere, prima che uno tsunami lo faccia sparire per sempre. Non vedevo l’ora di fare le immersioni. A bordo di un Dhoni sono uscita al largo con un gruppo di subacquei e mi sono tuffata in queste acque magnifiche. Immediatamente sono stata circondata da pesci coloratissimi, tartarughe e mante che nuotavano indisturbate tra strapiombi e coralli, in un’atmosfera surreale.

Dicembre al caldo, cosa desiderare di più? Mi sono chiesta cosa cucineranno su questo atollo per il giorno di Natale. Cucina esotica, immagino, piatti tipici di pesce, curry e altre spezie, cocco.

«Sarà una sorpresa», mi sono detta.

Oggi è il 25 e arrivo a pranzo curiosa. Ed ecco in mezzo alla tavola, a far da padrone, un bel tacchino ripieno che aspetta i commensali. Altro che cucina maldiviana! Proprio un tacchino, esattamente come quello che in questi ultimi anni ha accompagnato il nostro Natale, o meglio la nostra Vigilia, perché è quella che festeggiamo. Siamo in venti in famiglia e la metà di noi vuole decidere che cosa si cucina. Così, per anni, abbiamo affrontato questo banchetto come un gran bazar, dove ogni mercante metteva in piazza un po’ di tutto.

Ognuno voleva cucinare quello che sapeva far meglio e chi non cucinava esprimeva il proprio desiderio, naturalmente uno diverso dall’altro. Conclusione: sulla tavola comparivano almeno dieci antipasti differenti, sei primi piatti, perché c’era sempre qualcuno che nonostante si fosse optato per due tipi di lasagne, si presentava con delle crespelle con minimo tre ripieni diversi e chi portava i tortellini in brodo, convito che così la cena sarebbe stata più leggera. I secondi piatti spaziavano tra arrosti, “polpettine della nonna” per i più piccoli, che poi si mangiavano anche i grandi, faraona ripiena e come contorno almeno cinque verdure, cotte in modo speciale. Nemmeno fosse “Il pranzo di Babette”.

Tenuto conto che dopo gli antipasti misti, tra formaggi francesi, salmone, paté, Sormontè di terra e di mare, salame, torte salate e focacce farcite, si arrivava al primo già sazi, immaginate cosa accadeva al dolce. Praticamente boccheggianti ci si accingeva al tavolo dei dessert dove in ordine comparivano: panettone farcito e pandoro classico, accompagnati da quattro tipi di creme; almeno tre torte, perché a ognuno piace esibire il suo dolce speciale, e una casetta di pasta frolla decorata dai bambini. Frutta, inclusi gli immancabili datteri, e sorbetto, per chi non gradisse le creme o, come diceva qualcuno di noi, per digerire. Il tutto bagnato da vino bianco secco e spumante.

Inutile dire che nessuno si tirava indietro, tutti assaggiavano tutto, pensando che in fondo capita una volta all’anno e a dieta ci si mette dopo le feste. Finalmente è intervenuta una delle mie sorelle, quella mezza svizzera visto che ha sposato un ticinese e ora vive là, e ha decretato la fine dell’anarchia. Ha introdotto un menù con al massimo due piatti per ogni portata. Per non perdere l’occasione di questo tentativo di riordino, il menù viene approvato e sottoscritto un mese prima e i compiti vengono spartiti con una precisione, appunto, svizzera.

Dicevo due scelte per ogni portata, regola che non vale per il secondo dove a far da unico protagonista è il tacchino ripieno, accompagnato da salsa di mirtilli. Tipico piatto del Thanksgiving Day. E chi poteva cucinarlo se non l’altra mia sorella, quella mezza americana? Mezza americana, perché se potesse scegliere volerebbe negli Stati Uniti all’istante. È cresciuta con il mito americano e va da sé che la sua casa rispecchi proprio questa identità. Tutto è over size, come il letto king size e l’enorme frigorifero, tappezzato di calamite, che immagazzina una spesa strabordante con salse e cibi tipici della cucina d’oltre oceano. Solo lei poteva, ormai da tre anni, prendersi la briga di spennare, pulire e cuocere nel forno extra large, questa bestia gigantesca, per sfamare l’allegra brigata.

In ogni caso, regole o no, il Natale a casa mia è un vero caos cosmico. Ognuno che parla ad alta voce, in una scala di note in un crescendo incredibile; non mancano recite di poesie e canti natalizi collettivi. Tutti si muovono di continuo in uno spazio ampio, ma mai sufficiente. Tutti che mangiano disordinatamente, chi in piedi, interpretando la cena come un buffet, chi seduto, aspettando di essere servito, chi, come i bambini, intorno ai regali, agognando di aprirli il prima possibile.

A mezzanotte e un quarto scatta la gran bagarre e tutti si catapultano sui regali e iniziano a stracciare le carte che li impacchettano e a cercare affannosamente il proprio nome sui biglietti. A dire il vero, non proprio tutti; c’è chi fa l’indifferente, ma rimarrebbe molto deluso se non ricevesse niente. In ultimo il Patriarca, ovvero mio padre o meglio il nonno, come ormai lo chiamiamo tutti, che dalla sedia non si alza mai e attende che qualche nipote gli porti i regali. Più esattamente un regalo, perché avendo bocciato ripetutamente tutti quelli precedenti, si vede arrivare un solo regalo da parte di tutti, solitamente mangereccio, con un libro che inevitabilmente va a cambiare. Considerato che il nonno riceve un solo regalo, gli altri diciannove hanno circa dai tre ai quattro doni ciascuno, quindi stiamo parlano di una media di sessantacinque pacchetti ogni anno, praticamente una montagna sotto l’albero, alla faccia dell’austerity.

In tutto questo frastornante Natale accade però una cosa speciale.

La nonna, cinque minuti prima della mezzanotte, cerca tra la “folla “il nipotino più piccolo e gli affida, in modo solenne, un minuscolo Gesù bambino da posare nella culla vuota. Come una magia, tutti i nipoti si mettono in fila per osservare la scena. Un momento di silenzio che dà ragione a tutto quel gran fracasso del prima e del dopo. A far da sfondo vi è un insolito presepe che la nonna costruisce, raccogliendo e conservando per tutto l’anno pezzi di cartone, fogli colorati, arbusti, bacche e molto altro. Un presepe folcloristico che è la memoria di molti viaggi che mia madre e mio padre hanno fatto durante la loro vita; per cui non c’è da meravigliarsi che accanto alle tende berbere, ci siano le case merlate dello Yemen, e che i cammelli dal Sahara finiscano in una piazza tipicamente napoletana, dove tutti i mestieri sono ben rappresentati, compreso il pizzaiolo che non potrebbe certo mancare in questo presepe, ma è difficile che ci fosse a Betlemme più di duemila anni fa. Luci colorate, acqua vera che scorre sul letto del fiume di carta stagnola; personaggi animati come il fornaio che muove la pala e inforna il pane, contadini con animali da cortile, vicino all’incantatore di serpenti, prelevato direttamente dalla piazza Jamma el Fna a Marrakesh e poi banchi carichi di frutta di tutte le stagioni. Sullo sfondo la sacra capanna, incastrata tra montagne di carta da pacco, dipinte per l’occasione e casette e chiese tirolesi. È fantastico e non lo si potrebbe immaginare diverso. Caotico, come il nostro Natale, divertente come tutta la mia stravagante famiglia.

«Stai a vedere che adesso mi mancano. Uno va alle Maldive per staccare dal resto del mondo, per godersi un paradiso terrestre, uscire dalla routine e tagliare qualsiasi relazione per almeno sette giorni consecutivi e al posto di un pranzo esotico si trova un tacchino arrosto che risveglia tutte le malinconie possibili. Credo che questa volta salto il pranzo, me ne torno in spiaggia e mi tuffo in mare».

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola.

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“Il nespolo” di Alessandro Tondini

Ogni mattina, quando si affacciava alla finestra, il piccolo Alessandro scorgeva un albero di nespole. Non era il suo preferito. Poco più avanti si stagliava un meraviglioso abete che rubava tutta la scena. Il giardino era grande, c’erano ulivi, una piccola palma, due gelsi muscolosi, un calicanto che fioriva d’inverno, un vecchio pero e un cipresso timido. L’abete li batteva tutti, quello sì che era un vero albero: alto, snello, elegante come un modello di alta moda evergreen. Anche il nespolo era un sempreverde, ma era un verde dimesso, confuso fra foglie marroncine e giallognole come quei frutti ridicoli che produceva. Frutti che, se non colti appena maturi, sapevano di poco e quel poco non era tanto buono.

L’abete non dava frutti, solo qualche pigna, ma aveva un fascino tutto suo. Non era un caso che a Natale si addobbassero i pini o gli abeti. Chi, se non loro, avrebbe potuto indossare così bene il vestito della festa? Il nespolo no di certo. In confronto all’abete sembrava un barbone vestito di stracci. Il guaio era che il nespolo stava davanti alla finestra e toglieva la visuale sul principe aghifoglie. Alessandro non poteva farci niente e, ogni mattina, quando guardava fuori, riceveva un buongiorno impacciato dall’umile nespolo.

Un gelido e tardo pomeriggio di dicembre la fragranza dei fiori di calicanto si era diffusa in tutto il giardino, il cielo era limpido e la luce del tramonto era così intensa che sembrava potesse riscaldare le piante infreddolite. Alessandro aveva appena finito di fare i compiti, era contento perché poteva mettersi a giocare, ma prima di correre a prendere i suoi soldatini rivolse il suo sguardo all’esterno. Il chiarore che illuminava il crepuscolo aveva abbracciato il nespolo e un soffio di brezza aveva sussurrato parole gentili. Alessandro se n’era accorto: nella penombra cremisi quell’albero modesto sorrideva. Ma il bambino non fu l’unico a percepire quell’attimo di magia: un pettirosso si era appoggiato su un ramo, aveva zampettato per meglio accomodarsi e si era fermato a fare compagnia al nespolo. L’uccellino era dello stesso colore del tramonto e Alessandro era rimasto incantato a guardarlo, era la prima volta che lo vedeva e si sentì invadere dalla felicità.

«Nonna, vieni a vedere. C’è un uccello bellissimo sul nespolo!», gridò con tutto il fiato.

Mentre la nonna si avvicinava il pettirosso non si era mosso e così anche lei poté vederlo.

«È un pettirosso, è un uccellino che porta bene», gli disse la nonna.

«Perché? Porta fortuna?», le chiese tutto eccitato.

«Se si vede un pettirosso verso la fine dell’anno vuol dire che, nell’anno nuovo, le cose andranno bene e poi vedrai, nei prossimi giorni ci sarà una sorpresa.»

«Che sorpresa?»

«Non si può dire, sennò che sorpresa sarebbe?»

Alessandro si accontentò di quella risposta e non disse più nulla. Rimase a guardare il nespolo col suo piccolo amico ancora per qualche istante, finché il pettirosso volò via in un lampo.

Passò qualche giorno e arrivò il Natale. Alessandro si svegliò elettrizzato: c’erano da scartare i regali sotto l’albero. Aprì la finestra e rimase di stucco: ogni cosa era ricoperta di bianco. Tutte le piante del giardino erano abbigliate con il vestito natalizio. L’abete era ancora più bello del solito e sembrava un divo del cinema.

Alessandro guardò il nespolo: «Buon Natale!», gli disse, «Il pettirosso ci ha fatto una bella sorpresa, vero?»

Il nespolo non rispose, ma Alessandro non se la prese: ormai erano diventati amici.

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Un Natale un po’ così…

Eccoci di nuovo in quel periodo dell’anno dove ci si sente in dovere di essere più buoni, ma quest’anno non gira benissimo considerato tutto quello che il 2020 ci ha fatto attraversare.

Ebbene, visto che il nostro blog è dedicato soltanto ai racconti, quello che andrete a leggere dal prossimo lunedì fino alla fine di dicembre non saranno che racconti sul Natale.

Cosa c’è di più difficile dello scrivere una storia d’amore? Scrivere una storia sul Natale, ovviamente.

Quindi è quello che faremo, sperando che l’iniziativa non vi esasperi troppo (lo sappiamo, stiamo tirando un po’ troppo la corda).

Una cosa che, però, vogliamo annunciarvi ufficialmente è che per il 2021 ci saranno delle novità. Novità che riguardano sostanzialmente l’apertura del nostro blog a tutti voi che ci seguite (siete in tanti e noi vi ringraziamo con tutto il cuore), ma anche a chi capiterà qui per caso e vorrà cimentarsi con la scrittura di un racconto.

Mettiamola così: vogliamo accogliere le storie di chi come noi ama scrivere e ama condividere ciò che scrive con gli altri.

Pertanto se anche voi vi sentite Scrittori Instabili e volete entrare a far parte del nostro Circolo non dovete far altro che scriverci a questo indirizzo: neverlandstorie@gmail.com

Vi chiediamo di dirci chi siete e perché scrivete e di allegare un solo racconto breve (max 5000 battute spazi compresi) a tema libero.

Noi leggeremo tutto e selezioneremo i racconti che ci sono piaciuti di più per pubblicarli qui sul blog (non ci saranno cessioni di diritti d’autore, rimarrete voi i soli proprietari delle vostre opere).

Speriamo che la proposta vi piaccia e aspettiamo di vedere quello che succederà. Avete a disposizione tutto il mese di dicembre per spedirci il vostro racconto.

A presto!

 

Barbara Favaro (curatrice del progetto Circolo Scrittori Instabili)