“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (9-fine) di Jlenia Adain Rodolfi

Pier se ne stava a gambe incrociate sulla panchina e addentava un toast avvolto in un tovagliolo natalizio. Il giorno prima non era riuscito a salutare Emanuela perché lei aveva già pianto troppo, sembrava non capire perché non potevano aiutarsi a vicenda. Avevano parlato del fatto che lei lo comprendeva, che lo capiva, che sapeva cosa stava passando e aveva assunto quell’aria da terapeuta che in passato lo aveva fatto così incazzare. Sembrava che lei sapesse o capisse qualcosa che lui invece non capiva affatto: non si era sentito derubato di qualcosa o di qualcuno, non sentiva che la vita era stata ingiusta e non sentiva neppure di non avere più nulla. Non aveva idea di cosa sentiva, ma questo non riusciva a spiegarlo né a Ema né a se stesso; a volte gli sembrava di non soffrire affatto, di essere anestetizzato da qualche strana sostanza che non smetteva di fare effetto. Quel dolore che tutti sostenevano avrebbe dovuto distruggerlo, lui non lo sentiva, non era capace di sentirlo, gli sembrava troppo grande e complesso per poter essere solo “sentito”. Dal giorno del suicidio il suo corpo non aveva smesso di fargli male, come se uscisse costantemente da una seduta in palestra troppo intensa; le emozioni erano come batuffoli di cotone nella bocca, gli impastavano le parole e gli impedivano qualunque attenzione; i pensieri erano mal sintonizzati, tornavano continuamente alle immagini del ragazzino con l’alga nell’occhio, alla scaletta e al volto viola di Denis sul tavolo dell’obitorio; ogni sua azione era una reazione al corpo dolente, alle emozioni intorpidite e alle immagini ossessive, perfino lavarsi i denti era diventato un modo per uscire da qualcosa da cui non riusciva ad uscire, ma se gli avessero chiesto di spiegare tutto questo avrebbe alzato le spalle, mimando un sorriso lieve e controllato che desse a chi lo guardava il senso del suo naufragio.

Non aveva voluto avvertire nessuno della decisione presa, non era importante che gli altri approvassero: i suoi genitori avrebbero cercato di fermarlo ed Emanuela avrebbe fatto di tutto per analizzarlo e questo proprio non poteva sopportarlo. Aveva gestito le questioni burocratiche principali senza far rumore e aveva chiuso l’appartamento. Dopo la sua partenza, il giorno seguente, avrebbero ricevuto tutti una lettera, consegnata a mano dal notaio Fedreghini, in cui si diceva che non sarebbe più tornato, in cui si chiedeva di non cercarlo e nella quale c’erano le indicazioni su come trattare la chiusura degli affari ed eventuali emergenze dei suoi genitori. Era tutto a posto, se ne sarebbe andato senza scappare, nessuno si sarebbe preoccupato e lui sarebbe stato libero da quella cosa informe che era la sua vita. Il panino era ancora tra le sue mani, disgustoso e molle, mentre la bella hostess apriva il Check In: appoggiò il panino praticamente intatto sul sedile accanto al suo e si alzò.

Andato! Via! Sciò! Anche se in realtà dovrei dire cacciato. Già”, ci fu un lungo momento di silenzio che nessuno cercò di riempire, “non ce la facevo più. Era diventato ancora più pressante da quando Pier se n’è andato. Non so se ho fatto la cosa giusta, ma ormai l’ho fatta. Sai cosa mi fa stare bene? Tornare a casa e non trovare nessuno. Pensavo sarei stata malinconica e terrorizzata per anni, come prima di mettermi con lui, invece va tutto benissimo. Pensavo avrei pianto e mi sarei disperata, non sono proprio gnocca e pensavo ci metterai una vita a trovarne un altro! e invece non me ne frega niente. Stare con uno che prima è geloso di Pier e dopo la sua sparizione diventa ancora peggio, è uno stillicidio. Anche liberarmi di Pier è stato positivo alla fine”, Emanuela fece un lungo sospiro e lasciò tutto sospeso tra lei e Marina, la sua psicanalista.

Positivo sì, alla fine. Prima è stato come perdere di nuovo Denis, mi sono sentita in lutto per settimane. Beppe era convinto che pensassi a lui come a un amante perduto,” uscì dalla sua bocca una risatina isterica, “coglione. Ma io non mi sentivo in lutto per lui, mi sembrava che la mia vita si stesse spezzando: prima Denis, poi Pier e tutti i problemi con lo studio che ne sono derivati. Avevo il diritto di essere sottosopra, o no?”.

Lo stai chiedendo a me?”, la voce di Marina entrava talmente di rado nel campo della terapia, che ogni volta Emanuela aveva uno scatto di sorpresa.

No, ancora una volta lo chiedo a me, non sono mai sicura di fare le cose per bene. Dovrei fidarmi di più di me stessa.”

Uscì dalla seduta con il solito senso di sollievo, non perché si fosse sfogata, ma perché il percorso terapeutico con Marina era finito; era durato anni e oggi mentre usciva dal suo studio le erano sembrati ancora di più. Un passo dopo l’altro attraversò quel pezzo di città dove i viali erano verdi e rigogliosi, alzò la testa verso i tigli fioriti che lasciavano andare il loro profumo senza farsi domande e senza presentare il conto. Guardò i suoi piedi poggiarsi con ritmo regolare sul terreno reso irregolare a causa delle radici che avevano bucato l’asfalto. Davanti a sé un viale lunghissimo da cui il sole filtrava rendendo a volte cieco il suo procedere; fece un largo respiro e ascoltò il traffico ritmato e frenetico che le passava accanto, era pieno di colori e visi.

Buongiorno!”, entrata al Bar Paola la folla di ragazzini tra i dodici e quattordici anni, che stava facendo colazione divisa in gruppetti, la salutò a bocca piena.

Ciao Paola, fai il solito anche a me?”

Ciao Emanuela, hai visto quanti sono oggi?”

Emanuela sorrise guardando quella piccola mandria vociante: “Si, bello vero?”

Guarda, non pensavo avrebbe funzionato, te lo dico sinceramente. Mi pareva macabro, ma alla fine hai avuto ragione tu. Sai che Federica ha portato la sorella?”, Emanuela sorrise, non riusciva a smettere di farlo quando al Bar Paola era il giorno della Colazione con Denis: ventidue ragazzini del suo gruppo di sostegno che una volta al mese saltavano la prima ora e si trovavano lì per stare un po’ insieme. Lasciavano nella Cassetta posizionata all’entrata una lettera in cui raccontavano la loro vita e quello che sentivano. La prima volta era rimasta lì sola, la seconda volta aveva convinto qualcuno a farle compagnia, ma nessuna lettera era stata depositata; dopo quasi un anno i ragazzini erano tanti e ognuno lasciava il suo bigliettino, anche solo per dire che andava tutto bene. Era poca cosa, ma era qualcosa. Si mise al bancone a sorseggiare il suo cappuccino chiacchierando con Paola che la ragguagliava sulle sue vicende amorose col tipo dell’assicurazione che aveva l’ufficio di fronte al bar: “È proprio uno stronzo: mi chiama solo quando sua moglie è fuori per lavoro. Lo sai che l’ultima volta lo abbiamo fatto nel suo letto? Che stronzo. Ma un po’ lo capisco: è lei che ha i soldi in famiglia, vorrebbe lasciarla, ma poi dovrebbe chiudere la sua attività. Non la ama più da tanto, dice che si sta innamorando di me, ma ha paura. Tu che ne pensi?”.

Ema sorrise: “Terapeuta o amica?”.

Amica, chiaro!”, Paola si raddrizzò e corrugò le sopracciglia.

Ti prende per il culo, mollalo!”, Paola stava per ribattere, ma Emanuela si era girata perché qualcuno le aveva picchiettato sulla spalla.

Ciao Fede, dimmi?”

Federica aveva grandi occhi neri, la carnagione scura e la bocca come quella di una bambola: “Volevo chiederti se mia sorella può mettere la lettera anche se non è nel gruppo”, lo disse d’un fiato e nei suoi occhi passò qualcosa che Emanuela non riuscì a capire.

Ma certo!”, la sua voce era bassa e lenta ,“C’è posto per i pensieri di tutti qui”.

Federica si girò in tutta fretta e si diresse verso la sorella, erano identiche e se non avessero avuto un anno di differenza, sarebbero sembrate gemelle; Maya sorrise all’indirizzo di Emanuela e poi tornò alla sua colazione. Lei restò bloccata a guardare quelle due bellissime ragazzine silenziose, in quel mare di risate e urla, e sentì qualcosa rigirarsi dentro lo stomaco. Si trovò a immaginare Denis per la prima volta vivo dopo il suo suicidio: Denis prestigiatore, Denis incantatore di serpenti, Denis poeta, Denis che meravigliava i presenti con tuffi da trampolini infiniti, Denis funambolo. Scoppiò a ridere, si voltò verso Paola e disse: “Dobbiamo solo dire loro che possono essere tutto quello che vogliono, non serve il permesso per esistere”.

Paola la guardò come fosse matta. Emanuela finì la colazione, attese che tutti se ne fossero andati e svuotò la Cassetta in cui trovò le lettere di ventidue ragazzi. Sorrise e si preparò ad ascoltare i loro pensieri e i loro sogni.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (8) di Jlenia Adain Rodolfi

Aveva bussato a lungo prima di decidere se aprire con le chiavi che Pier le aveva dato, ogni volta che le aveva usate c’era stato un motivo importante per farlo. La prima volta era successo quando Pierangelo l’aveva ospitata dopo l’alluvione del ‘90: l’appartamento al primo piano vista fiume era stato uno dei primi a essere invaso dal fango e dall’acqua, lui l’aveva accolta per quasi un mese mentre lei ripuliva e arredava nuovamente la sua tana.

Ma davvero torni lì? Ema, tu sei una sentimentale! Prenditi un appartamento all’attico e ti risolvi ogni problema: la vista sarebbe magnifica e il fiume smette di fare paura se non può più sfondarti porte e finestre!”

Era stata lei a coccolarlo e accudirlo durante quel mese con cene studiate per ore e piccole sorprese quotidiane godendosi ogni minuto. La seconda volta le aveva usate quando Emilia lo aveva mollato e lui si era rinchiuso in casa per giorni senza lavarsi, senza mangiare e senza rispondere al telefono; aveva abbandonato i clienti dello studio e aveva abbandonato lei senza dare alcuna spiegazione: Pier era fatto così, contavano solo lui e il suo dolore. Quella volta lo aveva trovato steso a terra accanto al divano, circondato da cartoni di latte e sacchetti di patatine, con la barba lunga e gli occhi sbarrati e rossi; le aveva raccontato che Emilia, 13 anni più giovane di lui e ancora minorenne, lo aveva mollato senza alcuna spiegazione. Era l’unica donna di cui si fosse mai innamorato, credeva lui, ma non era riuscito a tenersela perché era troppo libera, credeva Ema. La terza volta aveva usato le chiavi per accogliere sua madre e suo padre che arrivavano da fuori città e che si sarebbero fermati per una settimana circa in visita al figlio. Pier era occupatissimo e fu lei a farli accomodare e a organizzare loro gran parte delle serate: la madre era convinta che fosse la fidanzata e c’era voluta tutta la sua forza per non darle una botta in testa quando alla fine della settimana aveva detto: “Tienitela stretta, Pierangelo. La Manuela è proprio la donna giusta per te”.

Aveva sorriso mentre Pier sfoderava il suo sguardo da non-credo-proprio, che riusciva sempre a farla sentire una pulce. Era la quarta volta che varcava quella soglia per un motivo importante, ma stavolta insieme al dolore che era sicura di trovare dietro quella porta, portava con sé il suo. Denis si era tolto la vita, aveva appeso una corda a una trave traballante del soffitto e se l’era legata al collo; stupiva come il nodo fosse fatto perfettamente come nei film, sembrava che ci avesse fatto uno studio per prepararlo. Sotto di lui una piccola scala, con ancora il cellophane appiccicato in alcuni punti, che si era rovesciata su un fianco; sulla sua scrivania avevano trovato un toast mangiato per metà e un biglietto scritto in fretta e senza cura: “Non è colpa di nessuno”. Già.

Pier era seduto sul divano, gli occhi ridotti a una fessura e le labbra gonfie e irritate: “Ciao. Che fai qui?”.

Sono passata a vedere come stai.”

Bene”, abbassò lo sguardo sul laptop che aveva sulle ginocchia.

Ci vieni in studio?”

Pier sentiva la voce di Ema come se venisse dall’appartamento accanto, alzò il viso verso di lei e, mentre la sua voce tremava, sorrise:

Ho disdetto personalmente tutti gli appuntamenti della prossima settimana. Ho avvisato tutti e ti ho lasciato un messaggio in ufficio per farti sapere che mi prendevo qualche giorno di pausa”.

Non sono ancora stata in ufficio”, Ema si sentì rabbrividire, del suo amico sembrava non essere restato più nulla.

Pier abbassò lo sguardo di nuovo e lei ebbe la possibilità di notare che la casa era in ordine, niente immondizia in giro. Lui era ben vestito e sbarbato; si vedeva che aveva pianto, riusciva a riconoscere i segni della sua sofferenza, ma non riusciva più a leggerlo come prima.

Pier…”, Ema ebbe un altro brivido, lui aveva alzato lo sguardo e su di lei era calato il freddo, “vuoi che parliamo un po’?”.

La fissava come se stesse guardando un avvenimento di poco interesse: “E di cosa?”, la sua voce era diventata acuta.

Denis.”

Cosa dovremmo dire di Denis?”, aveva cominciato a parlare più velocemente.

Parliamo di quello che è successo. Parliamo di come stiamo. Parliamo”, sembrava che supplicasse.

Non ho nulla da dire”, la sua voce era decisa, “non saprei cosa dire. Vuoi che ti dica che sto male? Ok, sto male. Vuoi sentirti dire perché? Io non c’ero. Mi aveva cercato quella mattina e io era in vacanza. Ero fuori dall’ufficio per ferirti. Ero altrove, dove non servivo, per farti stare male, perché tu ti accorgessi che ero arrabbiato. Ah, certo, però gli avevo lasciato dei soldi per la spesa: lui ci ha comprato scala e corda coi soldi che gli ho lasciato per fare la spesa. Adesso dimmi come dovrei sentirmi, ti prego”, non aveva urlato, non aveva usato un tono sarcastico, aveva lasciato che fosse la stanchezza a liberare le parole, “adesso vai in ufficio. Ho bisogno di stare solo”.

Ma forse possiamo aiutarci”, la sua voce era bassa.

Sì, certo. Lo sapevi che suo padre lo picchiava? Hanno trovato lividi vecchi e nuovi sul suo corpo. Sapevi dove viveva? La puzza di piscio che c’era in quella casa mi ha dato i brividi. Sapevi che si è impiccato la sera e il padre lo ha trovato solo il giorno dopo perché stava tirando cocaina con un’amica spacciatrice?”

Ema scosse la testa con gli occhi pieni di lacrime.

Neanche io. Non possiamo aiutare nessuno noi due”, questo sembrava chiudere la discussione.

Ema si voltò, si diresse verso la porta e non rispose quando Pier le augurò una buona giornata. Pier riprese a guardare il monitor e gli occhi gli si riempirono di lacrime mentre fissava la pagina dei voli internazionali low cost.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (7) di Jlenia Adain Rodolfi

Udì se stesso gridare e si svegliò fradicio di sudore: le lenzuola gli si erano appiccicate alle gambe e il freddo della stanza immersa nel buio, a contatto con la pelle umida del petto, lo fece rabbrividire. Era la quarta volta in una settimana che spalancava gli occhi terrorizzato a causa di quel sogno, si lasciò andare sul letto a braccia aperte e soffiò fuori l’aria dalla bocca. Non ricordava esattamente come iniziasse quell’incubo, ma sapeva che aveva a che fare col ragazzino del fiume e l’unica immagine, che non lo abbandonava neppure da sveglio, era quella in cui il suo viso era ricoperto di pezzetti di alghe, una delle quali copriva parte della pupilla destra; non riusciva a levarsi di dosso la sensazione del peso del piccolo tra le braccia e ogni volta si svegliava gridando. Doveva essere una giornata rilassante, per allontanare i problemi dell’ufficio, e si era trasformata in un generatore di incubi. Mancavano solo due ore al suono della radiosveglia, con un gesto secco si scoprì del tutto e in un attimo i piedi erano a contatto col parquet freddo. Si diresse verso il bagno e fece pipì, appoggiandosi con la mano sinistra al muro percepì le mattonelle e un brivido gli percorse la colonna vertebrale. Si cacciò sotto la doccia e lasciò che l’acqua calda gli scorresse addosso, mentre rivedeva se stesso paralizzato mentre il bimbo affogava. Con un colpo teso chiuse il miscelatore, spalancò senza troppa grazia la porticina del box doccia e iniziò a frizionarsi la pelle che sembrava non sintonizzarsi col fatto che la stava scaldando: ogni volta che smetteva di asciugare una parte, si riempiva di brividi in tutto il corpo. Con la tuta addosso e le Brooks da corsa uscì nell’aria della mattina, il sole sarebbe spuntato dopo almeno un’ora e la luce frontale illuminava solo un breve tratto di strada; nelle orecchie pompava Trance a 132 bpm, il ritmo più adatto al suo passo mentre fuggiva dalla sua testa e dai brividi.

Non andò verso il fiume, salì verso le montagne dietro casa sua: correre in salita lo metteva in connessione totale col suo corpo e la mente non poteva più governarlo; Emanuela diceva che la sua era una fuga a tutti gli effetti e che in realtà non gli faceva bene se serviva a evitare la profondità delle cose. Una zecca, altro che terapeuta! La salita si faceva più erta e il suo ritmo rallentò leggermente per adattarsi alla variazione del terreno. Il bosco intorno a lui sembrava schiacciarlo, ma continuò a correre guardando davanti a sé col respiro controllato. Il ritmo sostenuto era perfetto per lui e nonostante lo sforzo fisico sentì lentamente le sue labbra piegarsi in un sorriso. Alzò ancora di più il volume e aumentò l’ampiezza della falcata, il sentiero si faceva stretto, gli alberi si diradavano e la luce dell’alba iniziava a colorare i profili delle cose. In una mezz’ora fu abbastanza in alto da potersi fermare: sotto di lui la città insonnolita mentre il sole iniziava a spuntare. Si sedette sull’erba nella posizione del loto, spense la musica che usciva dallo smartphone e attese. Tutto d’un tratto sentì le lacrime salirgli dal petto alla gola e, come se stesse suonando una sirena, scattò in piedi e ricominciò la corsa verso casa: l’alba illuminò la sua discesa e quando fu davanti alla porta di casa si sentì leggero.

Fece stretching e sorbì il primo caffè della giornata mentre controllava i messaggi che aveva sentito trillare durante la corsa.

Quarantadue chiamate senza risposta?”, Emanuela lo aveva chiamato per almeno un’ora, doveva essere qualcosa di urgente. Digitò il numero della segreteria telefonica che annunciò ben sedici messaggi, sbuffò e si mise in ascolto:

Pier, devi assolutamente richiamarmi appena senti il messaggio. È urgente”, la voce di Ema sembrava sconvolta.

Pier ti prego rispondimi. Ho assolutamente bisogno di parlare con te.”

Pier è una questione delicata, di lavoro. Vabbè richiamami subito.”

Chiamami.”

Sorrise sentendola agitata e si disse che probabilmente se l’era fatta in mano, visto che non lo vedeva in ufficio da una settimana.

Pier richiamami, riguarda Denis.”

Respirò profondamente, lo sapeva che prima o poi quel Lemmi lo avrebbe fatto scappare di casa, lui e le sue diagnosi inutili piene di paroloni che di certo non aiutavano.

Fece il numero di Emanuela che rispose subito: Pier! Finalmente!”, la sua voce era sollevata.

Ero a correre. Non dovrò mica stare ad aspettare che mi chiamiate per tutti i problemi che non riuscite a risolvere”, lo disse quasi d’un fiato senza riuscire a fermarsi nonostante qualcosa lo facesse sentire a disagio. Emanuela non era né seccata né arrabbiata per non averlo trovato e il tono sarcastico andò lentamente spegnendosi:

Cos’è successo?”, la sua voce adesso era leggermente tremante.

Pier, Denis è morto, si è suicidato”, Ema scoppiò in lacrime.

Pier disse qualcosa che somiglia a un “arrivo subito” e agganciò. Si diresse verso la doccia, lasciò i vestiti sudati per terra e si concesse qualche minuto immobile sotto il getto dell’acqua calda, uscì, si infilò l’accappatoio e frizionò i capelli. Dopo aver scaldato il suo corpo e asciugato la chioma con l’asciugacapelli, si diresse verso la cabina armadio e scelse con cura gli abiti di quella giornata. Restò immobile lì davanti per almeno dieci minuti, gli occhi su un paio di pantaloni sportivi color carta da zucchero. La mente vagò a quando, con i compagni dei giardini pubblici, andava a pescare sul lungofiume munito di filo da pesca e lombrichi, tra le mani le pizzette avvolte nella carta da zucchero del fornaio.

Si vestì con attenzione, indugiando sui particolari, abbinò i colori e le fantasie, e nel bagno sistemò i capelli con una buona dose di gel forte: davanti allo specchio con i capelli sistemati e gli occhiali alla moda, sentì il peso del bambino tra le sue braccia.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (6) di Jlenia Adain Rodolfi

Aprì la porta lentamente cercando di evitarne il cigolio, il piccolo salotto era in penombra e il puzzo di urina era pungente. Lasciò cadere lo zaino accanto alla porta lentamente senza far rumore e, passando vicino al divano, si strinse nelle spalle cercando di non far scricchiolare la busta del supermercato, mordendosi le labbra. Entrò in cucina, afferrò la maniglia del frigorifero e tirò con cautela: la luce si era bruciata e l’odore di marcio gli arrivò alle narici fin troppo presto. Senza aspettare prese la pattumiera e ci infilò dentro gli alimenti avariati: il formaggio ammuffito e il prosciutto che sembravano lì dentro da almeno un mese. Fece una pulizia sommaria dei piani usando una spugna imbevuta di acqua e sapone per i piatti e svuotò il contenuto della busta sul primo piano del frigorifero: pane del Mulino Bianco, prosciutto, sottilette e sei lattine di birra. Pier gli aveva lasciato una busta con dentro dei soldi, giù al Gruppo, e così aveva potuto fare un po’ di spesa; non lo vedeva da un po’ e quella mattina era andato al solito bar per farsi offrire la colazione, aveva una fame tragica, come la definiva lui. La barista aveva detto che era stato lì prima del solito quella mattina e che parlava di farsi un giro sul lungofiume: non poteva mica inseguirlo, ci avrebbe provato il giorno dopo, aveva deciso di confidargli cosa succedeva davvero a casa sua. Strinse i pugni e trattenne le lacrime: “Non ne posso più”. Cercò di ricordarsi il volto di sua madre, aveva l’impressione che la memoria dei suoi tratti stesse svanendo col passare dei mesi; tentò di ricordarsi il suono della sua voce e della sua risata, poi si guardò nella porticina del microonde per vedere in cosa le assomigliasse: quella era proprio una faccia da scemo, altroché. Si mise a rassettare per quanto possibile il piano di lavoro, raccolse molte lattine vuote e svuotò il lavandino dalle buste di cibo pronto, preparò l’immondizia e si dedicò a sbattere fuori dalla finestra i tappeti carichi di briciole, era pronto per il pranzo.

Mi sembri una cazzo di casalinga.”

Denis si voltò con gli occhi sgranati e immediatamente abbassò lo sguardo verso il pavimento: “Scusa, non volevo svegliarti, papà”, la voce sembrava un soffio.

Non mi hai svegliato, altrimenti te l’avrei fatta pagare, stanne sicuro”, Diego spinse piano ma senza troppa attenzione suo figlio da una parte, aprì il frigorifero e si abbassò, quasi fino a entrarci, per riemergerne con una lattina in mano:

Hai pranzato?”, non lo chiedeva per essere premuroso.

Stavo per prepararmi un toast.”

Fanne uno anche per me”, lasciò la stanza e Denis fece un respiro profondo, aveva l’aria sbattuta e questo non prometteva nulla di buono. Denis si mise all’opera e in pochi minuti aveva raggiunto suo padre steso sul divano che puzzava di piscio.

Ma che ore sono?”, fece un rutto.

L’una e trenta”, voce tenue e nessuna espressione sul volto che potesse tradirlo.

Davvero? E perché non mi hai svegliato prima, stronzetto?”

Denis sapeva che se fosse restato immobile tutto sarebbe andato bene, quasi non respirava e i suoi occhi erano fissi su una macchia del tappeto, un brivido di freddo gli scosse il corpo. Dopo qualche secondo di silenzio, cercò di appoggiare il piatto sul tavolino senza posare lo sguardo verso suo padre, ma prima fu costretto a spostare verso i bordi altre lattine di birra e uno specchietto su cui c’erano ancora i residui di polvere bianca della sera prima. Suo padre era tornato a casa verso mezzanotte con degli amici e avevano festeggiato fino a mattina. Denis non aveva dormito e appena sveglio era uscito dalla finestra della sua camera per non incontrarli, senza fare colazione.

Una banconota arrotolata scivolò rapida giù dalla superficie inclinata e precipitò sul tappeto. Trattenne il respiro.

Hey, ma che cazzo fai?”, Denis restò nell’esatta posizione in cui si trovava, lo specchietto in una mano e nell’altra il piatto dei toast, “Non toccare la mia roba!”.

Alzò lo sguardo un millesimo di secondo prima che suo padre lo prendesse per i capelli e gli strappasse lo specchio di mano: gli occhi di Diego erano sanguigni e stringeva forte i denti mettendoli in mostra. I toast finirono sul pavimento e, mentre suo padre lo prendeva a calci, Denis respirò il profumo del prosciutto e sorrise.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (5) di Jlenia Adain Rodolfi

Non sarebbe andato in ufficio, nossignore. Erano giorni che l’aria era irrespirabile: Emanuela gli rivolgeva la parola a malapena e la segretaria era costantemente occupata a riverire Lemmi che sembrava fosse onnipresente. Aveva bisogno di staccare, anche al gruppo dell’associazione aveva dato lo stop: erano mesi che non si prendeva una pausa e, anche se gli dispiaceva non seguire Denis e gli altri, in fin dei conti non era pagato per quell’impegno. Aveva bisogno lui adesso, altroché. Quanto tempo era che non andava in vacanza? Una vera, una di quelle che quando torni sei abbronzato e con qualche chilo in più, una di quelle dove ti stanchi di leggere gialli, tanto per capirci. Camminava sulla ciclabile lungo il fiume, il suo appartamento aveva l’accesso proprio davanti all’entrata. C’era poca gente, come sempre di mercoledì, e Pierangelo camminava lentamente, con la giacca sul braccio e gli occhiali scuri sulla testa, il collo appena reclinato indietro a godersi il sole tiepido. Il rumore del fiume non era eccessivo e un leggero vento gli sfiorava le orecchie creandogli un isolamento quasi perfetto. Mentre continuava la sua passeggiata meditativa, qualcosa nel suo isolamento stridette: sembravano uccelli rumorosi impegnati in una battaglia, o forse erano bambini urlanti che giocavano a guardie e ladri; spostò lo sguardo attorno pigramente e con esasperata lentezza si accorse quale fosse il motivo del frastuono.

A cinquanta metri da lui una donna si stava calando lungo l’argine che divideva la ciclabile dal fiume, aveva abbandonato la borsa a terra e sembrava molto agitata. Pier fece scorrere lo sguardo oltre, nella stessa direzione: l’acqua, anche se non proprio limpida, brillava al sole e rimandava un riverbero accecante. Accelerò il passo e si avvicinò il più possibile, la donna era ormai accovacciata sulla riva e tentava di afferrare qualcosa allungando fino allo stremo il braccio. Solo allora si rese conto che in acqua qualcuno tentava disperatamente di restare a galla, la corrente non era forte, ma il fagotto sembrava in balia di un mulinello. Continuò a osservare la scena, avvicinandosi, senza rendersi conto di cosa fosse, scendendo per aiutare la signora che ormai era stesa a terra cercando disperatamente di afferrare l’acqua e urlando:

Mika! Mika! Aiuto! Mika!”.

Gli si gelò il sangue, restò immobile a metà del tragitto: quel fagotto era un bambino. Vedeva le braccine agitarsi in modo convulso per poi sparire come fosse su un ottovolante. Fece qualche passo e qualcosa gli sfrecciò accanto colpendogli la spalla. Un uomo sceso a gran velocità, senza neppure levarsi le scarpe, si era gettato in acqua per il salvataggio. Pier aiutò la donna a mettersi in piedi:

Andrà tutto bene. Lui lo salverà”, lo disse in modo automatico, ma sapeva che non poteva averne la certezza. Forse sarebbero affogati tutti e due e lui sarebbe stato il testimone codardo della morte di un bambino. L’uomo aveva afferrato il piccolo e cercava adesso di liberarsi dal mulinello, quelli che dovevano essere pochi secondi gli sembravano ore. Teneva un braccio sulle spalle della donna che non smetteva di disperarsi e nonostante questo, nessuna parola usciva dalla sua bocca. Non c’erano frasi preconfezionate che gli arrivassero alla lingua, ogni parola da psicologo era svanita dalla sua testa, cancellata dalla visione di se stesso immobile al limitare del fiume. Fissava la scena tragica che aveva davanti e si chiedeva cosa sarebbe successo, senza trovare altro da dire o fare; qualcosa gli si era interrotto dentro lasciandolo spettatore inutile.

La donna si scrollò il suo braccio di dosso e corse verso il punto in cui, Pier se ne accorse solo in quell’istante, l’uomo aveva posato il bambino. Lei capitombolò a terra e strinse il ragazzino che piangeva, terrorizzato ma vivo. Pier restò lì a osservarli: lei che ringraziava l’eroe del momento, ansimante e soddisfatto, mentre altre persone si avvicinavano per prestare soccorso. Il suo corpo pareva aver dimenticato come muoversi, sentiva gli arti irrigiditi e stava serrando i denti talmente forte che percepiva il sapore del sangue in bocca. Fosse stato per lui, quel bambino sarebbe morto. Questo pensiero lo annichilì.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (4) di Jlenia Adain Rodolfi

L’ufficio era silenzioso e la luce artificiale dei neon aumentava il freddo che sentiva addosso: il giorno prima era rimasto a letto tutto il giorno con un tremendo dopo sbornia, non aveva mangiato altro che pane e olio, e non si sentiva ancora perfettamente in forma. Aprì la porta del suo studio e sulla scrivania vide la montagna di faldoni, abbandonata il venerdì precedente, che lo aspettava; sbuffò leggermente e lanciò sul divano accanto alla libreria la borsa da lavoro, ne estrasse l’agenda e guadagnò la poltrona. Si stiracchiò e fissò per qualche momento il soffitto, colto da una strana sensazione che non riuscì a identificare, restò così finché la luce naturale non cominciò a sostituire quella delle lampade. Allora uscì nel corridoio per un caffè alla macchinetta, gusto tremendo ma grande efficacia, e sentì la porta principale aprirsi.

Ema, buongiorno.”

Ciao…”, fece un passo indietro e si immobilizzò davanti alla porta aperta, la mano ancora appesa alla chiave nella toppa, “che ci fai qui?”.

Pier con l’angolo sinistro della bocca accennava un sorrisetto: “Ci lavoro”.

Si, lo so,” una luce le attraversò gli occhi “intendevo: cosa fai qui tanto presto?”.

Non riuscivo a dormire e ho del lavoro arretrato: devo sistemare le valutazioni per l’S.M.D. (nda: Sostegno Minori Disagiati). Ho avuto la brillante idea di mollare tutto qui venerdì e ieri ero troppo distrutto per venire a prendere la documentazione. Così oggi straordinario. Caffè?”

Ema era entrata e aveva chiuso la porta, quando si voltò il suo sguardo era cambiato, si era indurito, aveva perso la luce che Pier ci aveva intravisto un secondo prima, ma non riuscì a chiedere cosa stesse succedendo perché lei risposte sbrigativa:

Ah, sì. Prima che prepari la valutazione di Denis Bollani dobbiamo assolutamente parlare del suo disturbo. Vorrei inserire una nota …”

Ma che disturbo?”, l’aria nel corridoio sembrava essersi gelata.

Dobbiamo parlarne sulla porta o posso prima levarmi il cappotto?”

Sì, scusa. Allora te lo faccio sto caffè?”

Entrò nell’ufficio di Emanuela con due caffè fumanti e li appoggiò sulla scrivania perfettamente ordinata; si sedette ad aspettare che lei finisse di tirare fuori dalla valigetta tutto ciò che le serviva. Emanuela si sedette alla scrivania e sorbì silenziosamente il suo caffè.

Allora? Che disturbo?”, la voce squarciò il silenzio e lei alzò i grandi occhi su di lui.

Credo che Denis abbia una sindrome bipolare con fasi maniacali piuttosto acute durante le quali perde contatto con la realtà”, lo disse d’un fiato come se neppure lei lo volesse sentire. Pier mischiò uno sbuffo a una risatina: “È solo un ragazzino spaventato. A quattordici anni è normale avere dei picchi”, accompagnò la parola con un movimento della mano verso l’alto, “se non li hai a quell’età, quando vuoi averli?”.

Beh, tu li hai anche ora se è per quello. Denis, però, passa intere giornate a non fare assolutamente nulla e altre in cui non solo è un vulcano, ma spesso si ha la sensazione che crei una realtà parallela in cui si rifugia. Ha descritto nel compito dell’altra settimana una vita completamente diversa dalla sua e quando gliel’ho fatto notare ha iniziato a tirare oggetti. Inoltre è completamente solo e la solitudine assoluta non può essere compensata da un incontro di gruppo a settimana.”

Il padre non ci sta molto con la testa da quando la moglie è morta e lui non si concede il dolore per la perdita della madre perché non si sente sostenuto. Da qui a definirlo disturbato ce ne vuole.”

Sai benissimo che non lo sto definendo disturbato!”, la voce era acuta, “Dico solo che sarebbe necessaria una consultazione psichiatrica”.

Ma sei fuori? Buoni quelli. Lo imbottiscono dopo dieci minuti. Lascia stare quella gente. Bisogna tenere conto della tendenza a esternare i conflitti che, in adolescenza, sono in grado di rafforzare o disorganizzare le strutture di un apparato psichico in formazione. Sta solo buttando fuori a modo suo.”

A ogni modo, la mia valutazione sarà in evidenza almeno quanto la tua. Non mi interessa cosa ne pensi. Sono parte del team di valutazione, non ho intenzione di scavalcarti, ma è parte del mio lavoro. Denis è molto fragile e non voglio che venga trascurata alcuna possibilità di aiuto. Il Dr. Lemmi è un ottimo psichiatra e dopo aver visto Denis saprà cosa fare.”

Oddio, Lemmi! Quello pensa che siamo tutti disturbati, vuole dare pillole a chiunque”, Ema scattò in piedi e Pier tacque immediatamente.

Il Dottor Lemmi è un ottimo psichiatra dell’età adolescenziale e un uomo di grande cuore. È attento e coscienzioso e fa il suo lavoro aiutato da una grande capacità di ascolto. Qualità che, a quanto pare, tu hai scordato di sviluppare, carissimo tuttologo”, restò con le mani appoggiate alla scrivania e il corpo inclinato verso di lui che era mollemente adagiato sulla poltrona a gambe larghe.

Stai bene?”, i suoi occhi erano spalancati e non c’era traccia del solito ghigno beffardo; Emanuela aveva uno sguardo duro mentre si rimetteva lentamente a sedere.

Avrai le mie valutazioni S.M.D. entro sera sulla tua scrivania, chiederò a Paola di prepararti le stampe da allegare alle tue”, lo disse guardando la sua agenda e scorrendo gli impegni della giornata.

Ema, ma ti senti bene?”

Benissimo.”

Non mi pare proprio”, ancora quello sbuffo misto a risatina.

Lo sguardo di Emanuela si sollevò sul volto di Pier che sembrava in attesa di qualcosa che tardava ad arrivare:

Pier, ci ho riflettuto. Credo che d’ora in poi dovremmo mantenere esclusivamente rapporti lavorativi”. Pier si raddrizzò sulla poltrona, appoggiò entrambi i piedi a terra:

“… esclusivamente rapporti lavorativi?”

Sì, mi rendo conto che ormai gli ambiti si stanno mischiando e rischiamo che il nostro lavoro perda di efficacia”, le parole si erano susseguite cadenzate come quando alle elementari aveva declamato uno dei sonetti di Garcia Lorca alla recita di fine anno.

Ma stai scherzando?”, si guardò attorno alla ricerca di un segnale che stava sognando, ma l’ufficio era dolorosamente reale, “ma ‘sta cosa da dove arriva?”.

Emanuela era rimasta con l’agenda tra le mani e gli occhi grandi rivolti verso di lui:

Pier tu non ascolti. Tu fai finta di ascoltare, ma in realtà non ascolti affatto. Ok, si vede che è arrivato il momento”, lasciò andare l’agenda appoggiandosi a braccia conserte contro lo schienale della poltrona, “Beppe e io ieri sera abbiamo litigato per colpa tua”.

Per colpa mia?”, si era agitato sulla sedia e quasi si era alzato, ma Ema gli fece cenno di stare calmo e proseguì:

Quando sabato sera hai fatto il cretino con Patrizia, io mi sono molto innervosita e lui ha creduto che io fossi ancora innamorata di te”.

Pier arrossì.

Non è la prima volta che mi fa notare che ho nei tuoi confronti sentimenti non proprio chiari, ma ieri è esploso e io so che rischio di perderlo. Ragion per cui, sono costretta, mio malgrado, a fare una scelta”, lo disse meccanicamente senza lasciar trasparire alcuna emozione. Pier cercò di riportare la conversazione su un tono che poteva gestire:

Innamorata di me? Ma è fuori quello lì? Glielo hai detto che ti innervosisci perché sono un cretino e che l’amore non c’entra niente?”, si sporse leggermente verso di lei fissandola negli occhi che lei abbassò con prontezza.

Sei il primo con cui ho fatto l’amore e da allora ti considero molto più di un amico”, si interruppe e poi riprese molto più spedita, “so che suona tristissimo, ma è così e non posso farci niente. Mi sono accontentata di averti come amico all’inizio e poi, il tempo, mi ha permesso di volerti bene anche in questo ruolo. Ho cercato di essere la migliore amica possibile, ma non mi è mai bastato. Ogni volta che ti vedevo con un’altra mi ripromettevo di farmela passare, poi tornavi solo e io ricominciavo a sperare. Poi mi sono messa con Beppe, ma ho continuato a tenerti nella mia testa come uomo-da-non-lasciare e questo sta distruggendo l’unico rapporto sano che io abbia mai avuto. Non posso permettermelo. Non posso continuare a chiedere al mio compagno di farsi andare bene questa situazione. So che lo amo, voglio che lo capisca anche lui adesso”.

Pier rimase a bocca spalancata senza riuscire a emettere un suono; cercò nella sua testa quella notte con Emanuela senza trovarla, cercò nella sua memoria il momento in cui aveva capito che Emanuela era vergine quando lo avevano fatto, ma anche quello non c’era. Ricordava un sacco di cose, ma quello mancava. Ricordava quella volta che avevano studiato insieme per prepararsi all’esame di Psicologia Clinica mangiando solo crocchette di patate per quasi una settimana, o quando avevano aperto lo studio insieme e avevano tinteggiato loro stessi le pareti, o quando lei lo aveva aiutato una volta finita la storia con Emilia, ma adesso ogni ricordo gli sembrava diverso, come se qualcosa lo avesse sporcato. Sentiva che aveva vissuto quelle esperienze senza conoscerne tutte le sfumature, sentiva di essersi perso qualcosa, di non aver davvero ascoltato forse; lasciò cadere il suo sguardo sulla foto dietro di lei, la stessa che era nel suo ufficio e che li ritraeva insieme nell’atto di aprire la porta del loro Studio associato di counseling. Davvero era stato così poco attento? Non doveva, forse, essere Emanuela a parlare prima anziché rinfacciargli ora tutta quella sofferenza? Era disposto a prendersi una parte della colpa, ma non tutta quella che lei gli stava scaricando addosso. Era grande abbastanza per decidere se una situazione andava bene per lei e non era certo stato lui a forzarla. Né col sesso, né con l’amicizia, né con lo studio in comune. Lui aveva scelto liberamente e anche lei. Nessuno da biasimare. Strizzò i braccioli della poltrona senza riuscire a guardare Emanuela direttamente, attese qualche secondo e poi si alzò. La fissò negli occhi che sembravano arrossati e avrebbe voluto dire qualcosa nel vederli tanto grandi, ma lui quella notte neppure la ricordava.

Lo capisco. Faremo come vuoi tu”, voltò le spalle e uscì dall’ufficio.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (3) di Jlenia Adain Rodolfi

Emanuela entrò in casa e lasciò cadere non troppo gentilmente la borsa sul tavolino all’entrata, Beppe la seguiva muto fissandole la schiena, poi sbottò:

Ma che cavolo c’è adesso?”, la domanda sembrava essere retorica vista la lite appena scoppiata in auto.

Niente”, Emanuela levò le scarpe lasciandole cadere a terra e sganciò gli orecchini a clip velocemente, li posò sul puff e agguantò il telecomando.

Non azzardarti ad accendere quella cazzo di tv!”, Beppe strappò il telecomando dalle sue mani e lei fu costretta a guardarlo dritto negli occhi spalancati:

Cosa vuoi che ti dica?”

La verità!”

No, caro! Tu non vuoi sentire la verità! Tu vuoi che io confermi quella che tu credi essere la verità!”

Non fare la terapeuta con me, Ema. Lo sai che mi fa incazzare!”

A te fa incazzare qualunque cosa non sia come dici tu!”

Adesso sarebbe colpa mia? Tu sei scazzata perché il tuo Pier” disse il nome con profondo disprezzo “si sta scopando Patrizia in questo momento!”, qualcosa sembrò passare negli occhi di Ema.

Ma sei scemo?! Ma perché dovrei essere scazzata?”, lui la guardava come se si aspettasse esattamente quello che stava avvenendo; Beppe sputò fuori un po’ d’aria e con un gesto la mandò a quel paese:

Vado a dormire. Tanto qui non si arriva a un cazzo di niente. Ti dico solo una cosa: decidi che cazzo vuoi fare. Io così non vado avanti”.

Emanuela tentò di articolare qualche parola che però morì sulle sue labbra; Beppe aveva lasciato la stanza e lei in piedi guardava la porta della camera da letto che sbatteva. Si lasciò cadere sul divano e si tirò la copertina a quadri sui piedi, la tv non venne accesa, non serviva più ora che nessuno l’avrebbe interrogata. Davvero era arrabbiata perché Pier era con Patrizia? Forse sì, ma non ne era sicura. Certo l’atteggiamento di lui l’aveva ferita come sempre; ogni cosa facesse la feriva nell’ultimo periodo. Quanto aveva bevuto quel cretino! Non era più innamorata di Pier, almeno le sembrava: dopo l’incontro con Beppe qualcosa in lei era cambiato, ma questo non significava che non gli voleva più bene. Il problema stava nel fatto che quell’uomo era un casinista, un immaturo quando si trattava di donne. Quella scema, poi, non sapeva cosa la aspettava, tanto finiva sempre allo stesso modo: o vomitava o scopava e scappava. Che stronzo. Era ancora lì con la testa? Erano passati diciotto anni – porca puttana – eppure ancora quell’episodio influenzava la sua vita.

Petri e Gallo si erano laureati e avevano dato un party epico al Baobab, un locale in centro dove si trovavano sempre dopo le lezioni. Stavano uscendo dal locale, erano ormai le cinque del mattino e Pier l’aveva stuzzicata tutta sera; gli altri proposero una piadina per asciugare l’alcool ingurgitato, ma Pier mise un braccio sulle sue spalle e strizzando l’occhio a Gallo disse che loro avevano di meglio da fare. Si allontanarono dal gruppo accompagnati da canti e gesti decisamente poco raffinati, ma che lasciavano intendere quanto tutti fossero fin troppo ubriachi. La stanza di Pier era poco lontana e ci si avviarono barcollando:

Sei bella”, Pier lo disse a un centimetro dal suo naso dopo essersi fermato bruscamente all’entrata di un vicolo “non posso aspettare di essere a casa”. La prese per mano e si addentrò nel vicolo buio per pochi metri, erano ancora vagamente illuminati dal lampione ma non ci fecero caso. Pier spinse Ema contro il muro e gli si stampò contro mettendole la lingua in bocca con forza. Senza troppe cerimonie le infilò la mano sotto la gonna e le abbassò le mutandine fino ai piedi. Slacciò i suoi calzoni perdendo leggermente l’equilibrio mentre lei restava immobile, con gli occhi che sembravano più grandi, ad attendere. Durò un attimo, lui la prese in piedi contro il muro e alla fine lei si ritrovò con la coscia tutta appiccicosa e sporca di sangue. Pier non parve accorgersene e anzi una volta a casa, attraversando il salotto dove dormiva il suo compagno di stanza, le aveva stretto forte il seno e l’aveva spinta verso la camera; l’avevano rifatto, stavolta in modo meno frettoloso, senza che lei potesse prima lavarsi via i segni della sua verginità sparita. Avevano dormito nello stesso letto e lei si era svegliata spettinata e con un sorriso ebete stampato sulle labbra arrossate. Erano andati all’Università insieme e avevano incontrato come sempre gli amici che, tra una battuta e l’altra, cercavano informazioni sulla fine della loro serata. Fu lì che Emanuela si accorse di qualcosa di strano: Pier non aveva affatto cambiato atteggiamento nei suoi confronti. Meglio, si disse. Si era morsa le labbra e aveva osservato tutti con attenzione da sotto gli occhiali da sole. Stesse battute, stessi sorrisi e nessuna variazione nell’atteggiamento nonostante l’intimità condivisa. Meglio, si ripeteva. Attese che qualcosa smentisse la sensazione che avvertiva mentre raccontava dello schifo di esame che stava preparando. Non appena si alzarono per andare alle lezioni pomeridiane, Pier la trattenne per un braccio e lei ebbe la sensazione di un rivolo di acqua bollente che le scorreva lungo la schiena. Lui la guardava da sotto in su con il suo sorriso da ragazzino:

Sono contento che questa cosa non cambi nulla nella nostra amicizia. Avevo paura che ti aspettassi chissà che, ma ti ho vista tranquilla come sempre e ho capito che la pensiamo allo stesso modo. Per fortuna, non voglio perdere un’amica come te”.

Emanuela chiuse gli occhi e inspirò profondamente: diciotto anni erano abbastanza. Aveva atteso che quell’uomo modificasse i suoi sentimenti per lei, ipotecando la sua vita e mettendo a rischio ogni sua successiva relazione. Beppe la desiderava e anche se non era perfetto, per lei c’era sempre stato. Udì squillare il cellulare, la suoneria mandava a tutta forza una canzone vecchissima di Ricky Martin: “Devo cambiarla…”, sussurrò. Prese la borsa, rovistò in cerca del telefono e vide che chi la chiamava era Pier: Ricky Martin cantava a tutto volume, lo azzittì premendo il tasto laterale mentre una fitta al petto le mozzava il respiro.

Buonanotte, Pier”, si tirò indietro i capelli e volse lo sguardo verso la porta della camera: era ora di andare a dormire.

 

 

 

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