“Il dono di Nina” di Rossana Mazza

L’ombra si allunga mescolandosi e nascondendosi con quella degli alberi. Lunga fila silenziosa guardiana del correre dell’uomo. Eric, vestito con i colori della notte, attende; sotto il cappuccio della felpa, gli occhi scrutano nel buio. Il quartiere, una volta ricco e decoroso, con casette stile bomboniera degli anni venti, risulta ora decadente. Case fatiscenti si alternano a negozi improbabili, risultato di una mescolanza di etnie in cerca della loro identità in un luogo che non gli appartiene. Alcune donne, portano abiti con i colori del deserto caldo arido bruciato e quelli del sole declinato in mille sfumature di giallo. La loro terra la portano addosso, dentro nel cuore; altre indossano lunghi abiti leggeri e fruscianti, adornati di pizzi e nastri dorati che fanno da contralto mescolandosi. Zona di nessuno e di tutti, dove gli anziani, che hanno resistito dentro case che non riescono più a gestire, uscendo dalla porta incontrano mondi sconosciuti, che temono e non riconoscono. Per loro è tutto grigio e malandato.

Un lungo muro separa Via Milano dal quartiere limitrofo ed è proprio lì che, la luna alta in cielo, si ferma una bicicletta dai mille colori. Una figura filiforme scende, la massa di capelli rossi, mossi come se il vento fosse di casa, a stento trattenuti da un cappello nero. Sulle spalle uno zaino. Nina si muove furtiva, estrae dalla faretra le frecce del mestiere, agita la bomboletta e inizia a spruzzare. Eric segue attento i suoi movimenti veloci e precisi, danno forma all’idea romantica di una giovane ragazza: un cespuglio di rose dal tenue colore che spiccano nella notte come mille lucciole.

Finalmente l’ho trovata! Gli impercettibili flash di luce mentre disegna ne sono la prova… “, esce dal suo nascondiglio e si avvicina proprio quando sulla strada arriva a tutta velocità un’auto che punta dritta verso Nina.

Succede tutto in un attimo, con un balzo Eric si lancia sulla figura spostandola appena in tempo, l’auto travolge la bicicletta e con un frastuono assordante si allontana. Confusa e ammaccata, Nina si rende conto che una persona la sta stringendo e inizia a scalciare e ad urlare.

Calma, volevo solo aiutarti… tranquilla… Mi chiamo Eric”, disse alzando le mani in segno di resa.

Nina trascinandosi poggia la schiena al muro cercando di calmarsi e riprendere fiato: “Ma cosa è successo? Volevano investirmi? Non capisco”.

Eric guarda i suoi jeans strappati, si spolvera battendo qua e là assicurandosi di essere tutto intero, poi alza gli occhi: “Ci è andata bene, ma ora è meglio andare via, ti racconto strada facendo. Ce la fai?”

Si, grazie. Di tutto”, aggiunge imbarazzata. Nel buio intravede a malapena la sua bicicletta, o perlomeno ciò che ne resta: “Guarda come l’hanno ridotta! Ora come farò a tornare a casa?”

Abiti lontano?”, chiede Eric cercando di aggiungere altre informazioni a quelle che già possiede.

A dieci minuti da qui. Mi daresti una mano? Spingendola piano dovremmo riuscirci. Ancora non capisco cosa sia successo”, soggiunse parlando tra sé e sé.

C’è un gruppo di persone, assoldate per fermare tutti quelli che cercano di abbellire le case e i muri di questo quartiere.”

Ma perché? Chi sono?”

Beh! Sai che non è proprio regolare pitturare i muri… ma non sono le Forze dell’Ordine, perché altrimenti ti saresti presa una bella multa e via. Qui la cosa è ben più pesante. Ci deve essere un altro motivo, ma non siamo ancora riusciti a scoprirlo.”

Tu e chi?”, chiese Nina che cominciava a pensare che forse Eric non si trovava a passare da lì per caso.

Io e un gruppo di amici… domani se vuoi te li presento, ora è meglio se ti riposi.”

Va bene, la mia casa è questa, vivo qui con mia nonna.”

Il vecchio cancello in ferro battuto, con riccioli e rose forgiati, cigolò mentre si apriva sul piccolo giardino, cespugli di rose e calle si rincorrevano formando un delizioso vialetto.

Ti passo a prendere domani per le quattordici va bene?”

Nina alzò la mano in saluto e annuì, era esausta, le parole rinchiuse senza via d’uscita. Bloccò il cancello e raggiunse la porta di casa.

Dopo essersi sdraiata nel suo letto, bevuto una tisana cercando di rilassarsi – il corpo indolenzito dal collo ai piedi – Nina si mise a ripensare a tutto quello che le era accaduto in quella serata, a dir poco strana, senza venirne a capo. Un solo pensiero fisso mentre scivolava nel sonno: perché Eric si trovava lì?

La giornata iniziò presto per Eric, voleva scoprire chi c’era dietro allo scampato incidente della sera prima. Aveva chiesto agli altri del gruppo di indagare, quindi Ivan sarebbe andato a cercare notizie al catasto mentre Teo sarebbe andato in Emeroteca per leggere i giornali dei mesi precedenti.

Ci ritroviamo tutti in sede oggi pomeriggio per fare il punto della situazione. Ci sarà anche Nina, così ve la presento e le spiegheremo tutto.”

Eric, lei lo sa?”, chiese Teo.

No, non credo”, rispose Eric preoccupato.

La piccola porta anonima sfuggiva all’attenzione dei più. Eric e Nina entrarono e fu come oltrepassare la soglia di un altro mondo: colori padroni dei muri riempivano gli occhi, disegni bellissimi e simboli da interpretare si susseguivano con continuità e armonia. Nina, colpita da ciò che vedeva, sprizzava entusiasmo e curiosità da ogni poro e finì per contagiare tutti. Fin quando davanti a un dipinto, che rappresentava una donna dai capelli rossi con una grande luna sullo sfondo, si bloccò. Strana la somiglianza, notò. Si girò verso Eric, una domanda inespressa sul suo viso.

Vieni, siediti, dobbiamo parlare”, iniziò a risponderle il ragazzo, “quando dipingi ti sono mai successe cose strane? Hai mai notato niente?”, continuò cautamente.

Non mi sembra… Ieri notte veramente era come se sentissi dei formicolii nelle mani, ma a parte questo, no niente.”

Tutti si guardarono negli occhi e annuirono.

Siamo convinti che tu abbia dei poteri particolari, forse non si sono ancora palesati ma ieri notte ho visto dei bagliori mentre dipingevi.”

Allora mi stavi spiando!”, disse Nina indignata alzandosi in piedi, “Magari sei d’accordo anche con quelli che hanno tentato di investirmi!”

Teo intervenne: “Abbiamo fatto delle ricerche, pare che una grossa società stia cercando di acquistare le case malandate della zona di Via Milano e stia sabotando ogni intervento di riqualificazione per tenere basso il prezzo di mercato. Probabilmente erano loro ieri sera”.

Nina si lasciò cadere sul puff di velluto blu elettrico. Ancora non capiva.

Ascolta”, disse Eric inginocchiandosi davanti a lei e prendendole le mani tra le sue, “tu sei speciale, ancora non lo sai ma siamo sicuri che tu puoi fare cose straordinarie. Abbi fiducia, insieme possiamo cambiare le cose. Abbiamo un piano, ma deve restare segreto è importante”.

Nina ascoltò attentamente, poi disse: “Va bene ci sto”.

Si misero tutti in cerchio e ognuno poggiò le mani sopra quelle dell’amico, insieme le sollevarono al cielo. Negli occhi di tutti brillava la consapevolezza di potercela fare insieme, l’adrenalina scorreva nelle vene caricando l’aspettativa per ciò che avrebbero realizzato.

Ci vediamo venerdì. Ci sarà la luna piena e avremo una buona visuale, fino ad allora mi raccomando state tutti in guardia.”

Si salutarono e si sparpagliarono per le vie della città in sella alle rispettive biciclette.

Il giorno seguente Nina lo passò pensando a cosa avrebbe realizzato la notte successiva. Forme e colori si mescolavano, scorrevano dietro le palpebre chiuse, come pagine di un libro. La sua mente le leggeva e le elaborava. Nina sapeva bene, però, che solo quando sarebbe stata davanti alla sua tela avrebbe deciso. Guidata da uno spirito libero, l’ispirazione sarebbe arrivata dal cuore e sarebbe cresciuta man mano.

Nel mentre, Eric e gli altri si trovavano nel luogo designato per assegnare a ognuno il proprio spazio, così il giorno seguente non ci sarebbero stati intoppi. Un grande progetto doveva essere pianificato nei minimi particolari e avevano soltanto una notte per portarlo a termine. Stavano parlando animatamente quando si avvicinarono dei ragazzi con fare minaccioso e tutto precipitò in un attimo: partirono scazzottate, spintoni, improperi. Eric con un gesto chiamò a raccolta tutti e si dileguarono lasciando gli aggressori soli e urlanti.

Non fatevi più vedere!”, gridarono rincorrendoli, ma senz’altra soddisfazione.

Arrivarono in sede alla spicciolata, chi con un labbro rotto, chi con un occhio nero, chi dolorante, ma nel complesso erano in buone condizioni.

Ci è costato qualche acciacco, ma domani non dovrebbero esserci problemi, penseranno che non ci riproveremo subito”, disse Eric.

Bene, allora appuntamento a domani sera, andrà tutto bene.”

Eric passò a prendere Nina, visto gli ultimi avvenimenti voleva essere sicuro che non le capitasse niente: “Sei pronta?”

Sì, non vedo l’ora. Cosa ti è successo all’occhio?”

Ti racconterò dopo, ora andiamo.”

A mezzanotte in punto erano tutti in posizione d’attacco con gli arnesi del mestiere. Teo sulla strada di collegamento con Via Milano, Nina sul lungo muro divisorio dove aveva già disegnato il cespuglio, Ivan alla facciata di una casa lì vicino, Eric al muro del vecchio magazzino e anche altri erano arrivati a dar loro una mano. Unico problema: delle filiformi nubi che sembravano parcheggiate proprio davanti alla luna che quella sera era un enorme cerchio opalescente. Nel silenzio della notte iniziarono i lavori. Nina proseguì con il cespuglio di rose, ne aggiunse altri che facevano da bordura a grandi alberi; posizionato al centro del muro, il viso bellissimo di una ragazza e per capelli fiori di ogni genere: dalle preziose orchideee alle semplici margherite, anemoni e fiori del vento, tulipani, violette, mentre rami di gelsomino e di plumbago le scendevano sulle spalle. Un arcobaleno di colori, inno alla vita e alla natura. Le nubi si spostarono, la luce della luna illuminò il grande murales e, con l’ultimo spruzzo di colore, le piante dipinte da Nina presero vita, riempiendo di profumo l’aria e lasciando gli amici che si erano raggruppati a bocca aperta. Nina non credeva ai propri occhi… quindi era quello il suo dono! Guardò gli amici e tutti pensarono la stessa cosa. Si spostarono ripercorrendo i vicoli dove avevano creato disegni meravigliosi dando un’anima alla tela virtuale che li accoglieva e Nina danzando felice, spruzzava soffi di vita qua e là, completando e arricchendo i dipinti dei suoi amici con alberi, fiori, germogli.

All’alba il piccolo quartiere era irriconoscibile. La luna lasciò il posto al sole, la magia era finita ma il suo frutto ora era lì, sotto agli occhi di tutti. Nulla e nessuno avrebbe più potuto distruggere il vecchio quartiere. Tutti si sarebbero riconosciuti e ritrovati in quell’arte che aveva soffiato via il grigio velo del tempo.

 

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“Un amore di collega” di Bianca Patrizi

Dunque: C.S.I.

(Non acronimo di Crime Scene Investigation, ma di Circolo Scrittori Instabili e mai nome fu più appropriato), composto da: Barbara, la Teacher, e noi, gli Instabili: Alessandro, Giovanni, Lilli, Livia, Marcello, Ross, Sabrina e la sottoscritta. Rigorosamente in ordine alfabetico.

Il punto è che loro sono bravi, quindi se non puoi emergere, schiacciali.

Ex-marito docet.

Il mio obiettivo: farli fuori in maniera che a Barbara non resti che una sola scelta: ME.

Ma il delitto perfetto ha bisogno di un’accurata preparazione e i cari colleghi mi hanno già messo in mano l’arma perfetta: i loro racconti, perché volenti o nolenti, gli amici si sono messi a nudo e quindi individuare il loro tallone d’Achille sarà un gioco da ragazzi e un divertimento assicurato.

Quindi: Alessandro. Vado a rileggere qualcosa di suo e scopro che è uno sportivo amante della natura. Questo non ci voleva. Mi sarà più difficile farlo fuori. Inoltre utilizza un lessico a me congeniale. Scorgo un’ironia graffiante, ma sempre elegante, contro i trogloditi. Inoltre è riservato. Altro punto a suo favore/sfavore. Va be’, per il momento lo metto in coda. Mal che vada gli saboto la bici.

Giovanni: questo è facile da far fuori. Si diletta con i cavalli, che adoro. Ma disarcionarlo è possibile. Una zoccolata sul naso capita. Di lui non voglio leggere niente. La sua passione per i cavalli è già più che sufficiente. Lo metto in coda dietro a Alessandro. Ci penserò dopo.

Lilli: troppo silenziosa per afferrare la sua indole. Mi par di ricordarla con una macchina fotografica in mano. Se era lei, bene. Se la confondo con un’altra, pace. Adesso vado a fare un giro su Internet, si sa mai che scopra che si può rimanere fulminati fotografando qualcuno. In coda.

Livia come la sistemo? Velocemente e silenziosamente, perché se appena mi soffermo un attimo, addio. Fra le altre cose, ottima cuoca. Bene: un’indigestione di Crème Brûlée e anche lei è a posto. Oddio… dire che è posto è dire veramente tanto. Troppo. Ci devo pensare.

Marcello: qui casca l’asino. Non capisco una mazza di quello che scrive, ma l’arcobaleno nei suoi occhi, il rossore sulle guance che preannuncia passione e l’armonia dei suoi tratti… Come si fa a eliminarlo? E come se non bastasse fa anche il volontario. Eppure basterebbe uno starnuto a toglierlo dalla competizione. Al resto penserebbe il Covid19. La lista dei sospesi si allunga.

Ross col suo abito rosso fiamma. Una Jessica Rabbit sotto le mentite spoglie di chi? Perché alla fin fine, chi è veramente? Una sfinge. Devo leggere per capire, non posso ripetermi e quindi il sabotaggio della bici è escluso. A meno che non cambi il destino di Alessandro. Lascio lui incastrato nel roveto e faccio precipitare Ross e la sua bici da qualche parte. Un’altra in lista d’attesa.

Sabrina, l’ultima new entry. Una ragazzina e come tutti i giovani di oggi, come minimo, una che galleggia in superficie. Perché ai miei tempi… Però è strano che si sia unita a questo gruppo e Marcello la stima. Ho sbagliato qualcosa? Forse sì. Inoltre scopro che ha a che fare col teatro. Ma non è possibile! Io vado matta per il Teatro. Ma una quinta può sempre cadere e causare una strage. Ok. Non posso partire da lei, devo saperne di più. La metto in coda e sono da capo.

***

Dal Vallesabbianews: ASPIRANTE SCRITTRICE ricoverata ai Civili in condizioni disperate. Si teme per la sua vita. L’articolo a pagina 4.

***

Alessandro: “Ma cos’è successo?”

Giovanni: “Ma è vero?”

Lilli: “Incredibile!”

Livia: “Ho appena saputo… ”

Marcello: “Gnhdgte jdhdhdhbff”

Ross: “Possiamo fare qualcosa?”

Sabrina: “Mi dispiace tanto… ”

Barbara: “Ho appena parlato con i medici, ma la prognosi è riservata. Tra l’altro, non si spiega la dinamica dei fatti. Pare che tutto sia cominciato ieri sera con un’indigestione di Crème Brûlée. Hanno rilevato sui jeans, all’altezza delle natiche, due chiare impronte di zoccoli. A ferro di cavallo, hanno detto. In una mano stringeva un cavetto tipo… sapete i freni delle bici? Ecco. Nell’altra una macchina fotografica. La cosa strana è che cavetto, macchina fotografica e mani erano ustionati, come avessero preso una scossa elettrica. Insomma, per farla breve: l’hanno trovata stamattina incastrata in un roveto, che blaterava di una quinta che le era caduta addosso e dalle ultime analisi risulta positiva al Covid19.

***

Così adesso sono qui. In questa stanza bianca, con indosso una camicia bianca e ho un lettino bianco su cui posso sdraiarmi quando sono troppo stanca. Ma tutto è rigorosamente imbottito. Di bianco. Lo so perché non potendo muovere né braccia, né mani, incastrate nella camicia, ho usato i denti per vedere com’era l’imbottitura. Quando se ne sono accorti, mi hanno messo una museruola, tipo Hannibal Lecter, mi sono rimasti i piedi per comunicare, ma non avendo il talento di Christy Brown, né la capacità interpretativa di Daniel Day Lewis, mi sono arrangiata diversamente. La prima penna che un infermiere ha dimenticato nella mia stanza, e non vi dico le contorsioni, me la sono infilata nella nasella libera. L’altra era occupata dal tampone perché ieri mi era venuta voglia di fumare e il secondino mi ha infilato nel naso una Gauloise senza filtro. Al primo tiro il tabacco mi è arrivato in gola… un delirio di starnuti. Il primario dice che è stata una mossa azzardata, la sua, ma il naso adesso è metà otturato dal tampone e metà dalla Bic punta fine. Faccio un po’ fatica a respirare, ma il mio capolavoro letterario adesso è lì. Alla faccia dei colleghi. Una cosa non capisco: ogni tanto mi sfilano tutti quanti davanti, quelli del gruppo di scrittura creativa, con Barbara in testa e scuotono il capo. Li vedo dalla finestrella della porta e leggo il labbiale che più o meno dice sempre la stessa cosa: “Eh, l’ironia della vita! Pensare che era un amore di collega!”.

 

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“Tre amici” di Alessandro Tondini

«Forza Pucci, sbrigati a salutare la mammina!»

«Dai Carlo, non fargli pesare sempre ‘sta storia, io ti avrei già tirato un cartone in ghigna.»

«Ma a te, Enrico, non ti prenderei mai per il culo perché me lo faresti tu! Eccolo che esce… e dietro la madre. Niente da fare, Guido non se ne libererà mai.»

«Invece, secondo me, caro il mio Carletto, il nostro peluche, tra non molto, ci sorprenderà.»

«See, figurati se il panda mannaro si sbriga a darsi una mossa. Ma cosa te lo fa pensare?»

«È da stamattina che mi frulla questo pensiero. Ho fatto un sogno incasinatissimo e, quando mi son svegliato, l’unica cosa che ricordavo era Guido che viaggiava su un’astronave color smeraldo, tutto felice.»

«Fai dei sogni da minchione. Nei miei ci son solo donne, tutte nude.»

«E infatti, povero pirla, te le sogni e basta. Dai sposta le borse e fai entrare il Pucci.»

«Ciao ragazzi, fa un bel freddino vero?»

«La mammina non ti ha fatto mettere la maglietta di lana?»

«Santo Cielo Carlo, sei sempre il solito!»

«Non dargli retta Guido, la mamma di Carlo l’ha tirato su a ceffoni.»

«Dai Enrico, fai partire ‘sta carretta di macchina, che oggi si gela per davvero e, se il Pucci ha la maglia di lana, io ci ho le mutande di cotone e il mio di dietro si sta ibernando.»

«Santo Cielo, vedi che fa davvero freddo?»

«Carlo, ringrazia la carretta che ti porta all’università. Preferivi farti un bel viaggetto col trenino a gasolio? Partenza alle due, arrivo a Parma alle otto?»

«No, per carità. Meglio due ore in macchina col pucci. Almeno mi diverto a sfotterti un po’, Guiduccio mio.»

«Santo Cielo, che ci posso fare se mia madre mi chiama così?»

«Be’, stavolta Carlo non ha tutti i torti, non sei più un bambino… »

I tre amici erano partiti dal lago di Garda e si stavano inoltrando nella “bassa”.

«Santo Cielo, com’è densa la nebbia oggi, sembra di viaggiare immersi nella schiuma da barba.»

«Enrico ci vedi bene? Non è che si rischia di finire in qualche fosso?»

«Tranquillo Carletto, oltre che molesto sei pure un cagasotto. Guarda il Pucci, lui non fa una piega, ma… cos’è stato?»

«Cos’è stato cosa?»

«Ma non hai visto Carlo? Ci ha attraversato la strada una roba stranissima, alla velocità della luce.»

«Santo Cielo, da qui dietro ho visto un’ombra, però era bella grossa.»

«Un’ombra? Sarà stato un cane.»

«See, un cane. Era grande almeno come un cavallo, sei proprio orbo Carlo, io mi fermo a vedere.»

«Non fare stronzate, è pericoloso, tira dritto Enrico.»

«Santo Cielo Carlo, sei proprio un fifone Carluccio mio… »

«Dai Guido, lasciamo perdere, sennò ‘sto qui me la fa sul sedile.»

«Sfottetemi pure, io non rischio e poi fa un freddo boia, c’è ‘sta nebbia lattiginosa del cazzo e sta venendo buio.»

«Carletto sei una lagna. La nebbia di stasera è incredibile, sembra uscita dalla cucina di un mago.»

«Santo Cielo, è come panna montata.»

«È vero Guido, ma il nostro Carletto non è un tipo poetico.»

«Invece di sparare cazzate vediamo di fermarci al primo locale che troviamo, così ci beviamo qualcosa di caldo.»

«Ma sì dai», annuì Enrico, «è una buona idea, prima del ponte sull’Oglio c’è una specie di bar trattoria.»

Mentre i minuti passavano le tenebre consumavano senza fretta quel che restava del pomeriggio. La nebbia, intanto, sempre più corposa, si mangiava quel poco che era rimasto visibile.

«Eccoci arrivati. Per fortuna è aperto, c’è l’insegna accesa: Stargate? Ma come? Non si chiamava Il canneto

«Che ti frega del nome Enrico, parcheggia lì e andiamo dentro.»

«Avran cambiato gestione, Santo Cielo.»

Scesi dall’auto furono avvolti da una stretta intrisa di ghiaccio bagnato. Si catapultarono nel locale rotolandoci dentro.

«Cosa prendi Enrico? Io mi faccio un punch.»

«No, niente alcol, mi berrò un cappuccino bollente, e tu Guido cosa vuoi?»

«Non so, vado prima in bagno.»

Dietro al bancone, una ragazza dai capelli ramati e con la pelle del viso color porcellana li osservava sorridendo mentre un bambino biondo platino girovagava, fra l’ingresso e il corridoio, su una biciclettina con le rotelle.

A un tavolino era seduto un omone col cappello in testa e con un bicchiere di vino rosso in mano: «Visitatori, benvenuti nel nostro mondo!», esclamò con voce biascicata alzando il bicchiere.

La ragazza ridendo chiese: «Da dove venite? Da molto lontano?»

Enrico e Carlo si guardarono perplessi.

«Veniamo dal Garda. Non è così lontano», disse Enrico aggiungendo una smorfia ironica.

«Qui viene solo gente del posto, è difficile vedere facce nuove», rispose gentile la ragazza.

L’omone si tolse il cappello e, dopo aver trangugiato il suo rosso, borbottò: «Gli unici clienti sono i fantasmi della nebbia».

«Ma com’è possibile?», intervenne Carlo, «Il bar è sulla strada principale, non si ferma mai nessuno?»

La ragazza spalancò i suoi grandi occhi scuri e allargò ancora di più il suo sorriso: «Strada principale? Qui siamo in mezzo ai campi».

Enrico rimase di stucco: «Ecco perché il nome del locale non mi quadrava».

«Bravo Enrico, la prossima volta è meglio se guido io… a proposito, dov’è finito il Pucci

«Non starà mica male? Dai Carlo andiamo a vedere.»

Seguiti dagli sguardi incuriositi dell’uomo e della barista, i due si diressero ai bagni. In fondo al corridoio il bambino pedalava verso di loro imitando il rumore di una motocicletta.

Giunti alla porta della toilette la trovarono aperta: non c’era nessuno.

«Hey tu,» si rivolse Carlo al bambino, «hai visto uscire qualcuno?»

Il bimbo lo guardava divertito muovendo la testa a destra e sinistra.

«Sei sicuro?», aggiunse Enrico, «Prima è passato di qui un ragazzo, vero?»

«No», rispose il piccolo ciclista, «ma ho sentito una voce».

Enrico e Carlo restarono allibiti.

«Come una voce?», chiese Enrico.

«Non so», spiegò il piccoletto, «parlava del cielo».

Carlo e Enrico si fiondarono fuori dal locale. La nebbia era svanita e la campagna luccicava di gelida umidità. In lontananza notarono delle sagome scure che parevano rincorrersi. Non si udiva il minimo rumore e i due si lanciarono un’occhiata smarrita.

Nella notte, appena illuminata da miliardi di puntini tremolanti, una gigantesca meteora verde attraversò l’intera arcata celeste. Enrico venne invaso da un senso di serenità, a Carlo si riempirono gli occhi di lacrime. I due amici avevano capito e, a bassa voce, sussurrarono: «Santo Cielo, se n’è andato!»

 

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“Robertino e la mamma” di Raffaella Tavernini

Da piccolo ero un bambino vivace. Non uno scalmanato, come quei bambini antipatici anche agli altri, che sono sempre fuori controllo, ma neanche uno di quelli con i vestitini sempre a posto e appiccicato alla gonna della mamma. Lei diceva sempre a tutti che ero il suo allenatore e che finché doveva correre dietro a me sarebbe rimasta giovane.

Mi piaceva tantissimo andare in bicicletta. Con il mio amico Franceschino ci inventavamo delle storie fantastiche: sognavamo di essere dei pirati che scappavano con il tesoro o degli astronauti che arrivavano su un nuovo pianeta sconosciuto a tutti. Poi a sette anni presi un virus misterioso. Io mi ero convinto di averlo preso proprio in una di queste gite esotiche perché anche all’Ospedale nessuno di quei dottori specializzati capiva cosa avessi.

La mamma era molto preoccupata. Me ne accorgevo perché i suoi occhi non erano più allegri e non diceva più a nessuno che ero il suo allenatore. Mi facevano continuamente esami, iniezioni, prelievi del sangue e un sacco di altri trattamenti che non conoscevo, ma sembrava proprio che non si capisse come farmi guarire.

Una sera, dopo circa un mese di ricovero, ero davvero molto stufo di stare in ospedale e mi lamentavo tanto con la mamma. Era arrivato l’inverno e io le dissi che avevo paura di non rivedere mai più la neve. Mi ero divertito tanto l’anno prima con il mio amico Franceschino a costruire un pupazzo di neve gigantesco, con una carota infilata al posto del naso e poi avevamo giocato a palle di neve, ma il gioco era degenerato perché avevamo cominciato a tirarci la neve con i secchielli e la mamma era venuta a riprendermi e mi aveva portato a fare un bel bagno bollente.

Mamma, ho paura di non vedere più la neve se resto ancora un po’ in ospedale.”

La mamma allora mi aveva risposto: “Ti svelo un segreto Robertino, che per me ha funzionato quasi sempre: quando desidero forte, ma davvero forte una cosa provo a scriverla tante volte su una pagina bianca e spero con tutto il cuore che il mio desiderio si realizzi. Tieni questo quaderno e prova anche tu. Magari non succederà subito, ma tu prova e riprova e vedrai che prima o poi il tuo desiderio si realizzerà”.

Quella sera scrissi tante volte spuma di neve sulla pagina bianca. Strana euforia, che mi fece addormentare sognando pupazzi di neve e io e Franceschino che correvamo fortissimo con la bicicletta che slittava su una montagna di neve. Fui tanto fortunato: la mattina dopo quando mi svegliai corsi alla finestra e vidi che la notte aveva portato un nevicata così abbondante che non ne vidi più in tutta la mia vita. Fui fortunato davvero quella mattina: la mamma entrò nella mia stanza d’ospedale felicissima come non l’avevo mai vista. I dottori le avevano detto che finalmente avevano trovato la cura giusta per la mia infezione e che quella mattina stessa avrei potuto tornare a casa con lei.

Per qualche giorno la mamma si comportò con me come se fossi molto fragile e delicato, ma con la primavera la mia vita tornò alla normalità: ricominciarono le mie scorribande con Franceschino e la mamma a rincorrermi dicendo a tutti che ero il suo allenatore e che finché doveva correre dietro a me sarebbe rimasta giovane.

Dopo quella volta mi dimenticai il trucco della pagina bianca, fino a pochi giorni fa. Oggi ho quarant’anni, la mamma il mese scorso si è ammalata, ma non è tornata a casa dall’ospedale. Io ho provato a scrivere sulla pagina bianca tante volte mamma, ma il trucco questa volta non ha funzionato, lei non può più rincorrermi e io non sono più il suo allenatore.

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“Gita d’Agosto (biotopo transgenico)” di Alessandro Tondini

Andare in gita in una domenica d’agosto è un atto sconsiderato, ma dato che nella mia personalità dimorano due esseri agli antipodi, decisi comunque di intraprendere un viaggetto in una tranquilla località montana. Caricai la mountain bike sull’auto e, in meno di due ore, giunsi nei pressi di un lago alpino: luogo adatto ai turisti di ogni genere quali famiglie, pensionati, sportivi e villeggianti di medio-lungo periodo, nonché punto d’arrivo dell’assalto di chi può solo permettersi una toccata e fuga domenicale. Ero consapevole che sarei incappato in una vastissima varietà di fauna umana, ma ormai il dado era tratto e mi unii anch’io al rito della scampagnata del dì di festa.

Una volta parcheggiato, scaricai la bicicletta e mi misi a pedalare lungo una serie di precise e ordinate piste ciclabili. Dopo aver percorso qualche chilometro di saliscendi notai un cartello che indicava la presenza di un “biotopo”. Pensai che, pur ritenendomi discretamente istruito, conoscevo a malapena il significato di quella strana parola che, nell’immediatezza, mi faceva venire in mente soltanto un ratto allevato con metodi naturali. Con determinazione mi involai nella direzione indicata. Giunto sul posto mi si aprì alla vista uno splendido e piccolissimo specchio d’acqua ricoperto di canneti e fiori acquatici. Tutt’intorno spiccava il verde di campi e pinete e il cielo che ricopriva la vegetazione era di un azzurro accecante.

Era una cartolina perfetta: la fotografia di una natura intatta con, qua e là, dei masi alpini che guarnivano l’immagine con dettagli di presenza umana per niente invasiva. Chiusi gli occhi e mi lasciai accarezzare il viso da un venticello tiepido che sembrava volesse scherzare con me facendomi un delicato solletico. Quando li riaprii notai che, alla mia destra, vi era un pannello che spiegava il significato di quel bizzarro termine. Scoprii che “biotopo” indicava una zona umida, comprendente il laghetto e le aree paludose circostanti, nella quale dimoravano una serie di simpatici animaletti e una notevole varietà di fiori e pianticelle. Un ecosistema in cui il ruolo dell’uomo si limitava alla preservazione dell’area da qualsiasi intervento artificiale che potesse romperne l’incanto. Mentre leggevo pensavo a quanto fossi fortunato a essere lì in perfetta solitudine, ma si sa, non vi può essere pace a lungo in una domenica d’agosto.

Sentii due voci umane in lontananza che, progressivamente e prepotentemente, si alzavano di tono. Capii che quei versi appartenevano a una specie ben precisa di maschio bianco caucasico: il piccolo imprenditore delle valli bresciane!

Il mio rilassamento da poesia pastorale era ormai compromesso. La scena che stavo andando a inquadrare però, pur costituendo l’antitesi dei momenti appena trascorsi, si sarebbe rivelata estremamente interessante per il Mister Hide che alberga dentro di me. Le parole sgraziate e baritonali dei due uomini avevano, fino a quel momento, reso impercettibili altre due voci dai toni meno invasivi. Dopo un breve istante, appena coperte dal canneto, apparvero due strane coppie di esseri umani: due maschi di mezza età e di bassa statura, tozzi e squadrati, indossanti mocassini senza calze, bermuda color sabbia lunghi fin sotto il ginocchio e polo Lacoste, una color giallo canarino e una rosa shocking. Anche le loro facce erano piuttosto scioccanti: uno di essi aveva la pelle del viso del colore di una grigliata, un artistico riporto di saggina e delle sopracciglia scure e foltissime. Il tutto incastonato da un ghigno che, nel mio immaginario, era la precisa riproduzione dell’espressione primordiale dell’homo erectus o di qualche altro homo in corso di evoluzione. Quell’altro inforcava degli occhiali Ray Ban a specchio che gli coprivano parzialmente il volto butterato. La sua pettinatura sembrava quella del Little Tony anni settanta e quel che si poteva intuire della sua espressione era in perfetta simmetria con quella dell’amico troglodita.

I due improbabili maschi alfa erano accompagnati da due donnone appariscenti che camminavano come se stessero facendo un defilé in una sagra paesana di “Miss qualcosa”. Capii ben presto che non di donne si trattava, bensì di due atletici trans. Quello coi capelli lunghi biondo platino indossava una minigonna fucsia attillatissima e una canottiera bianca che serviva a ricoprire appena il seno, ovviamente esplosivo, dalla quale fuoriuscivano lateralmente due braccia da lanciatore di giavellotto. Ai piedi aveva due zeppe argentate che lo facevano diventare ancora più mastodontico. L’altro era molto scuro di pelle e aveva in testa una capigliatura riccia, nera e luccicante a la “Jackson Five”. Portava un abito celeste lungo fino alle caviglie, che sarebbe stato anche elegante se non avesse avuto un’enorme scollatura a V che metteva in esposizione un reggiseno verde contenente due rotondissime palle da bowling senza fori. Entrambi erano muniti di sproporzionati occhialoni neri e sulle loro bocche fiorivano pompatissime labbra ricoperte da lucidi rossetti. Anche se mi fossi fatto di acido lisergico non sarei stato in grado di concepire una visione così grottesca.

I due maschi mi passarono a fianco senza degnarmi di uno sguardo. I variopinti trans, invece, sfilarono sinuosamente lanciandomi degli enormi sorrisi e salutandomi all’unisono: il biondo con un caldissimo “Ciao” con tonalità simil “Barry White”, il moro emettendo uno squillante “Buonsciorno” dalla “g” strascicante. Così risposi anch’io con un largo sorriso e un compiaciuto “Buonsciorno”, incurante delle eventuali reazioni che avrei potuto suscitare con il mio provocatorio saluto. Non vi fu alcun malinteso. La doppia coppia proseguì per qualche metro e tutti e quattro si piazzarono appoggiati alla palizzata di legno che impediva l’accesso all’acqua.

Dato che la brezza spirava dal lago alla riva, mi trovavo nella posizione perfetta per poter ascoltare quello che dicevano. I due uomini regolari, per un po’, non aprirono bocca, mentre gli altri due emettevano mormorii di ammirazione tipo: “Che belo, è un paradisso”, “Guarda che bei fioori”. Andò avanti così per qualche minuto, finché quello con la polo canarino sentenziò: “Sarà aca bel, ma vot mèter el làc de garda”.

Eeeh ma quelo è ggraandee, questo è picolino”, lo riprese lo scuro.

Il tizio con la polo shocking intervenne: “Quate nèdre, ma a me le me pias mia tat”.

Nià a me, i usilì iè mei, e po’ te pode mia fa le spiè de nedra”, confermò la polo gialla.

Dopo i commenti culinari seguirono attimi di silenzio, interrotti bruscamente da un colpo di tosse di quello col riporto, seguito da uno sputacchio che arrivò a colpire in pieno un ignaro fiore di loto.

See, po pensa de sta che tot l’an”, aggiunse disgustato il portatore di Ray Ban. “Dopo du de te ghe né sa piè i cojoni”.

E’ un posto per ripossare, per fare nniente, pensi sempre a lavvoraare”, disse quello con la minigonna.

Grassie al me laurà, encò t’et mangià en den posto de lusso, enculàt”, e i due trogloditi esplosero in una risata così fragorosa da sembrare lo scoppio di un raudo.

Le povere paperelle, che sguazzavano serene fra le canne, si alzarono in volo sgambettando e sbattendo le ali come se un predatore si fosse avventato su di loro. Riflettei: se ‘sti due stessero qua un paio di giorni trasformerebbero il biotopo in una cava di ghiaia e tutt’intorno spunterebbero come funghi orrendi residence con piscina.

Daii, fasscciamo una fottooo”, gridò pieno d’entusiasmo il mulatto. Estrasse il cellulare e si mise a scattare a cazzo verso il laghetto, per poi inquadrare l’amico trans e i due ricchi bifolchi.

Sorrissoo”, gridò con la voce sempre più acuta.

Il trans bianco si mise in posa facendo tracimare tutto il suo silicone, mentre gli altri, con due facce espressive da film sovietico, gli si strinsero attorno: Addesso un ssellffiii”, e anche il mulatto si unì al gruppo.

Osservando il risultato dell’autoritratto non sembrarono troppo soddisfatti. Immaginai che il riporto di saggina non fosse venuto perfettamente a fuoco.

Con un sussulto d’imbarazzo vidi l’esuberante trans venirmi incontro di corsa: “Ci fa una footto per favvoree”.

Certamente”, risposi vagamente intimorito.

Presi in mano l’I-phone e inquadrai la scenetta. Per un istante ebbi l’istinto di scattare un bel primo piano del riporto, ma mi limitai a dire: ”Ecco, un attimo, uno”, e nel pronunciarlo notai, con una certa inquietudine, che il tipo della polo gialla si era tolto i ray ban, svelando uno sguardo da “Banda della Magliana”, “Due e tree”, e scattai. Seguirono due secondi di “uuuuuh” con applauso e un calorosissimo “Grrazzieee” da parte del moro, mentre i biechi coi mocassini si girarono indifferenti verso l’acqua. Il siparietto surreale proseguì ancora per qualche istante poiché le drag queen mi chiesero di fare un selfie insieme a loro. Passammo qualche minuto a scattarci le foto, mentre gli altri due se ne restavano in disparte.

Poco dopo quello col riporto blaterò: “Dai nom, som stet ché aca trop, turnòm a la machina”, e così i maschi regolari si mossero per andar via. Mi passarono a fianco cagandomi zero. Per fortuna le mie nuove amiche mi salutarono calorosamente, stampandomi sulle guance due bacioni a ventosa. Rimasto solo osservai attentamente il laghetto e capii che la mia gitarella si era rivelata istruttiva. Un pensiero sarcastico esplose nella mia testa: “Il biotopo era ormai diventato transgenico!”

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“Balla balla ballerina” (11) di Raffaella Tavernini

La mattina seguente Angelica si svegliò meno inquieta e con la convinzione di riuscire a sistemare la situazione con Roberto. Forse si era fatta un’impressione sbagliata e la cosa, in realtà, non era così grave. Decise di passare da lui con la colazione pronta: due croissant, un bricco di spremuta, pane tostato. Il caffè lo avrebbe preparato là. Dopo non aver avuto risposta al suono del campanello non si fece troppe domande e decise di usare la chiavi che Roberto non si era fatto restituire. Salita nell’appartamento del regista, dopo essersi accertata che lui non fosse in casa, cominciò a curiosare senza un’idea precisa di cosa cercare. Ciondolò qualche minuto nel salotto senza riuscire a guardare altro che i quadri alle pareti. Poi andò in cucina, si sedette al bancone, accese la macchinetta del caffè e cominciò a bere la spremuta che aveva portato per Roberto. Svogliatamente addentò il croissant. Era buono: una delicata glassa ai fiori d’arancio ricopriva la pasta leggerissima e non troppo zuccherata. Il caffè lo prese come piaceva a lei: usò due cialde di dolce aromatico, riempì una tazza rossa che forse fino a quella mattina era stata solo di bellezza e ci aggiunse una lacrima di latte freddo.

Riprese a ciondolare per l’appartamento. Quando arrivò davanti alla porta della camera da letto di Roberto pensò di entrarci, anche se per come si erano messe le cose probabilmente lui non l’avrebbe mai invitata a farlo. Aprì la porta, vide come prima cosa il grande letto matrimoniale di pelle nera con un copriletto beige di un tessuto piuttosto grezzo. I comodini ai lati del letto erano uno diverso dall’altro: uno di un materiale metallico con un piano di vetro opaco, l’altro, quello dal lato dove dormiva Roberto, si capiva dal cuscino più usurato, di legno scuro e pesante. Poi vide le pareti, vide i quadri alle pareti. Lo stile era lo stesso di quelli in salotto e nel suo appartamento. La diversità stava nel fatto che i soggetti in cui Marinella era ritratta erano sempre sessuali. Angelica ci mise un attimo a realizzare quello che vedeva. Sopra alla testata del letto c’era una composizione di quattro tele affiancate in cui il soggetto di una continuava quello della tela a fianco. Angelica salì in piedi sul materasso per avvicinarsi a guardare meglio. Quasi non ci credeva. La sorella era raffigurata sdraiata su un divano circondata da tre uomini, anzi no, erano quattro e uno era proprio Roberto.

“Ah no,” disse Angelica ad alta voce, “altro che meno grave di quello che pensavo. Lascia stare regista, ho già i miei problemi io. I tuoi è meglio se te li risolvi tu. Qui rischio che invece che con lui mi faccia finire a letto con la sorella. Meglio Samuele, allora, e si tenga tutti i suoi spettacoli e le sue fantasie. Piuttosto la sarta tutta la vita, sarà mica che aveva ragione l’Armando?”

“Samu, stella… Angelica. Sì, ho visto che mi hai cercato l’altra sera, ma ero impegnata. Sì, non ci sentiamo da qualche giorno. Ho avuto un po’ da fare. E tu? Ah, l’hai lasciata Maria Chiara? Be’ dai, sì, una ragazzina carina, ma non avrebbe mai potuto essere alla tua altezza. E poi secondo me, che dici Samu? Non era brava, vero? Senti Samu, io sono a piedi e sono a casa di Santamaria. Sì, Santamaria, il regista. Poi ti spiego. Mi vieni a prendere?”

Dopo qualche minuto Samuele aveva suonato il campanello. Angelica non aveva dovuto spiegargli dove si trovava la casa perché qualche settimana prima era stato invitato a una cena con gli sponsor. Lei no, lei evidentemente non era all’altezza per Roberto. Fece scattare la serratura del portoncino e lasciò la porta di ingresso aperta.

“Sono qui Samu”, lo chiamò quando lo sentì entrare in salotto, lo chiamò sdraiata sul letto matrimoniale del famoso regista, proprio sotto i dipinti incriminanti.

“Vieni Samu, vieni a recuperare un po’ del tempo che abbiamo perso”, le sembrò così di poter esorcizzare tutta quella sordida storia.

Quando, però, Samuele vide i dipinti le disse: “Assomiglia alla sorella di Santamaria, Angi, non ti sembra?”.

“Trovi? No, non mi sembra. Mi sembra molto diversa. Senti, Samu, ma se con Maria Chiara vi siete lasciati mi puoi ospitare qualche giorno vero?”

Lasciò il letto sfatto e un bigliettino sul mobile dell’anticamera:

Comodo il tuo letto Roberto. Ti lascio le chiavi di questo appartamento, quelle dell’altro te le ridò fra un paio di giorni quando finirò di portare le mie cose da Samuele. Forse è meglio se cerco un’altra compagnia di ballo, o come dice l’Armando, a questo punto meglio se comincio davvero a fare la sarta.

 

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“Balla balla ballerina” (10) di Raffaella Tavernini

Il passo di Angelica nel tornare verso casa procedeva al rallentatore. I pensieri che le giravano in testa catalizzavano tutta la sua attenzione, rendendo il rientro più impegnativo del dovuto. Al civico 22, esattamente a metà strada, Roberto le passò accanto con la sua automobile, anche lui del tutto assorto, tanto che non si accorse di lei nonostante per strada non ci fosse nessuno. Angelica si chiese dove stesse andando, a quell’ora dopo averla neanche troppo elegantemente liquidata, e così distratto. Il taxi che stava ripartendo dal portone poco più avanti dopo aver scaricato una coppia elegantissima, Angelica pensò che probabilmente erano marito e moglie che rientravano dopo una serata di libertà in cui avevano bevuto un po’ più del dovuto dato il tono di voce e visto come barcollavano, quel taxi le sembrò comparire non per caso. Ad alta voce lo chiamò: “Taxi”.

Salì al volo e, come nel peggior telefilm americano, gridò all’autista: “Segua quell’auto”.

La sensazione era che seguendo Roberto avrebbe trovato qualche risposta. Dove starà andando, dopo avermi mandata a casa alle dieci? È l’unico uomo che ho conosciuto che sembra non pensare al sesso, dev’essere ossessionato da quella mezza sorella. Non ho certo tempo da perdere io dietro a queste storie da soap opera. Il tempo passa e io ho già i miei di problemi da risolvere. L’avessi saputo prima avrei risposto a Samuele l’altra sera, che se mi ha chiamato alle dieci è sicuramente perché si è lasciato con la tipa.

Il taxi nel frattempo aveva recuperato strada ed era solo a pochi metri da Roberto.

“Ma dove starà andando?”

Il tassista pensando che la frase fosse rivolta a lui rispose prontamente: “Dopo il fiume può andare solo in un posto. C’è solo l’ospedale dei matti là”. “Quale ospedale dei matti?”

“La clinica, non la conosce? Dove ricoverano i matti.”

“Non si faccia vedere, mi raccomando.”

Il tassista rallentò in modo che Roberto non potesse accorgersi dei fari nello specchietto retrovisore, quella strada era poco frequentata. Arrivati al parcheggio della clinica avevano visto l’auto di Roberto parcheggiata.

“Vede che avevo ragione? Poteva venire solo qui.”

Angelica lo pagò e gli chiese di aspettarla qualche minuto senza sapere bene cosa avrebbe fatto.

Le era costata cara questa idea, non le era rimasto più un soldo. E adesso? Avrebbe dovuto aspettare Roberto per subissarlo di domande? Seguirlo nella clinica?

Decise di entrare. Si recò alla portineria e con grande decisione chiese: “Marinella Santamaria? Scusi, sono qui con il fratello, ma mentre parcheggiavo l’ho perso. Dov’è ricoverata?”.

L’addetto le rispose: “Terzo piano, in fondo al corridoio, ma lo sa vero che se c’è già una persona lei non la lasciano entrare?”.

“Oddio, pensavo che uno strappo si potesse fare. Sono una cara amica, di passaggio solo questa sera e speravo di riuscire a salutarla.”

“Be’, senza parlare con il dottore non credo proprio. Lo sa che il reparto è quello delle patologie gravi, di solito sono intransigenti.”

Angelica decise di continuare nel suo gioco, sperando di riuscire a scoprire qualcosa di più: “Sì, ma credo che Marinella sia pronta ormai per uscire”. “Ma come pronta? Sta scherzando vero? Dopo l’ennesimo tentativo di suicidio non fa che urlare tutto il giorno che vuole ammazzare il fratello. Poi scoppia a piangere e comincia con la lagna che lo ama. Devo dire che di tutti i pazienti del terzo piano, al momento, è la peggiore.”

“Ah, d’accordo, come non detto. Allora aspetto Roberto nel parcheggio.”

Ad Angelica non venne in mente nient’altro da dire. Non rimase proprio sorpresa, l’idea di questo strano rapporto tra i due si era già fatta strada nella sua mente. Solo non pensava che la situazione fosse così grave. Di certo non voleva farsene carico, ma decise di uscire e tornarsene a casa senza farsi vedere da lui: meglio non fargli sapere che aveva scoperto tutto.

 

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“Balla balla ballerina” (9) di Raffaella Tavernini

Dopo aver letto, senza averne diritto, il telegramma indirizzato a Marinella, Angelica si sentiva spaesata e inquieta. Senza esserne consapevole si era preparata in fretta ed era arrivata da Roberto prima che lui si facesse la doccia. Le aveva preparato un aperitivo e l’aveva lasciata da sola in salotto. Angelica seduta sul divano sorseggiava il bicchiere di Chardonnay in cui Roberto aveva messo due cubetti di ghiaccio. Continuava a roteare il bicchiere nella mano guardando i due cubetti che sbattevano l’uno contro l’altro, e contro le pareti del bicchiere, e che diventavano via via più piccoli. Aveva l’impressione che se ce ne fosse stato uno solo non sarebbe stato così veloce a rimpicciolire, come se la loro convivenza nel bicchiere fosse una aggravante. Angelica aveva deciso di fingere, non solo perché altrimenti avrebbe dovuto ammettere di aver aperto un telegramma non indirizzato a lei, ma anche perché temeva, se avesse fatto domande troppo dirette, di compromettere il suo rapporto con Roberto. Gli aveva consegnato il telegramma ben ripiegato appena arrivata. Roberto le aveva versato il vino, aveva chiacchierato con lei qualche minuto prima di allontanarsi, la lettera sbadatamente appoggiata su una mensola dell’anticamera, nessuna traccia d’impazienza. L’aveva, però, presa prima di entrare in bagno, tornando a recuperarla dopo che si era già allontanato. Chissà se era stato spontaneo o se quel gesto era per dimostrare a lei indifferenza, si chiedeva Angelica.

Perché Marinella è sparita così velocemente? Perché Roberto non ne parla mai? Perché non mi ha mai baciata? Perché non si è mai sentito parlare di una sua fidanzata?

Queste domande giravano e rigiravano in ordine sparso nella testa della ragazza, le gambe accavallate, i due cubetti di ghiaccio ormai sciolti e il bicchiere di vino ancora pieno. Roberto sembrava non arrivare più. Possibile che il telegramma l’avesse sconvolto e che il regista non sapesse più come fare a gestire la situazione? Invece, proprio in quel momento la porta della zona notte si aprì e Roberto uscì, bello e rilassato. Indossava un paio di jeans slavati e una camicia a quadretti bianchi e azzurri:

“Non ti piace il vino?”, chiese vedendo il bicchiere della ragazza ancora pieno.

“No, no. È molto buono”, rispose Angelica, “ma ho preferito aspettarti per bere in compagnia”.

“Molto gentile Angi, aspetta che ne verso uno anche per me”, Roberto sembrava molto tranquillo.

“Tutto a posto con il telegramma?”, si sentì chiedere ad alta voce Angelica, “Sai, quando vedo i telegrammi mi inquieto sempre. Di solito portano solo cattive notizie”.

“No, non preoccuparti, tutto a posto. Era solo un’amica di mia sorella, Manu. La chiamerò in settimana.”

Angelica si sentì rassicurata e decise che avrebbe passato una bella serata. La spigola al forno cucinata da Roberto era ottima. Il menù non prevedeva molto altro, solo un’insalata verde arricchita con formaggio caprino e noci.  Chiacchierarono durante la cena, delle prove dello spettacolo, del balletto in cartello al Teatro Nuovo con la coreografia di Bradalini.  Poi Angelica si sentì chiedere: “Ma dove è andata tua sorella? Se non sbaglio è quella bella ragazza che era venuta in sala prove un pomeriggio di qualche mese fa. Mi è sembrata bellissima”.

Roberto si alzò quasi di scatto, prese i piatti dalla tavola, li sciacquò nel lavandino e li mise in lavastoviglie: “Mah, Angi, non lo so. Sì, era lei. È molto bella, vero? Non so bene dove sia andata, ha detto che voleva viaggiare… Europa, credo Londra, ma non la sento, be’, non la sento da un po’”.

“Come da un po’, Roberto?”, Angelica ormai aveva perso il controllo sulla  conversazione che procedeva da sola, “Non sei preoccupato? E tua madre? La mia, anche se non ci vediamo da almeno sei mesi, se non mi sente due volte alla settimana, tutti i lunedì e tutti i giovedì, chiama i Carabinieri”.

“Sua madre non so, non la sento da un secolo. Marinella e io siamo figli dello stesso padre, che è morto da tanti anni, ma di madri diverse. Mio padre quando avevo già quindici anni lasciò mia madre perché la mamma di Marinella era incinta. Abbiamo quasi dieci anni di differenza. Mia madre la odia.”

“Non lo sapevo, ma mi ero fatta l’idea che foste molto molto legati.”

“Marinella è la persona più importante della mia vita, Angi. Dirò meglio, Marinella è l’unica persona importante nella mia vita. Mio padre è morto presto, l’ho cresciuta io. Scusami Angelica, sono molto stanco. Ho bisogno di dormire.”

La serata era finita così, Angelica si era incamminata verso il suo appartamento, o meglio, l’appartamento di Marinella e intanto pensava. Pensava a tutte le stranezze che aveva notato, anche se aveva preferito ignorarle. Pensava ai quadri nell’appartamento di Roberto e in quello di Marinella. Non se ne era accorta subito. Raffiguravano in tempera nera su tela bianca l’immagine stilizzata di Marinella. Solo lei, solo Marinella. Marinella che ballava, Marinella che dormiva, Marinella che rideva, Marinella che piangeva, Marinella che beveva. Solo lei, solo Marinella. Anche sulle pareti della casa di Roberto.

 

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“Balla balla ballerina” (8) di Raffaella Tavernini

Pioveva anche quel giorno. Roberto pensò che sembrava quasi che il dio del tempo si divertisse a far piovere sempre quando doveva vedere Marinella. Rimase seduto qualche minuto nella sua auto, le mani fisse sul volante, gli occhi spalancati sui suoi pensieri tristi. Poi il rumore ritmico della pioggia sul parabrezza lo riportò al presente, guardò per qualche secondo le gocce schiantarsi sul vetro e si fece coraggio. Si calcò il cappuccio del suo giubbotto impermeabile sulla testa e scese senza prendere l’ombrello. Roberto non utilizzava mai l’ombrello, anche nei peggiori diluvi preferiva coprirsi alla meno peggio sotto giacconi e cappelli e correre al riparo.

Ci voleva un bel coraggio, però, a definire riparo la clinica privata Santa Gundula. Roberto non aveva mai pensato di doverci entrare almeno due o tre volte alla settimana finché non era risultata essere l’unica soluzione possibile dopo l’ultima crisi di Marinella. Entrò dalla porta a vetri scorrevole che, fermo sotto la pioggia, sembrò metterci qualche secondo in più del solito ad aprirsi. Si scrollò, quasi forte come fanno i cani quando escono dal mare, si tolse il giubbotto e camminò con poco entusiasmo verso la scalinata in fondo oltre la portineria. La stanza di Marinella era al terzo piano, ma Roberto saliva sempre senza ascensore, forse per rimandare di qualche secondo la vista della sorella quasi sempre sedata e intontita a letto.

Un mese prima aveva inghiottito due confezioni di benzodiazepine, che chissà come era riuscita a procurarsi, il fratello ancora se lo chiedeva. Tutte le altre volte, prima di perdere i sensi, aveva sempre contattato Roberto in modo che arrivasse in tempo per correre in ospedale, ma quell’ultima volta forse la sua decisione era stata più ferma. Era andata con una scusa banale alla scuola di danza per sincerarsi che il fratello lavorasse tutto il pomeriggio, ma a Roberto era scattato un click appena in tempo: gli era sembrata strana la visita della sorella. Era arrivato appena in tempo per chiamare il 118. Dopo il ricovero non c’erano state altre soluzioni se non farla rinchiudere nuovamente in clinica. Roberto aveva scelto la Santa Gundula non perché fosse particolarmente valida, ma perché tutte le stanze avevano delle finestre luminose affacciate sul parco fiorito e aveva pensato che, se non Marinella, i colori e i profumi dei fiori avrebbero potuto distrarre almeno lui. Salì i tre piani di scale ed entrò nella stanza. Marinella come al solito dormiva, intontita dalle dosi massicce di ansiolitici indispensabili per placare la sua agitazione.

“Placare la sua agitazione, magari. Magari fosse solo quello. Marinella non esiste più. È un’ameba, è una rappresentazione fisica della sorella che avevo dove però non c’è più traccia di lei. È sparita.”

Questi più o meno erano i pensieri che Roberto faceva ogni volta che era seduto sulla poltrona a fianco della sorella. Aveva quasi completamente perso la speranza di rivederla guarita, sana, se non felice almeno serena. L’ultimo episodio era stato tanto pesante, tanto pesante anche per Roberto perché Marinella prima sembrava finalmente stare meglio. La sorella era girata sul fianco, con le gambe allungate sotto alle lenzuola, dopo i primi giorni non era più legata. La ragazza sembrava non avere più in corpo un filo di volontà o di energia. Era sveglia, Marinella, ma fingeva di dormire. Aveva sentito che Roberto era entrato nella sua stanza e non voleva avere con lui nessuna interazione. Non le andava nemmeno di vedere il suo viso, teneva gli occhi chiusi. Le uscirono due lacrime dagli occhi, ma Roberto seduto di lato non se ne accorse.

Si alzò dalla poltrona, si chinò su di lei e le diede un bacio sulla guancia. Sentì sotto le labbra l’umido delle lacrime. Respirò forte, indossò il giaccone pronto per ributtarsi sotto la pioggia:

“Ciao sorellina, ci vediamo mercoledì pomeriggio”.

 

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“Balla balla ballerina” (7) di Raffaella Tavernini

“Come tu sia riuscita a farci stare tutte queste scarpe in quell’appartamento è più difficile da capire del terzo segreto di Fatima, Angelica” esclamò Roberto, più divertito che infastidito mentre chiudeva l’ultima sacca piena zeppa di scatole nel bagagliaio della sua automobile. Angelica rise rumorosamente, forse un po’ troppo. Dietro quella risata sguaiata si poteva percepire la sua felicità per la svolta che aveva preso in modo del tutto fortuito la sua vita, ma anche il timore generato dallo stesso motivo. Angelica non era una di quelle persone per cui la vita era una passeggiata nel verde, piuttosto una salita impegnativa lungo il crinale di una montagna. Nulla di grave, lungo quella salita non si era mai fermata, ma aveva dovuto conquistarsi tutto. Non le sembrava possibile questa fortuna piovutale addosso. Nonostante i timori aveva deciso, senza alcun dubbio, di godersi ciò che le stava accadendo. Ci avrebbe pensato poi.

“Per fortuna, Roberto, che l’appartamento dove stava tua sorella è completamente arredato. Così almeno le pentole e le stoviglie abbiamo potuto lasciarle. Se le godrà la nipote dell’Armando”, questo lo disse ad alta voce, mentre rimase solo nella sua testa il pensiero del bigliettino lasciato sul mobile della cucina: Caro Armando, le lascio pentole e stoviglie per sua nipote che è senz’altro meglio in cucina che in sala prove.

Aggrappandosi con una mano al braccio di Roberto e sgranando gli occhi mentre lo guardava continuò: “La mia nuova casa sembra un castello. Prima ho visto che c’è perfino la diffusione della musica in tutte le stanze. È  rimasta poco Marinella in un appartamento tanto bello, si direbbe arredato per abitarci definitivamente”.

Roberto rispose solo: “Sì, poco”.

Durante il tragitto in auto Angelica non focalizzò quanto fossero state sfuggenti le risposte di Roberto ai suoi riferimenti su Marinella. L’eccitazione del trasloco in un appartamento favoloso di proprietà del famoso regista, le aspettative sul loro rapporto, il lasciarsi alle spalle gli aspetti deludenti della sua vita, avevano preso il sopravvento su qualsiasi altra riflessione. Angelica era elettrizzata e inquieta.

“È  tutto scaricato, Angi. Io adesso vado e ti lascio da sola a sistemare le cose. Preferisci uscire o stare da me per cena?”

Ad Angelica era piaciuto moltissimo come Roberto avesse considerato scontato il cenare insieme, proprio come fossero una coppia e aveva risposto che forse sarebbe stato meglio cenare a casa. Non fu casuale il non dire casa tua, Angelica disse solo: “Ceniamo a casa”. Aveva pensato che sarebbe stato più intimo e che forse finalmente Roberto l’avrebbe almeno baciata. Questa storia stava prendendo una direzione diversa e inaspettata, ma non per questo meno gradita. Era ormai evidente che Roberto era attratto da lei, ma anche che la cosa non si limitava a un’attrazione sessuale. Forse Roberto stava cercando una compagna, forse pensava che lei avrebbe potuto essere quella giusta. In due soli giorni aveva dimostrato che non aveva paura di farla entrare nella sua vita.

In fondo perché no? Anche se lui è molto più inserito di me, veniamo dallo stesso ambiente. Potrei essere la donna che cerca. Potrei rimanere nel mondo della danza per sempre, al vertice, anche se dovessi smettere di ballare.

“Ti aspetto quando vuoi, ma per le nove tolgo la spigola dal forno.”

Angelica cominciò a sistemare le sue cose. L’appartamento di Marinella aveva un’enorme cabina armadio con un’intera parete attrezzata da moduli portascarpe e le altre da innumerevoli cassettiere, mensole e appendiabiti. Al centro della stanza un divanetto due posti ricoperto di velluto rosso scuro e un enorme specchio su cui puntava dritta la luce di due faretti. Per la prima volta nella sua vita Angelica poteva ordinare le scarpe in base a colore, modello e altezza del tacco senza doverle stipare tutte in scatole Ikea su cui scrivere sandali estivi tacco alto, decolleté, sneakers…

Mentre era seduta per terra a gambe incrociate a pensare dove mettere gli stivaletti sentì suonare il campanello.

Che strano, pensò, nessuno sa ancora che sono qui e Marinella deve essere via da mesi ormai.

Sollevò la cornetta del videocitofono, senza rispondere subito. Voleva solo vedere chi fosse. Quando nello schermo comparve il postino rispose: “Dica”.

“Ho un telegramma da consegnare a una certa Marinella Santamaria a questo indirizzo, ma senza numero civico. Lei sa dove posso trovarla?”

“La faccio salire, è la sorella del mio compagno”, si divertì a rispondere Angelica, con un brivido nel corpo per quella piccola bugia.

Il postino le consegnò la busta. Dai, era come fosse sua cognata, aveva pensato Angelica, mentre in testa le appariva l’immagine dell’evasività con cui Roberto aveva sempre reagito al solo nominare Marinella.

Posso anche aprirla e vedere di cosa si tratta. In caso a Roberto dico che l’ho trovata così, già aperta infilata sotto alla porta.

“Marinella, tesoro, non so come fare a trovarti. Dove sei sparita? Dopo l’ultima telefonata angosciante non ti trovo più. Roberto mi ha attaccato il telefono alla prima chiamata e poi non mi ha più risposto. Sono molto preoccupata. Dove sei? Manu.”

 

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