“Sono una scrittrice!” di Livia Trentini

Questa mattina mi sono svegliata con la determinazione di essere una scrittrice. Ancora in pigiama, mi preparo la colazione, un caffè con fette biscottate e marmellata, accendo il pc, apro un bel foglio bianco ancora intonso in word e…

E il cursore mi guarda, ammicca, sembra voler dire: “Sono pronto, in trepidante attesa, fammi muovere dalla mia posizione statica, non vedo l’ora di volare su questo mare bianco!”

Dunque partiamo dal titolo “La primavera” (banale), “La condizione delle donne durante la rivoluzione industriale” (storico, avevo 5 in storia!), “Assassinio per procura” (troppo intricato, mi perdo anche in città, figuriamoci in un racconto), “la vita dei gatti” (non ho un gatto).

Cominciamo a scrivere, poi il titolo verrà da sé. Colazione finita e pagina bianca.

“Su, facciamo girare le due celluline o facciamo fare uno scontro ai due neuroni e mettiamo insieme delle frasi coerenti di senso compiuto”, maledetto cursore mi prende pure in giro.

Dunque, incrocio le mani, scrocchio le dita e sono pronta a iniziare. Sono sicura che nel momento in cui inizierò a scrivere qualcuno mi disturberà, il telefono con le solite proposte di cambio fornitore di luce, gas, acqua o di acquisti convenienti di vino, olio, formaggi e tante altre offerte. Mi dispiace per chi chiama, visto che è un lavoro, ma di solito la risposta standard è: “Mi spiace ma la signora è fuori, non sono autorizzata a cambiare o comperare, richiami fra circa 2 mesi”. Giusto per non essere scortesi. Però il telefono oggi non squilla, meno male così posso concentrarmi. Dove ero rimasta? sì certo, devo iniziare il primo paragrafo.

Se fossi su una cuccia con una macchina da scrivere avrei già l’inizio – Era una notte buia e tempestosa – però queste parole mi dicono qualcosa, forse sono già state utilizzate.

Dunque… ma proprio nessuna notifica dai social, potrei essere distratta proprio da quelle con tanti argomenti interessanti – guardate sono sbocciate le prime viole; il mio cane Pallino oggi è felice; vi ricordate quando da piccoli eravamo belli/brutti/intelligenti/mangiavamo la terra/succhiavamo le sponde del lettino verniciate di prodotti tossici/se tornavamo tardi arrivava la ciabatta del papà dritta in testa – e tanti post uno, peggio… ops!… meglio dell’altro.

Oppure i vari influencer con questa crema miracolosa mi sono sparite le rughe/questo prodotto è fantastico ed è necessario in ogni cucina/meno male che ho comperato questa tuta da ginnastica, mi fa sembrare più magra senza sforzo/sono dimagrita senza nessuna fatica, mangiando queste buonissime barrette al gusto di fegato e banana – e pensare che vengono ricompensati per le cose che propongono e ci sono persone che li seguono, che cosa triste non pensare con la propria testa. Sì, ma tanto non sono iscritta a nessun social, per cui le notifiche non mi toccano e non possono interferire con la mia decisione di diventare una scrittrice.

Ecco è arrivata l’ispirazione… SI RI-ricomincia! Ma una voce dal telefono mi blocca:

Sì, dimmi come posso esserti utile”

Ma chi sei?”

Sono Siri il tuo assistente vocale, dimmi pure”

Ma che fai?”

Sto aiutando circa tre milioni di persone che hanno detto Ehi Siri!”

E come le aiuti?”

Mettendole in contatto con i propri cari, cercando informazioni in internet, per esempio con la ricetta della torta di mele, con i programmi alla tv, le previsioni meteo”

“Ma fai anche cose più interessanti, tipo darmi suggerimenti per un racconto?”

Se mi dici il genere posso aiutarti”

“Pensavo a qualcosa relativo a… o forse… ma anche… non lo so ancora, tu che dici?”

Dico che ci sono tanti argomenti da leggere, però si deve avere almeno una vaga idea”

“Hai ragione, ma allora non mi servi a niente”

Mettimi alla prova”

“Scrivi un racconto di circa 5000 caratteri sul un argomento a tua scelta”

Scusa, non ho capito”

“Visto che aiuti tutti, ora puoi aiutare anche me scrivendo un racconto ironico o divertente, oppure romantico o un saggio che possa aiutare le persone o anche un manuale per suggerire qualcosa”

Ora ci penso. Ironico, divertente, romantico, un saggio, un manuale… lasciami pensare” “Ehi Siri, sbrigati non ho tutto il giorno per diventare una scrittrice”

Eccolo: una persona analfabeta voleva scrivere un racconto (ironico) non sapeva come iniziare e gli cadde la macchina da scrivere sull’alluce facendolo ballare per il dolore (divertente, visto da fuori), la sua fidanzata si prese cura del suo ditone arrossato e gli portò un mazzo di fiori e della cioccolata, dicendogli che lo amava anche con un dito completamente nero per la botta (romantico) lo “scrittore” cercò di dire qualcosa di intelligente (saggio) e per finire si fece leggere un libro che lo consigliò di darsi all’ippica (manuale)”

“Ehi Siri, ma mi stai prendendo in giro? Non è questo che ti ho chiesto!”

Siri non risponde.

“Ehi Siri…”

Mi spiace, mettiti in coda, adesso devo risolvere problemi per gli altri duemilioninovecentonovantanovemila persone che forse hanno richieste migliori delle tue.”

Con le pive nel sacco chiudo la pagina in Word, spengo il pc e vado a vestirmi, invece di scrivere andrò in libreria a comprarmi un libro.

“Stili a confronto” di Bianca Patrizi

La bambola bionda 90-60-90 entra bilanciandosi abilmente sui trampoli con zeppa dieci e mi si avvicina scuotendo i boccoli freschi di parrucchiere.

«Non c’è Manricoi?», mi chiede guardandosi in giro. Sto per rispondere, ma il telefono squilla e le faccio cenno di attendere: «Coiffeur Manrico. Buongiorno, sono Ulricaii».

Mi sento sempre un po’ a disagio, quando mi presento, perché se becco il melomane ironico di turno le battute si sprecano: «Ah, e non ha visto per caso Rigolettoiii?», mi hanno già chiesto, oppure, «Scusi, ho sbagliato numero, cercavo Radamèsiv».

«Solo un attimo, per cortesia», dico al mio interlocutore e lo metto in attesa.

«Mio fratello è andato a mangiare un boccone», sorrido alla bambola che è uscita dalle sue mani solo mezz’ora prima, «se intanto vuole accomodarsi… dovrebbe arrivare a minuti».

Le accenno il divanetto a fianco dell’acquario, dov’è seduta la figlia sfigata della seconda moglie dell’avvocato che ha lo studio sopra di noi e che aspetta la madre. Sfigata perché è una cosina scialba e senza forma: capelli appiccicati alla testa, occhialini, maglione over-size e i jeans di quando era giovane suo padre. Per dire, s’intende. Riprendo la telefonata lasciata in sospeso, annoto sull’agenda telematica la prenotazione del cliente e riattacco. Nel frattempo la bionda boccoluta e la sfigata hanno incominciato a chiacchierare fra di loro.

«Ma tu che lavoro fai, scusa?», chiede la bambola dopo aver osservato con aria perplessa lo strano abbigliamento della nerd.

«Lavoro nel Centro Olistico qui accanto», le sorride la cosina informe e io rettifico quanto ho appena pensato: non è nemmeno una nerd.

«Centro Olistico?», chiede la bambola sempre più perplessa, «Vuoi dire che vendete olio?»

«Non esattamente, ma ci sei vicino, in un certo senso», la non nerd continua a sorridere placida alla bambola che ha la classica espressione dell’Oca Giuliva e le spiega: «in pratica ci occupiamo di natura. Cerchiamo di avvicinare la gente a tutto ciò che è naturale: nutrizione, respiro, movimento, tecniche di guarigione… Conduco una rubrica alla radio, intorno all’ora di cena su questi argomenti. Ascoltaci, se vuoi saperne di più, o fai un salto nel nostro centro a dare un’occhiata. Il primo trattamento è sempre scontato».

Il telefono suona di nuovo e sono costretta a rispondere perdendo il resto della conversazione.

«Coiffeur Manrico. Buongiorno, sono Ulrica».

Sì, però anche i miei genitori! Non potevano appassionarsi degli U2, invece che di Verdi? Mio fratello entra, scorge la bambola seduta impettita per non sciuparsi l’abito firmato e le va incontro a braccia tese.

«Ma tesoro, cosa ti è successo? Qualcosa non va?», le chiede preoccupatissimo. Più all’idea di perdere la cliente affezionata che ci lascia giù metà del suo stipendio tutti i mesi per cambiare look che il suo scalda-letto di turno e l’accompagna premuroso oltre la porta di vetro smerigliato verso il salone di bellezza.

La seconda moglie dell’avvocato del piano di sopra esce dalla stessa porta con la sua nuova acconciatura rosso fiammante e si specchia soddisfatta, mentre io pigio sui tasti del computer per fargli sputar fuori lo scontrino. Altra cliente di un certo peso che sarebbe un peccato perdere. Peccato anche che lei non sia mai riuscita a convincere la figlia sfigata a farsi dare una sistemata da Manrico. Ne avrebbe proprio bisogno. La madre paga senza batter ciglio (ma se lo può permettere) e la figlia sfigata si alza dal divanetto.

«Ti riaccompagno a casa?», le chiede con le chiavi dell’auto già in mano.

«Sì, grazie, cara», le risponde la fiaccola fiammeggiante, ma poi ha un ripensamento. «Fra un attimo. Prima faccio un salto su da tuo padre, così ci mettiamo d’accordo perché non so ancora di preciso a che ora vuol partire», e lascia la cosina informe lì dov’è, ma sulla porta ha un rigurgito di cure materne e aggiunge: «Tu sei sicura di non voler venire con noi, vero, cara? Sharm è così gradevole di questi tempi! Ti farebbe proprio bene un po’ di mare…», e esce, senza aspettare la risposta. La cosina informe sorride, pacata e quasi divertita. In quella la porta si riapre e un ragazzo niente male, con un sorriso da pubblicità di dentifricio entra portandosi appresso una ventata di non so cosa, ma so che è piacevole e, istintivamente, ricambio il sorriso.

«Tu sei Ulrica, vero?», mi chiede avvicinandosi, «Salve, io sono Rudy», e mi porge una mano dinamica e fresca che stringo con piacere, «una mia amica, vostra cliente, mi ha consigliato di rivolgermi a te perché avrei un favore da chiedere».

«Dimmi», gli sorrido già propensa a concederglielo.

La bambola bionda esce dal salone di bellezza scortata da mio fratello e si ferma sorpresa.

«Rudy!», esclama felice di vederlo. Evidentemente i due si conoscono e la cosa mi sgonfia l’entusiasmo. Per quanto non sia al livello della non nerd e mi difenda bene (nome a parte), non arrivo certo al 90-60-90.

Le voci si mescolano, le risate anche, il telefono squilla e io perdo il bandolo della matassa. Alla fine capisco che tutto si riduce alla richiesta di un taglio da urlo per un batterista che non si può concedere la mano esperta di Manrico.

«Non possiamo venirci incontro reciprocamente?», suggerisce una voce femminile trillante e gioiosa che esce dalla cosina informe con i capelli a spaghetto scotto. «Scusate se mi intrometto», sorride a tutti e nessuno, «ma non ho potuto non sentire quello che dicevate. Il batterista di cui parlate è il mio ragazzo. Se voi gli fate lo sconto, io vi posso offrire un trattamento a prezzo ridotto. Che ne dite?»

Il gruppetto si blocca perplesso e si guarda titubante valutando la proposta.

«Questa è un’idea geniale!», sorride Rudy e io mi incanto a guardarlo, «Che si può estendere a tutti i clienti, non pensate?»

«In che senso?», chiede Manrico diffidente.

La bambola si anima di colpo perché è la prima a capire il meccanismo e scuote i boccoli biondi.

«Questo è uno zot da Oscar, Rudy!», esclama e guarda a turno tutti gli altri, «Ma non capite? I clienti abituali di Manrico potranno godere di uno sconto speciale presso il Centro Olistico e gli affezionati del Centro Olistico potranno godere di un trattamento scontato da Manrico! Questo vuol dire ampliare la propria clientela e di questi tempi non mi pare proprio una proposta da sputarci su! O no?».

L’affare sembra interessante e Manrico propenso ad accettare. So già che trascorreremo la serata alla scrivania a conteggiare percentuali e quando tutti se ne vanno, rimango con la piccola sfigata che mi sorride porgendomi un opuscolo.

«Dia un’occhiata ai nostri trattamenti», mi suggerisce, «quello con le pietre calde è specifico per decontrarre i muscoli e liberare dalle tensioni. Sarebbe perfetto per alleviare il suo mal di schiena», mi informa e si risiede sul divanetto a sorridere all’acquario.

La fisso allibita, col catalogo in mano, domandandomi perché i pesci si siano improvvisamente messi a girare in tondo scodinzolando allegramente, quando di solito vagano annoiati fra le alghe finte.

E come cazzo ha fatto a sapere che soffro di mal di schiena?

Che anche lei si chiami Ulrica? Ma che sia quella vera?

iManrico, protagonista dell’opera Il Trovatore di G. Verdi

iiUlrica, la Maga, co-protagonista dell’opera Un Ballo in Maschera di G. Verdi

iiiRigoletto, protagonista dell’opera omonima di G. Verdi

ivRadamès, co-protagonista dell’opera Aida di G. Verdi

“Ufficio personale: ultima porta in fondo a destra” di Bianca Patrizi

Noi siamo quelli dell’ufficio personale. Quelli che si beccano le lavate di capo dai superiori che vorrebbero tutti in servizio a tutte le ore e le parolacce dai colleghi che ci prendono per quelli che decidono chi sta a casa e chi no, chi si gode l’indennità di cassa o il premio di produzione e chi no. E io sono il responsabile di quell’ufficio.

Mi sono fatto la mia brava gavetta dopo la laurea e il concorso; mi sono fatto ore di straordinari per capirci qualcosa nelle decisioni delle alte sfere, ma come ripeteva spesso un mio docente all’università “più sali in alto, più hai una visione ampia della situazione, più stai in basso, più la tua visione è limitata”. Talvolta mi sembra ancora di avere la testa infilata in un water. E serve a poco tirare lo sciacquone.

Così mi arrangio con quello che ho: me stesso. Sgretolato l’entusiasmo iniziale di fronte alle ingiustizie, deluso dall’imbecillità dilagante di chi vede il sassolino davanti alla propria scarpa ma non il pozzo nero due passi più in là, mi adeguo all’andazzo generale e sto alle regole. Che in pratica si riassumono in una, unica, ma inderogabile: salvarmi il posto di lavoro. Sono diventato duro, elastico e morbido, ma soprattutto invisibile.

Non ho il fisico atletico e l’addome tartarugato del belloccio che impera nel commerciale, né l’aria fascinosa del Vice Presidente, sessantenne vissuto e danaroso che ha fatto assumere l’Oca Giuliva che passa le giornate a fotocopiare documenti. La chiamano Kama o Sutra e dicono che se la siano trombata tutti, promettendole un posto migliore, ma lei è sempre lì, incollata alla fotocopiatrice. Oggi in sala mensa era seduta allo stesso tavolo della Vispa Teresa della contabilità due piani più sotto: una che non scherza, sempre di corsa, ma puntuale come un orologio svizzero – di quelle che se arrivano con cinque minuti di ritardo ne recuperano dieci – una specie di macchina da guerra.

L’Oca Giuliva – che giuliva non era poi tanto in quel momento – si lamentava dei colleghi maschi e la Vispa Teresa della collega incinta, ma entrambe erano d’accordo nel sostenere che quelle merde dell’ufficio personale se ne sarebbero fregate dei loro problemi. Non mi è piaciuto sentirmi dare della merda, ma d’altro canto, visti i precedenti… Oltretutto sono stato chiamato con nomi peggiori, come checca e frocio, per dirne un paio. Se non altro è la prima volta che quelle due, che si sono sempre guardate in cagnesco, si parlavano sedute allo stesso tavolo. Ho addirittura sorriso quando l’Oca Giuliva ha chiesto alla collega come facesse ad avere quel fisichino asciutto e pimpante da teen-ager nonostante un marito e due figli. Al che la Vispa Teresa è rimasta con la forchetta a mezz’aria a fissare allibita l’altra come se fosse stata colpita da uno zot, come dice Rudy, la nuova recluta che il mattino smista la corrispondenza.

Se ne sono andate insieme a bersi un caffè. Nessuna delle due mi ha notato e io ho finito di leggermi la pagina culturale del quotidiano. Ho scoperto che stasera inaugurano un locale, giusto a due passi da casa mia, con un concerto di Hot Jazz. Roba da pelle d’oca.

Così, finita la cena, sono andato a dare un’occhiata. Mi sono trovato un tavolino d’angolo, mi sono goduto i primi accenni del sax e ho ordinato un Single Malt invecchiato dodici anni, anche quello da brivido.

Cazzo, mi è preso uno zot quando ti ho visto! Cosa ci fai qui?”, mi ha chiesto una voce conosciuta mentre sorseggiavo il Whiskey, “Non immaginavo tu fossi tipo da Hot Jazz! Posso sedermi?”

E tu cosa ci fai qui?”

Ci lavoro. Faccio le pulizie”, mi ha sorriso, “sai, smistare corrispondenza per mezza giornata non mi basta: o ci mangio o ci pago l’affitto”.

Poi ha accennato al batterista, un ragazzino magro, ma scatenato in un a solo frenetico: “Questa sera sono venuto prima perché ci ho accompagnato un amico. Sono settimane che prova con la band”.

L’idea mi è venuta in quel momento. Forse è stata la musica a ispirarmi. Forse la vicinanza di Rudy. Forse un rigurgito di entusiasmo giovanile. Sta di fatto che la mattina successiva quando Rudy mi ha portato la corrispondenza, con due occhiaie che gli arrivavano al mento, avevo già scartabellato le schede degli interessati, steso un conteggio dettagliato di quanto sarebbe costato alla società assumerlo in pianta stabile con un progetto di formazione, (che comprende la fotocopiatrice), spostare l’Oca Giuliva al reparto contabilità, evitando al contempo l’assunzione di una seconda ragioniera per sostituzione di maternità. Ero già stato anche dal Vice-Presidente sessantenne, vissuto e danaroso che non sapeva più come scollarsi di dosso l’Oca – una volta Giuliva – che aveva assunto con tanto libidinoso entusiasmo.

Com’è finita ieri sera?”, ho chiesto a Rudy, “Il tuo amico ha…”

Non è il mio amico”, mi ha interrotto secco, “è solo un vecchio compagno di scuola. Il figlio più piccolo della Vispa Teresa dell’ufficio contabilità, ma se le dici che passa le notti a suonare in una band, racconto in giro che ti fai l’Oca Giuliva del piano di sotto”.

Non è il mio tipo”, ho scosso la testa e Rudy si è smollato di colpo.

Ah no?”, ha chiesto piacevolmente sorpreso.

No”, ho confermato ancora titubante. Poi mi sono deciso: “Senti, Rudy…”

Zot, per gli amici”, mi ha sorriso porgendomi la mano e io gliel’ho stretta. È un bravo ragazzo, con una mente pronta, appassionato di cinema e musica e molto, molto dolce.

Senti, Zot, me lo faresti un piacere? Avrei bisogno di parlare con la Vispa Teresa, con l’Oca Giuliva e con te per un nuovo progetto già autorizzato dalle alte sfere. Non è il massimo come soluzione, ma è un inizio. Potresti portarmele qui tu, per favore?”

Una alla volta o tutti insieme appassionatamente?”, mi ha chiesto lui con un sorriso ironico.

Prima uno alla volta, poi tutti insieme”, ho risposto sedendomi sulla mia sedia girevole mentre lui usciva dall’ufficio con un cenno di assenso.

Avevo una manciata di minuti per studiare come presentare il progetto e renderlo accettabile. Il tempo per l’Oca – che forse sarebbe tornata Giuliva – e per la Vispa Teresa di salire al quinto piano e percorrere il corridoio fino all’ufficio personale: ultima porta in fondo a destra.

“Ottima e gustosa idea” di Livia Trentini

Una mattina, al bar con le mie care amiche Bianca e Dalia, si chiacchierava di cucina, tutte golose ma tutte stufe di mettere in tavola sempre gli stessi piatti.

Mi piacerebbe fare un corso di cucina, imparare nuove ricette, fare una bella figura con gli ospiti e stupire i figli con nuovi piatti”, esordisco io.

Hai ragione, anch’io vorrei imparare qualcosa di diverso, non solo pastasciutte, bistecche e insalata”, mi segue Bianca.

La fate facile voi due, dove andiamo a fare il corso non ho visto nessuna possibilità in zona, poi c’è da considerare la famiglia, il lavoro, il tempo… non so se riuscirò ad organizzarmi per tutto”, fa presente Dalia.

Provo a cercare qualcosa in Internet e vi faccio sapere!”, la butto lì con l’entusiasmo a mille.

La mia ricerca produce, dopo qualche giorno, il risultato sperato. Ci sarà un corso di cucina in un ristorante della zona, tenuto da un noto Chef che ha lavorato diversi anni a Parigi. Giro il link a Bianca e Dalia e decidiamo di iscriverci tutte e tre. Due settimane di pastasciutte, bistecche e insalata ci separano dalla data d’inzio.

Arriva la fatidica serata, non ero mai entrata nella cucina di un ristorante. Macchinari, accessori vari, abbattitore, forno auto pulente (sembra il frigorifero di una pasticceria)… mi fermo incantata a osservarlo. Quanto mi piacerebbe averlo nella mia cucina, certo che devo eliminare un po’ di mobili, però, quanti arrosti, torte, pesci, da cucinare tutti insieme! Dopotutto in famiglia siamo in tre…

Iniziamo con un giro di presentazioni, siamo in dieci partecipanti di cui nove donne, poi lo Chef e l’aiuto Chef. Ci viene spiegato brevemente come funziona il corso, ognuno di noi preparerà un piatto diverso, e ci viene consegnato il menù della serata, dall’antipasto al dolce. Finito di cucinare mangeremo tutto. Bello questo corso, gustoso.

Si parte con alcune basi della cucina spiegate per bene dallo Chef:

Il fondo di cottura viene fatto con le ossa di animali, cipolla, sedano, carota, olio, vino bianco, si fa cuocere per parecchie ore poi si filtra, si butta via l’olio e… “

Si alza un urlo alla mia destra:

Ma No!”, è la signora Maria, “Ma Chef cosa fa? È la parte più buona, tutto quel bell’unto, ci vuole un panino e via si mangia!”

Lo Chef è basito. Iniziamo a cucinare: la prima pietanza che verrà preparata è il dolce, in modo che abbia il tempo di raffreddare, ci illustra lo Chef: “Ho pensato di proporvi una creme brulee con ribes rosso”.

Ci spiega l’esecuzione, piuttosto semplice, e incarica Bianca, dopo aver preparato la crema, di metterla negli stampi che verranno infornati. Seguo la preparazione e nel momento di infornare, penso adorante: “Ma quanto è bello questo forno!”

Passiamo alla preparazione di un tortino al radicchio rosso con fonduta all’asiago. Mi offro per preparare la pasta brisé ma ho le mani talmente calde che sciolgo il burro prima di formare la pasta. Va bene, taglio il formaggio. Nel frattempo altri preparano, sotto lo sguardo vigile dello Chef, un risotto ai porri che verrà mantecato con del caprino.

Lo chef spiega: “Prepariamo il brodo vegetale con cipolla, sedano, carota…”.

Ma scusi Chef”, sempre la signora Maria, “non è più pratico il dado Knorr?”

Lo Chef è sconcertato ma educato, non risponde.

Per secondo prepariamo una tagliata di manzo al forno, qualcuno di voi l’ha già fatta?”, chiede lo Chef.

La signora Laura: “Io sì, ma è una preparazione talmente lunga che l’ho fatta una volta e basta”.

Mi spieghi come l’ha cucinata… “, chiede lo Chef.

Ho preso il pezzo di carne, l’ho messo in forno a 200°, ho aspettato 10 minuti, ho tolto la carne dalla teglia, ne ho tagliata una fetta e ho rimesso il tutto nel forno; per tagliare tutte le fette di carne ho impiegato circa 2 ore!”

Lo Chef è depresso, ma si forza in un sorriso tirato e spiega il procedimento. Vengono infornati i tortini di radicchio e ancora una volta mi blocco davanti al forno a guardarli cuocere. Il risotto è quasi cotto, c’è un profumo di buon cibo, viene inserito il caprino e mantecato, comincio ad avere l’acquolina in bocca.

Ci sediamo finalmente a tavola, i tortini con l’asiago sono deliziosi, ottimo il risotto, qualcuno fa la scarpetta con il pane preparato dall’aiuto Chef, molto buono!

Si passa alla tagliata e la signora Maria esordisce con un: “Ma sa di carne!”

Lo Chef ammutolito sembra in trance. Questa prima serata è quasi conclusa, manca solo il dolce. Bianca se ne esce con: “Io e Dalia andiamo a finire la creme brulee!”

Siete capaci di usare il cannello?”, chiede cautamente lo Chef, “E ricordatevi anche il ribes rosso, il contrasto è favoloso”.

Ma certo”, risponde in modo piccato Bianca, “Siamo fantastiche in cucina!”

Nel frattempo il gruppo si è amalgamato, si parla, ci si confronta sulle preparazioni, una bella compagnia. Passati una decina di minuti arriva Bianca con le sopracciglia bruciacchiate, Dalia con tre dita incerottate e le creme brulee un po’ carbonizzate e un po’ pallide e tutte senza ribes rosso.

Lo Chef chiede: “Ma il ribes?”

Non era maturo Chef, era ancora aspro l’ho buttato via”, risponde con sicurezza Bianca.

Lo Chef inizia a piangere sommessamente pensando che questa è solo la prima lezione, ne ha programmate cinque. Finito di mangiare, le mie amiche mi cercano per tornare a casa e mi trovano in cucina che cerco di spostare il forno per caricarlo in macchina: “È bellissimo!”, dico sognante.

Lo chef vede la scena, diventa pallido, ha un mancamento, per fortuna l’aiuto Chef cerca di prenderlo al volo prima che cada in terra, ma scivola su degli acini di ribes rosso e va a sbattere contro il forno.

Un urlo mi esce dalla bocca: “Nooooo! Qualsiasi cosa, ma non il forno!”

“Futuro” di Giovanni Zambiasi

Il Natale era appena passato e la famiglia riunita nell’antica malga si preparava al ritorno. Gli zaini sono quasi pronti, mancano solo le ultime cose, quelle che servono fino alla partenza e che a volte si dimenticano… soprattutto in luoghi che si amano e dove inconsciamente si lasciano pezzi di noi.

Nonno Giacomo scruta il cielo seduto sul ceppo di acero fuori dal portico, le nuvole corrono verso est: buon segno. Il cammino che li aspettava sarebbe stato più difficile con la pioggia o la neve ad accompagnare il gruppetto. Il freddo saliva dalla valle in modo proporzionale al calar del sole, era tempo di ravvivare il fuoco e rientrare nel tepore della casa, protetti dai solidi muri di pietra spessi un metro.

I bambini sempre ultimi, arrivano solo all’imbrunire, delusi di non aver visto i cinghiali che di solito al tramonto risalgono il bosco fino al prato, alla ricerca di radici, vermi o piccoli tuberi. L’acqua bollita con in infusione le erbe essiccate in primavera e un cucchiaino di miele si trasforma in una profumata tisana: ottimo combustibile per l’anima e il corpo, catalizzatore di adulti e bambini. Tutti seduti attorno al tavolo di castagno a sorseggiare e sgranocchiare i biscotti fatti con le noci raccolte a pochi metri dalla casa, regalo prezioso degli alberi.

Ormai l’alleanza tra la famiglia di Giacomo e la foresta era diventata la normalità: per avere la legna bastava raccogliere le piante e i rami secchi caduti, senza tagliare inutilmente esseri silenziosi ma vivi. Tutti loro sapevano bene che le piante vivono sotto terra, le foreste sono solo la parte che vediamo, gli alberi sono connessi, le radici scambiano messaggi, si intrecciano creando canali di informazioni ed energia. Tagliare le piante non disturba molto il mondo sotterraneo di solito felice di donare parte di sé per contribuire alle necessità dei loro amici. Tagliare rinforza le radici che si stringono di più alle pietre con cui condividono lo spazio. Solo alcune famiglie di alberi hanno radici incapaci di rigenerarsi e muoiono se tagliati: i pini, gli abeti, i cedri. Loro sono tutti fuori, antenne rivolte all’infinito quasi a tentare il balzo verso il cielo e dimenticare le città sotterranee, solo i frutti rigenerano il loro popolo.

Nonno, racconta ancora del tempo prima del virus… per favore finisci la storia?”, Rebecca la più piccola dei bimbi dà voce a tutti gli altri e le occhiate delle mamme, felici di vedere i figli tranquilli e fermi, convincono nonno Giacomo al racconto.

Dove eravamo arrivati? Ah, certo, quando io e il Gioanì siamo rimasti di stucco a rivedere Angelo e a sentire le sue parole… “, inizia il racconto mentre sulla vecchia stufa ribolle la minestra.

Angelo aveva avvertito del pericolo e le sue parole non erano solo fantasia, ai tempi fu mio dovere fare un rapporto ufficiale e anche i giornali ne parlarono, ma nessuno diede troppo peso alla cosa, troppo impegnati in affari e commercio, troppo influenzati dai social e dalle Tv… ”

Nonno cosa sono i social?”

Rebecca chiedilo alla mamma, lei si ricorda meglio del nonno… Insomma tutto il mondo viveva senza rendersi conto che nessuna moneta avrebbe potuto ricostruire quello che stavano distruggendo, senza pensare che la vita dipendeva dalla terra, dagli alberi e dagli animali e che tutti siamo uno.”

E il virus cosa c’entra?”

Il giorno che Angelo aveva predetto arrivò e, pian piano, tutti… ricchi, poveri, giovani e vecchi si ammalarono. Tanti morirono, ma il grande problema fu il crollo di quel mondo virtuale che funzionava con i soldi. La malattia non permise di lavorare e guadagnare per poi spendere e la grande ruota del consumismo, prima iniziò a rallentare e in un paio d’anni si fermò”

Nonno… spiegaci meglio”

Allora… Vi ricordate la frana della Val Degagna? Uguale: gli uomini avevano costruito paesi e strade senza fare i conti con i torrenti della montagna e un bel giorno venne giù tutto, ci furono morti e distruzioni e tutto sembrò finire…”, Giacomo ricordava come fosse ieri i racconti dei carbonai e dei malghesi seduti attorno al fuoco a ricordare quanto fosse stato importante restare uniti a ricostruire la valle, tutti insieme spostarono i paesi a monte lontano dai pericoli del torrente e dalle frane che causava.

La malattia e la frana ebbero lo stesso risultato. Dopo un lungo periodo di sofferenza e di povertà, tutti capirono che non era possibile tornare indietro, la sofferenza diventò solidarietà e la povertà ricchezza. Oggi voi bambini sapete di essere uniti a Madre Natura, la rispettate e la proteggete perché noi vecchi ci siamo ricordati chi eravamo e grazie al virus siamo cambiati in tempo e abbiamo scoperto il segreto, ovvero: siamo solo lo spirito della terra che ha voluto diventare umano. Avevamo dimenticato di essere terra, di essere aria, acqua e fuoco e voi bambini adesso non dovete dimenticarlo, ma custodire nel cuore questo segreto e donarlo ai figli che verranno… ”

Il sole ormai alto illumina la valle e con gli zaini in spalla il gruppo segue a ritroso il sentiero vecchio, la via dei cuel che li riporterà al paese. Giacomo come sempre guida il gruppo regolando il passo per permettere anche ai più piccoli di seguire senza fatica.

Arrivato al dosso dei Persenic alza lo sguardo con la certezza di intravedere sul profilo della montagna le sagome di Angelo e Gaia, loro sono là ad osservare felici il nuovo divenire dell’uomo, potenti custodi della Valle e per sempre innamorati.

“Frammenti di futuro” di Giovanni Zambiasi

Giacomo e i colleghi avevano passato giorni cercando nella valle, senza risultato, nessuna traccia, niente di niente. Angelo era sparito ormai da dieci giorni e anche la stampa se ne stava occupando spingendo tanti cacciatori e guide improvvisate a cercare… mancavano solo i Boy Scouts.

Giacomo non riusciva a darsi pace, il ragazzo non poteva essere sparito nel nulla!

La malga era diventata il campo base della ricerca e Giovanni, malgrado la scelta di solitudine, era il vero punto di riferimento per tutta la squadra: dettagli di sentieri, anfratti da controllare, direzioni da esplorare… un vero database geografico vivente della vallata oltre che cuoco stupefacente, capace di creare piatti buonissimi utilizzando i pochi ingredienti a disposizione. La sera accoglie il rientro della squadra, l’ultimo giorno di ricerca disponibile era stato ancora vano, il niente li accompagnava insieme alla consapevolezza che dal giorno dopo tutto finiva. Angelo sarebbe diventato uno tra i molti scomparsi nel mondo. Camminano in fila con in testa Giacomo e Paolo, in silenzio, Paolo è il primo a parlare: “Che profumo… il Gioanì deve aver preparato qualcosa di speciale”.

In effetti l’aria era invasa da qualcosa che Giacomo ben conosceva: “Sembra spiedo!”

Giovanni li vede arrivare stanchi e, tutto orgoglioso sentenzia in Italiano: “Il ragazzo non si è trovato vivo, ma nemmeno morto… quindi seduti e mangiamo”. La polenta, rovesciata sul tagliere di faggio con lo spago per tagliare la fetta arrotolato sul manico, il bottiglione di rosso del Balì (famoso per l’uvaggio fruttato di Clinto), il formaggio che avrebbe sostituito il dessert e lo spiedo “sforcolato” nella grande teglia rianimano il gruppo.

La ricerca di Angelo e i luoghi esplorati uniscono i sei uomini che in pochi giorni sono diventati amici, la condivisione di quei giorni li aveva fatti diventare fratelli. Angelo non era con loro ma loro si erano trovati. L’ultima grappa e un buon caffè concludono la serata, i saluti e la voglia di rivedersi presto precedono i fari dei fuoristrada che lentamente illuminano la notte sempre più lontano, giù nel fondovalle.

***   ***   ***

Buongiorno Giacomo… l’en po che te te fe mia veder!” [trad. “Buongiorno Giacomo… è un bel po’ che non ti fai vedere!”]

Buongiorno Giovanni oggi non lavoro, ma avevo voglia di passare da queste parti…l’è ormai quasi n’an e mes che vegne mia sò” [trad. è già più di un anno che non vengo sù… ]

Erano passate due stagioni e questa era l’ultima per il malghese e forse l’ultima anche per la malga. Era già Settembre e nessuno ancora aveva presentato l’offerta per le stagioni 2013-2018, ancora poche settimana e l’asta sarebbe andata vuota. Chiacchierano e ricordano camminando vicini a scendere il sentiero che dal Prà Calvis riportava al casale, tante cose da ricordare e tante nuove da raccontare.

Fermet a disnà… so semper che sul… no volta che te vede scapa mia!” [trad. “Fermati a pranzo… sono sempre solo e adesso che ti vedo mica scapperai!”]

Grazie mi fermo volentieri, nello zaino ho del pane con il salame e un po’ di frutta…”

Te lase la frutta… ma vores tastà el salam specialmente se le bù” [trad. “Ti lascio la frutta… ma vorrei assaggiare il salame, specialmente se è buono”]

Da dove sbucasse il bottiglione di vino era sempre un mistero, ma di fatto compariva dal nulla. Il tempo di qualche fetta di salame con un po’ di pane e la pasta con le farinelle [trad. spinaci selvatici] e il pestom [trad. pasta di salame] e il pranzo fu servito: nessuna cifra in denaro poteva pagare quei sapori unici, antichi e interpretati ogni giorno in modo diverso, impossibili da replicare.

E cosa dire del formai so la gradela?! [trad. formaggio alla brace] Alchimia di temperature e consistenze, sbagliare l’una o l’altra è l’inizio della fine: il tutto precipita nella brace lasciando il vuoto e la delusione. Privilegi favoriti dal Rosso ricco di profumi e dei tannini del Clinto in attesa del caffè e dell’immancabile grappa come gran finale.

Improvvisamente la porta si apre e il ragazzo vestito in modo strano per quei luoghi entra e si siede sul gradino del fuoco. Giacomo precipitando dall’estasi sensoriale dovuta alla cucina non fa in tempo a salutare, Giovanni con la moka da sei in mano resta muto a guardare.

Buongiorno, sono passato a ringraziare, a ringraziare per tutto quello che mi hai permesso di scoprire…”

Il ragazzo si rivolge al vecchio malghese con tono gentile ma distaccato, rispettoso e allo stesso tempo informale. Giacomo si chiede chi possa essere e come mai si trovasse lì vestito come il suo vecchio professore di matematica, vorrebbe ricambiare il saluto, presentarsi… ma il ragazzo non lascia spazio.

Ho trovato la cascata! Ho attraversato l’acqua, ho trovato l’amore e ho scelto di restare. Loro mi hanno insegnato a guardare con gli occhi dello spirito, ad ascoltare le pietre e comunicare con gli alberi. Loro mi hanno permesso di essere qui adesso per consegnarvi il messaggio delle pietre. Il popolo delle pietre sono la memoria del pianeta, sono ovunque. Nere e bianche, rosa e beige, piccole e grandi, giovani e antichissime, loro parlano, parlano attraverso i sogni in un livello di realtà diverso da quello che siamo abituati a vivere ogni santo giorno… bisogna saperle ascoltare. Le pietre si muovono, ci trovano… sono la voce della Terra e oggi stanno gridando. Ma nessuno le ascolta e per questo devo avvisarvi: sarete testimoni di una grande malattia che cambierà l’ordine della società, un’arma perfetta colpirà l’uomo che è la più grande minaccia per il mondo verde e per la stessa Madre Terra. Il popolo delle pietre, la foresta e tutti i suoi abitanti sono sul piede di guerra e il tempo sta finendo. La madre Terra sta per impartire la lezione al proprio figlio, all’uomo che ha dimenticato i suoi fratelli… “

Il silenzio si taglia con il coltello nella grande cucina, il ragazzo si alza e saluta Giovanni rassicurandolo: “Nessuno e niente ti farà mai del male”.

Angelo… ”

Il primo a parlare è il malghese, ancora congelato nel movimento, ancora fermo, sospeso tra il fornello e il tavolo con la Bialetti in mano e il caffè in equilibrio, guarda il forestale ancora sbalordito.

Fuori non si vede nessuno, il ragazzo non c’è più e il vento da voce agli alberi. Il mormorio delle foglie adesso è assordante.

 

“Figure di cartone” di Marcello Rizza

Il randagio si avvicinò lasciando le sue impronte sulla neve fresca, si fermò felpato e plastico a tre metri da lei, la guardò come chi firma un armistizio col nemico e si infilò dentro il cartone per scaldarsi. Pur sorpresa lo lasciò fare e si limitò, infilandola in una larga tasca, a salvare dagli artigli la sua bambola col vestitino color pesca e macchie d’olio, con le trecce di lana biondo infeltrite, con gli occhi di plastica che una volta erano stati azzurri come quelli di Aurora. Non le era mai successo, i gatti randagi non sono i compagni più socievoli, vivono ai margini dello spazio vitale dell’uomo, ma questo era particolare, ad accarezzarlo se ne stava coccolone a prendersi le moine. Come criticarlo? A chi non piace qualche tenerezza sul pancino, il caldo del cartone quando fuori nevica? Era lo scatolone di un televisore, leggero e caldo, profumava di pulito, di cellulosa e di ospedale. I migliori sono quelli dei tivù al plasma. Si trovano facilmente nelle discariche. Sono ampi, rinforzati, pieni di imbottitura con bolle d’aria che puoi usare per cuscino e tengono caldo.

Non le importava molto di quella invasione randagia, era sorpresa dalla bellezza del paesaggio. Si trovava dove voleva da sempre essere la sera di natale, guardava il circondario seduta sopra una panchina di ferro, verde, col metallo intarsiato, sulla riva del fiume a San Pietroburgo. Nevicava, col suo corollario di candidi fiocchi poetici e nemmeno faceva freddo, e infatti, senza temere l’inverno e confidando nei pochi stracci di cui era vestita, si sedette facendo scivolare sul prato la coperta dei clochard. Era estasiata, guardava a lato lo scorrere quieto del Neva, poi si volgeva verso il parco qua e là brillante di soffice neve per ancora alzare la testa e fissare la magnificenza del Palazzo d’Inverno. Era uno scenario molto diverso da quello bellissimo offerto dai colonnati di San Pietro dove, per un tacito accordo con la Chiesa, lei e altri trovavano ospitalità. In tanti si trovavano lì e senza clamore, di sera, i preti portavano a lei e agli altri qualcosa da mangiare e quella splendida cornice di colonne e l’imponenza della Basilica erano splendide. San Pietroburgo era però un sogno che finalmente si realizzava. Aveva visto anni prima, fuori da una agenzia di viaggio, una bellissima immagine del natale della incantevole città russa e se ne era innamorata: un grande giardino con una fontana che si trovava a sinistra dell’Hermitage, abbellita con una meravigliosa cascata giocosa di zampilli illuminati, lampadine e cristalli di neve, con una galleria di archi traforati che coi lampioni gialli creava un ambiente dove è giusto sognare.

Finalmente era lì e mentre che si riempiva gli occhi di bellezza si sentì prendere per mano con una stretta leggera e morbida. Si volse e si sorprese di vedere una bambina, forse era Aurora, non la vedeva da almeno quarant’anni. Il randagio guardò, forse intuiva che stava accadendo un fatto privato più importante delle carezze.

Aurora, sei tu bambina mia? Cosa ci fai qua? Non è un posto per te”, guardandosi e guardando il suo giaciglio di cartone.

Perché no? Se ci stai tu posso starci anche io.”

Irene capì che qualcosa non funzionava, che ciò che è troppo bello è anche sospettoso, non poteva essere la sua bambina che aveva abbandonato scappando quando le dissero che era strana, che era pericolosa, e la imbottivano di pastiglie e di iniezioni. E nel momento del sospetto la stretta di mano della bambina divenne più importante.

Non sono Aurora, Mamma. Sono Gesù Bambina, come mi hai sempre sognato. Avevi ragione, sai? Gesù Bambino aveva una sorellina che si chiamava come lui.”

Quante cose belle le stavano accadendo! Ora aveva anche la conferma che non era pazza come le dicevano tutti, esisteva Gesù Bambina. E poi si insinuò in lei il dubbio che nasce da una esperienza di strada vagabonda dove anche quando dormi devi stare in allerta.

Non puoi essere Gesù Bambina, mi hai chiamato mamma. Tu sei Aurora, anche se non assomigli molto a tuo nonno. Lo ricordo… portava sempre nella tasca destra dei pantaloni una castagna matta quando mi portava con sé per funghi, diceva che portava fortuna e tornavamo sempre col cestino pieno”, e poi si chiese se non stesse sognando.

E se fosse? Il sogno è quel momento perfetto che condividiamo con Dio. Anche lui ama sognare cose belle.”

Ma tu mi leggi nel pensiero?”

Non pensi che Gesù Bambina possa farlo?”

Si, e allora non sei Aurora.”

Irene si tolse dalla stretta della bambina, prese in braccio la bambola, si parò con una caricaturale espressione altera, dignitosa e cortese, così buffa per una clochard, e le disse: “Signorina Gesù, La ringrazio per essermi venuta a trovare. Si può fermare qui con me se lo desidera, ma se Lei non è Aurora preferisco continuare a guardare le luminarie del Palazzo d’Inverno”.

Va bene, allora. Sono Aurora, Mamma,” e trasse dalla tasca una castagna matta, “e ora starò sempre con te, staremo sempre assieme”, Le riprese la mano, “ora dobbiamo andare mamma”. 

Irene sbarrò gli occhi, dimenticò di colpo il Palazzo d’Inverno, si fece condurre via e dopo tanti anni fu felice.

Giulia, così ordinaria con i capelli raccolti a crocchia e gli occhiali sul naso, con quel camice da lavoro che nascondeva le forme attrattive delle donne, non aveva una grande considerazione di sé. Pensava a quel ragazzo che l’aveva conquistata dicendole che lei riusciva a sfioragli la mente. Pensava ad Antonello, a perché non aveva funzionato. Non si sentiva speciale, lui le aveva detto che invece sì, che era “qualcosa di più”, che lei era una gran parte di lui e ci aveva creduto per tre anni. Era così speciale che con Antonello andò a puttane, lui andò a puttane, uno strano modo per convincerla. Continuava a chiedersi quale fosse il suo compito, quali doni possedesse, non era stata nemmeno capace di tenersi stretta un uomo. Tutti hanno un disegno e uno scopo nella vita, semplicemente non intravedeva la magia di quel disegno e scopo per quanto la riguardasse. Non valeva la pena di vivere una vita inutile come la sua, così pensava.

Aveva studiato filosofia e poi fatto un corso come infermiera professionale, infelice relazione di ambiti che portano a ragionare sulla morte anzitempo quando non si è dell’umore giusto, quando lavori in quei reparti. Aveva una particolare sensibilità nel capire il momento esatto in cui le persone ricoverate all’ospedale dove lavorava erano sul punto di morire. Era di turno quella notte, era Natale. La clochard, una donna minuta dall’età indefinibile, senza documenti e senza un nome, era in fin di vita. Lo dicevano i grafici delle attrezzature mediche che la monitoravano e lo presagiva in qualche modo lei grazie all’unico dono che possedeva e di cui avrebbe fatto volentieri a meno. La poverina era stata tormentata e cosparsa di benzina da balordi che non sapevano come passare il tempo. Stava morendo sedata e sperava che non soffrisse per le gravissime e inguaribili ustioni. L’aveva calmata, placata con morfina e altri intrugli che conosceva bene. Sarebbe stato a breve, lo faceva con tutti i moribondi che non avevano persone care al loro capezzale: sarebbe andata a tenerle la mano, l’avrebbe stretta con affetto con la sinistra e con la destra avrebbe monitorato il polso fino a sentirlo cessare di battere. Arrivò giusto in tempo, gli ultimi due minuti. Le prese la mano, la tenne stretta a sé fino a quando venne a mancare il polso, fino a quando non sbarrò gli occhi e se ne andò. E poi tornò ai suoi doveri, chiedendosi quale fosse il suo compito nella vita.

Di fuori soffici fiocchi calavano a coprire e a scaldare la terra e le orme di un gatto si dirigevano lontano dall’ospedale.

Note dell’Autore:

https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/01/31/clochard-bruciato-vivo-pena-sospesa-per-enne_FZeNCnF82j1E6NGqrgtqkI.html

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

https://www.youtube.com/watch?v=doffpjavNbM

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“I Rossi Re” di Rossana Mazza

Dal paralume della piantana anni ’60 scendeva un cono di luce che inglobava giusto giusto la vecchia poltrona scozzese sistemata nell’angolo del salotto, vicino alla libreria zeppa di libri dalle copertine colorate.

Vieni Andrea, vieni qui in braccio a me. Leggiamo questo bellissimo libro che hai trovato sotto l’albero, intanto che aspettiamo il banchetto per la festa del Natale.”

Il bimbo corse in braccio al nonno, che gli scompigliò il ciuffo in un gesto affettuoso: Vai nonno, sono pronto!”, disse il bimbo accoccolandosi tra le sue braccia.

Ci fu un tempo in cui la terra fu attaccata da un esercito di microscopici omini rossi. Si racconta che ognuno di loro fosse forte come un re e infatti tutti indossavano una corona ma al posto di essere d’oro e gioielli era nera come la pece. Attaccavano solo gli umani, lasciando le case, la natura e tutto il resto integro. L’esercito dei Rossi Re si spostava da una persona all’altra con fili invisibili, facendole ammalare. Gli uomini allora si prepararono a combattere questa guerra, arrivata di soppiatto e con regole mai viste. Indossarono l’armatura fatta di elmi che coprivano tutto il viso, guanti lunghi fino al gomito e tute per proteggere il corpo, ma in quanto ad armi ne avevano ben poche, praticamente nessuna. Le battaglie duravano tutto il giorno e tutta la notte e spesso gli uomini perdevano. Fu così che il nemico in poco tempo conquistò buona parte degli umani della terra”, il nonno si fermò per prendere fiato.

Dovevano chiamare Iron Man o Thor per farsi aiutare!”, disse quasi arrabbiato Andrea.

Loro non avrebbero potuto far niente perché il nemico era invisibile non si poteva usare la forza. Questa volta la guerra era una sfida mentale”, rispose il nonno guardando il nipotino con affetto.

Continua nonno, cosa fecero allora?”

Il nonno riprese il libro e continuò a leggere: “I grandi scienziati della terra si riunirono per creare un’arma che distruggesse i Rossi Re, ma ci voleva tempo. Ognuno cercò di difendersi come meglio poteva, indossando delle maschere quando dovevano uscire di casa. Quando incontravano altre persone, restavano distanti lo spazio di due braccia. Nessuno più si avvicinava all’altro, nessuno si abbracciava, nessuno giocava. Piano piano si rintanarono nelle loro case da cui uscivano solo se strettamente necessario. Le strade si svuotarono, nessuno più andava al parco giochi, tutto ciò che era svago, amicizia e divertimento finì. Le battaglie durarono parecchio, si combatteva ovunque, spesso anche nelle case e in solitudine. Piano piano l’uomo divenne un essere scontroso, burbero. I sentimenti sparirono le emozioni, pure, fin quando il cuore si gelò”.

E i bambini? Cosa fecero i bambini?”, chiese Andrea spaventato dalla piega che aveva preso il racconto.

Il nonno gli fece una carezza e continuò il racconto: “I bambini non riuscivano a capire bene cosa stesse succedendo, a loro mancava giocare con gli amici, uscire, andare al parco. Spesso guardavano attraverso i vetri il sole splendere come non mai. Il cielo terso regalava loro giochi di nuvole, mentre gli uccellini volando cantavano la libertà. Poi un giorno un bimbo, uno dei tanti rinchiusi nelle case, dipinse sopra un foglio un grande arcobaleno e lo appese alla finestra. Il giorno dopo anche il bambino della casa di fronte fece la stessa cosa e un altro e un altro ancora, si formò così un lunghissimo filo dai mille colori che entrò in tutte le case e avvolse il cuore di ognuno riscaldandolo. Era il filo della speranza, quel sentimento che ti incoraggia dandoti la forza di affrontare l’invisibile, che ti sostiene nelle difficoltà, che ti consola e ti fa spuntare un sorriso, leggera carezza per il cuore. Grazie a questo sentimento gli uomini resistettero ore, giorni, mesi… Fecero tesoro di ciò che avevano imparato e combatterono nelle case, per le strade, tutti uniti. E finalmente gli scienziati trovarono un’arma che proteggeva gli uomini dai Rossi Re. Passò del tempo, la vita ritornò alla normalità, una nuova normalità, perché ciò che era successo aveva cambiato il mondo. La famiglia ritornò a essere fondamentale e al primo posto nelle priorità della vita, il ritrovarsi tutti insieme per condividere storie, aneddoti e racconti dei più anziani, un valore aggiunto per tutti. Gli uomini, alla fine, erano diventati persone migliori”.

Andrea che aveva ascoltato in silenzio il racconto, alzò il viso verso di lui. Due occhi lucidi si specchiarono in quelli curiosi del nipote. Il nonno si rivide bambino mentre disegnava un grande arcobaleno.

A tavola presto, è pronto!”, urlarono dall’altra stanza.

Si sedettero tutti, iniziando dal nonno a uno a uno unirono le mani e recitarono una preghiera. Un enorme albero di Natale penzolava dal soffitto giusto in centro alla tavola quadrata, dalla punta girata verso il basso penzolava la statuina di un angelo. L’angelo della speranza.

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“Maldive o tacchino?” di Elda Cortinovis

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola. Finalmente alle Maldive!

L’agognato viaggio si è concretizzato dopo anni in cui non riuscivo ad abbandonare il tradizionale Natale. Ho finalmente tagliato il cordone ombelicale che mi teneva stretta alla famiglia e ho preso il volo per Malè. Mi sono trovata catapultata in un luogo incantato dove crogiolarmi al sole, con i piedi a bagno nell’acqua calda e cristallina. Lontana da tutto con una noce di cocco in mano da sorseggiare, godendo di questo paradiso, che temevo di non riuscire a raggiungere, prima che uno tsunami lo faccia sparire per sempre. Non vedevo l’ora di fare le immersioni. A bordo di un Dhoni sono uscita al largo con un gruppo di subacquei e mi sono tuffata in queste acque magnifiche. Immediatamente sono stata circondata da pesci coloratissimi, tartarughe e mante che nuotavano indisturbate tra strapiombi e coralli, in un’atmosfera surreale.

Dicembre al caldo, cosa desiderare di più? Mi sono chiesta cosa cucineranno su questo atollo per il giorno di Natale. Cucina esotica, immagino, piatti tipici di pesce, curry e altre spezie, cocco.

«Sarà una sorpresa», mi sono detta.

Oggi è il 25 e arrivo a pranzo curiosa. Ed ecco in mezzo alla tavola, a far da padrone, un bel tacchino ripieno che aspetta i commensali. Altro che cucina maldiviana! Proprio un tacchino, esattamente come quello che in questi ultimi anni ha accompagnato il nostro Natale, o meglio la nostra Vigilia, perché è quella che festeggiamo. Siamo in venti in famiglia e la metà di noi vuole decidere che cosa si cucina. Così, per anni, abbiamo affrontato questo banchetto come un gran bazar, dove ogni mercante metteva in piazza un po’ di tutto.

Ognuno voleva cucinare quello che sapeva far meglio e chi non cucinava esprimeva il proprio desiderio, naturalmente uno diverso dall’altro. Conclusione: sulla tavola comparivano almeno dieci antipasti differenti, sei primi piatti, perché c’era sempre qualcuno che nonostante si fosse optato per due tipi di lasagne, si presentava con delle crespelle con minimo tre ripieni diversi e chi portava i tortellini in brodo, convito che così la cena sarebbe stata più leggera. I secondi piatti spaziavano tra arrosti, “polpettine della nonna” per i più piccoli, che poi si mangiavano anche i grandi, faraona ripiena e come contorno almeno cinque verdure, cotte in modo speciale. Nemmeno fosse “Il pranzo di Babette”.

Tenuto conto che dopo gli antipasti misti, tra formaggi francesi, salmone, paté, Sormontè di terra e di mare, salame, torte salate e focacce farcite, si arrivava al primo già sazi, immaginate cosa accadeva al dolce. Praticamente boccheggianti ci si accingeva al tavolo dei dessert dove in ordine comparivano: panettone farcito e pandoro classico, accompagnati da quattro tipi di creme; almeno tre torte, perché a ognuno piace esibire il suo dolce speciale, e una casetta di pasta frolla decorata dai bambini. Frutta, inclusi gli immancabili datteri, e sorbetto, per chi non gradisse le creme o, come diceva qualcuno di noi, per digerire. Il tutto bagnato da vino bianco secco e spumante.

Inutile dire che nessuno si tirava indietro, tutti assaggiavano tutto, pensando che in fondo capita una volta all’anno e a dieta ci si mette dopo le feste. Finalmente è intervenuta una delle mie sorelle, quella mezza svizzera visto che ha sposato un ticinese e ora vive là, e ha decretato la fine dell’anarchia. Ha introdotto un menù con al massimo due piatti per ogni portata. Per non perdere l’occasione di questo tentativo di riordino, il menù viene approvato e sottoscritto un mese prima e i compiti vengono spartiti con una precisione, appunto, svizzera.

Dicevo due scelte per ogni portata, regola che non vale per il secondo dove a far da unico protagonista è il tacchino ripieno, accompagnato da salsa di mirtilli. Tipico piatto del Thanksgiving Day. E chi poteva cucinarlo se non l’altra mia sorella, quella mezza americana? Mezza americana, perché se potesse scegliere volerebbe negli Stati Uniti all’istante. È cresciuta con il mito americano e va da sé che la sua casa rispecchi proprio questa identità. Tutto è over size, come il letto king size e l’enorme frigorifero, tappezzato di calamite, che immagazzina una spesa strabordante con salse e cibi tipici della cucina d’oltre oceano. Solo lei poteva, ormai da tre anni, prendersi la briga di spennare, pulire e cuocere nel forno extra large, questa bestia gigantesca, per sfamare l’allegra brigata.

In ogni caso, regole o no, il Natale a casa mia è un vero caos cosmico. Ognuno che parla ad alta voce, in una scala di note in un crescendo incredibile; non mancano recite di poesie e canti natalizi collettivi. Tutti si muovono di continuo in uno spazio ampio, ma mai sufficiente. Tutti che mangiano disordinatamente, chi in piedi, interpretando la cena come un buffet, chi seduto, aspettando di essere servito, chi, come i bambini, intorno ai regali, agognando di aprirli il prima possibile.

A mezzanotte e un quarto scatta la gran bagarre e tutti si catapultano sui regali e iniziano a stracciare le carte che li impacchettano e a cercare affannosamente il proprio nome sui biglietti. A dire il vero, non proprio tutti; c’è chi fa l’indifferente, ma rimarrebbe molto deluso se non ricevesse niente. In ultimo il Patriarca, ovvero mio padre o meglio il nonno, come ormai lo chiamiamo tutti, che dalla sedia non si alza mai e attende che qualche nipote gli porti i regali. Più esattamente un regalo, perché avendo bocciato ripetutamente tutti quelli precedenti, si vede arrivare un solo regalo da parte di tutti, solitamente mangereccio, con un libro che inevitabilmente va a cambiare. Considerato che il nonno riceve un solo regalo, gli altri diciannove hanno circa dai tre ai quattro doni ciascuno, quindi stiamo parlano di una media di sessantacinque pacchetti ogni anno, praticamente una montagna sotto l’albero, alla faccia dell’austerity.

In tutto questo frastornante Natale accade però una cosa speciale.

La nonna, cinque minuti prima della mezzanotte, cerca tra la “folla “il nipotino più piccolo e gli affida, in modo solenne, un minuscolo Gesù bambino da posare nella culla vuota. Come una magia, tutti i nipoti si mettono in fila per osservare la scena. Un momento di silenzio che dà ragione a tutto quel gran fracasso del prima e del dopo. A far da sfondo vi è un insolito presepe che la nonna costruisce, raccogliendo e conservando per tutto l’anno pezzi di cartone, fogli colorati, arbusti, bacche e molto altro. Un presepe folcloristico che è la memoria di molti viaggi che mia madre e mio padre hanno fatto durante la loro vita; per cui non c’è da meravigliarsi che accanto alle tende berbere, ci siano le case merlate dello Yemen, e che i cammelli dal Sahara finiscano in una piazza tipicamente napoletana, dove tutti i mestieri sono ben rappresentati, compreso il pizzaiolo che non potrebbe certo mancare in questo presepe, ma è difficile che ci fosse a Betlemme più di duemila anni fa. Luci colorate, acqua vera che scorre sul letto del fiume di carta stagnola; personaggi animati come il fornaio che muove la pala e inforna il pane, contadini con animali da cortile, vicino all’incantatore di serpenti, prelevato direttamente dalla piazza Jamma el Fna a Marrakesh e poi banchi carichi di frutta di tutte le stagioni. Sullo sfondo la sacra capanna, incastrata tra montagne di carta da pacco, dipinte per l’occasione e casette e chiese tirolesi. È fantastico e non lo si potrebbe immaginare diverso. Caotico, come il nostro Natale, divertente come tutta la mia stravagante famiglia.

«Stai a vedere che adesso mi mancano. Uno va alle Maldive per staccare dal resto del mondo, per godersi un paradiso terrestre, uscire dalla routine e tagliare qualsiasi relazione per almeno sette giorni consecutivi e al posto di un pranzo esotico si trova un tacchino arrosto che risveglia tutte le malinconie possibili. Credo che questa volta salto il pranzo, me ne torno in spiaggia e mi tuffo in mare».

Sulla arena bianca, faccio scivolare la sabbia fine tra le dita. Un sole caldissimo e avvolgente scalda la mia pelle e sopra di me, un cielo azzurro senza una nuvola.

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“Il Natale di Giulia” di Livia Trentini

– Come si possono trascorrere le feste di Natale odiando profondamente questo periodo? – questo si chiedeva ogni anno, più o meno verso il 10 dicembre, Giulia, una quasi quarantenne con alcune storie d’amore finite sempre poco prima delle feste natalizie.

Quest’anno non permetterò a nessuno di convincermi della bontà del Natale, me ne starò rintanata in montagna nella vecchia baita del nonno, il frigorifero e la dispensa carichi di cibo e lontana qualche chilometro dalla prima casa del paese. Non avrò davanti agli occhi le luci e gli addobbi, e neppure nelle orecchie gli auguri fatti da persone conosciute e no come pure le musiche natalizie. Tutto ovattato dalla neve e il mio cuore, lontano da tutto, anestetizzato dal dolore che questo periodo mi provoca – questo pensava lungo il tragitto per arrivare alla baita – Che posto magnifico! Quanti ricordi mi suscita la sola vista della baita: le vacanze estive in compagnia dei cugini; la raccolta dei frutti di bosco da portare alla nonna per la preparazione delle marmellate; con il nonno a cercare i funghi alzandosi presto la mattina quando il bosco ancora dormiva, una volta nell’uscire dalla baita abbiamo visto un capriolo vicino al portico. Pace e serenità lontano dalle feste.

Era questo che Giulia cercava. I giorni di vacanza passano tranquilli, non si stufa a rimanere sola, ha la compagnia dei suoi amati libri.

Una sera, prima di chiudere casa per andare a dormire, sente un flebile grattare alla porta; si affaccia, ma qualcosa scappa via veloce, e non riesce a capire di che animale si trattasse; solo delle impronte nella neve rovinate dalla fuga. La sera dopo succede la stessa cosa e anche la successiva, per cui Giulia decide di mettere qualche avanzo fuori dalla porta, non sia mai. Con la neve e il freddo meglio avere la pancia piena. Al mattino il piatto degli avanzi è pulito anzi sembra perfino lucidato.

– Brutta cosa la fame

Così, Giulia, si abitua a mettere sempre qualche avanzo sotto il portico. I giorni passano uguali e sereni: la mattina una passeggiata sui sentieri immacolati; qualcosa da mettere sotto i denti per pranzo; il pomeriggio sdraiata davanti al camino sulla poltrona che era la preferita del nonno:

– Ciao nonno ovunque tu sia – lo saluta con lo sguardo rivolto al cielo

Una tazza di tè o una calda cioccolata; la sera una frugale cena e alcuni avanzi fuori dalla porta prima di coricarsi per la notte. Questa sì che è una vacanza!

Il Natale si avvicina. Siamo alla vigilia, ma per Giulia è un giorno come un altro, il solito tran tran. Come gli ultimi dieci giorni ha fatto, prima di andare a dormire, mette il solito piatto di avanzi sotto il portico e si corica. Verso le 22:00 inizia a sentire grattare alla porta con più insistenza della prima volta. Si affaccia e, davanti a lei, c’è una piccola e candida volpe.

– Ma questo non è il suo habitat naturale non vive qui – pensa Giulia.

Sembra stremata, stanca, sporca e con un po’ di sangue sulle zampe. Giulia cerca di prenderla e, stranamente, lei la lascia fare, anche se il cuore le batte come una tamburo.

Povera piccola, chissà cosa ti è successo, ora ti pulisco un po’ e vediamo le zampe se hanno qualche problema.

Per fortuna nessun taglio, ma la piccola volpe ha qualcosa che non va, è inquieta, non trova dove stare, vorrebbe scappare, si avvicina alla porta ma poi torna indietro, cerca la mano di Giulia, vuole starle vicino, vuole un po’ di calore umano. È arrivata la mezzanotte ma Giulia non se ne è resa conto, ormai è Natale, ma lei è presa dalla piccola volpe alla quale ha dato anche un nome: Stella.

Dopo poco Stella si sdraia davanti ai suoi piedi, non sta bene. Giulia non sa che fare, ci vorrebbe un veterinario, ma è dalla mattina che nevica e la strada non è molto praticabile, soprattutto a questa ora. Stella ad un certo punto emette uno strano verso e, comincia a spingere. Sta partorendo!

I minuti si susseguono, povera piccola Stella, che fatica sta facendo. Il tempo passa e dopo un po’ si vede uscire una piccola testina, poi le zampine e infine tutto il corpo con una piccola codina. Stella inizia a darsi da fare a pulire, leccando, il suo piccolo cucciolo. Dopo un tempo che pare interminabile Stella alza la testa verso Giulia, sembra quasi voglia ringraziarla per l’ospitalità in questo momento importante.

Ormai è Natale.

Giulia, esausta per la notte insonne, si appisola sulla poltrona, è felice, l’avventura appena vissuta ha cambiato la sua percezione di questo giorno che fino alla settimana prima riteneva il più brutto dell’anno. Nel dormiveglia pensa che ormai, negli anni a venire, il Natale sarà legato all’incontro e alla nascita di questa piccola e candida volpe e anche a un bambino che nacque tanti anni fa e la sua nascita cambiò il mondo; non più tristezza e rabbia derivanti da storie ormai finite e dimenticate.

Luci, addobbi, canti e auguri diventeranno un legame con questa magica sera.

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