“Balla balla ballerina” (6) di Raffaella Tavernini

La musica che usciva dal telefono appoggiato sul display del tapis roulant non poteva essere tenuta così alta da nascondere il rumore ritmato dei piedi sul tappeto. Angelica aveva scoperto che nella palestra in cui era entrata per la prima volta quella mattina la politica aziendale non prevedeva musica diffusa, ma lasciava ogni utente libero di ascoltare ciò che voleva, purché il volume non disturbasse gli altri. Il suo telefono riproduceva la play list creata per le sessioni di allenamento di corsa, Honky tonk women dei Rolling Stones era uno dei suoi pezzi preferiti. Gli standard della palestra erano molto elevati. Nella stanza fitness era stato allestito addirittura un impianto di nebulizzazione. L’acqua nebulizzata che conteneva una miscela di oli essenziali energizzanti evaporava veloce raffrescando l’ambiente.

Angelica si era svegliata presto quella mattina, dopo aver dormito nella stanza degli ospiti di Santamaria.  Non aveva dormito molto in realtà, un po’ sorpresa e un po’ delusa: si aspettava più intraprendenza da parte di Roberto. Lo chiamava ormai confidenzialmente solo Roberto, come fosse stato un amico, una presenza costante, e non solo il regista dei suoi ultimi spettacoli che il destino, o chi per esso, aveva voluto mettere davanti al suo scooter nello scontro del giorno prima. Dopo l’incidente Roberto le aveva detto: “Non preoccuparti assolutamente Angelica”, appoggiando la mano sopra alla sua, “stanotte vieni da me”, e le aveva stretto le dita della mano, “forza, andiamo a prendere un po’ di cose e se ti va per cena ordiniamo cinese al ristorante sotto casa mia”.

Il ristorante in questione consegnava a domicilio i menù da 80 euro l’uno, in mini scatoline di plastica usa e getta così eleganti che Angelica si era dispiaciuta quando aveva visto Roberto buttarle in pattumiera, pensando a tutti gli usi che avrebbe potuto farne: porta trucchi, porta orecchini, porta spezie. Effettivamente erano così eleganti che avrebbero potuto portare di tutto. La cena era stata buonissima e Roberto si era rivelato un gran affabulatore, ma, ecco, non ci aveva provato. Era quello che Angelica si aspettava e invece le aveva mostrato subito la stanza degli ospiti e le aveva detto di stare tranquilla, che quella sarebbe stata una soluzione provvisoria perché aveva già chiamato Lia, la donna delle pulizie, che andasse il giorno dopo a sistemare un appartamento di sua proprietà solo due numeri civici più avanti, vuoto da quando la sorella si era trasferita a Londra. Che fosse attratto da lei le sembrava evidente. Un paio di volte lo aveva sorpreso a guardarla con uno sguardo davvero penetrante, un altro paio di volte aveva infilato fra le parole complimenti espliciti. Ma non aveva mai cercato di dare una svolta alla serata: avevano bevuto molto moderatamente e dopo quella mano del pomeriggio al bar non aveva mai cercato un contatto, neanche per sbaglio, neanche di sfioro.

A mezzanotte le aveva detto: “Sono molto stanco. Nello svuota tasche sulla mensola del corridoio trovi un mazzo di chiavi di scorta. Domani fai quello che vuoi. Alle tre, però, direi di trovarci qui per andare a prendere le tue cose e portarle direttamente all’altro appartamento”.

Così Angelica aveva dormito poco e male e la prima cosa che aveva cercato sotto la pioggia della mattina era stata una palestra dove poter scaricare la tensione correndo. Qualche esercizio di stretching, tre minuti a passo veloce e poi aveva puntato la velocità sui 12 chilometri orari e non l’aveva più abbassata. Sullo schermo dei minuti lampeggiava 55, ma la ragazza non aveva nessuna intenzione né di smettere né di rallentare. Cercava di concentrarsi sull’ovale che si componeva con i cristalli liquidi a rappresentare  il suo giro di corsa, cancellandosi e ricostruendosi ogni 400 metri di percorso.

Certo, la palestra è all’altezza del quartiere, pensava, anche il costo dell’ingresso però. Non potrò permettermi spesso di venirci. Be’, per il caffè seduta al bar mi hanno chiesto 2 euro e 50. Chissà perché non ha cercato di portarmi a letto Roberto. Gay no. Come si chiamava quella ragazza? Sara, mi pare. Sara aveva raccontato di esserci stata a letto. E mi pare anche che avesse detto che non era male. Va be’, intanto ho dormito in un letto fantastico con quel piumino d’oca caldissimo. Quasi quasi quando rientro all’Armando gli mando una foto. Guardi dove ho dormito stanotte, altro che il suo buco, che con la pioggia di oggi avrei trovato la solita perdita dalla finestra del bagno. Quasi quasi la mando anche a Samuele. Tu dormi pure con la quinta ballerina di fila che io dormo con il regista. Oddio, non è proprio andata così. Chissà perché Roberto non ha  cercato di portarmi a letto.

L’ovale sul tapis roulant continuava a chiudersi e ripartire, i minuti che lampeggiavano erano sessantacinque e Angelica aveva aumentato la velocità di un altro chilometro per lo sprint finale.

Speriamo che l’appartamento della sorella sia bello come il suo e che non mi mandi a dormire in una topaia. No, non è possibile. Mi sembra molto generoso Roberto, mica avrà fatto dormire la sorella in un tugurio. Chissà poi che fine avrà fatto la sorella, me la ricordo un pomeriggio alle prove con Roberto. Una bella ragazza. Oddio, anche lui non è così male in fondo. Ma chissà perché non ha cercato di portarmi a letto.

Al settantesimo minuto Angelica aveva spento il tappeto, aveva fatto ancora qualche esercizio di stretching ed era andata nello spogliatoio per la doccia. Decisamente elegante la palestra: nella doccia c’erano delle taglie da viaggio di bagno schiuma, shampoo e balsamo della linea prodotta da quella beauty farm 5 stelle in periferia in cui aveva sempre sognato di trascorrere un fine settimana, senza poterselo permettere.

Chissà, forse potrei chiedere a Roberto se mi ci porta una sera, aveva pensato Angelica buttandosi sotto all’acqua calda.

 

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“Balla balla ballerina” (5) di Raffaella Tavernini

Si era trovata quasi per caso seduta su una panchina al parco Castello, con lo scooter parcheggiato di fronte e il casco appoggiato sulle gambe. Con le dita arrotolava e srotolava il laccetto della sacca porta casco, i piedi incrociati, lo sguardo fisso davanti a sé. Non guardava il panorama che si può ammirare dalla terrazza Rosignano: i tetti della città con la statua a cavallo di Federico II in piazza della Rotonda erano trasparenti ai suoi occhi,  aperti e fissi, ma vuoti, le labbra socchiuse e il respiro lento. Angelica vedeva come fossero lì, in piedi nella aiuola fiorita di echinacea, Samuele e Maria Chiara, mano nella mano, e il signor Armando.

Nient’altro? Non c’è nient’altro che possa andar male?, pensava. Anzi, lo mormorava a mezza voce, a quelle immagini che le avevano stravolto la vita. Non riusciva a farsene una ragione, né dello sfratto né del fidanzamento. Il suo pensiero saltava da una cosa all’altra, senza capacitarsi dell’accaduto. Ma come aveva potuto Samuele in così pochi giorni dimenticarla? Non era vero quando le diceva di amarla. E l’Armando? Sbatterla fuori per pochi mesi di ritardo dopo tutti quegli anni. Samuele pareva essere pazzo di lei fin dalla prima sera in cui erano stati insieme, era stata sempre lei a tirare il freno. Vedi allora che mentiva? Mentiva. Mentiva come mentono sempre le persone. L’Armando mica si era ricordato di quando si era allagata casa e lei era rimasta tutta la notte inginocchiata ad asciugare l’acqua dal parquet. Però non ci credeva che mentisse Samuele. Forse c’era sotto qualcosa. Non era possibile che in così pochi giorni si fosse innamorato di quella Maria Chiara. Non era certo bella come lei. E poi il sesso aveva sempre funzionato alla grande fra loro. Non era possibile che con quella Samuele avesse trovato la stessa intesa. Mica si ricordava l’Armando di quando aveva dato lezioni di danza gratis a sua nipote, che non avrebbe potuto ballare neanche il girotondo alla festa della parrocchia.

Angelica si era alzata, era salita sul suo scooter e con la stessa espressione negli occhi era partita. Che stesse per tornare in città l’aveva pensato Roberto Santamaria quando era uscita all’improvviso dallo stop, che dal parco portava verso il centro, senza rispettare la precedenza. Lui ci aveva provato a frenare. Quando si era accorto che sul motorino c’era Angelica ci aveva provato anche più forte, se possibile. Ma lei non aveva minimamente collaborato con il suo tentativo di evitare lo scontro, come se non si fosse proprio accorta di nulla. L’impatto era stato inevitabile: Angelica era finita sull’asfalto e solo la fortuna aveva fatto in modo che fra lei e il paraurti del Suv di Santamaria si incastrasse lo scooter, proteggendo il suo corpo e causando a entrambi solo uno spavento indimenticabile:

“Angelica! Oddio! Come stai? Ti sei fatta male? È tutto a posto? Rispondimi Cristo!”, Santamaria era sceso al volo dall’auto e si era precipitato sulla ragazza che, seduta sull’asfalto, lo guardava come fosse uno sconosciuto. “Angelica! Angelica!”, Santamaria, preso atto che non aveva danni fisici, l’aveva afferrata per le spalle e aveva iniziato a scuoterla per risvegliarla dallo shock.

Dopo qualche secondo lo sguardo di Angelica era tornato presente, perdendo quella slavatura che Santamaria aveva attribuito alla paura dell’incidente, non sapendo invece che c’era da ben prima.

“Regista, oddio Santamaria, Roberto, è proprio lei? Sono finita addosso a lei? Che strizza, che imbarazzo!”

“Angelica, andiamo. Ma quale imbarazzo? L’importante è che tu stia bene e che non ti sia fatta nulla. Forza, andiamo a bere qualcosa di caldo così ci calmiamo.”

Seduti al bar di fronte, avevano ordinato due tazze di camomilla. Roberto Santamaria aveva chiesto ad Angelica di abbandonare il lei: “Da tanto lavoriamo insieme”, aveva detto, ”possiamo darci del tu”.

Lei aveva fatto finta di non accorgersi che nessuno gli dava del tu. Aveva sgranato gli occhi e aveva detto semplicemente: “Che fortuna Roberto che fossi tu. Un altro avrebbe potuto lasciarmi sulla strada senza fermarsi”.

“Angelica, fosse stato anche un altro non avresti avuto problemi. Nessun uomo potrebbe lasciarti sulla strada senza fermarsi.”

Non l’aveva proprio detto, ma Angelica ci era troppo abituata per non accorgersi di cosa significasse la frase di Santamaria. Si era limitata a pensare che non l’aveva mai sospettato, il freddo e super professionale Santamaria attratto da lei. Quella giornata pessima avrebbe potuto prendere una piega diversa.

“Roberto, sei molto gentile, ma non è vero. Oggi sono stati ben due gli uomini che mi hanno abbandonata. Mi sento così sola”, lo sguardo di Angelica era cambiato. Gli occhi spalancati guardavano Santamaria da sotto in su, le labbra leggermente socchiuse, la mano destra mescolava lo zucchero nella tazza di camomilla: “Credo sia stato questo il motivo dell’incidente. Ho bisogno di aiuto, Roberto”.

La mano destra aveva lasciato il cucchiaino ed era risalita fino ad accogliere sul palmo aperto il proprio viso. Forse ne sarebbe potuto venire anche qualcosa di buono da quell’incidente, anche se il suo scooter era da buttare: “Mi hanno sfrattato Roberto”.

Tendenzialmente Angelica odiava le gatte morte, ma l’avevano sfrattata, Samuele si era fidanzato e quello seduto di fronte a lei era Santamaria.

 

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“Balla balla ballerina” (4) di Raffaella Tavernini

“Armando”, il tono della voce arrendevole, la postura del corpo morbida, lo sguardo vellutato, “signor Armando, sono in affitto da lei da quasi dieci anni. Non mi dica che non conta nulla”.

Era rimasta sorpresa quando il padrone di casa, quel signor Armando che fino a oggi non si era sognata neanche lontanamente di chiamare per nome, le aveva detto che non poteva più accettare ritardi nel pagamento dell’affitto:

“Cara signorina, lei non mi paga da quattro mesi. Prima quella storia dello scooter rotto, poi il nuovo spettacolo. Mica posso pagarle io le lezioni nuove che mi risulta stia prendendo”.

Armando, il signore, allo scoccare del quarto mese di ritardo si era presentato da lei con la disdetta del contratto.

“Su, da quanto ci conosciamo? Sono mai stata meno che puntuale in tutti questi anni Armando?”

“Appunto signorina, ecco. Lasci stare che mia nipote sta cercando casa e questa è la soluzione ideale, però c’è qualcosa che non quadra.”

“Signor Armando”, Angelica si era avvicinata ben oltre lo spazio socialmente accettabile fra inquilina e padrone di casa e gli aveva accarezzato la guancia, “Signor Armando, mi permetta di alleggerire il mio debito: potrei fare qualche lavoretto di sartoria per lei e intanto farle compagnia”.

“Bella signorina, mi permetta di parlarle come se fossi suo padre: forse è arrivato il momento di fare qualche scelta diversa per lei. Senza che debba pentirsene. È così brava a fare la sarta: apra un negozietto e lasci la danza al suo tempo libero.”

Crac, questo era stato il rumore che Angelica aveva sentito nelle orecchie:

“Ma che cazzo ne sai tu di quello che devo fare io? Non preoccuparti, domani sono fuori da questo buco. Vediamo se tua nipote starà bene in questo cesso di appartamento”.

Angelica aveva voltato le spalle al signor Armando, si era infilata il casco ed era salita sul suo scooter per arrivare puntuale alle prove, Santamaria detestava i ritardatari.

Ma pensa te, questo vecchio che potrebbe essere mio nonno e si permette di darmi consigli da padre. Non me li da neanche il mio di padre. Ci deve solo provare questo stronzo. Per quel buco di appartamento gli ho già dato anche troppi soldi in tutti questi anni. Venirmi a dire di smettere di ballare. L’unico spettacolo che avrà mai visto in vita sua sarà stato quello della nipote all’asilo che ballava la bella lavandaia. Mamma mia, se penso che gli ho anche fatto due moine. Che umiliazione! Quello lì non mi vede più. Deve cercarmi solo sulle locandine a teatro per vedermi. Giuro, domani gli mollo le chiavi dell’appartamento nella buca della posta. Sento Samu, che mi ha detto mille volte di stare a dormire da lui. Mi faccio ospitare qualche giorno, giusto il tempo di trovare una sistemazione decente. Magari più vicina al parco e alla sala prove, Rossella l’altro giorno parlava dell’appartamento di un suo amico. ‘Sto stronzo, pensa te: “Dovrebbe fare la sarta e smetterla di ballare”. Ma pensa a quel cesso di tua nipote che entrerà nel mio appartamento. È talmente brutta che la prima notte che dorme lì i vicini le murano la porta. Sono abituati bene quelli, con me che lascio la finestra aperta quando mi faccio la doccia. Tempo un mese andranno loro a chiedere al vecchio di mandare via la nipote e riprendere me!

Angelica era arrivata alla sala prove, puntuale. Parcheggiato lo scooter, si era cambiata e con stampata in mente l’infamia del suo padrone di casa, la bruttezza della nipote, ma anche lo squallore delle sue moine, aveva fatto una delle migliori sessioni di prove di sempre.

“Samu, ti va un caffè dopo? Ti devo chiedere una cortesia.”

Samuele le aveva sorriso, con quel sorriso capace di bloccare per un secondo il respiro a tutto l’universo femminile presente nei dintorni e aveva alzato il pollice dicendole: “Ti devo parlare anch’io”.

Angelica aveva pensato che non sarebbe stato poi così male stare da lui qualche giorno, magari avrebbe potuto starci anche un paio di settimane.

“Samu, ho dovuto lasciare il mio appartamento. Il proprietario mi ha chiesto l’aumento e dai, l’hai visto anche tu qualche volta, non ci sta proprio. Poi mi sono un po’ innervosita e ci ho litigato. Insomma, volevo sfruttare l’offerta che mi hai fatto tante volte e chiederti se posso stare da te qualche giorno, finché non trovo un’altra sistemazione.”

“Certo, Angi, credo che non ci saranno problemi. Ti piazziamo la rete in salotto e, va be’, ci sentirai quando andremo in bagno. Ecco, quello che volevo dirti io è che, insomma, quella con Maria Chiara è una storia che sembra funzionare e lei è venuta a stare da me. Ma non preoccuparti, per te c’è sicuramente posto finché ne avrai bisogno.”

Solo che queste ultime parole Angelica non le aveva sentite. Crac-issimo, aveva sentito nelle orecchie. Non era riuscita a fermare le gocce che le uscivano a tradimento dai dotti lacrimali:

“Ma cazzo. Ma a vivere insieme Samu? E io? Devo dormire con lei? Ma non esiste proprio. Ma vi siete messi d’accordo? Tu e quell’Armandaccio? Sai cosa ti dico: ma va a quel paese! Tu, Maria Chiara, l’Armando, l’ago e il filo. Ma andatevene un po’ insieme. Io sono brava, Samu. Sono veramente brava. E sono bella. E non ho bisogno di nessuno.”

Le lacrime non si erano fermate neanche mentre correva con lo scooter. Correva, Angelica, ma non sapeva bene dove stava andando. Questa volta, davvero, non sapeva dove andare.

 

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“Balla balla ballerina” (3) di Raffaella Tavernini

Oddio, ma svegliati no. Sembri un tronco!

Alla settima ripetizione della scena delle selezioni per l’ingresso nella scuola di Fame, Angelica mandò a quel paese, anche se solo con il pensiero, Maria Chiara. Non riusciva proprio a ballare e contemporaneamente a cantare in modo accettabile New York, New York.

“Lo sapevo che sarebbe stato uno schifo. Ma perché cazzo ho rotto lo scooter?”

Era il 10 settembre e da poco più di una settimana Angelica si trovava alle prese con le prove del nuovo musical che sarebbe andato in scena dal 2 ottobre. L’affiatamento fra i ballerini, che erano più o meno gli stessi di Footloose, aveva fatto pensare a Santamaria di riuscirci nonostante i tempi strettissimi, ma ora non era più così convinto. Dopo dieci giorni erano ancora fermi a provare la prima mezz’ora di spettacolo. Maria Chiara interpretava Nicole, una delle allieve più dotate della scuola e Angelica la maestra di ballo, Lydia Grant.

“L’unica cosa positiva è questo bastone che ha sempre la Grant”. Angelica era bravissima a battere il bastone sul pavimento come fosse un’insegnante molto severa profondamente scontenta di quello che vedeva.

Non era felice del ruolo, ma non aveva avuto molte alternative. Samuele le aveva confermato con un messaggio quello che lei aveva già sentito origliando: Santamaria l’avrebbe presa per interpretare l’insegnante di danza e non un’alunna, magari proprio quella Nicole che Maria Chiara stava facendo a pezzi. Talmente odiava quest’idea che a Samuele aveva risposto che era quasi sicura di non accettare, inventandosi un fantomatico provino per un ruolo di primo piano che, però, avrebbe implicato il suo trasferimento per qualche mese in Francia.

Il giorno dopo era passata dal meccanico a ritirare il suo scooter:

“Aveva proprio bisogno di una remise en forme questo scooter. Quella che non serve di certo a lei”, esordì il meccanico, sghignazzando sguaiatamente, ho dovuto cambiare la batteria, la gomma posteriore, il freno e fare la revisione. Guardi che ho proprio tenuto il prezzo basso visto che lei è tanto carina. Il mio lavoro praticamente l’ho fatto gratis, ma meno di 500 euro proprio non posso farle”.

“È iniziato tutto lì”, pensò Angelica. Proprio non poteva permettersi di lasciarglielo lo scooter, era indispensabile per lei potersi muovere libera in città per gestire le prove, le lezioni private e le consegne dei piccoli lavori di sartoria che aveva iniziato da poco ad accettare.

“Gli avrei mollato un pugno dopo quel sorrisetto. Voleva solo giustificarsi visto quello che mi ha fatto spendere, lo stronzo.”

Il carico da novanta ce l’aveva messo il padrone di casa che il giorno dopo le aveva ricordato: “Certo senza farle nessuna pressione, ma lo sa vero che siamo in ritardo di un paio di mesi con l’affitto? Ci conosciamo da tanto Angelica e lei è tanto una brava ragazza, ma anche io devo rendere conto alla mia famiglia. Va be’, posso aspettare ancora qualche giorno anche perché mia nipote Luisella che vuole fare la ballerina l’ammira tanto. Ma poi devo proprio incassare”.

Era stato quello il momento, Angelica aveva pensato di non avere alternative. Avrebbe accettato il ruolo di Lydia Grant, riprendendo a  frequentare le lezioni private che aveva interrotto l’anno prima. Voleva assolutamente un ruolo di primo piano dopo questo schifo di professoressa.

Mica aveva detto la verità a Samuele e agli altri, però: “Che vuoi, Samu. È  così bello ballare con voi, non me la sono sentita di lasciarvi. Non sono neanche andata a quel provino”.

Samuele aveva finto di crederle. Conosceva bene Angelica, meglio di quanto lei stessa pensasse. Conosceva bene anche i canali per i provini e il suo agente gli aveva confermato che no, non c’era nulla in programma in quel momento.

“No, neanche in Francia. Perché mi fai questa domanda? Non starai mica pensando di trasferirti proprio adesso che stai per fare il botto, Samuele, vero? Non farmi scherzi!”

Samuele aveva deciso di far finta di crederle. Fra l’altro, da qualche giorno stava uscendo con Maria Chiara. Anche lei era stata presa per Fame, era molto brava. Samuele aveva deciso finalmente di iniziare a credere a quello che Angelica gli andava ripetendo in continuazione da quando la loro storia era iniziata: “Non potremo mai avere una storia, Samuele. Non affezionarti a me. Non fare questo errore”.

 

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“Balla balla ballerina” (1) di Raffaella Tavernini

Angelica si svegliò presto martedì mattina, nonostante fosse andata a letto ben più tardi delle due. Lo spettacolo della sera precedente l’aveva soddisfatta: aveva ballato molto bene e Caterina, la prima ballerina, le aveva fatto i complimenti. Perciò si era trovata nello stato d’animo giusto per flirtare con Samuele. Sapeva come fare quando voleva finire la serata con lui. A dormire era tornata nel suo appartamento perché la mattina avrebbe dovuto svegliarsi presto. Aveva le due lezioni private fisse settimanali: con Viviana, una tredicenne piuttosto dotata che abitava vicino al parco Santa Giustina, e con Michela e Mara, due sorelline, in zona Ferrigni. Inoltre doveva consegnare due gonne e un maglione a cui aveva fatto delle piccole riparazioni nella portineria del teatro San Candido.

Prima di iniziare la giornata Angelica aveva bisogno del doppio espresso amaro che beveva tutte le mattine. Di fronte al cancello pedonale del parco Santa Giustina aveva notato un bar, probabilmente aperto da poco, con l’insegna del caffè Torrazzi. Angelica non beveva il caffè a caso, aveva imparato a scegliere le miscele più adatte al suo gusto: bevendolo senza zucchero preferiva quelle dolci e corpose. La Torrazzi non era la sua preferita, che restava sempre la Zentalini, ma si difendeva bene. Decise di fermarsi lì, parcheggiò lo scooter sul cavalletto laterale, mise il casco sotto alla sella ed entrò.

L’impatto era gradevole: l’arredamento piuttosto lineare, ai tavoli tovagliette rosse di carta e il listino delle cioccolate, sedie di plexiglass trasparente,  tavolini di legno chiaro come il pavimento. Nel locale non c’era quasi nessuno, soltanto la cameriera, il barista e un uomo al bancone. Anche Angelica decise di non sedersi, non poteva dedicare troppo tempo alla colazione. Si appoggiò al bancone aspettando il barista che sembrava concentrato sul listino, probabilmente una bozza: infilava e sfilava fogli di carta dalle pagine plastificate inclinando la testa come per guardare meglio l’effetto di ogni variante. Angelica decise di ordinare senza aspettare:

“Buongiorno. Potrei avere per cortesia un espresso doppio in tazza grande? Grazie”, disse rivolgendosi al tipo che sembrò quasi non accorgersene perché rimase concentrato sul listino mentre Annamaria, la ragazza in sala, le rispose con molta gentilezza: “Certamente, arrivo subito”.

“Guarda bene, devi alzare la testa da quelle carte ogni tanto, altrimenti non ti accorgi neanche che nel tuo bar è entrata la più bella ragazza di tutta la città”, disse l’unico cliente al barista. Poi rivolgendosi direttamente ad Angelica: “Se avessi vent’anni di meno ti avrei già chiesto di sposarmi”.

Doveva avere poco più di una settantina d’anni, occhi castano intenso, grandi e diretti. Il suo comportamento franco non infastidì Angelica che rispose con un sorriso. Il barista alzò lo sguardo, veloce e svogliato e lo riabbassò quasi subito.

“Bella signorina, qual è il tuo nome?”, continuò invece l’uomo.

Angelica non era abituata a chiacchierare al bar con chiunque. Le sue soste erano sempre veloci e il suo sguardo rimaneva incollato allo smartphone o sulla prima pagina del giornale. Ma quella mattina, forse perché di buon umore, le sembrò normale rispondere allo sconosciuto:

“Angelica. Grazie dei complimenti. Lei come si chiama?”

“Giovanni Spelti, ma tutti mi chiamano Gianni. È un vero piacere Angelica conoscere una bella ragazza come te. Hai reso la mia giornata di uomo anziano un po’ più allegra. Auguro anche a te una buona giornata.”

“Grazie mille”, rispose Angelica, pensando: Guarda te, che solare questo Gianni. Se il caffè è buono mi fermerò spesso qui. Mi ha messo di buon umore.

Angelica prese il quotidiano appoggiato sul bancone e notò con piacere che era stato fissato con una cucitrice. Detestava i quotidiani stropicciati e con le pagine disordinate. Bevendo il caffè iniziò a sfogliarlo e arrivò alla pagina degli spettacoli. C’era un articolo sul musical nel quale lavorava, una riedizione di Footloose. Nella fotografia in primo piano c’era lei vicino a Caterina, la prima ballerina. Le venne spontaneo dire all’anziano: “Guarda Gianni, questa sono io”.

Mentre Gianni si avvicinava a lei per guardare, Angelica lesse il testo: Caterina Musumeci brilla. La sua eleganza e la sua classe vengono messe ancora più in evidenza dalla ordinarietà dei compagni di ballo, fra i quali forse il solo Samuele De Sanctis è all’altezza.

Angelica smise di sorridere, pagò il doppio espresso e uscì dal bar dirigendosi alla portineria del teatro.

“Che strano sia uscita senza salutare. Mi era sembrata una signorina così gentile”, disse il signor Gianni ad alta voce.

 

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (7) di Jlenia Adain Rodolfi

Udì se stesso gridare e si svegliò fradicio di sudore: le lenzuola gli si erano appiccicate alle gambe e il freddo della stanza immersa nel buio, a contatto con la pelle umida del petto, lo fece rabbrividire. Era la quarta volta in una settimana che spalancava gli occhi terrorizzato a causa di quel sogno, si lasciò andare sul letto a braccia aperte e soffiò fuori l’aria dalla bocca. Non ricordava esattamente come iniziasse quell’incubo, ma sapeva che aveva a che fare col ragazzino del fiume e l’unica immagine, che non lo abbandonava neppure da sveglio, era quella in cui il suo viso era ricoperto di pezzetti di alghe, una delle quali copriva parte della pupilla destra; non riusciva a levarsi di dosso la sensazione del peso del piccolo tra le braccia e ogni volta si svegliava gridando. Doveva essere una giornata rilassante, per allontanare i problemi dell’ufficio, e si era trasformata in un generatore di incubi. Mancavano solo due ore al suono della radiosveglia, con un gesto secco si scoprì del tutto e in un attimo i piedi erano a contatto col parquet freddo. Si diresse verso il bagno e fece pipì, appoggiandosi con la mano sinistra al muro percepì le mattonelle e un brivido gli percorse la colonna vertebrale. Si cacciò sotto la doccia e lasciò che l’acqua calda gli scorresse addosso, mentre rivedeva se stesso paralizzato mentre il bimbo affogava. Con un colpo teso chiuse il miscelatore, spalancò senza troppa grazia la porticina del box doccia e iniziò a frizionarsi la pelle che sembrava non sintonizzarsi col fatto che la stava scaldando: ogni volta che smetteva di asciugare una parte, si riempiva di brividi in tutto il corpo. Con la tuta addosso e le Brooks da corsa uscì nell’aria della mattina, il sole sarebbe spuntato dopo almeno un’ora e la luce frontale illuminava solo un breve tratto di strada; nelle orecchie pompava Trance a 132 bpm, il ritmo più adatto al suo passo mentre fuggiva dalla sua testa e dai brividi.

Non andò verso il fiume, salì verso le montagne dietro casa sua: correre in salita lo metteva in connessione totale col suo corpo e la mente non poteva più governarlo; Emanuela diceva che la sua era una fuga a tutti gli effetti e che in realtà non gli faceva bene se serviva a evitare la profondità delle cose. Una zecca, altro che terapeuta! La salita si faceva più erta e il suo ritmo rallentò leggermente per adattarsi alla variazione del terreno. Il bosco intorno a lui sembrava schiacciarlo, ma continuò a correre guardando davanti a sé col respiro controllato. Il ritmo sostenuto era perfetto per lui e nonostante lo sforzo fisico sentì lentamente le sue labbra piegarsi in un sorriso. Alzò ancora di più il volume e aumentò l’ampiezza della falcata, il sentiero si faceva stretto, gli alberi si diradavano e la luce dell’alba iniziava a colorare i profili delle cose. In una mezz’ora fu abbastanza in alto da potersi fermare: sotto di lui la città insonnolita mentre il sole iniziava a spuntare. Si sedette sull’erba nella posizione del loto, spense la musica che usciva dallo smartphone e attese. Tutto d’un tratto sentì le lacrime salirgli dal petto alla gola e, come se stesse suonando una sirena, scattò in piedi e ricominciò la corsa verso casa: l’alba illuminò la sua discesa e quando fu davanti alla porta di casa si sentì leggero.

Fece stretching e sorbì il primo caffè della giornata mentre controllava i messaggi che aveva sentito trillare durante la corsa.

Quarantadue chiamate senza risposta?”, Emanuela lo aveva chiamato per almeno un’ora, doveva essere qualcosa di urgente. Digitò il numero della segreteria telefonica che annunciò ben sedici messaggi, sbuffò e si mise in ascolto:

Pier, devi assolutamente richiamarmi appena senti il messaggio. È urgente”, la voce di Ema sembrava sconvolta.

Pier ti prego rispondimi. Ho assolutamente bisogno di parlare con te.”

Pier è una questione delicata, di lavoro. Vabbè richiamami subito.”

Chiamami.”

Sorrise sentendola agitata e si disse che probabilmente se l’era fatta in mano, visto che non lo vedeva in ufficio da una settimana.

Pier richiamami, riguarda Denis.”

Respirò profondamente, lo sapeva che prima o poi quel Lemmi lo avrebbe fatto scappare di casa, lui e le sue diagnosi inutili piene di paroloni che di certo non aiutavano.

Fece il numero di Emanuela che rispose subito: Pier! Finalmente!”, la sua voce era sollevata.

Ero a correre. Non dovrò mica stare ad aspettare che mi chiamiate per tutti i problemi che non riuscite a risolvere”, lo disse quasi d’un fiato senza riuscire a fermarsi nonostante qualcosa lo facesse sentire a disagio. Emanuela non era né seccata né arrabbiata per non averlo trovato e il tono sarcastico andò lentamente spegnendosi:

Cos’è successo?”, la sua voce adesso era leggermente tremante.

Pier, Denis è morto, si è suicidato”, Ema scoppiò in lacrime.

Pier disse qualcosa che somiglia a un “arrivo subito” e agganciò. Si diresse verso la doccia, lasciò i vestiti sudati per terra e si concesse qualche minuto immobile sotto il getto dell’acqua calda, uscì, si infilò l’accappatoio e frizionò i capelli. Dopo aver scaldato il suo corpo e asciugato la chioma con l’asciugacapelli, si diresse verso la cabina armadio e scelse con cura gli abiti di quella giornata. Restò immobile lì davanti per almeno dieci minuti, gli occhi su un paio di pantaloni sportivi color carta da zucchero. La mente vagò a quando, con i compagni dei giardini pubblici, andava a pescare sul lungofiume munito di filo da pesca e lombrichi, tra le mani le pizzette avvolte nella carta da zucchero del fornaio.

Si vestì con attenzione, indugiando sui particolari, abbinò i colori e le fantasie, e nel bagno sistemò i capelli con una buona dose di gel forte: davanti allo specchio con i capelli sistemati e gli occhiali alla moda, sentì il peso del bambino tra le sue braccia.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (6) di Jlenia Adain Rodolfi

Aprì la porta lentamente cercando di evitarne il cigolio, il piccolo salotto era in penombra e il puzzo di urina era pungente. Lasciò cadere lo zaino accanto alla porta lentamente senza far rumore e, passando vicino al divano, si strinse nelle spalle cercando di non far scricchiolare la busta del supermercato, mordendosi le labbra. Entrò in cucina, afferrò la maniglia del frigorifero e tirò con cautela: la luce si era bruciata e l’odore di marcio gli arrivò alle narici fin troppo presto. Senza aspettare prese la pattumiera e ci infilò dentro gli alimenti avariati: il formaggio ammuffito e il prosciutto che sembravano lì dentro da almeno un mese. Fece una pulizia sommaria dei piani usando una spugna imbevuta di acqua e sapone per i piatti e svuotò il contenuto della busta sul primo piano del frigorifero: pane del Mulino Bianco, prosciutto, sottilette e sei lattine di birra. Pier gli aveva lasciato una busta con dentro dei soldi, giù al Gruppo, e così aveva potuto fare un po’ di spesa; non lo vedeva da un po’ e quella mattina era andato al solito bar per farsi offrire la colazione, aveva una fame tragica, come la definiva lui. La barista aveva detto che era stato lì prima del solito quella mattina e che parlava di farsi un giro sul lungofiume: non poteva mica inseguirlo, ci avrebbe provato il giorno dopo, aveva deciso di confidargli cosa succedeva davvero a casa sua. Strinse i pugni e trattenne le lacrime: “Non ne posso più”. Cercò di ricordarsi il volto di sua madre, aveva l’impressione che la memoria dei suoi tratti stesse svanendo col passare dei mesi; tentò di ricordarsi il suono della sua voce e della sua risata, poi si guardò nella porticina del microonde per vedere in cosa le assomigliasse: quella era proprio una faccia da scemo, altroché. Si mise a rassettare per quanto possibile il piano di lavoro, raccolse molte lattine vuote e svuotò il lavandino dalle buste di cibo pronto, preparò l’immondizia e si dedicò a sbattere fuori dalla finestra i tappeti carichi di briciole, era pronto per il pranzo.

Mi sembri una cazzo di casalinga.”

Denis si voltò con gli occhi sgranati e immediatamente abbassò lo sguardo verso il pavimento: “Scusa, non volevo svegliarti, papà”, la voce sembrava un soffio.

Non mi hai svegliato, altrimenti te l’avrei fatta pagare, stanne sicuro”, Diego spinse piano ma senza troppa attenzione suo figlio da una parte, aprì il frigorifero e si abbassò, quasi fino a entrarci, per riemergerne con una lattina in mano:

Hai pranzato?”, non lo chiedeva per essere premuroso.

Stavo per prepararmi un toast.”

Fanne uno anche per me”, lasciò la stanza e Denis fece un respiro profondo, aveva l’aria sbattuta e questo non prometteva nulla di buono. Denis si mise all’opera e in pochi minuti aveva raggiunto suo padre steso sul divano che puzzava di piscio.

Ma che ore sono?”, fece un rutto.

L’una e trenta”, voce tenue e nessuna espressione sul volto che potesse tradirlo.

Davvero? E perché non mi hai svegliato prima, stronzetto?”

Denis sapeva che se fosse restato immobile tutto sarebbe andato bene, quasi non respirava e i suoi occhi erano fissi su una macchia del tappeto, un brivido di freddo gli scosse il corpo. Dopo qualche secondo di silenzio, cercò di appoggiare il piatto sul tavolino senza posare lo sguardo verso suo padre, ma prima fu costretto a spostare verso i bordi altre lattine di birra e uno specchietto su cui c’erano ancora i residui di polvere bianca della sera prima. Suo padre era tornato a casa verso mezzanotte con degli amici e avevano festeggiato fino a mattina. Denis non aveva dormito e appena sveglio era uscito dalla finestra della sua camera per non incontrarli, senza fare colazione.

Una banconota arrotolata scivolò rapida giù dalla superficie inclinata e precipitò sul tappeto. Trattenne il respiro.

Hey, ma che cazzo fai?”, Denis restò nell’esatta posizione in cui si trovava, lo specchietto in una mano e nell’altra il piatto dei toast, “Non toccare la mia roba!”.

Alzò lo sguardo un millesimo di secondo prima che suo padre lo prendesse per i capelli e gli strappasse lo specchio di mano: gli occhi di Diego erano sanguigni e stringeva forte i denti mettendoli in mostra. I toast finirono sul pavimento e, mentre suo padre lo prendeva a calci, Denis respirò il profumo del prosciutto e sorrise.

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