“Rossano, Melania e il dente di leone” di Raffaella Tavernini

“Tutto per un maledettissimo dente di leone. Che fra l’altro era sicuramente falso. Mi fai una piccola rossa, Julie?”, così disse Rossano, senza soluzione di continuità fra un pensiero e l’altro, guardando fisso negli occhi Julie anche se la sua frase era indirizzata a me.

Appoggiato con i gomiti al bancone della nostra seconda casa, la birreria di Julie, Rossano attaccò le labbra alla birretta e con un solo sorso ne bevve più di metà. Poi le staccò, posò il bicchiere sul bancone, passò l’unghia dell’indice destro sotto l’unghia del pollice sinistro fissandosi le mani e disse:  “Piuttosto intransigente la ragazza”.

Rossano tornava da una settimana in Kenya, dove avrebbe dovuto scoprire la natura selvaggia e le profonde tradizioni del suo popolo, o così almeno prometteva il depliant dell’agenzia di viaggi dove aveva prenotato la vacanza con Melania. Una vacanza last minute quando lui e Melania avevano scoperto di avere entrambi una settimana libera dal lavoro per Pasqua.

“Non è costata neanche poco ‘sta maledetta vacanza in alta stagione”, continuò Rossano e prese a lisciarsi con il pollice destro una dopo l’altra tutte le unghie della mano sinistra, dal mignolo al pollice, continuando a osservare fisse le sue mani come se stesse operando a cuore aperto.

Si frequentavano ormai da qualche mese, Rossano e Melania, il giorno in cui erano entrati in agenzia. Si poteva dire che stavano insieme: l’intenzione di non frequentare altre persone era stata esplicitata una sera a cena a casa di lei. Una sera che a entrambi, quando la ricordavano, strappava come riflesso automatico uno sguardo languido e un sorrisetto a mezze labbra al pensiero del sesso che ne era seguito. Il palesare la reciprocità delle loro intenzioni aveva sciolto qualcuna delle prime inibizioni.

Qualche altra inibizione era stata sciolta quando Melania a casa di Rossano aveva trovato un buon cinque o sei libri di Erri De Luca che “Cavolo, sembrava lo sapesse che è il mio scrittore preferito!” aveva cinguettato il lunedì mattina in ufficio alla sua collega di scrivania mentre si limava le unghie, corte e quadrate come piacciono a lei. (Che poi Rossano davvero lo sapeva che era il suo scrittore preferito, era un discreto osservatore: aveva visto a casa sua tutti i suoi libri sul ripiano più in vista della libreria, ma qualcosa di Erri De Luca gli piaceva davvero, mica avrebbe speso un settanta euro – occhio e croce – solo per fingere una cosa così sciocca. Il peso della farfalla, ad esempio, gli era piaciuto tanto da non uscire di casa una domenica intera per leggerlo. La storia del re dei camosci e del re dei cacciatori lo aveva fatto pensare a tutte le giornate, quelle calde e quelle gelide, quelle limpide e quelle umide e nebbiose, quelle brevissime e quelle interminabili, passate accovacciato ad aspettare la regina del bosco, la beccaccia, che cacciava ormai da quindici anni.)

A questo punto della relazione non era sembrato un azzardo prenotare la vacanza in Kenya, piuttosto la promessa di una settimana di sole, mare, safari, natura, amore, sorrisi inebetiti occhi negli occhi, mani incrociate intorno ai bicchieri di cocktail decorati con le bandierine di tutto il mondo, paroline oscene sussurrate nelle orecchie in coda al buffet per i dolci e tanto sesso. Perciò senza indugi erano partiti.

“I primi giorni tutto bene, amico. Il mare del Kenya, davvero, è bello. Non mi sono annoiato neanche sul lettino: dormivo, mi svegliavo, Melania mi sorrideva, ordinavo una birra, mi riaddormentavo, mi risvegliavo, ne bevevo un sorso, guardavo Melania con uno sguardo che non so come sia, ma so che le piaceva parecchio, mi riaddormentavo e via così tutto il giorno.”

“Finché… “, Rossano ordinò un’altra birra, media questa volta. Con l’unghia del pollice della mano sinistra sfiorò tutte le linee del palmo della mano destra, e continuò: “Fino al safari. Bellissimo, due giorni nella savana con pernottamento incluso. Abbiamo visto tantissimi animali: zebre, giraffe, elefanti… ma il leone. Il leone. Il leone ti giuro che mi ha guardato. Ci siamo guardati negli occhi, con rispetto. Il giorno dopo in spiaggia sembravo io il leone, ma in gabbia. Ero irrequieto. Sono andato a fare una passeggiata e in un mercatino ho incontrato la guida che ci aveva accompagnato. Mi ha detto che aveva notato lo sguardo fra me e l’animale il giorno prima e mi ha chiesto se volevo un dente di leone da portarmi a casa. Che era del tutto legale, preso da una bestia trovata morta dalle guardie del parco”.

Rossano mi guardò negli occhi, credo che lo sguardo non fosse lo stesso che riservava a Melania. Bevve un sorso di birra e continuò: “Mi è sembrato fantastico: il re della savana, il re della foresta. Forse con il suo dente al collo avrei potuto essere davvero il re dei cacciatori. Ho comprato il dente e sono tornato da Melania correndo come una gazzella. Eccitatissimo le ho mostrato il mio dente, già attaccato con un cordino al collo”.

“Amico”, continuò Rossano appoggiando il bicchiere con molta attenzione cercando di centrare alla perfezione il sottobicchiere di cartone appoggiato sul banco, “Melania si è alzata dal lettino come impazzita. Mi gridava che sono un pazzo, una bestia, un delinquente, che mi avrebbe fatto arrestare se non avessi restituito il dente. Ho scoperto che è la fondatrice della sezione locale degli attivisti contro la caccia. Inaccettabile. Fortuna siamo partiti la sera stessa. In aereo ho chiesto che mi facessero sedere lontano da quella Giovanna d’Arco di altri tempi. L’ho riportata a casa da Malpensa, ma non ci siamo più visti”.

Tutto per un maledettissimo dente di leone.

 

 

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“Un’intuizione fortunata” di Raffaella Tavernini

Era il 29 febbraio 2016. La data è importante perché già da due mesi ripetevo in continuazione il detto “anno bisesto, anno funesto”. Come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi (decisamente troppi per me nella settimana – non sarebbe meglio se i giorni festivi e i feriali fossero invertiti? Non sarebbe un problema lavorare il sabato e la domenica se il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì potessimo trascorrerli in panciolle), dicevo, come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi ero uscita dall’ufficio decisamente troppo tardi. E decisamente troppo stressata.

Chiudi la porta, inserisci l’allarme, prendi le chiavi, accendi il motore della mia automobile. Rosso fiammante, pulitissima. Reduce da una rimessa a nuovo in carrozzeria. Non si sentiva nemmeno più la puzza di tutte le sigarette che ci fumavo dentro. Sempre per colpa di tutto quello stress. Dopo solo pochi metri, guarda chi ti incontro proprio stasera: il mio compagno di liceo, Paolo Cattivini. Non un compagno qualsiasi: uno di quelli che mi faceva proprio ridere.

Ma ciao Paolo! Quanto tempo? Almeno dieci anni saranno passati.”

Lorella! Fermati immediatamente a salutarmi come si deve.”

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe che non mi fermassi a salutare Paolo Cattivini. Metto la prima e mi accosto al lato della strada. Spengo l’automobile, scendo e chiudo la portiera.

Paoloooo! Ma che gioia vederti!”, tutta pimpante quasi saltello per i dieci metri che mi separano da Paolo e lo abbraccio.

Lui ricambia il mio abbraccio. “Lorellaaaa! Troppo tempo! Come stai?”.

A quel punto io comincio a sciorinare una sequela di parole: “Tutto bene, Paolo. E tu? Tua moglie? Tua figlia? Sai, io lavoro proprio qui. Da quanto non ti vedo? Tu stai benissimo. Sei ancora più bello”.

Per una frazione di secondo guardo gli occhi sgranati e terrorizzati di Paolo Cattivini che mi fissano e mi chiedo se, come al solito, non stia parlando troppo. Eppure, anche se sono passati tanti anni, Paolo mi conosce bene. Non sono cambiata poi tanto dai tempi del liceo. Invece mi chiede, guardando oltre le mie spalle: “È la tua auto quella lì?”.

Mi volto.

Sì.

È proprio la mia fantastica auto rosso fiammante.

Che è partita.

Da sola.

Trotterella sempre più velocemente lungo la discesa verso la strada principale. All’ora di punta.

Di un giorno lavorativo.

In una frazione di secondo scatto verso di lei (oddio, non sono Usain Bolt, purtroppo – diciamo: scatto per quanto posso).

Quanto è bella, penso.

Proprio stasera che è tutta pulita.

Accidenti, si schianterà di sicuro. Oppure distruggerà un’altra automobile. Oppure una persona. Oppure la inseguirò per chilometri.

La vedo rallentare lentamente di fronte a un marciapiede, come se temesse di salirci. E invece poi prosegue e ci sale. Si infila millimetricamente fra un palo della luce e un cartello stradale di divieto di sorpasso. Evita la panchina della fermata dell’autobus. E continua imperterrita.

La raggiungo sulla linea di mezzeria fra le due corsie, con il traffico che sembra essersi miracolosamente fermato.

Salgo.

Aziono il freno a mano.

È salva.

Sono salva.

Pallida e agitatissima, dopo averla parcheggiata, questa volta assicurandomi di aver ben inserito il freno a mano, mi avvicino a Paolo, Paolo Cattivini.

L’ho guardata un attimo pensando che ci fosse qualcuno al volante. Quando mi sono accorto che si dirigeva verso il marciapiede ho capito che non c’era nessuno”.

Davvero una intuizione fortunata, Paolo Cattivini.

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“Libero arbitrio” di Raffaella Tavernini

Perché non mi risponde? Le è successo qualcosa, ne sono sicura… ”

Patrizia era ormai in preda all’angoscia, da almeno un’ora stava cercando di rintracciare la figlia Elena, che doveva rincasare dopo una gita a Verona in compagnia dell’amica del cuore Maria Chiara. Elena non aveva risposto né ai messaggi dal tono ancora pacato né alle telefonate che avevano squillato un numero imprecisato di volte. Dopo aver cercato inutilmente anche Maria Chiara, Patrizia aveva telefonato direttamente a casa dell’amica della figlia e aveva risposto il padre: “No, Maria Chiara oggi è andata in piscina. Non preoccuparti, Patrizia. È al piano di sotto, ti faccio chiamare appena sale”.

Ma non potevi farti gli affari tuoi papà? È da un’ora che sto cercando di evitarla non rispondendo al cellulare”, lo aggredì sua figlia appena fu messa al corrente della situazione.

Posso sapere perché non vuoi parlare con Patrizia?”

Ma sì, papà”, aveva risposto Maria Chiara, “sai che a casa sua non le lasciano fare mai nulla. Elena voleva andare a Treviso a trovare il suo ragazzo, quello di Brunico, ma ha pensato bene di raccontare una bugia ai suoi coinvolgendo anche me. Adesso io non so cosa fare, se dico la verità Elena mi catalogherà fra i traditori.”

Il padre le aveva semplicemente risposto: “Scegli tu amore cosa ti sembra giusto o sbagliato. Sei in grado di farlo”.

Maria Chiara si era chiusa in camera sua. Accidenti, pensava, ma perché non ho anche io una di quelle famiglie classiche? Con un papà che decida al posto mio cosa sia giusto o sbagliato?

Ho fiducia in te e nelle tue scelte”, glielo ripeteva sempre, ogni volta che si trovava davanti a un dilemma morale e una decisione doveva essere presa.

A dire il vero la ragazza era estremamente gratificata da tutta quella fiducia, in particolar modo quando le amiche le raccontavano dei genitori molto severi, che volevano decidere persino il colore delle scarpe al posto loro. Sapeva quasi sempre quale fosse la cosa giusta da fare, ma a volte le sembrava ingiusto non poter commettere quelle follie tipiche della sua età. A volte non le sarebbe dispiaciuto avere a disposizione una specie di scorciatoia per una decisione del padre presa al posto suo. Questa era una di quelle volte. Maria Chiara sapeva di non avere scelta, che la cosa giusta era raccontare la verità, se Elena non l’avesse capito forse avrebbe dovuto rivalutare la loro amicizia.

Signora, oggi io non ero a Verona con Elena. Elena è andata a Trieste dal suo ragazzo, quello conosciuto durante la nostra settimana bianca a Brunico. Le mando il numero dei suoi genitori. Stia tranquilla, Elena mi ha mandato un messaggio oggi alle sei, sta bene.”

Il padre di Maria Chiara era seduto sul divano fingendo di essere assorto nel canonico cruciverba settimanale. Quando la figlia terminò la telefonata si alzò, andò in bagno e, dopo essere sicuro di aver ben chiuso la porta, fece con il braccio destro un gesto di vittoria e si lanciò in qualche passo di un balletto piuttosto ridicolo. Anche questa volta Maria Chiara aveva fatto la scelta giusta, ma quanto è difficile voler essere un genitore che non interviene nelle decisioni dei figli.

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“L’attesa” di Raffaella Tavernini

Camelia attendeva quel mercoledì 27 settembre con un sentimento confuso di ansia, gioia, impazienza ed entusiasmo almeno da un mese, cioè da quando su Facebook aveva conosciuto Luca, che poi aveva scoperto chiamarsi Andrea. Attraverso amicizie comuni avevano iniziato una conversazione privata, sempre più fitta, nel mondo virtuale dei social network. Camelia, però, credeva alla realtà dei fatti e Andrea alla prima occasione le aveva proposto di incontrarsi di persona. Di ritorno da una conferenza a Venezia si sarebbe fermato alla stazione di Verona, alle 13.00 del 27 settembre.

Dopo la solita serie di questioni tipicamente femminili – come mi pettino? E il rossetto? Rosso farà poco seria? Tacco o raso terra? Calzoni o gonna? – Camelia si era presentata con un certo anticipo alla stazione di Porta Nuova indossando: sobri calzoni neri con stivaletti tacco 5, coda di cavallo con un ricciolo casualmente indisciplinato e rossetto sì, ma rosato. Aveva guardato il tabellone degli arrivi e si era diretta con passo deciso al binario 17, erano le 12.15. Andrea non poteva certo sapere che era arrivata con tutto quell’anticipo. “Quando scenderà dal treno fingerò un certo affanno, come fossi appena arrivata”, aveva pensato Camelia.

Si era seduta vicino all’unica persona che stava già aspettando il 9718. Per distrarsi, si era portata una di quelle riviste femminili dove non c’è scritto mai nulla di importante. Non riusciva, però, a prestare attenzione nemmeno a quel niente. Aveva attaccato bottone con la sua vicina, una vecchina sui settant’anni. I capelli grigio violetto, che fa tanto nonna che cucina almeno una torta di mele al giorno per gli adorati nipoti. Seduta sulla panchina con le mani morbidamente appoggiate sulle gambe, la vecchina guardava di tanto in tanto lungo il binario.

Buongiorno. Sono Camelia e sto aspettando un amico che arriverà con il 9718. Ero già in zona e quindi sono venuta in stazione con troppo anticipo.”

Buongiorno a lei. Io sono Rosi. Sto aspettando mia figlia. Anche lei deve tornare da Venezia. Mi ha detto che arriverà per pranzo.”

Speriamo almeno che il treno sia puntuale”, aveva continuato Camelia, “devo già aspettare tre quarti d’ora. Non vorrei davvero ritardasse”.

Ah, no. Stia tranquilla. Questo treno è sempre puntuale. Si può dire che spacchi il secondo.”

Ma allora lei è una habitué? Sua figlia torna spesso a Verona?”

A dire il vero è da un po’ che non arriva, ma io la aspetto tutti i giorni. Il treno arriva sempre puntualissimo, alle 13.00. Annamaria è da un paio d’anni che non scende.”

Questa è matta, aveva pensato Camelia rituffandosi con lo sguardo fra le pagine della sua rivista. Alle 13.00 in punto era arrivato il 9718 proveniente da Venezia S. Lucia. Si era fermato. Era scesa una marea di passeggeri, però, né Andrea né Annamaria. Rosi aveva salutato Camelia: “Se torna anche lei, ci vediamo domani. Mi ha fatto piacere la sua compagnia”.

Camelia, delusa e incuriosita allo stesso tempo, era rimasta seduta ancora un istante, finché il capostazione non le aveva detto: “La figlia di Rosi è scappata un paio d’anni fa, ma la madre non ci vuole credere. Da allora, con infinita pazienza, la viene ad aspettare alla stazione ogni giorno”.

Camelia si era commossa e aveva pensato che no, lei Andrea non l’avrebbe aspettato un giorno di più. Pazienza è una strana parola: puoi dirla quando aspetti e quando scegli di non aspettare più.

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“Ascolto e non ascolto” di Raffaella Tavernini

Diciamo che parecchie delle volte che ti ho invitato non ne avevo voglia. Mi sono sentito obbligato a farlo”, così mi disse Filippo brutalmente, sapendo che con questa affermazione mi avrebbe ferito ancora di più.

Cosa stai dicendo?”, risposi, “Non ti ho mai chiesto nulla, non ti ho mai imposto nulla”.

Filippo continuò: “Mi sono trovato coinvolto in questa cosa più di quanto fosse mia intenzione. E questa è la verità”.

Vai fuori di qui”, gridai, “esci immediatamente da casa mia. Non ti voglio più vedere!”.

Avrei voluto controllare meglio la mia rabbia, ma non ci riuscii. Fui travolta dall’umiliazione e dall’imbarazzo. Io, pensavo, io che ho sempre avuto come unico e solo obiettivo quello di non essere invadente. Anche con le amiche, pensavo, anche con le amiche sono sempre stata preoccupata di non oltrepassare mai il confine.

Mi lasciai cadere sul divano con la bottiglia di sauvignon aperta per la serata. Il suo profumo di pipì di gatto lo rende imbevibile per molti e buonissimo per pochi, me inclusa. E iniziai a ricordare…

Io non ti porto di certo fino a casa.”

Non c’era nulla da interpretare, nulla davvero da ascoltare in questa frase di Filippo sparata con gli occhi sbarrati la notte che alle due eravamo rimasti in panne con la mia automobile. Tornavamo da una cena a casa di amici suoi che non mi erano nemmeno simpatici. Mille volte si giustificò in seguito dicendomi che sapeva già che mi avrebbe prestato la sua, di automobile, che non intendeva certo farmi chiamare un taxi.

Ripensai anche alla intenzionale crudeltà di un’altra risposta: “Perché mai dovrei venire in montagna con te?”. Oddio, non sarebbe stata di certo la nostra prima volta che ci facevamo una vacanza insieme. Quando gli proposi un week end sulle Dolomiti, Filippo non si limitò a rifiutare: mise in discussione la legittimità stessa della mia richiesta. D’altra parte nemmeno io avevo mai definito relazione questa cosa, perché non lo era. Non lo era nei fatti. Era come un buon bicchiere di sauvignon: fastidioso per molti, irrinunciabile per pochi. Avevo, però, creduto di essere stata brava nell’ascoltare, il dire tutto senza dire nulla. Invece, sembrava proprio di no. O meglio, avevo ascoltato senza sospendere il giudizio, credendo di sentire solo quello che volevo sentire.

Continuai con un altro bicchiere e un altro ricordo. Molto diverso era sembrato il Filippo piegato sulle mie ginocchia la sera che la madre era stata ricoverata in ospedale per un malore: fragile e bisognoso di protezione. Il messaggio che mi aveva scritto prima di addormentarsi mi era sembrato piuttosto chiaro, non bisognoso di interpretazioni: “Non avrei voluto essere in nessun altro posto stasera, con nessun’altra persona”. Ripensai anche a come i suoi occhi erano stati sempre sentimentali e accoglienti durante l’intimità: “Mi piace come fai l’amore”, mi aveva detto spesso.

Vero è che nemmeno io ero stata così ingenua da credere che questa cosa fosse amore. Non lo era stato nemmeno per me. Troppa complicità da parte mia per potermi assolvere. Il nostro era stato un gioco a due. Proprio per questo avevo ritenuto inaccettabile la sua sparata: “Parecchie delle volte che ti ho invitato non ne avevo voglia”. Non ci stava, era come dire tocco terra e non gioco più, rovesciando la responsabilità di non aver seguito le regole solo su di me. Come se non fossi mai stata capace di ascoltare, come se non avessi capito nulla. Ma eravamo stati in due a bere da quella bottiglia.

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“Lucilla dalle mille facce” di Raffaella Tavernini

Cosa prevede il palinsesto di Rete Garda oggi?”, chiese Teresa.

Ti ricordi di Lucilla? Quella ragazza che abitava nella casa gialla in piazza con il balcone sempre fiorito? Oggi, su Rete Garda, vengono trasmesse le interviste ai suoi cari”, rispose Riccardo.

Lucilla aveva 45 anni quando, improvvisamente, una mattina sparì. Come tutte le altre mattine dopo colazione era partita per andare al lavoro e come tutte le altre giornate era stata in ufficio dalle nove alle cinque con orario continuato. I colleghi avevano confermato la sua presenza. Poi era sparita. Nessuno più era riuscito a trovare sue tracce. Dopo cinque anni quasi tutti preferivano pensare che fosse morta in qualche circostanza misteriosa e inspiegabile piuttosto che credere al fatto che così, di punto in bianco, avesse deciso di andarsene. Lucilla era amata in città: sempre sorridente e disponibile con i concittadini, il balcone fiorito della sua casa gialla che diffondeva colore e profumo per tutti, non si tirava mai indietro quando c’era da aiutare qualcuno e fare qualcosa per la comunità. Perciò, cinque anni dopo la sua scomparsa, Rete Garda – la televisione locale, aveva deciso di dedicare il palinsesto di un pomeriggio tutto a lei. Prima ne avrebbe parlato la madre, poi il marito e, infine, la sua migliore amica: Erica.

La santa Lucilla (la madre)

Angela, la madre di Lucilla, era stata intervistata mentre era seduta nel giardino della casa dove ancora abitava e dove Lucilla era cresciuta, vivendoci dalla nascita fino ai suoi trent’anni. Com’è quasi sempre ovvio per una madre, quando la giornalista aveva cominciato a intervistarla dalle parole di Angela era uscita l’immagine di una quasi santa. La figlia, aveva risposto alla prima domanda, era sempre stata molto matura ed equilibrata, una ragazza da cui non temere colpi di testa: responsabile, lavoratrice instancabile, sempre vicinissima alla famiglia e generosa. Fin da bambina, aveva continuato, era stata la più brava a scuola e non bisognava ricordarle mai di studiare o di fare i compiti. Puntuale alle lezioni, rigorosa negli allenamenti di tennis, sport che aveva iniziato a praticare regalando anche qualche piccola soddisfazione a se stessa e alla famiglia, mai lamentosa quando si trattava di aiutare il padre, solare, piena di entusiasmo nell’organizzare i rinomati pranzi familiari. Angela trovava in Lucilla tutto quanto avrebbe potuto cercare in un’altra donna: una figlia, un’amica, un’assistente, una complice, un’aiutante. Tutto. Perciò non aveva mai potuto accettare la storia della sua sparizione, ma era assolutamente e drammaticamente certa del fatto che Lucilla fosse morta. Non si spiegava come o dove, probabilmente rapita da qualcuno che per un motivo misterioso l’aveva ammazzata e poi fatta sparire. Angela, di certo, in questi anni si era dimenticata di tutte le volte in cui lei e Lucilla avevano litigato come due furie, lanciandosi insulti e improperi che neanche nel quartiere più malfamato di Caracas. E non aveva mai capito quanto Lucilla si comportasse sempre alla perfezione solo per un senso di inadeguatezza cronico, perché in realtà non si sentiva mai abbastanza buona o bella o giusta.

Lucilla, la metà della mela (il marito)

Lucilla l’ho amata dal primo giorno in cui ricordo di averla vista. Lei aveva solo tre anni mentre io frequentavo già la prima elementare”, così iniziò Nicola. Rispose alle domande della giornalista raccontando che le loro madri erano amiche da tutta la vita e che lui e Lucilla avevano giocato insieme fin da bambini. Già da piccola si era dimostrata molto decisa e determinata tanto che il suo amore era nato quando lei tutta coraggiosa l’aveva difeso di fronte a un gruppo di compagni di scuola che gli avevano rubato la bicicletta. Ovviamente, l’intervento di Lucilla non aveva risolto la situazione che si era conclusa con una rissa, una maglietta strappata e una bella sfuriata della madre. Ma da quel giorno Nicola aveva avuto occhi solo per lei. Era stato naturale per tutti considerarli una coppia e Nicola l’aveva sempre guidata anche nei momenti di crisi: quando Lucilla aveva preso in considerazione la possibilità di trasferirsi dopo la laurea, l’aveva persuasa che non avrebbe potuto trovare nulla di meglio di quello che già avevano; quando aveva deciso di prendersi una pausa di riflessione, intorno ai 25 anni, Nicola l’aveva aspettata con una dedizione che ai più sembrava commovente. Aveva fatto finta di non accorgersi di quanto la decisione di Lucilla di tornare con lui dipendesse dal fatto che aveva avuto una brutta relazione con un uomo egoista e falso che l’aveva fatta molto soffrire. Voleva credere che lei fosse tornata perché, come lui, aveva capito che erano due metà della stessa mela, non interrogandosi troppo a fondo su quello che lei gli aveva detto: “Tu sei un porto sicuro”. Chissà se a Lucilla restava la curiosità di constatare cosa avrebbe potuto trovare fuori da quel porto. Come tutti si aspettavano, soprattutto Nicola, un paio di anni dopo la laurea si erano sposati, avevano fatto un mutuo ventennale per comprare la casa gialla, e poco dopo erano arrivati i due figli. “Lucilla li adorava”, disse lui, “così come adorava me e la nostra routine familiare”. Probabilmente si era dimenticato di quando la moglie piangendo, la sera dopo che i bimbi erano andati a dormire, lo interrogava sulla possibilità che davvero fosse tutto lì, se fosse giusto non cercare altro, se fosse giusto accontentarsi e far finta di non sentire quel tarlo che le ripeteva che la vita non si limita a un passivo trascorrere di giorni tutti uguali e prevedibili. Nicola si era dimenticato di quei giorni in cui lei era insopportabile, aveva rimosso il ricordo del bigliettino che le aveva trovato in borsa con scritto: “Mi sento imprigionata. Ricorda: come avessi dentro un uovo sodo che non va né su né giù”.

Aveva continuato a rispondere alle domande dell’intervistatrice parlando del loro amore puro e di come non fosse possibile immaginare una fuga di Lucilla, e che nonostante lo facesse morire il pensiero, Lucilla era sicuramente morta, con ogni probabilità era stata rapita da qualcuno che per un motivo misterioso l’aveva ammazzata e poi fatta sparire. Mentre Nicola stava ancora finendo di parlare, da dietro le quinte dello studio era comparso in evidente stato di alterazione Michele, agitando le braccia aveva urlato: “Ma quale metà della mela? Ma quale perfetta routine familiare? Lucilla era tutt’altro e tu non la conoscevi per nulla”.

La disinibita Lucilla (Michele, l’amante)

Michele era uno splendido cameraman di Rete Garda: sfiorava i due metri di altezza, occhi verdi che magnetizzavano e un sorriso da attore di Hollywood. Non era riuscito a trattenersi dal movimentare il palinsesto dell’emittente televisiva in cui lavorava: “Vi racconto io chi era veramente Lucilla!”, e lì aveva cominciato a spiattellare davanti alle telecamere la storia della loro relazione, iniziata almeno tre anni prima e continuata senza un momento di esitazione.

Lui e Lucilla si erano conosciuti a una mostra di fronte a un quadro di un pittore sconosciuto che aveva attirato l’attenzione di entrambi. Il dipinto ritraeva un uomo e una donna seduti uno di fronte all’altra. La donna era protesa verso l’uomo e lo guardava con evidente ammirazione, totalmente assorbita da quello che lui sembrava pensare. Lucilla assorta nell’immagine aveva sussurrato a mezza voce: “Ecco cosa deve essere l’amore vero: lei lo guarda come fosse la luce di un faro in una notte di tempesta. Quanto mi piacerebbe almeno una volta nella vita provare una simile emozione”. E Michele, in piedi dietro di lei, le aveva risposto d’istinto: “Vieni a bere un aperitivo con me e ti prometto che ci provo io a farti sentire quell’amore”. Lucilla si era voltata, l’aveva guardato e aveva semplicemente risposto: “D’accordo”. Così era iniziata la loro relazione che fino al giorno della sparizione di Lucilla era continuata senza titubanze: travolgente, passionale. Probabilmente per Lucilla si sarebbe potuto parlare di dipendenza: a lui mandava il primo messaggio della mattina e mille altri tutte le sere quando si chiudeva in bagno facendo docce sempre più lunghe; pur di stare con lui aveva fatto salti mortali raccontando di fantomatiche convention di lavoro per vivere week end di fuoco. Qualche mese dopo l’inizio della loro storia gli aveva detto: “Ci sei riuscito, sai? A farmi vivere quell’amore che avevo visto nel quadro. Vivo per guardare i tuoi occhi e ascoltare le tue parole. Tutto sparisce quando sono con te”.

Lucilla non aveva mai mostrato con Michele il benché minimo dubbio sulla loro relazione: nessuna titubanza, nessun pentimento, nessun senso di colpa nei confronti della famiglia. Spesso si era rivelata anche parecchio disinibita, molto lontana dall’immagine che di lei aveva lo stesso Michele, ma di fronte alla proposta che lui le aveva fatto più volte di lasciare il marito e di ufficializzare la loro relazione non aveva mai voluto accettare: “Il nostro è l’amore perfetto: ammirazione, passione, nessuna routine. Solo il meglio di te e di me. Due metà della stessa mela”, rispondeva sempre lei, anche la sera prima della sua sparizione. Michele disse che sicuramente Lucilla se n’era andata perché potessero vivere la loro relazione in qualche altro posto del mondo. E chissà poi cosa era successo, probabilmente era stata rapita da qualcuno che per un motivo misterioso l’aveva ammazzata e poi fatta sparire.

Lucilla dalle mille facce (Erica, la migliore amica)

Erica non aveva potuto far finta di nulla, dopo l’intervento sorprendente di Michele, si era trovata costretta a cambiare completamente il discorso che aveva pensato di fare.

Lucilla era tutto questo e molto altro. Nessuno di voi, anzi nessuno di noi l’ha mai conosciuta completamente, perché Lucilla faceva vedere di sé solo quello che voleva. Sceglieva di far vedere a ognuno di noi quello che credeva volessimo vedere. Lo faceva per difenderci, credeva che nessuno di noi fosse in grado di accettare e di capire i suoi mille volti. Aveva creato di sé un dipinto ad hoc per chiunque incontrasse, a partire da sua madre per arrivare al marito e all’amante, ma anche per l’autista dell’autobus o per il commesso del suo negozio di scarpe preferito. Lucilla era tutto quello che avete detto voi, ma anche molto altro. Non so dove sia, probabilmente è stata rapita da qualcuno che per un motivo misterioso l’ha ammazzata e poi fatta sparire. Se così non fosse, spero solo che abbia trovato il coraggio, in un qualsiasi posto nel mondo, di mostrare a tutti le sue mille facce.

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