Esercizio (4)_ “Little Creatures” di Alessandro Tondini

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

***

Philo, grazie alla soffiata del sergente Johnny, suo vecchio amico e compagno d’armi, venne a sapere il giorno dopo del night club incriminato. Ne fu subito incuriosito perché aveva un nome più adatto a un negozio per animali che ad un locale notturno e decise di recarvisi la sera stessa. Il Little Creatures, così si chiamava, si trovava in un vicolo nella Ventitreesima strada. Non aveva un’insegna, a testimoniarne l’esistenza vi era solo una grossa lampada in stile liberty e la presenza di un uomo alto e quadrato, simile agli armadi d’acciaio che Philo aveva visto alla Centrale di Center Street. L’energumeno attendeva statico davanti a una strettissima porta d’ingresso.

Quando Philo gli fu di fronte, questi con una smorfia di sfida lo bloccò allungando un braccio e piazzandogli la manona sul petto: “Dove credi di andare, ce l’hai la parola?”.

Cerbiatto”, rispose senza esitare. Il vecchio Johnny gli aveva spifferato anche quella.

Il bestione accennò un’espressione di sorpresa e non si scostò immediatamente dall’uscio. Rimase immobile come un macigno e squadrò Philo con uno sguardo ancora più duro. Philo ricambiò l’occhiata e sibilò: “Non ti piace? Non apprezzi gli ungulati?”.

L’altro non rispose e si scostò quanto bastava per permettergli di entrare. Subito dopo la porta c’era una scaletta lunga e ripidissima, illuminata da un neon tremolante, che portava al seminterrato. Quando arrivò di sotto si trovò in uno strano locale con un ampio salone dall’arredamento un po’ lugubre. Grandi drappeggi neri alle pareti e divani rivestiti di velluto verde scuro creavano un’atmosfera gotica. L’illuminazione contribuiva a rendere il tutto un po’ misterioso e ambiguo poiché, appesi al soffitto, vi erano enormi lampadari di ferro battuto con lampadine dalla luce fioca che rischiaravano appena tutta la sala. Non era un night club come gli altri, c’era qualcosa che non quadrava e le stranezze erano appena cominciate. Gli si avvicinò un cameriere claudicante: “P… p… prego, si ac… co… comodi, mm… mi dia il suo ca… ca… cappotto”. Vance si sfilò il pastrano e glielo consegnò. “Zoppo e balbuziente”, pensò, sorridendo fra sé e si diresse a un tavolino. Sedutosi, si mise a osservare la fauna che animava la sala. Dietro al bancone, un barman con la gobba, preparava i cocktail con velocità e destrezza tali che lo facevano sembrare un giocoliere. Sugli sgabelli erano seduti due avventori: un uomo obeso e calvo stava appoggiato al bancone con la testa tra le mani. “Già ubriaco fradicio”, sentenziò Philo. Alla sua destra, un paio di sgabelli più in là, vide due collant infilati in un paio di gambe lunghissime, snelle e muscolose appartenenti a una specie di donna gigantesca che, con sguardo perso nel vuoto, aspirava una sigaretta per mezzo di un lunghissimo bocchino. “Questo posto è frequentato dal Circo Barnum”, ridacchiò Philo. Anche la gente seduta ai tavolini sembrava appartenere a un genere particolare della razza umana. Philo constatò che nessun dei presenti aveva tratti e caratteristiche normali, gli sembrava di essere capitato in una specie di corte dei miracoli, ma tutto ciò, anziché procurargli inquietudine, lo divertiva e lo faceva incuriosire ancora di più. Il cameriere malfermo tornò da lui: “Ccosa pp… posso servirle?”.

Un bourbon triplo senza ghiaccio con dell’acqua a parte e noccioline tostate!”, gli rispose sparando a raffica l’ordinazione, “Che spettacolo fanno stasera?”, aggiunse più lentamente, quasi a volersi scusare per il modo provocatorio della sua risposta.

Cc’… è Ra… ra… mirez il vv… ventriloquo, pp… poi ll… l’uomo cc… che c… canta da so… soprano e pp… ppoi il pp… ppezzo ff… forte de… de… lla se… se… rata”.

Biancaneve e i sette nani”, si rispose fra sé Philo, “E sarebbe?”, chiese al tizio.

Ccc’è il nn… nuovo ba… ba… lletto dd… ella nn… nnostra ss… stella”.

Non è che avete un volantino, o qualcosa del genere, che mi faccia capire che razza di cose fate qui dentro?”.

Cc… certamente ss… ssignore, lo po… porto su… subito”.

Grazie per la cortesia e… mi raccomando il bourbon, voglio quello invecchiato dodici anni”, aggiunse con tono un po’ seccato Philo.

Osservò il cameriere che si avvicinava al barman gobbo e saltimbanco. Il cameriere tornò con il programma dello show. Philo trasalì: il balletto si intitolava L’assassinio della Canarina.

Hanno fatto presto ad aggiornare il repertorio”, meditò ironicamente Philo e, mentre finiva di leggere, attaccò il suo numero il ventriloquo.

Dopo Ramirez venne il turno dell’uomo soprano e, infine, si esibirono i gemelli siamesi mangiafuoco! Philo, però, non riusciva più a gustarsi quei numeri così grotteschi, ormai aspettava solo il momento del balletto.

Dopo i gemelli ci fu una lunga pausa, poi arrivò il presentatore: “Signore e signori, ecco a voi la magnifica e ineguagliabile Donna Coguaro!”. Da dietro le quinte, con un vero e proprio balzo felino, comparve in scena una splendida figura femminile, con un fisico perfetto, atletico e sexy. Era vestita con dei tessuti aderentissimi che la facevano sembrare una specie di donna animale. Era come se indossasse una seconda pelle, sembrava nuda senza esserlo veramente. Attorno a lei danzavano dei ballerini neri al ritmo di una musica ipnotica, ossessiva. Più che a una danza, stava assistendo ad una specie di Macumba, a un rito demoniaco. Poco dopo entrò in scena una ragazzina vestita proprio come la Canarina nel suo “ballo ornitologico” alle Follies. La musica aumentò di ritmo e di volume, la donna coguaro sembrava un’indemoniata, faceva dei balzi sovrumani, sovrastando con la sua fisicità i ballerini maschi. La ragazza canarina correva su e giù con l’espressione terrorizzata fino a quando, con un volo simile a una figura di kung fu, la donna coguaro le piombò addosso. La ghermì proprio come avrebbe potuto fare una belva feroce e la canarina si riversò esanime. La scena finale fu degna di uno spettacolo del Grand Guignol: la donna coguaro azzannò la gola della giovinetta e un grosso schizzo di liquido rosso inondò il pavimento. Infine, la femmina ferina mollò la sua preda e si volse al pubblico con la bocca sporca di rosso lanciando una risata satanica.

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Esercizio (3)_ “Il Falco” di Jlenia adain Rodolfi

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

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Nel periodo dell’assassinio di Margie ero stato relegato al lavoro d’ufficio: una specie di punizione per certi passaggi poco chiari di contante che erano stati archiviati solo grazie alla mia parentela col Senatore McGillis. Il capitano non aveva digerito il suo tentativo di fare pressioni dall’alto, ma non potendo rifiutargli un favore, contrattò per lo meno di non avermi tra i piedi durante le indagini:

Ti è andata bene, Don. Non posso fare di più”, aveva detto Mc Gillis, e io non avevo insistito, anche se avrei potuto farlo.

A ogni modo mi trovavo in mezzo alle scartoffie quando Righetti prese a raccontare di questa starlette trovata morta e di come fosse praticamente impossibile capire come fosse successo. Avevo ascoltato con poco interesse, restando concentrato su un verbale a cui mancavano le firme degli agenti che lo avevano redatto, quando udii:

“… la Canarina, Smith. Quel gran pezzo di fica, l’ha trovata una certa Gibson, la cameriera. Ma sì, dai, dicevano fosse finita a letto con un cazzo di principe. Dopo che lui l’aveva lasciata era uscito quel servizio in cui era tutta nuda, la cagna. Mia moglie mi aveva sbattuto sul divano per quasi una settimana quando mi aveva beccato con il giornale in mano!”, Danton si fece una grassa risata e continuò, “Non faceva lo stesso effetto, stamattina, stecchita, ma comunque nuda. Una sbirciatina gliel’ho data… Aveva due bombe che dal vivo…”, non volli ascoltare nient’altro, mi alzai di scatto e, cercando di non farmi notare, mi diressi verso il bagno di servizio.

Margie. Morta”, rivolsi queste parole al mio riflesso nello specchio da una distanza che sembrava infinita. La fronte era imperlata di piccole gocce fredde e le gambe sembrava fossero quelle di un altro. Ricordavo i suoi lineamenti perfetti e il leggero strabismo del suo occhio destro alla fine di un amplesso particolarmente soddisfacente. Ricordavo come riusciva a eccitarmi quando mi passava le mani lente sul ventre e, mentre scendeva, mi chiamava scherzando “Falco”. Ricordavo il sottile stridore della sua voce quando parlava della sua famiglia e quando ordinava un gelato. Ricordavo, ricordavo ancora tutto e non mi stava facendo bene. Avevo scrollato la testa tentando di ritornare in me. Era morta. Nessuno sapeva come e io stavo a una scrivania mentre avrei dovuto fare i salti mortali per avere informazioni di prima mano. Non ero molto amato dopo quella faccenda delle mazzette. Feci scorrere l’acqua fino a sentirla gelata e mi lavai il viso per riacquistare una parvenza di normalità prima di uscire da lì.

Ero tornato alla mia scrivania e avevo fatto qualcosa che non credevo di volere fino a quel momento.

Il senatore Mc Gillis, per favore. Dica che sono suo fratello. Attendo”, passò qualche minuto in cui una musica sgraziata mi sfregiò l’orecchio destro, “Henry sono Don. Ho bisogno che tu mi faccia reintegrare nella squadra investigativa. Ho un ottimo motivo: Margie è morta. Non vorrai che venga fuori tutto proprio ora? E poi rispondi a questo: cosa ci faceva lì la Gibson?”.

 

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Esercizio (2)_ “Philo Vance” di Marcello Rizza

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

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Conosco bene Philo Vance. Non si era mai annoiato in vita sua, sebbene non avesse mai lavorato molto per mantenersi. Non ne aveva bisogno. Le sue origini nobili, le sue proprietà, e quel lascito ereditato dal padre gli consentivano di dedicarsi all’investigazione solo quando, ed era raro, gli veniva commissionato un caso da una bella donna o se l’indagine presentava particolari difficoltà, così da poter vantare la sua intelligenza e esibirla ai mediocri funzionari della Polizia di New York. Una serie di circostanze, tutto sommato banali, avevano contribuito a fargli spiacevolmente provare di nuovo quella sensazione. Dalla sala della casa di Coney Island, con vista sulla Stillwell Avenue, alle 11.30 ancora in vestaglia da notte, osservava la strada e le bigie nuvole che minacciavano l’imminente pioggia, rammaricato di non aver accettato un incarico sulla sparizione di un portagioie che gli era stato offerto da quel bellimbusto di Carl James, non certo un tipo dalla simpatia spigliata. La mattina precedente Sue Myers l’aveva colto in fragrante in quel caffè del centro mentre raccontava il suo ultimo vanto privato a Barbara Richardson, incidentalmente ex- compagna di scuola e invidiosa amica di Sue, incidentalmente troppo sorridente mentre lui le bisbigliava all’orecchio, ed erano due giorni che incidentalmente quella splendida creatura dai capelli corvini rifiutava di incontrarlo. Io, che oltre a essere un suo collaboratore sono con tutta probabilità l’amico su cui può contare, ero di ritorno da Seattle, ma non sarei giunto a destinazione prima di sera. Per giunta, aveva terminato nottetempo di leggere un trattato sull’origine aristocratica della scherma e nella sua libreria non aveva trovato un titolo che lo invogliasse a rileggerne alcuno. Sul grammofono la puntina usurava per la quarantesima volta i solchi del disco gracchiante della RCA, Rapsodia in Blu di Gershwin. Quando dalla finestra vide fermarsi l’auto della polizia nei pressi dell’uscio della sua casa, e scenderne il Procuratore Distrettuale, quella anomala apatia che stava prendendo il sopravvento si trasformò in curiosità e ciò fu sufficiente a raddrizzargli la giornata.

– Buongiorno Markham. Non ho avuto più il piacere d’incontrarla dopo che, tre settimane fa, l’ho battuta a scherma. Ma s’accomodi e si tolga il cappotto.

Philo Vance, dandy per natura e ispirazione, adottava sempre lo stesso tono canzonatorio nei rapporti con le persone, anche con gli amici come Markham, e si divertiva a marcare le circostanze che gli convenivano. Il funzionario gli rispose masticando un buongiorno di proforma, da alcuni mesi, ovvero da quando due poliziotti impegnati nelle indagini sull’omicidio di Odell Margaret erano stati uccisi, di buoni giorni non ne aveva trascorsi molti. Uomo di poche parole, appese a un gancio dietro la porta il pesante cappotto nero. Teneva tra le mani un dossier di colore giallo che appoggiò sul tavolo in disordine del salotto e, restando in piedi, guardò l’investigatore, poi la sedia, poi con sguardo più severo ancora Philo Vance.

Ma certo, caro Markham… si sieda… si sieda!

Markham si sedette e mentre faceva spazio tra libri, bicchieri e dischi in ceralacca, Philo Vance si scusò:

– La cameriera si è ammalata…

Aprì il fascicolo.

– Vance, l’ho fatta vincere a scherma. È impegnato in qualche indagine?

Sì, questo era Markham, sorrise Philo Vance, intelligente, combattivo e diretto:

Caro amico, ho sempre qualche indagine su cui trascorrere il mio tempo. Sto per scoprire chi ha rubato un portagioie che appartiene a una affascinante donna, ma è un caso dalla banalità talmente avvilente che se le occorresse…

Aveva sempre avuto questo modo di parlare, un misto di teatralità ottocentesca e velata derisione:

Vance, guardi gli atti e le fotografie di questo fascicolo e mi dica cosa ne pensa.

Preferiva restare in piedi, era sempre meglio guardare le persone dall’alto in basso. Prese le fotografie in bianco e nero che ritraevano il corpo abbandonato su un divano, senza vita, di una donna bionda che riconobbe immediatamente. Quell’omicidio aveva campeggiato per molti giorni nelle prime pagine dei quotidiani locali. Osservò più riproduzioni del corpo, della stanza ripresa da angolazioni diverse, e poi lesse i verbali del sopralluogo, celando la curiosità che aveva fatto breccia quando assunse che, per alcune ore, mentre la Polizia faceva i rilievi, aleggiasse un forte odore agliaceo entro quelle quattro mura. L’esame autoptico del coroner ne aveva individuato la ragione nell’avvelenamento da fosforo inalato in forma gassosa, da questo esame emergevano più cause e concause che avevano portato alla morte della Canarina. L’esame del cranio della donna mostrava che la stessa era stata colpita duramente, sebbene i poliziotti giunti per primi sul luogo dell’omicidio non avessero riscontrato ferite evidenti. La causa prima, comunque, causa che da subito è apparsa evidente agli occhi di tutti, era lo strangolamento. Passò ai verbali degli interrogatori delle persone che a diverso titolo erano, o potevano essere, a conoscenza di circostanze utili al caso e, per ultimo, agli atti che riguardavano la tragica morte dei due investigatori, colpiti da un nugolo di proiettili appena usciti dal night “Red Folies” sulla Mulberry Street.

A che punto sono le indagini? Cos’ha dedotto Markham?

Il Procuratore Distrettuale, che nel frattempo si era acceso la pipa, sintetizzò le deduzioni di mesi d’indagine a cui era arrivato solo in mezz’ora l’investigatore dandy. La donna non avrebbe più ballato sulle punte piumata di giallo perché uno o più persone, usando ben tre sistemi diversi, si erano adoperati per toglierle la vita. L’omicidio doveva avere un movente personale, qualcuno che provava del rancore nei suoi confronti, tanto da sollevarla da terra e ricomporla distesa sopra il divano, come addormentata. Per compiere quell’estremo atto, e per difenderne i responsabili fino ad arrivare all’uccisione di due detective impegnati nell’indagine, doveva in qualche modo essere coinvolta la malavita. Philo Vance non sapeva ancora il particolare non scritto sui verbali che avrebbe messo in crisi qualsiasi investigatore.

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Esercizio (1)_ “Amy Gibson, la cameriera” di Raffaella Tavernini

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

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Il procuratore distrettuale Markham decise di affrontare il caso della Canarina come insegnavano tutti i manuali di Polizia su cui aveva studiato all’Accademia. Pertanto, iniziò le indagini convocando al distretto Amy Gibson, la cameriera personale della canarina che ne aveva trovato il corpo riverso sul divano.

Quando Amy Gibson entrò nell’ufficio del procuratore, accompagnata dall’agente investigativo Ronson, Markham non riuscì a nascondere del tutto la sorpresa che provò nel vederla. La signora Gibson, infatti, assomigliava in maniera impressionante a Margaret Odell, la Canarina assassinata: come lei era di media statura, slanciata, graziosamente felina, benché alquanto altera di modi, aveva la medesima bellezza prepotente e aggressiva. Solo la capigliatura differiva perché Amy aveva contenuto l’abbondante chioma in una zazzera non più lunga delle spalle, su una carnagione di rosa e latte del tutto identica a quella della signora Odell.

Il procuratore distrettuale ne rimase davvero colpito anche se, diversamente da chi sino a quel giorno le aveva conosciute entrambe, non disse una parola a riguardo. Chiese prima di tutto alla cameriera maggiori dettagli sul ritrovamento del corpo. La Gibson riferì di essere uscita di casa su richiesta della signora, le aveva chiesto di acquistare con estrema urgenza una bottiglia di champagne perché stava aspettando una visita imprevista e aveva terminato le sue scorte. La Canarina, aggiunse la cameriera, aveva sempre un discreto rifornimento di bottiglie nel suo appartamento, spesso avanzate da quelle portate dagli ospiti come gesto di educazione alle feste che la Odell era solita tenere con cadenza settimanale nelle serate in cui non era impegnata negli spettacoli. Il rifornimento si era esaurito perché ultimamente Margaret aveva ricevuto spesso visite da parte di una persona che la cameriera non aveva mai potuto vedere, prima del suo arrivo la Canarina la invitava sempre, in modo del tutto inusuale, a uscire dall’appartamento per prendersi qualche ora di libertà. La faccenda era sembrata piuttosto strana alla Gibson, fin dal primo giorno in cui lavorava per lei, erano oramai passati circa tre anni, la Canarina non le aveva mai lasciato una sola ora libera più di quelle dovute contrattualmente. Anzi, la maggior parte delle volte cercava di rubarle qualche minuto anche della giornata di riposo, chiedendole di preparare caffè e biscotti per la prima colazione. A dire il vero la Gibson in un paio di occasioni era rientrata silenziosamente nell’appartamento e aveva sbirciato nel salotto dove Margaret chiacchierava con un tono alquanto sdolcinato con il misterioso ospite. Lo aveva visto, ma solo di spalle: si trattava di un uomo, alto decisamente più della media, con una chioma indisciplinata, e non tanto di recente curata da un barbiere, aveva un atteggiamento decisamente confidenziale con la padrona di casa. Questo al procuratore distrettuale non lo raccontò, affermò solo che non aveva la minima idea di chi fosse la persona misteriosa.

Amy Gibson, così disse, ci aveva messo più del previsto a recuperare la bottiglia di champagne perché il negozio all’angolo della 71a Strada Ovest dal quale si riforniva abitualmente quel mercoledì era chiuso e aveva quindi dovuto continuare fino alla 71a Est, passeggiata che le aveva richiesto non meno di mezz’ora fra andata e ritorno. Si era accorta subito che qualcosa non quadrava quando era arrivata in prossimità dell’appartamento perché già dal piano terra aveva sentito il grammofono a volume troppo alto e nel salire le scale aveva riconosciuto la melodia riprodotta. Si trattava del a solo composto appositamente per la Canarina dal maestro B.B. de Sylva che, a dire il vero, Margaret detestava e non ascoltava proprio mai. Dato il volume della musica lungo le scale non si era sorpresa di trovare la porta dell’appartamento aperta e prima di entrare aveva iniziato a chiamare la signora Odel con un tono di voce via via più alto e agitato, ma non aveva avuto nessuna risposta.

Era quindi entrata, già alquanto agitata, ma il terrore era sopraggiunto quando aveva trovato il corpo della sua padrona strangolata riverso sul divano. Lo spavento le aveva congelato la voce in gola e per chiedere aiuto non aveva potuto far altro che correre fuori e iniziare a suonare in modo frenetico i campanelli dei vicini. Il palazzo era abitato soprattutto da giovani in carriera trasferitisi da poco a New York, che stavano molto raramente a casa durante il giorno e prima di trovare qualcuno aveva dovuto suonare ad almeno 5 campanelli. Solo accompagnata da Philo Vance, che afflitto da una leggera indisposizione aveva deciso di trascorrere la giornata a casa, era riuscita a rientrare nell’appartamento e a quel punto il signor Vance aveva chiamato il distretto. Nei minuti precedenti l’arrivo dei primi agenti investigativi, che avrebbero preso in carico il caso della Canarina assassinata, Amy Gibson e Philo Vance notarono che mancavano tutti i gioielli della signora Odell.

La cameriera, sin da quel momento, non ebbe un solo dubbio che il motivo dell’assassinio della Canarina non fossero i gioielli, ma qualcos’altro. Pensava a qualche misterioso segreto legato ai due anni trascorsi dalla Odell all’estero, anche questo però non lo disse al procuratore distrettuale.

Continuò raccontando che aveva iniziato a lavorare per la Odell in maniera del tutto fortuita: un giorno dopo essere stata licenziata dal precedente datore di lavoro (a dire il vero la Gibson non si era mai molto distinta come cameriera, professione che non aveva mai amato) l’aveva sentita chiedere a una fiorista del quartiere se conoscesse qualche brava ragazza perché era da poco rientrata dall’estero e aveva bisogno di una cameriera. Le era sembrato strano che una simile opportunità le capitasse così, per caso, ma si era proposta immediatamente. E, a dire il vero, le era sembrato ancora più strano quando la Odell l’aveva assunta senza chiedere referenze o ulteriori informazioni, senza nemmeno farle fare qualche giorno di prova. Da circa tre anni lavorava per la Canarina e non aveva mai avuto problemi o lamentele, nonostante il suo servizio non fosse davvero sempre impeccabile. L’unico difetto della padrona si era rivelato essere proprio quella ristrettezza sulle ore di libertà.

A questo punto, senza ulteriori domande il procuratore distrettuale Markham chiese all’agente Ronson di accompagnare la Gibson a casa o in qualsiasi posto avesse deciso di stare dopo l’assassinio della sua padrona.

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