“Il ponte” di Jlenia adain Rodolfi

George Finney e Sebastian Lowen con le braccia incrociate fissavano l’altra parte del ponte con sguardo duro. George indossava il giubbotto di pelle di suo fratello Mc e il suo viso era rosso e gocciolante; Sebastian aveva, sulle spalle bruciate dal sole, due segni “di guerra”, come li chiamava lui, fatti col rossetto della madre. Dietro di loro, silenziosa e agguerrita, c’era la banda del borgo: le Tigri Nere.

Ricon Norton capeggiava, sull’altro lato, la banda delle campagne; non avevano ancora scelto un nome, erano solo la banda di Ricon. Più alto degli altri, biondo e con gli occhi azzurri, si era disegnato il volto come un apache e così aveva fatto anche il resto di loro. A un solo passo dietro di lui stava Emily Torres, la sua vice: bellissima e implacabile. L’aria calda trasportava la polvere in mulinelli rutilanti sul fondo del ponte e sotto di loro l’acqua del fiume gorgogliava placida.

Allora? Vi state cacando sotto eh?”, Emily era sempre la prima a cominciare.

Zitta tu!”, Sebastian gonfiò il petto e lisciò la pelle del suo giubbotto “Anche se sei una femmina ti posso lo stesso prendere a calci, sai?”.

Emily spostò indietro il ciuffo di capelli rossi con le mani lunghe e sorrise con l’angolo della bocca leggermente sollevato; George arrossì e sposto lo sguardo in giro.

Basta così, avete parlato abbastanza. Adesso passiamo ai fatti: avete rubato il nostro totem. Lo rivogliamo o sarà guerra”.

Ce lo teniamo, perdente! Ci ricorda il tuo faccione!”

La banda di Ricon rumoreggiò sdegnata e lui alzando la mano per quietarli disse: ”E allora…botte!”.

A quel segnale le due bande cominciarono la loro avanzata lenta verso il centro del ponte, erano quasi arrivati quando Emily gridò: “All’attaaaaccccooooooooooo!”. Le grida si alzarono e le due bande si scontrarono come due tori infuriati. Molti dei ragazzini più piccoli si tenevano a distanza facendo il tifo per l’uno o l’altro della loro brigata. George e Ricon se le stavano dando si santa ragione, rotolandosi sul legno secco; Sebastian aveva preso Emily per un braccio e cercava di darle un bel calcio nel sedere senza farle troppo male. Ad un tratto un urlo squarciò l’aria, tutto si fermò e i ragazzi si misero in ascolto come risvegliati: “Hey, ragazzi!”, era stato Denis Stanton, una Tigre, a urlare sovrastando il baccano della lotta, “Buch è caduto nel fiume!”.

Le due bande si precipitarono sul parapetto e guardarono verso il basso: Buch, il più piccolo delle Tigri Nere era appeso a un ramo in balia della corrente e sembrava stesse ingollando litri di acqua. George aveva la bocca aperta e fece qualche passo indietro portando le mani alla testa. Sebastian restò a fissare il fratellino con gli occhi rossi, non riusciva a fare un passo. Ricon guardò i suoi compagni di giochi e battendo una mano sulla ringhiera di legno gridò: “Emily, ragazzi, tutti giù con me! Facciamo una catena e andiamo a prendere il piccoletto!”, Sebastian e George con l’aria smarrita dissero quasi in coro: “Dai ragazzi, tutti con Ricon!”.

Le due bande si precipitarono giù dal ponte e sorreggendosi l’un l’altro si immersero nel fiume, formando una catena umana che contava non meno di 15 bambini. Buch era stremato e dovettero stringerlo forte per non farlo portare via dalla corrente. Quando finalmente fu in salvo, si distesero tutti sulla riva, stremati.

Le Tigri si raggrupparono in concilio lanciando occhiate espressive verso Ricon e la sua banda. Dopo pochi minuti, Sebastian estrasse dallo zaino un mattarello completamente disegnato e si avvicinò masticando un chewingum e facendo palloncini: “Tieni. Il totem. Grazie.” Ricon fece un sorriso storto e guardò Emily: “Dai pisciasotto, non crederai di cavartela così. Domani al campo del vecchio Peebody: lì non ci sono fiumi o altri pericoli e non avrete scuse. A noi le cose piace guadagnarcele”.

 

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“Un’intuizione fortunata” di Raffaella Tavernini

Era il 29 febbraio 2016. La data è importante perché già da due mesi ripetevo in continuazione il detto “anno bisesto, anno funesto”. Come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi (decisamente troppi per me nella settimana – non sarebbe meglio se i giorni festivi e i feriali fossero invertiti? Non sarebbe un problema lavorare il sabato e la domenica se il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì potessimo trascorrerli in panciolle), dicevo, come tutte le sere degli ultimi giorni lavorativi ero uscita dall’ufficio decisamente troppo tardi. E decisamente troppo stressata.

Chiudi la porta, inserisci l’allarme, prendi le chiavi, accendi il motore della mia automobile. Rosso fiammante, pulitissima. Reduce da una rimessa a nuovo in carrozzeria. Non si sentiva nemmeno più la puzza di tutte le sigarette che ci fumavo dentro. Sempre per colpa di tutto quello stress. Dopo solo pochi metri, guarda chi ti incontro proprio stasera: il mio compagno di liceo, Paolo Cattivini. Non un compagno qualsiasi: uno di quelli che mi faceva proprio ridere.

Ma ciao Paolo! Quanto tempo? Almeno dieci anni saranno passati.”

Lorella! Fermati immediatamente a salutarmi come si deve.”

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe che non mi fermassi a salutare Paolo Cattivini. Metto la prima e mi accosto al lato della strada. Spengo l’automobile, scendo e chiudo la portiera.

Paoloooo! Ma che gioia vederti!”, tutta pimpante quasi saltello per i dieci metri che mi separano da Paolo e lo abbraccio.

Lui ricambia il mio abbraccio. “Lorellaaaa! Troppo tempo! Come stai?”.

A quel punto io comincio a sciorinare una sequela di parole: “Tutto bene, Paolo. E tu? Tua moglie? Tua figlia? Sai, io lavoro proprio qui. Da quanto non ti vedo? Tu stai benissimo. Sei ancora più bello”.

Per una frazione di secondo guardo gli occhi sgranati e terrorizzati di Paolo Cattivini che mi fissano e mi chiedo se, come al solito, non stia parlando troppo. Eppure, anche se sono passati tanti anni, Paolo mi conosce bene. Non sono cambiata poi tanto dai tempi del liceo. Invece mi chiede, guardando oltre le mie spalle: “È la tua auto quella lì?”.

Mi volto.

Sì.

È proprio la mia fantastica auto rosso fiammante.

Che è partita.

Da sola.

Trotterella sempre più velocemente lungo la discesa verso la strada principale. All’ora di punta.

Di un giorno lavorativo.

In una frazione di secondo scatto verso di lei (oddio, non sono Usain Bolt, purtroppo – diciamo: scatto per quanto posso).

Quanto è bella, penso.

Proprio stasera che è tutta pulita.

Accidenti, si schianterà di sicuro. Oppure distruggerà un’altra automobile. Oppure una persona. Oppure la inseguirò per chilometri.

La vedo rallentare lentamente di fronte a un marciapiede, come se temesse di salirci. E invece poi prosegue e ci sale. Si infila millimetricamente fra un palo della luce e un cartello stradale di divieto di sorpasso. Evita la panchina della fermata dell’autobus. E continua imperterrita.

La raggiungo sulla linea di mezzeria fra le due corsie, con il traffico che sembra essersi miracolosamente fermato.

Salgo.

Aziono il freno a mano.

È salva.

Sono salva.

Pallida e agitatissima, dopo averla parcheggiata, questa volta assicurandomi di aver ben inserito il freno a mano, mi avvicino a Paolo, Paolo Cattivini.

L’ho guardata un attimo pensando che ci fosse qualcuno al volante. Quando mi sono accorto che si dirigeva verso il marciapiede ho capito che non c’era nessuno”.

Davvero una intuizione fortunata, Paolo Cattivini.

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