“Santo, Allegra e Victoria” – capitolo quinto (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Si deve servire un cliente alla volta, farlo sentire il solo e soprattutto, non giudicare. È troppo facile lasciarsi andare a considerazioni gratuite, come con quest’uomo che sicuramente è un pezzo di merda, ma chi sono io per giudicare? E poi se guardassi me senza sapere, anche di me direi cose non proprio belle, ma forse non sbaglierei poi molto. Cliente ventiquattro, perché sono ventiquattro le cravatte che gli ho vendute, oggi credo che diventerà cliente ventisei, o ventisette se mi va bene, ho per lui in serbo una cravatta speciale, l’ultima volta mi ha portato una foto di una ragazzina nuda, adesso quell’immagine è rifatta nel dentro della cravatta speciale, basta girarla ed eccola, una ninfetta nuda nel risvolto. L’ho riconosciuta subito appena entrata, anche se vestita, quei suoi capelli rossi sono inconfondibili. Il guaio è che è sua figlia, che pezzo di merda! Ma chi sono io per giudicare?
Che bella questa bambina, di solito le cose belle nascono da quelle brutte per renderle ancora più brutte per contrasto. Ne ho fatte due copie della cravatta, una per la mia collezione. Che bella questa bambina che già non è bambina. L’ho accarezzata più volte, la sua pelle deve essere morbida come la seta che tenevo in mano. A forza di toccare una cravatta, questa si sciupa, è un peccato che anche lei venga sciupata da un padre così. Non manca poi molto che lui la rovini, è come se già sapessi tutto, che peccato! Molti miei clienti sono delle merde, ma chi sono io per giudicare? Non manca tanto a quando non avrò più bisogno di loro, appena i miei traffici di diamanti funzioneranno a dovere potrò smettere. Potrò togliere mio fratello da quel deserto e farlo venire qui. Ma questa è un’altra storia, devo rimanere concentrato. Non è facile con questa ragazzina attorno, vorrei toccarla, metterle le mai fra i capelli, baciarla. Forse non direbbe niente. Potrei ricattare il padre: non è tipo da permettersi scandali inutili. Ho ancora la foto che mi ha dato.
Cosa fa ora? Beve dal bicchiere, furbetta. Questo è il momento.

Ti ho visto! Tranquilla, non lo dirò a tuo padre.

Troppo bella l’aria colpevole che finge, è brava la ragazzina, questo è il momento, le accarezzo i capelli, lei guarda in basso, le accarezzo il viso, vorrei non finisse questo momento, le accarezzo il collo, rimani qui, tuo padre non ci vede, le accarezzo l’incavo sopra la clavicola, non dire nulla, le accarezzo il collo pieno di efelidi e pallido, rimani con me, non dire nulla, le accarezzo il seno piccolo sotto il vestito, non dice nulla, mi soffermo sul capezzolo, non dire nulla piccola mia, ti porterò via da lui, non ti merita, non è giusto che sia tuo padre, lo sarò io, sarò anche di più, solo per te, non dire nulla amore mio.

Londra in autunno è sempre uguale, o almeno così pensava Victoria dentro il taxi che la faceva sembrare piccola piccola come Cenerentola nella magica zucca trainata dai grigi topi inglesi della City. Medici, avvocati, operatori di borsa, new economy, web, it, startup: per lei erano tutti uguali, tanti topi dalle unghie sporche, anche se curate come quelle delle donne. Scendendo dal taxi si vide riflessa nella vetrina di un negozio, come al solito si trovò né bella né brutta, malgrado il vestito da sera. Il party era diviso nettamente in due, al piano terra c’erano gli intellettuali e gli artisti alternativi, radical-chic, bohemienne. Con i loro discorsi strampalati e l’idolatria del diverso. Attraverso la scala a chiocciola si arrivava al primo piano, una volta salita non avrebbe più potuto tornare giù, era una regola non scritta che ormai sapeva, una presa di posizione senza ritorno.
Quell’uomo non più giovane con la cravatta rossa stava seduto tutto solo in una poltrona alta due metri a forma di gatto nero di peluche, un’altra creazione strampalata del design strumentale. Il gatto e la volpe, seduta sul gatto, che fumava un sigaro lungo quanto una mano e beveva un raro whisky scozzese invecchiato quanto lui. Non passava inosservato. Lui era qui solo per lei, ma non lo diede a vedere. Lei lo guardò trattenendo a stento una smorfia di disgusto.

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– Dottoressa, che piacere vederla!

Indubbiamente si era rivolto a lei. Lo guardò corrucciando le sopracciglia, cercava di ricordare chi fosse, ma non le venne in mente.

– Non si ricorda di me?

Il primo piano era riservato alla gente che conta, uomini d’affari, professionisti, e tutti quelli che facevano girare i soldi. Non era il suo ambiente, ma quello del suo uomo che pretendeva di esibirla come un trofeo, anche se lei si sentiva tutto tranne che un trofeo.

– Si sieda, le ruberò solo qualche minuto.

Non c’erano altre sedie vicine, lui però aveva battuto la mano sulla sua gamba come si fa con un cane. E lei si sedette su quella gamba, senza imbarazzo, come per dimostrare che non aveva paura di nulla.

– Come sta sua madre?
– Benissimo, come sempre! È un suo amico?
– Lo sono stato. E suo padre?
– Mio padre è morto prima che nascessi. Non è che mi ha confusa con un’altra?
– Suo padre è vivo e vegeto, mi colpisca un fulmine se non è vero.
– Conosceva mio padre?
– Come nessuno!
– E dove sarebbe ora, visto che dice che è vivo.
– In questo momento è nell’unico posto dove vorrebbe essere, assieme all’unica persona con cui vorrebbe stare, e, proprio adesso, le sta per raccontare una storia. Non è facile per lui, deve credermi, ha tante cose da farsi perdonare e non sa da dove iniziare, ma non c’è un modo migliore per farlo, quindi ha scelto quello peggiore, perché uno valeva l’altro.
– Ma lei chi è?
– Santo Van Guss, piacere, sono il miglior amico di suo padre e, se vuole, posso raccontarle la sua storia.

Victoria si alzò e, senza guardarlo negli occhi, prese a sistemarsi il vestito scrollando le briciole immaginarie che ci erano cadute sopra.

– Un’altra volta, mi stanno aspettando. Ma passi dal mio studio, un controllo non le farebbe male, non ha l’aria di uno in salute, forse dovrebbe smettere di bere e fumare, non è mai troppo tardi. E poi dovrebbe… cambiare profumo.

 

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“Il carro” – capitolo secondo (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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In un carro nero trainato da cavalli neri, come si usava un tempo: così ha voluto, era nostalgico lui, e un po’ cafone. Manca solo la banda del paese, che si bagnerebbe, ma non troppo perché questa pioggia stenta a cadere, pare che non ne abbia voglia, quasi fosse costretta. Forse c’è qualcuno che dall’alto piange nel vedere che qui non piange nessuno, ma neanche lui si applica molto: poche gocce distanti come le dita della mano quando lasciavo la mia impronta sulla sabbia, al mare, per gioco. I giochi sono tutti uguali e tutti diversi, come i leoncini che per gioco combattono e da grandi per gioco uccidono. Così i miei giochi innocenti sulla sabbia e poi, più tardi, i giochi meno innocenti di Santo con me. Giocava un po’ troppo Santo nella vita, anche con i suoi amici olandesi ha voluto giocare, saltare troppo la corda, che s’è tesa, come una cravatta col nodo troppo stretto.

La mia vita con Santo mi ricorda quel film, “Lolita” con Jeremy Irons: io sono Lolita, lui Humbert, insieme ci divertivamo. C’è questa scena in cui lui va a prendere lei al campeggio, è appena morta la madre, lei non lo sa ancora, eppure qualcosa intuisce. Lui la prende e insieme se ne vanno con una familiare squadrata con gli interni in legno che andavano in voga anni e anni fa, fatti apposta per far crescere i funghi, come tutte le case americane fatte di legno verniciato di bianco, specialmente quelle lungo le spiagge, palafitte affacciate sull’oceano, non hanno il mare loro, non sanno cos’è, non lo so neanch’io, non lo ricordo più il mare che sapevo di quand’ero piccola e giocavo sulla spiaggia. Nella macchina Humbert è felice come non mai, intravede la possibilità di realizzare il suo sogno di vivere con la ninfetta, come me ora che intravedo la mia nuova vita senza Santo, lei invece è solo felice di andarsene dal campeggio, di lasciare la sua infanzia che le è sempre stata stretta e dà a lui un bacio, con l’apparecchio, con le labbra e la bocca di una bambina, mastica la gomma, ma è il miglior bacio che lui potesse volere. Poi arriva la polizia e li ferma, sembra che tutto possa finire prima ancora che inizi, la legge, l’ordine, le cose come devono essere. Anch’io ora ho paura che qualcuno ci scopra, che qualcuno sappia, e poi lo dica: potrebbe essere quella giovane donna. Finirebbe anche il mio di sogno, prima ancora che inizi, ma come nel film il sogno non finisce, continua, però diventa un incubo.

Oscuri presagi? Tutto dipende da oggi, da quanto credibile possa sembrare il mio dolore, è un conto alla rovescia i cui secondi che passano sono scanditi dagli zoccoli dei cavalli che ci portano lungo la strada piena di svolte, in salita sulla collina fino al cimitero dove vedrò tutti. Vedrò Erik che non devo guardare. Vedrò quella giovane donna che non so chi sia, quella inglese, un medico? Vedrò Santo chiuso dentro la bara, vedrò la bara, la bara che mi ricorderà mio padre, vedrò Lolita che corre irriverente nei vialetti attorno le tombe, vedrò me in lei che sorride strizzando l’occhio, non dovrò ridere. Dovrò tenere ferme tutte le cose, tenerle assieme con dei fili di ferro avvolti nella seta, tenerle salde senza mostrare il ferro che le unisce, loro che vogliono scappare, come voglio scappare io, salire su uno di questi cavalli, scioglierlo dal carro, scappare, liberarne un altro per Erik, perché mi raggiunga, ma solo se davvero lo vuole anche lui. È un destino già scritto che nessuno ha letto, è il volo di una farfalla che non sai dove va perché il vento la porta ovunque. Nabokov studiava le farfalle, Lolita è una farfalla, lo sono anch’io. L’amore effimero di Humert per Lolita è come seguire con gli occhi il volo di una farfalla e, come la vita di una farfalla, dura pochissimo e rimane segnato da questo suo tempo breve.

Santo mi diceva che ero come una farfalla che imparava a dispiegare le ali, e, come in queste sue ali si vedono puntini e occhi colorati, così il mio corpo nudo e bianco porta dipinti tanti puntini che lui seguiva con le dita, ma non si può toccare una farfalla, le si porta via quella sua polvere di stelle che la fa volare, ci si sporca le dita di quella magia rubata. Santo diceva che i riflessi del sole controluce nei miei capelli rossi formano proprio la polvere di stelle, la stessa polvere che anche Erik mi ha rubato, con il suo sudore, con le dita ha grattato via la magia, ne ha fatto grumi sui suoi palmi, come faccio ora io a volare?

Questo viaggio fino al cimitero non ha fine, a piedi andrei più veloce, a piedi cambierei strada, scenderei la valle lungo i pendii ordinati di vigneti. Ci vuole ordine nella vita, che qualcuno dall’alto, invece di piangere, metta ordine nelle cose, così queste sono dritte e noi quaggiù, formiche o farfalle, sappiamo dove andare e non saremmo costrette a fare quello che non avremmo dovuto. Ma lassù non c’è nessuno, o non c’è nessuno a cui frega di quello che succede qui, o che sia in grado di agire, o di capire, e noi rimaniamo soli a fare quello che non avremmo dovuto fare, a fare di tutto per scappare, cambiare, come Lolita, scappare verso una vita che non è la felicità, ma solo un posto lontano dove dimenticare. Ma poi guardandoci indietro un senso alle cose lo si trova. Un senso senza senso, un senso mancato in cui a ogni azione segue inevitabile una conseguenza e questa conseguenza diventa l’azione di quel che viene dopo. Così una cravatta annodata ogni giorno con un nodo diverso, lei, sempre uguale e intrisa di oleandro. L’oleandro ha un profumo bellissimo, così gli dicevo, l’oleandro, respirarlo di giorno in giorno porta alla morte, e ora siamo qui e questa pianta non potrò mai scordarla, ogni volta che la vedo e la vedrò saprò quello che ho fatto. Vorrei andare in un posto dove non cresce, un posto lontano. Domani. Domani ci vado, e per tutta la vita, quella nuova, quella che rimane. Ho con me un sacchetto dentro la tasca, se lo apro brilla, pietruzze, lo apro, lo sporgo fuori dal carro, qualche goccia ci cade, guardandolo ora brilla di più, ora che è bagnato, ma non tanto: sono queste le uniche lacrime di oggi, lacrime di rimpianto e lacrime di gioia. Ne prendo una di lacrima-pietruzza, la lancio fuori che cada sulla strada, non la vedrà nessuno, concimerà la terra, che tutto sa e tutto dimentica.

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“A fior di labbra” – capitolo uno (Bianca Patrizi)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Bianca Patrizi, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

 

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“Zio Santo”, sussurrò Ian Erik Brewer a fior di labbra facendo scorrere lo sguardo dalla bara di mogano marrone scuro, le maniglie arzigogolate color oro, il raso bordato di pizzo color panna delicato e, dentro immobile, pallido e muto, zio Santo.
Un’ombra di sorriso gli attraversò gli occhi scuri perché gli era sempre parsa un’imprecazione. Vaffanculo, pensò rapido e lasciò che i quattro becchini delle pompe funebri gli si affannassero intorno, come diligenti api operaie su un fiore, e salì la scalinata di marmo di Carrara che portava al primo piano, muovendosi col passo sicuro di chi è abituato al luogo.
Oltrepassò la porta della camera da letto della vedova con movimenti appena più felpati, dirigendosi verso quella attigua di zio Santo, parecchi metri più avanti, in quel corridoio dritto e largo come un’autostrada che lui da piccolo si divertiva a percorrere in lunghe scivolate mozzafiato dopo una breve rincorsa e che un arredatore d’interni frocio e sifilitico – e maledetto giornalmente dal personale di servizio – aveva “avvicchito” e “veso avtistico” e “non così pvovinciale” interrompendone la noiosa linearità e di conseguenza le sue scivolate – con altri addobbi, floreali e non. Fu proprio dietro a una di queste moderne interruzioni artistiche, una fusione in bronzo che l’etichetta identificava come l’Estasi di Giovanna d’Arco, e che lui, in sostituzione delle corse sfrenate sabotate, aveva sempre usato come cavallo per correre all’inseguimento delle foglie pendule delle kenthie che ornavano Giovanna e la sua Estasi, che si fermò all’improvviso, vedendo una domestica immobile davanti alla porta di zio Santo.
“Cosa cazzo aspetti?”, sussurrò di nuovo a fior di labbra, “Il permesso di zio Santo di entrare?”,
Invece no, fu la voce di Allegra, la vedova, che rispose e anche quell’idea gli increspò le labbra in un sorrisetto ironico.
“Zio Santo, la Vedova Allegra, cazzo, roba da far vomitare l’arredatore!”.
Così tornò sui suoi passi e si infilò nella sua camera da letto, quella della vedova. La porta che divideva le due stanze era socchiusa e Jan la scorse in piedi davanti allo specchio. Quello che vide non gli piacque. Non gli piacque per niente: troppo scollato il vestito, troppo trasparente, troppo luminoso, troppo felice. Niente a che vedere con la neo vedovanza.
“Perdio! E gli avvoltoi che stavano per arrivare a far finta di piangere su un cadavere ancora caldo li aveva dimenticati quella scema?”
Uscì dalla camera e scese la scalinata. I quattro corvi stavano ancora girando intorno alla cassa affannandosi a far dio-sa-ché, visto che zio Santo era ormai crepato e non aveva più bisogno di niente e si diresse verso il suo studio. Conosceva bene il meccanismo sotto la scrivania che apriva lo scomparto segreto dove zio Santo teneva i contanti e i documenti particolari. Lo conosceva non perché zio Santo gliel’avesse mostrato, ma perché da piccolo, Olagro era stato abile nell’intrufolarsi negli anfratti dello studio, grande come una piazza d’armi, dello zio e a spiarlo quando beveva o fumava di nascosto dalla sua infermiera, o si faceva una sveltina con una delle camerierine, sempre più giovani, sempre più timide.
Lo scomparto si aprì docilmente al tocco delle mani agili di Olagro. Il giovane passò in rassegna il contenuto con uno sguardo veloce. Ignorò i soldi, certo che di lì a poco ne avrebbe avuti a quintalate e si soffermò sui documenti: azioni. Passò oltre. Il dossier su Allegra, già letto. Una busta. Vuota. Perché vuota? Cosa conteneva? Era bianca, neutra, senza indizi utili, quindi inutile perderci tempo, ma l’istinto lo spinse da annusarla. Vecchia abitudine che talvolta gli aveva dato risultati inaspettati. Rivide sua madre che annusava l’involucro di pelle di serpente contenente le sue erbe “miracolose”, quelle che facevano passare il mal di pancia o che lo facevano venire a seconda della necessità e, infastidito, scacciò subito l’immagine: sua madre era un capitolo chiuso e per nulla al mondo l’avrebbe riaperto.
Lasciò perdere la busta e proseguì la sua ricerca. Una cartella con destnatario “Notaio”. Dentro trovò il testamento di zio Santo che ormai conosceva a memoria. Ecco una cosa nuova: una cartella con la scritta “Victoria”. Chi è questa Victoria? Una nuova teenager su cui zio Santo aveva messo gli occhi in attesa di metterci anche le mani? La aprì, ma la trovò vuota, come la busta.
“Che effetto ti ha fatto, zio Santo (che mi sembra sempre un’imprecazione), schiattare prima di riuscirci, eh?”, chiese sarcastico, “Certo che non c’è riuscito!”, si tranquillizzò, “lo saprei se…”.
Dal viale d’accesso giunsero dei sussurri e una sorta di fruscio, come passi che non volessero disturbare sulla ghiaia indiscreta, e ripose pensieri e documenti al loro posto, avvicinandosi velocemente alla finestra.
“Il codazzo di conoscenti e curiosi si sta avvicinando per l’estremo saluto? Che cazzo di fretta hanno? Tanto zio Santo mica scappa. No, è la delegazione di catering che doveva organizzare il rinfresco di stasera per il suo compleanno. Cambio di programma, signori: oggi si festeggia la morte.”
Tornò alla scrivania e sfogliò l’agenda di zio Santo. Pagine fitte d’impegni, ovviamente tutti cifrati. Nelle ultime settimane ricorreva spesso un segno di spunta accanto a diversi numeri di telefono. “Un segno di spunta?”, si chiese, “O una V come Victoria?”.
Prima ancora di rispondersi aveva già la cornetta del telefono in mano, mentre con l’altra componeva il numero. Prima ancora di fare ipotesi, sentì una voce di donna che con accento squisitamente londinese si presentava come Victoria e informava il suo interlocutore di essere momentaneamente assente e lo invitava a lasciare un recapito.
Mentre con la mano sinistra riattaccava, con la destra aprì il cassetto della scrivania e lesse il titolo a caratteri cubitali del Corriere “LONDRA: la misteriosa fine del magnate russo avvelenato con la piantina cinese. Aleksander Perepilichny aveva denunciato i traffici finanziari a Mosca. Un nuovo caso Litvinenko? Alexander Perepilichny e la pianta con cui sarebbe stato avvelenato: il gelsemium elegans. «Vado a correre». Le ultime parole alla moglie.”
Allora il brivido che da qualche minuto gli solleticava il midollo, trapassò ossa, muscoli e nervi e gli esplose dai pori della pelle come un fuoco d’artificio a ripetizione e Ian Erik Brewer incominciò a sudare.

 

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