“Balla balla ballerina” (2) di Raffaella Tavernini

Il pavimento della sala prove ubicata nei pressi del parco Santa Giustina che, data la vicinanza, veniva utilizzato quasi sempre per gli spettacoli in cartello al teatro San Candido, era stato rinnovato solo da pochi mesi con la posa di un parquet composto da pannelli in multistrato di betulla. Ogni pannello dotato di blocchi di elastomero a doppia densità per garantire un assorbimento uniforme e costante degli urti e prevenire alcune lesioni tipiche nei ballerini. Questa scelta era stata fatta dalla Fondazione che gestiva il teatro perché negli ultimi anni il numero dei musical messi in scena aveva decisamente superato quello degli spettacoli teatrali classici in cartellone.

Difficile affermare che chi ballava percepisse sul serio l’assorbimento, ma  Angelica, a dire il vero come tutti i ballerini della città, adorava quella sala prove. Il pensiero che una distorsione alla caviglia fosse meno probabile qui che in qualsiasi altra sala la convinceva addirittura di riuscire a ballare meglio. Fra la compagnia di Footloose girava la battuta che se avessero usato la sala prove come luogo dello spettacolo il risultato sarebbe stato di livello molto superiore. Provavano tutti i giorni tranne la domenica, ma dopo lo spettacolo della sera precedente il regista aveva disposto un allenamento eccezionale quella domenica mattina, per nulla contento della qualità dell’ultima esibizione. Angelica si era ritrovata con la compagnia a provare e riprovare soprattutto la scena finale, di cui Roberto Santamaria era stato particolarmente scontento.

Al termine delle prove, seduti sulle panche in fondo alla sala, Rossella aveva detto: “Sapete tutti vero che domani pomeriggio le audizioni per Saranno Famosi si terranno qui?”.

Angelica non era mai di molte parole e la risposta a questa domanda era rimasta nella sua testa: Benissimo, sarà più facile.

Footloose sarebbe andato in scena ancora per un mese, in agosto ferie per tutti e da settembre Saranno Famosi per tutta la stagione. Il gruppo di Santamaria aveva ottenuto ottimi risultati di cassetto e la sua riconferma da parte della Fondazione era stata scontata. Così come sembrava scontata la riconferma dei ballerini, anche se Santamaria non aveva voluto  evitare la giornata di provini per nessuno. Avrebbero dovuto farlo anche Caterina e Samuele, nonostante le eccezionali interpretazioni di Ren e Ariel in Footloose, anche se non c’erano dubbi sulla scelta di Caterina nel ruolo di Coco e di Samuele in quello di Leroy, i fuoriclasse della scuola di danza di Saranno Famosi.

Il pomeriggio seguente alle audizioni erano presenti tutti oltre a una ventina di ballerini esterni alla compagnia. Soprattutto ballerine. Serpeggiava quel filo di tensione che si può annusare sempre nelle situazioni di esame. A tutti venne chiesto di interpretare un breve assolo sulle note di Fame e poi fu improvvisato un ballo corale, di dieci in dieci, sulle note della stessa celeberrima canzone, arcinota, premiata anche con un oscar. Angelica non era troppo nervosa. Pensava di aver danzato bene e inoltre l’affiatamento esistente con il resto della compagnia era davanti agli occhi di tutti. Un regista smaliziato come Santamaria non avrebbe potuto ignorarlo. In piedi, fuori dalla stanza con gli altri esaminati, guardò Samuele e mimò con le mani il gesto di bere una tazzina di caffè. Samuele assentì. Mentre uscivano sotto braccio Angelica si gustò fino in fondo lo sguardo di invidia di tutte le ballerine presenti. Samuele era davvero bello e dopo un anno di repliche con la Musumeci in Footloose si poteva dire senz’altro che la sua carriera era lanciatissima. Aveva 25 anni.

Angelica ordinò il solito espresso doppio amaro in tazza grande, si appoggiò a Samuele, con un gesto per lei insolitamente affettuoso. Poi rientrarono ad attendere le scelte di Santamaria. Angelica si recò direttamente in bagno per lavarsi le mani. Entrata nella stanza sentì delle voci, prese una panca di legno per avvicinarsi alla finestra a vasistas alla sinistra del lavabo e si accorse, per la prima volta da quando danzava in quell’edificio, che la finestra del bagno era affacciata sulla sala prove. Non poté resistere e restò aggrappata sulla panca a origliare. Molte scelte a quanto pare erano già state fatte.

“Se su Samuele e Caterina ovviamente non possono esserci dubbi e nemmeno su Rossella, Maria Chiara e Federico, ho grandi perplessità per il resto”, sentì dire a Santamaria. La sua più stretta e fidata collaboratrice, che come nelle migliori tradizioni tutti pensavano avesse conquistato il posto solo perché era la sua amante, sottovalutando invece i sacrifici e i risultati che aveva raggiunto nella sua professione, disse al regista: “Oddio, per interpretare Nicole, Angelica sarebbe perfetta. Oltre a ballare molto bene canta meglio di come mi aspettavo”.

Angelica ebbe un brivido di piacere e pensò: “Ma guarda te, ho sempre sottovalutato la Castelli. Da oggi mi sarà più simpatica”.

Santamaria rispose: “Ma no, Mariangela. La Vivendi balla senz’altro molto bene e canta anche discretamente, ma dai, ha 36 anni. Non sarebbe credibile come studentessa di una scuola d’arte. Sto pensando se proporle il ruolo dell’insegnante di danza o addirittura se non sia arrivato il momento di lasciarla in panchina”.

Angelica scese dalla panca con un brivido, ma non di piacere. Si immaginò  nel ruolo dell’insegnante. Lei. Nel ruolo dell’insegnante. Di Samuele. Uscì dal bagno, si sedette per qualche minuto a fianco dei colleghi con lo sguardo fisso sul parquet composto da pannelli in multistrato di betulla, ogni pannello dotato di blocchi di elastomero a doppia densità. Si alzò, prese la sacca con il cambio, se la buttò sulle spalle, uscì in strada e non ce la fece a dirigersi alla fermata del tram. No, quel pomeriggio Angelica chiamò un taxi per tornare a casa.

 

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“Balla balla ballerina” (1) di Raffaella Tavernini

Angelica si svegliò presto martedì mattina, nonostante fosse andata a letto ben più tardi delle due. Lo spettacolo della sera precedente l’aveva soddisfatta: aveva ballato molto bene e Caterina, la prima ballerina, le aveva fatto i complimenti. Perciò si era trovata nello stato d’animo giusto per flirtare con Samuele. Sapeva come fare quando voleva finire la serata con lui. A dormire era tornata nel suo appartamento perché la mattina avrebbe dovuto svegliarsi presto. Aveva le due lezioni private fisse settimanali: con Viviana, una tredicenne piuttosto dotata che abitava vicino al parco Santa Giustina, e con Michela e Mara, due sorelline, in zona Ferrigni. Inoltre doveva consegnare due gonne e un maglione a cui aveva fatto delle piccole riparazioni nella portineria del teatro San Candido.

Prima di iniziare la giornata Angelica aveva bisogno del doppio espresso amaro che beveva tutte le mattine. Di fronte al cancello pedonale del parco Santa Giustina aveva notato un bar, probabilmente aperto da poco, con l’insegna del caffè Torrazzi. Angelica non beveva il caffè a caso, aveva imparato a scegliere le miscele più adatte al suo gusto: bevendolo senza zucchero preferiva quelle dolci e corpose. La Torrazzi non era la sua preferita, che restava sempre la Zentalini, ma si difendeva bene. Decise di fermarsi lì, parcheggiò lo scooter sul cavalletto laterale, mise il casco sotto alla sella ed entrò.

L’impatto era gradevole: l’arredamento piuttosto lineare, ai tavoli tovagliette rosse di carta e il listino delle cioccolate, sedie di plexiglass trasparente,  tavolini di legno chiaro come il pavimento. Nel locale non c’era quasi nessuno, soltanto la cameriera, il barista e un uomo al bancone. Anche Angelica decise di non sedersi, non poteva dedicare troppo tempo alla colazione. Si appoggiò al bancone aspettando il barista che sembrava concentrato sul listino, probabilmente una bozza: infilava e sfilava fogli di carta dalle pagine plastificate inclinando la testa come per guardare meglio l’effetto di ogni variante. Angelica decise di ordinare senza aspettare:

“Buongiorno. Potrei avere per cortesia un espresso doppio in tazza grande? Grazie”, disse rivolgendosi al tipo che sembrò quasi non accorgersene perché rimase concentrato sul listino mentre Annamaria, la ragazza in sala, le rispose con molta gentilezza: “Certamente, arrivo subito”.

“Guarda bene, devi alzare la testa da quelle carte ogni tanto, altrimenti non ti accorgi neanche che nel tuo bar è entrata la più bella ragazza di tutta la città”, disse l’unico cliente al barista. Poi rivolgendosi direttamente ad Angelica: “Se avessi vent’anni di meno ti avrei già chiesto di sposarmi”.

Doveva avere poco più di una settantina d’anni, occhi castano intenso, grandi e diretti. Il suo comportamento franco non infastidì Angelica che rispose con un sorriso. Il barista alzò lo sguardo, veloce e svogliato e lo riabbassò quasi subito.

“Bella signorina, qual è il tuo nome?”, continuò invece l’uomo.

Angelica non era abituata a chiacchierare al bar con chiunque. Le sue soste erano sempre veloci e il suo sguardo rimaneva incollato allo smartphone o sulla prima pagina del giornale. Ma quella mattina, forse perché di buon umore, le sembrò normale rispondere allo sconosciuto:

“Angelica. Grazie dei complimenti. Lei come si chiama?”

“Giovanni Spelti, ma tutti mi chiamano Gianni. È un vero piacere Angelica conoscere una bella ragazza come te. Hai reso la mia giornata di uomo anziano un po’ più allegra. Auguro anche a te una buona giornata.”

“Grazie mille”, rispose Angelica, pensando: Guarda te, che solare questo Gianni. Se il caffè è buono mi fermerò spesso qui. Mi ha messo di buon umore.

Angelica prese il quotidiano appoggiato sul bancone e notò con piacere che era stato fissato con una cucitrice. Detestava i quotidiani stropicciati e con le pagine disordinate. Bevendo il caffè iniziò a sfogliarlo e arrivò alla pagina degli spettacoli. C’era un articolo sul musical nel quale lavorava, una riedizione di Footloose. Nella fotografia in primo piano c’era lei vicino a Caterina, la prima ballerina. Le venne spontaneo dire all’anziano: “Guarda Gianni, questa sono io”.

Mentre Gianni si avvicinava a lei per guardare, Angelica lesse il testo: Caterina Musumeci brilla. La sua eleganza e la sua classe vengono messe ancora più in evidenza dalla ordinarietà dei compagni di ballo, fra i quali forse il solo Samuele De Sanctis è all’altezza.

Angelica smise di sorridere, pagò il doppio espresso e uscì dal bar dirigendosi alla portineria del teatro.

“Che strano sia uscita senza salutare. Mi era sembrata una signorina così gentile”, disse il signor Gianni ad alta voce.

 

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (8) di Jlenia Adain Rodolfi

Aveva bussato a lungo prima di decidere se aprire con le chiavi che Pier le aveva dato, ogni volta che le aveva usate c’era stato un motivo importante per farlo. La prima volta era successo quando Pierangelo l’aveva ospitata dopo l’alluvione del ‘90: l’appartamento al primo piano vista fiume era stato uno dei primi a essere invaso dal fango e dall’acqua, lui l’aveva accolta per quasi un mese mentre lei ripuliva e arredava nuovamente la sua tana.

Ma davvero torni lì? Ema, tu sei una sentimentale! Prenditi un appartamento all’attico e ti risolvi ogni problema: la vista sarebbe magnifica e il fiume smette di fare paura se non può più sfondarti porte e finestre!”

Era stata lei a coccolarlo e accudirlo durante quel mese con cene studiate per ore e piccole sorprese quotidiane godendosi ogni minuto. La seconda volta le aveva usate quando Emilia lo aveva mollato e lui si era rinchiuso in casa per giorni senza lavarsi, senza mangiare e senza rispondere al telefono; aveva abbandonato i clienti dello studio e aveva abbandonato lei senza dare alcuna spiegazione: Pier era fatto così, contavano solo lui e il suo dolore. Quella volta lo aveva trovato steso a terra accanto al divano, circondato da cartoni di latte e sacchetti di patatine, con la barba lunga e gli occhi sbarrati e rossi; le aveva raccontato che Emilia, 13 anni più giovane di lui e ancora minorenne, lo aveva mollato senza alcuna spiegazione. Era l’unica donna di cui si fosse mai innamorato, credeva lui, ma non era riuscito a tenersela perché era troppo libera, credeva Ema. La terza volta aveva usato le chiavi per accogliere sua madre e suo padre che arrivavano da fuori città e che si sarebbero fermati per una settimana circa in visita al figlio. Pier era occupatissimo e fu lei a farli accomodare e a organizzare loro gran parte delle serate: la madre era convinta che fosse la fidanzata e c’era voluta tutta la sua forza per non darle una botta in testa quando alla fine della settimana aveva detto: “Tienitela stretta, Pierangelo. La Manuela è proprio la donna giusta per te”.

Aveva sorriso mentre Pier sfoderava il suo sguardo da non-credo-proprio, che riusciva sempre a farla sentire una pulce. Era la quarta volta che varcava quella soglia per un motivo importante, ma stavolta insieme al dolore che era sicura di trovare dietro quella porta, portava con sé il suo. Denis si era tolto la vita, aveva appeso una corda a una trave traballante del soffitto e se l’era legata al collo; stupiva come il nodo fosse fatto perfettamente come nei film, sembrava che ci avesse fatto uno studio per prepararlo. Sotto di lui una piccola scala, con ancora il cellophane appiccicato in alcuni punti, che si era rovesciata su un fianco; sulla sua scrivania avevano trovato un toast mangiato per metà e un biglietto scritto in fretta e senza cura: “Non è colpa di nessuno”. Già.

Pier era seduto sul divano, gli occhi ridotti a una fessura e le labbra gonfie e irritate: “Ciao. Che fai qui?”.

Sono passata a vedere come stai.”

Bene”, abbassò lo sguardo sul laptop che aveva sulle ginocchia.

Ci vieni in studio?”

Pier sentiva la voce di Ema come se venisse dall’appartamento accanto, alzò il viso verso di lei e, mentre la sua voce tremava, sorrise:

Ho disdetto personalmente tutti gli appuntamenti della prossima settimana. Ho avvisato tutti e ti ho lasciato un messaggio in ufficio per farti sapere che mi prendevo qualche giorno di pausa”.

Non sono ancora stata in ufficio”, Ema si sentì rabbrividire, del suo amico sembrava non essere restato più nulla.

Pier abbassò lo sguardo di nuovo e lei ebbe la possibilità di notare che la casa era in ordine, niente immondizia in giro. Lui era ben vestito e sbarbato; si vedeva che aveva pianto, riusciva a riconoscere i segni della sua sofferenza, ma non riusciva più a leggerlo come prima.

Pier…”, Ema ebbe un altro brivido, lui aveva alzato lo sguardo e su di lei era calato il freddo, “vuoi che parliamo un po’?”.

La fissava come se stesse guardando un avvenimento di poco interesse: “E di cosa?”, la sua voce era diventata acuta.

Denis.”

Cosa dovremmo dire di Denis?”, aveva cominciato a parlare più velocemente.

Parliamo di quello che è successo. Parliamo di come stiamo. Parliamo”, sembrava che supplicasse.

Non ho nulla da dire”, la sua voce era decisa, “non saprei cosa dire. Vuoi che ti dica che sto male? Ok, sto male. Vuoi sentirti dire perché? Io non c’ero. Mi aveva cercato quella mattina e io era in vacanza. Ero fuori dall’ufficio per ferirti. Ero altrove, dove non servivo, per farti stare male, perché tu ti accorgessi che ero arrabbiato. Ah, certo, però gli avevo lasciato dei soldi per la spesa: lui ci ha comprato scala e corda coi soldi che gli ho lasciato per fare la spesa. Adesso dimmi come dovrei sentirmi, ti prego”, non aveva urlato, non aveva usato un tono sarcastico, aveva lasciato che fosse la stanchezza a liberare le parole, “adesso vai in ufficio. Ho bisogno di stare solo”.

Ma forse possiamo aiutarci”, la sua voce era bassa.

Sì, certo. Lo sapevi che suo padre lo picchiava? Hanno trovato lividi vecchi e nuovi sul suo corpo. Sapevi dove viveva? La puzza di piscio che c’era in quella casa mi ha dato i brividi. Sapevi che si è impiccato la sera e il padre lo ha trovato solo il giorno dopo perché stava tirando cocaina con un’amica spacciatrice?”

Ema scosse la testa con gli occhi pieni di lacrime.

Neanche io. Non possiamo aiutare nessuno noi due”, questo sembrava chiudere la discussione.

Ema si voltò, si diresse verso la porta e non rispose quando Pier le augurò una buona giornata. Pier riprese a guardare il monitor e gli occhi gli si riempirono di lacrime mentre fissava la pagina dei voli internazionali low cost.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (7) di Jlenia Adain Rodolfi

Udì se stesso gridare e si svegliò fradicio di sudore: le lenzuola gli si erano appiccicate alle gambe e il freddo della stanza immersa nel buio, a contatto con la pelle umida del petto, lo fece rabbrividire. Era la quarta volta in una settimana che spalancava gli occhi terrorizzato a causa di quel sogno, si lasciò andare sul letto a braccia aperte e soffiò fuori l’aria dalla bocca. Non ricordava esattamente come iniziasse quell’incubo, ma sapeva che aveva a che fare col ragazzino del fiume e l’unica immagine, che non lo abbandonava neppure da sveglio, era quella in cui il suo viso era ricoperto di pezzetti di alghe, una delle quali copriva parte della pupilla destra; non riusciva a levarsi di dosso la sensazione del peso del piccolo tra le braccia e ogni volta si svegliava gridando. Doveva essere una giornata rilassante, per allontanare i problemi dell’ufficio, e si era trasformata in un generatore di incubi. Mancavano solo due ore al suono della radiosveglia, con un gesto secco si scoprì del tutto e in un attimo i piedi erano a contatto col parquet freddo. Si diresse verso il bagno e fece pipì, appoggiandosi con la mano sinistra al muro percepì le mattonelle e un brivido gli percorse la colonna vertebrale. Si cacciò sotto la doccia e lasciò che l’acqua calda gli scorresse addosso, mentre rivedeva se stesso paralizzato mentre il bimbo affogava. Con un colpo teso chiuse il miscelatore, spalancò senza troppa grazia la porticina del box doccia e iniziò a frizionarsi la pelle che sembrava non sintonizzarsi col fatto che la stava scaldando: ogni volta che smetteva di asciugare una parte, si riempiva di brividi in tutto il corpo. Con la tuta addosso e le Brooks da corsa uscì nell’aria della mattina, il sole sarebbe spuntato dopo almeno un’ora e la luce frontale illuminava solo un breve tratto di strada; nelle orecchie pompava Trance a 132 bpm, il ritmo più adatto al suo passo mentre fuggiva dalla sua testa e dai brividi.

Non andò verso il fiume, salì verso le montagne dietro casa sua: correre in salita lo metteva in connessione totale col suo corpo e la mente non poteva più governarlo; Emanuela diceva che la sua era una fuga a tutti gli effetti e che in realtà non gli faceva bene se serviva a evitare la profondità delle cose. Una zecca, altro che terapeuta! La salita si faceva più erta e il suo ritmo rallentò leggermente per adattarsi alla variazione del terreno. Il bosco intorno a lui sembrava schiacciarlo, ma continuò a correre guardando davanti a sé col respiro controllato. Il ritmo sostenuto era perfetto per lui e nonostante lo sforzo fisico sentì lentamente le sue labbra piegarsi in un sorriso. Alzò ancora di più il volume e aumentò l’ampiezza della falcata, il sentiero si faceva stretto, gli alberi si diradavano e la luce dell’alba iniziava a colorare i profili delle cose. In una mezz’ora fu abbastanza in alto da potersi fermare: sotto di lui la città insonnolita mentre il sole iniziava a spuntare. Si sedette sull’erba nella posizione del loto, spense la musica che usciva dallo smartphone e attese. Tutto d’un tratto sentì le lacrime salirgli dal petto alla gola e, come se stesse suonando una sirena, scattò in piedi e ricominciò la corsa verso casa: l’alba illuminò la sua discesa e quando fu davanti alla porta di casa si sentì leggero.

Fece stretching e sorbì il primo caffè della giornata mentre controllava i messaggi che aveva sentito trillare durante la corsa.

Quarantadue chiamate senza risposta?”, Emanuela lo aveva chiamato per almeno un’ora, doveva essere qualcosa di urgente. Digitò il numero della segreteria telefonica che annunciò ben sedici messaggi, sbuffò e si mise in ascolto:

Pier, devi assolutamente richiamarmi appena senti il messaggio. È urgente”, la voce di Ema sembrava sconvolta.

Pier ti prego rispondimi. Ho assolutamente bisogno di parlare con te.”

Pier è una questione delicata, di lavoro. Vabbè richiamami subito.”

Chiamami.”

Sorrise sentendola agitata e si disse che probabilmente se l’era fatta in mano, visto che non lo vedeva in ufficio da una settimana.

Pier richiamami, riguarda Denis.”

Respirò profondamente, lo sapeva che prima o poi quel Lemmi lo avrebbe fatto scappare di casa, lui e le sue diagnosi inutili piene di paroloni che di certo non aiutavano.

Fece il numero di Emanuela che rispose subito: Pier! Finalmente!”, la sua voce era sollevata.

Ero a correre. Non dovrò mica stare ad aspettare che mi chiamiate per tutti i problemi che non riuscite a risolvere”, lo disse quasi d’un fiato senza riuscire a fermarsi nonostante qualcosa lo facesse sentire a disagio. Emanuela non era né seccata né arrabbiata per non averlo trovato e il tono sarcastico andò lentamente spegnendosi:

Cos’è successo?”, la sua voce adesso era leggermente tremante.

Pier, Denis è morto, si è suicidato”, Ema scoppiò in lacrime.

Pier disse qualcosa che somiglia a un “arrivo subito” e agganciò. Si diresse verso la doccia, lasciò i vestiti sudati per terra e si concesse qualche minuto immobile sotto il getto dell’acqua calda, uscì, si infilò l’accappatoio e frizionò i capelli. Dopo aver scaldato il suo corpo e asciugato la chioma con l’asciugacapelli, si diresse verso la cabina armadio e scelse con cura gli abiti di quella giornata. Restò immobile lì davanti per almeno dieci minuti, gli occhi su un paio di pantaloni sportivi color carta da zucchero. La mente vagò a quando, con i compagni dei giardini pubblici, andava a pescare sul lungofiume munito di filo da pesca e lombrichi, tra le mani le pizzette avvolte nella carta da zucchero del fornaio.

Si vestì con attenzione, indugiando sui particolari, abbinò i colori e le fantasie, e nel bagno sistemò i capelli con una buona dose di gel forte: davanti allo specchio con i capelli sistemati e gli occhiali alla moda, sentì il peso del bambino tra le sue braccia.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (5) di Jlenia Adain Rodolfi

Non sarebbe andato in ufficio, nossignore. Erano giorni che l’aria era irrespirabile: Emanuela gli rivolgeva la parola a malapena e la segretaria era costantemente occupata a riverire Lemmi che sembrava fosse onnipresente. Aveva bisogno di staccare, anche al gruppo dell’associazione aveva dato lo stop: erano mesi che non si prendeva una pausa e, anche se gli dispiaceva non seguire Denis e gli altri, in fin dei conti non era pagato per quell’impegno. Aveva bisogno lui adesso, altroché. Quanto tempo era che non andava in vacanza? Una vera, una di quelle che quando torni sei abbronzato e con qualche chilo in più, una di quelle dove ti stanchi di leggere gialli, tanto per capirci. Camminava sulla ciclabile lungo il fiume, il suo appartamento aveva l’accesso proprio davanti all’entrata. C’era poca gente, come sempre di mercoledì, e Pierangelo camminava lentamente, con la giacca sul braccio e gli occhiali scuri sulla testa, il collo appena reclinato indietro a godersi il sole tiepido. Il rumore del fiume non era eccessivo e un leggero vento gli sfiorava le orecchie creandogli un isolamento quasi perfetto. Mentre continuava la sua passeggiata meditativa, qualcosa nel suo isolamento stridette: sembravano uccelli rumorosi impegnati in una battaglia, o forse erano bambini urlanti che giocavano a guardie e ladri; spostò lo sguardo attorno pigramente e con esasperata lentezza si accorse quale fosse il motivo del frastuono.

A cinquanta metri da lui una donna si stava calando lungo l’argine che divideva la ciclabile dal fiume, aveva abbandonato la borsa a terra e sembrava molto agitata. Pier fece scorrere lo sguardo oltre, nella stessa direzione: l’acqua, anche se non proprio limpida, brillava al sole e rimandava un riverbero accecante. Accelerò il passo e si avvicinò il più possibile, la donna era ormai accovacciata sulla riva e tentava di afferrare qualcosa allungando fino allo stremo il braccio. Solo allora si rese conto che in acqua qualcuno tentava disperatamente di restare a galla, la corrente non era forte, ma il fagotto sembrava in balia di un mulinello. Continuò a osservare la scena, avvicinandosi, senza rendersi conto di cosa fosse, scendendo per aiutare la signora che ormai era stesa a terra cercando disperatamente di afferrare l’acqua e urlando:

Mika! Mika! Aiuto! Mika!”.

Gli si gelò il sangue, restò immobile a metà del tragitto: quel fagotto era un bambino. Vedeva le braccine agitarsi in modo convulso per poi sparire come fosse su un ottovolante. Fece qualche passo e qualcosa gli sfrecciò accanto colpendogli la spalla. Un uomo sceso a gran velocità, senza neppure levarsi le scarpe, si era gettato in acqua per il salvataggio. Pier aiutò la donna a mettersi in piedi:

Andrà tutto bene. Lui lo salverà”, lo disse in modo automatico, ma sapeva che non poteva averne la certezza. Forse sarebbero affogati tutti e due e lui sarebbe stato il testimone codardo della morte di un bambino. L’uomo aveva afferrato il piccolo e cercava adesso di liberarsi dal mulinello, quelli che dovevano essere pochi secondi gli sembravano ore. Teneva un braccio sulle spalle della donna che non smetteva di disperarsi e nonostante questo, nessuna parola usciva dalla sua bocca. Non c’erano frasi preconfezionate che gli arrivassero alla lingua, ogni parola da psicologo era svanita dalla sua testa, cancellata dalla visione di se stesso immobile al limitare del fiume. Fissava la scena tragica che aveva davanti e si chiedeva cosa sarebbe successo, senza trovare altro da dire o fare; qualcosa gli si era interrotto dentro lasciandolo spettatore inutile.

La donna si scrollò il suo braccio di dosso e corse verso il punto in cui, Pier se ne accorse solo in quell’istante, l’uomo aveva posato il bambino. Lei capitombolò a terra e strinse il ragazzino che piangeva, terrorizzato ma vivo. Pier restò lì a osservarli: lei che ringraziava l’eroe del momento, ansimante e soddisfatto, mentre altre persone si avvicinavano per prestare soccorso. Il suo corpo pareva aver dimenticato come muoversi, sentiva gli arti irrigiditi e stava serrando i denti talmente forte che percepiva il sapore del sangue in bocca. Fosse stato per lui, quel bambino sarebbe morto. Questo pensiero lo annichilì.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (4) di Jlenia Adain Rodolfi

L’ufficio era silenzioso e la luce artificiale dei neon aumentava il freddo che sentiva addosso: il giorno prima era rimasto a letto tutto il giorno con un tremendo dopo sbornia, non aveva mangiato altro che pane e olio, e non si sentiva ancora perfettamente in forma. Aprì la porta del suo studio e sulla scrivania vide la montagna di faldoni, abbandonata il venerdì precedente, che lo aspettava; sbuffò leggermente e lanciò sul divano accanto alla libreria la borsa da lavoro, ne estrasse l’agenda e guadagnò la poltrona. Si stiracchiò e fissò per qualche momento il soffitto, colto da una strana sensazione che non riuscì a identificare, restò così finché la luce naturale non cominciò a sostituire quella delle lampade. Allora uscì nel corridoio per un caffè alla macchinetta, gusto tremendo ma grande efficacia, e sentì la porta principale aprirsi.

Ema, buongiorno.”

Ciao…”, fece un passo indietro e si immobilizzò davanti alla porta aperta, la mano ancora appesa alla chiave nella toppa, “che ci fai qui?”.

Pier con l’angolo sinistro della bocca accennava un sorrisetto: “Ci lavoro”.

Si, lo so,” una luce le attraversò gli occhi “intendevo: cosa fai qui tanto presto?”.

Non riuscivo a dormire e ho del lavoro arretrato: devo sistemare le valutazioni per l’S.M.D. (nda: Sostegno Minori Disagiati). Ho avuto la brillante idea di mollare tutto qui venerdì e ieri ero troppo distrutto per venire a prendere la documentazione. Così oggi straordinario. Caffè?”

Ema era entrata e aveva chiuso la porta, quando si voltò il suo sguardo era cambiato, si era indurito, aveva perso la luce che Pier ci aveva intravisto un secondo prima, ma non riuscì a chiedere cosa stesse succedendo perché lei risposte sbrigativa:

Ah, sì. Prima che prepari la valutazione di Denis Bollani dobbiamo assolutamente parlare del suo disturbo. Vorrei inserire una nota …”

Ma che disturbo?”, l’aria nel corridoio sembrava essersi gelata.

Dobbiamo parlarne sulla porta o posso prima levarmi il cappotto?”

Sì, scusa. Allora te lo faccio sto caffè?”

Entrò nell’ufficio di Emanuela con due caffè fumanti e li appoggiò sulla scrivania perfettamente ordinata; si sedette ad aspettare che lei finisse di tirare fuori dalla valigetta tutto ciò che le serviva. Emanuela si sedette alla scrivania e sorbì silenziosamente il suo caffè.

Allora? Che disturbo?”, la voce squarciò il silenzio e lei alzò i grandi occhi su di lui.

Credo che Denis abbia una sindrome bipolare con fasi maniacali piuttosto acute durante le quali perde contatto con la realtà”, lo disse d’un fiato come se neppure lei lo volesse sentire. Pier mischiò uno sbuffo a una risatina: “È solo un ragazzino spaventato. A quattordici anni è normale avere dei picchi”, accompagnò la parola con un movimento della mano verso l’alto, “se non li hai a quell’età, quando vuoi averli?”.

Beh, tu li hai anche ora se è per quello. Denis, però, passa intere giornate a non fare assolutamente nulla e altre in cui non solo è un vulcano, ma spesso si ha la sensazione che crei una realtà parallela in cui si rifugia. Ha descritto nel compito dell’altra settimana una vita completamente diversa dalla sua e quando gliel’ho fatto notare ha iniziato a tirare oggetti. Inoltre è completamente solo e la solitudine assoluta non può essere compensata da un incontro di gruppo a settimana.”

Il padre non ci sta molto con la testa da quando la moglie è morta e lui non si concede il dolore per la perdita della madre perché non si sente sostenuto. Da qui a definirlo disturbato ce ne vuole.”

Sai benissimo che non lo sto definendo disturbato!”, la voce era acuta, “Dico solo che sarebbe necessaria una consultazione psichiatrica”.

Ma sei fuori? Buoni quelli. Lo imbottiscono dopo dieci minuti. Lascia stare quella gente. Bisogna tenere conto della tendenza a esternare i conflitti che, in adolescenza, sono in grado di rafforzare o disorganizzare le strutture di un apparato psichico in formazione. Sta solo buttando fuori a modo suo.”

A ogni modo, la mia valutazione sarà in evidenza almeno quanto la tua. Non mi interessa cosa ne pensi. Sono parte del team di valutazione, non ho intenzione di scavalcarti, ma è parte del mio lavoro. Denis è molto fragile e non voglio che venga trascurata alcuna possibilità di aiuto. Il Dr. Lemmi è un ottimo psichiatra e dopo aver visto Denis saprà cosa fare.”

Oddio, Lemmi! Quello pensa che siamo tutti disturbati, vuole dare pillole a chiunque”, Ema scattò in piedi e Pier tacque immediatamente.

Il Dottor Lemmi è un ottimo psichiatra dell’età adolescenziale e un uomo di grande cuore. È attento e coscienzioso e fa il suo lavoro aiutato da una grande capacità di ascolto. Qualità che, a quanto pare, tu hai scordato di sviluppare, carissimo tuttologo”, restò con le mani appoggiate alla scrivania e il corpo inclinato verso di lui che era mollemente adagiato sulla poltrona a gambe larghe.

Stai bene?”, i suoi occhi erano spalancati e non c’era traccia del solito ghigno beffardo; Emanuela aveva uno sguardo duro mentre si rimetteva lentamente a sedere.

Avrai le mie valutazioni S.M.D. entro sera sulla tua scrivania, chiederò a Paola di prepararti le stampe da allegare alle tue”, lo disse guardando la sua agenda e scorrendo gli impegni della giornata.

Ema, ma ti senti bene?”

Benissimo.”

Non mi pare proprio”, ancora quello sbuffo misto a risatina.

Lo sguardo di Emanuela si sollevò sul volto di Pier che sembrava in attesa di qualcosa che tardava ad arrivare:

Pier, ci ho riflettuto. Credo che d’ora in poi dovremmo mantenere esclusivamente rapporti lavorativi”. Pier si raddrizzò sulla poltrona, appoggiò entrambi i piedi a terra:

“… esclusivamente rapporti lavorativi?”

Sì, mi rendo conto che ormai gli ambiti si stanno mischiando e rischiamo che il nostro lavoro perda di efficacia”, le parole si erano susseguite cadenzate come quando alle elementari aveva declamato uno dei sonetti di Garcia Lorca alla recita di fine anno.

Ma stai scherzando?”, si guardò attorno alla ricerca di un segnale che stava sognando, ma l’ufficio era dolorosamente reale, “ma ‘sta cosa da dove arriva?”.

Emanuela era rimasta con l’agenda tra le mani e gli occhi grandi rivolti verso di lui:

Pier tu non ascolti. Tu fai finta di ascoltare, ma in realtà non ascolti affatto. Ok, si vede che è arrivato il momento”, lasciò andare l’agenda appoggiandosi a braccia conserte contro lo schienale della poltrona, “Beppe e io ieri sera abbiamo litigato per colpa tua”.

Per colpa mia?”, si era agitato sulla sedia e quasi si era alzato, ma Ema gli fece cenno di stare calmo e proseguì:

Quando sabato sera hai fatto il cretino con Patrizia, io mi sono molto innervosita e lui ha creduto che io fossi ancora innamorata di te”.

Pier arrossì.

Non è la prima volta che mi fa notare che ho nei tuoi confronti sentimenti non proprio chiari, ma ieri è esploso e io so che rischio di perderlo. Ragion per cui, sono costretta, mio malgrado, a fare una scelta”, lo disse meccanicamente senza lasciar trasparire alcuna emozione. Pier cercò di riportare la conversazione su un tono che poteva gestire:

Innamorata di me? Ma è fuori quello lì? Glielo hai detto che ti innervosisci perché sono un cretino e che l’amore non c’entra niente?”, si sporse leggermente verso di lei fissandola negli occhi che lei abbassò con prontezza.

Sei il primo con cui ho fatto l’amore e da allora ti considero molto più di un amico”, si interruppe e poi riprese molto più spedita, “so che suona tristissimo, ma è così e non posso farci niente. Mi sono accontentata di averti come amico all’inizio e poi, il tempo, mi ha permesso di volerti bene anche in questo ruolo. Ho cercato di essere la migliore amica possibile, ma non mi è mai bastato. Ogni volta che ti vedevo con un’altra mi ripromettevo di farmela passare, poi tornavi solo e io ricominciavo a sperare. Poi mi sono messa con Beppe, ma ho continuato a tenerti nella mia testa come uomo-da-non-lasciare e questo sta distruggendo l’unico rapporto sano che io abbia mai avuto. Non posso permettermelo. Non posso continuare a chiedere al mio compagno di farsi andare bene questa situazione. So che lo amo, voglio che lo capisca anche lui adesso”.

Pier rimase a bocca spalancata senza riuscire a emettere un suono; cercò nella sua testa quella notte con Emanuela senza trovarla, cercò nella sua memoria il momento in cui aveva capito che Emanuela era vergine quando lo avevano fatto, ma anche quello non c’era. Ricordava un sacco di cose, ma quello mancava. Ricordava quella volta che avevano studiato insieme per prepararsi all’esame di Psicologia Clinica mangiando solo crocchette di patate per quasi una settimana, o quando avevano aperto lo studio insieme e avevano tinteggiato loro stessi le pareti, o quando lei lo aveva aiutato una volta finita la storia con Emilia, ma adesso ogni ricordo gli sembrava diverso, come se qualcosa lo avesse sporcato. Sentiva che aveva vissuto quelle esperienze senza conoscerne tutte le sfumature, sentiva di essersi perso qualcosa, di non aver davvero ascoltato forse; lasciò cadere il suo sguardo sulla foto dietro di lei, la stessa che era nel suo ufficio e che li ritraeva insieme nell’atto di aprire la porta del loro Studio associato di counseling. Davvero era stato così poco attento? Non doveva, forse, essere Emanuela a parlare prima anziché rinfacciargli ora tutta quella sofferenza? Era disposto a prendersi una parte della colpa, ma non tutta quella che lei gli stava scaricando addosso. Era grande abbastanza per decidere se una situazione andava bene per lei e non era certo stato lui a forzarla. Né col sesso, né con l’amicizia, né con lo studio in comune. Lui aveva scelto liberamente e anche lei. Nessuno da biasimare. Strizzò i braccioli della poltrona senza riuscire a guardare Emanuela direttamente, attese qualche secondo e poi si alzò. La fissò negli occhi che sembravano arrossati e avrebbe voluto dire qualcosa nel vederli tanto grandi, ma lui quella notte neppure la ricordava.

Lo capisco. Faremo come vuoi tu”, voltò le spalle e uscì dall’ufficio.

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“Qui ciascuno è perfetto a modo suo” (2) di Jlenia Adain Rodolfi

Pierangelo aspettava fuori dal Ristorante da almeno dieci minuti, l’aria era fresca e la città rumorosa. Li vide arrivare da lontano, mano nella mano, e gli si contorse lo stomaco. Ma come faceva Ema a stare con un coglione così? Si faceva questa domanda ogni volta che lo vedeva spuntare più o meno inaspettatamente ai loro incontri. Lo sapeva sarebbe stata un’altra di quelle serate in cui Beppe cercava di accasarlo, si facesse i cavoli suoi! Chissà chi era la prescelta. L’ultima era stata una cinquantenne, vagamente ninfomane con il rossetto ben oltre il contorno labbra e quel trucco agli occhi che si è creato nel tempo senza l’uso quotidiano del latte detergente. Beppe aveva cercato di lasciarlo solo con la tigre nostrana a un certo punto della serata, ma Ema aveva letto nei suoi occhi il grido di aiuto e con una scusa aveva ricordato che il giorno dopo avevano una riunione di prima mattina: le era grato perché lo capiva e si dispiaceva ogni giorno di non provare per lei la benché minima attrazione.

Si accorse solo in quel momento che accanto a loro c’era qualcuno; la testa di Ema si girava e sorrideva mentre una bella ragazza, alta e ben vestita diceva qualcosa con gli occhi brillanti. In un secondo il suo piede destro cambio direzione e pensò che forse era il caso di scappare, il pantalone di vellutino e la camicia a scacchi facevano un po’ troppo boscaiolo e quella nuova proposta aveva l’aria esigente. Beppe alzò una mano e il proposito di fuga perse forza.

Carissimo!”

Ciao ragazzi”, Pier lo disse a mezza voce e non era sicuro che avessero sentito. Dopo qualche momento, passato tra “stringi la mano” e “dai i tre baci”, Beppe introdusse Patrizia:

Pier, questa è la mia amica Patrizia. Patrizia questo è Pier”, credette di arrossire allungando la mano in modo meccanico. Patrizia strizzò gli occhi e guardò la mano un attimo di troppo prima di stringerla; Beppe non era affidabile nel descrivere le persone a quanto pare. La mano di Patrizia rimase molle e sembrava vagamente sudaticcia, le mani scivolarono letteralmente una lontano dall’altra per rientrare nelle rispettive giacche.

Che dite? Entriamo?”, Beppe fece strada alle signore e non appena furono sparite oltre la porta si girò e strizzando l’occhio vistosamente articolò la seguente frase senza suono “hai visto che figa?” accompagnando il tutto con un gesto che indicava “scopatela”. Pier sorrise e fece sì con la testa per poi alzare gli occhi al cielo una volta fuori portata.

Entrati nel ristorante si accomodarono a un tavolo ampio e molto ben preparato, il centro era occupato da una bella candela color crema e ogni posto tavola era contrassegnato da un portatovagliolo in metallo decorato. La sala era luminosa e Pier si accorse di quanto doveva sembrare fuori posto abbigliato così. Ema era stranamente silenziosa e sfuggiva lo sguardo di Pier che, in quell’imbarazzo generale, aveva lo sguardo appiccicato al Menù, manco fosse un testo di Jung.

Una volta ordinato la conversazione restò superficiale e a scostante; Patrizia chiacchierava con Beppe e Emanuela, tentava talvolta di aprire una discussione con Pier ma lui era in grado di farla morire in men che non si dica. Cercò addirittura di dare fuoco alla camicia da boscaiolo in un rozzo tentativo di galanteria mentre versava il vino a tutti i convitati.

A un certo punto Beppe propose di andare a bere il bicchiere della staffa al Rude, un pub con piccola cucina appena fuori dal centro cittadino. Acconsentirono tutti, chi di malavoglia e chi no. Pier una volta al tavolino ordinò uno shot di Vodka alla mela verde, l’unica cosa che non gli faceva proprio schifo, e quando la portarono al tavolo insieme al resto la prese direttamente dal vassoio della cameriera e la buttò giù d’un fiato.

Portamene un altro, grazie.”

Beh, guarda un po’… sei in vena di far festa, professore?”, il sarcasmo di Beppe lo fece arrossire di rabbia.

La cameriera portò il secondo shot e giù.

Stasera ci divertiamo!”, Beppe sembrava colpito e incredulo allo stesso tempo; Emanuela sorrise senza lasciar trasparire la sua ansia, perché l’unica volta che aveva visto Pier ubriaco, erano finiti a letto. Dopo mezz’ora era diventato spiritoso e chiacchierone, flirtava con Patrizia e Patrizia sorrideva ammiccante. Beppe le diede una gomitata e con la faccia sudata le si avvicinò all’orecchio sussurrando un freddissimo: “Te l’avevo detto che gli piaceva questa”. Beppe sosteneva che a lui le donne piacessero così, radical chic e un po’ altolocate; sosteneva che era un perverso e che l’unica cosa che gli interessava era scoparsele e poi mollarle: come aveva fatto con lei. La serata finì in mezzo a una microscopica pista al margine della quale un gruppo suonava cover di musica pop. Pier stava appiccicato a Pat, come ormai la chiamava, e si scolava shottini di vodka alla mela verde come fossero bicchieri di acqua fresca.

Emanuela decise che era tempo di rientrare e, siccome Pat era venuta con loro, purtroppo doveva rovinare la serata anche a lei.

Oh, dai Mimi”, disse Beppe, “stiamo un altro po’, domani è domenica!”

“Sì, ti prego”, disse Patrizia da sotto le ciglia lunghe, ancora perfettamente nere di rimmel, mentre Pier le teneva una mano sul fianco.

No, sono stanca. Vi portiamo alla tua auto, tanto Pier non ce l’ha e puoi portarlo tu a casa”, il suo tono era tagliente mentre stringeva la giacca con tutta la sua forza.

Sì, ottima idea”, biascicò Pier, “mi piacciono le auto degli altri. Ci si possono fare un sacco di cose. Ti possono portare in un sacco di posti dove non c’è nessuno”, strinse il fianco di Pat e le annusò i capelli. Aveva caldo e uscì senza giacca, mano nella mano con Pat; gonfiò il petto uscendo e incrociando le persone che entravano a loro volta. Pat era molto più alta di lui e bellissima; era vestita in modo molto comune, ma la sua eleganza traspariva; si chiese cosa ci facesse con lui. Sicuramente, quando non era agitato, ci sapeva fare; aveva le mani lunghe, questo lo sapeva e riusciva sempre a trovare i punti giusti: quello di Pat era appena sopra il fianco, aveva sentito il suo brivido quando l’aveva toccata. Aveva ragione Beppe: se la sarebbe scopata.

Il viaggio verso l’auto fu il peggiore che Emanuela potesse immaginare: dietro era tutto risatine e voci soffocate; quando li vide scendere, dopo i saluti, si morse le labbra e disse: “Andiamo va, ho sonno”.

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“Cappuccio e Brioche” di Alessandro Tondini

Ogni tanto mi piace uscire in mountain bike e arrampicarmi sulle strade di collina che circondano il mio paesello. Durante le gite in bicicletta mi capita d’incrociare persone che fanno running, altri bikers molto più atletici del sottoscritto e normali individui che passeggiano. Il tipo che più frequentemente incontro è l’umano col cane. Non mi sono mai imbattuto in persone accompagnate da altri animali, sempre che non si tenga conto che certi soggetti potrebbero essere inseriti a pieno diritto nella peggior fauna del pianeta. L’altro ieri ho assistito a un episodio che mi ha profondamente colpito.

Mentre faticavo su un percorso ripido e pieno di sassi, ho udito delle voci festanti provenire da una stradina parallela e sottostante a quella che stavo percorrendo. Pochi istanti dopo ho scorto due donne con al seguito due bambini e un candido cane Maltese, munito di fiocchetto azzurro sulla testolina. Da dove mi trovavo li potevo scorgere benissimo, ci separava soltanto un piccolo strapiombo ripieno di boscaglia.

Nella stessa strada percorsa dal gruppetto, un centinaio di metri più avanti, riuscivo a distinguere due figure piuttosto tonde che camminavano a fatica e un cane, arrotondato anch’esso, che trotterellava precedendole. Improvvisamente la bestiola adiposa si è messa a correre in direzione del Maltese. Una delle mamme, accorgendosi dell’avvicinamento del cane sconosciuto, si è posta prontamente davanti ai bimbi e al bianco cagnolino, a difesa della propria prole. Nel mentre, il cane che avanzava, oltre a correre si è messo anche a ringhiare. Quando è stato abbastanza vicino si è rivelato essere un Beagle obeso e ben determinato a far valere la sua stazza contro il Maltese immacolato. La mamma coraggiosa ha iniziato a gridare contro il bulletto sovrappeso sperando di intimorirlo, mentre i due bimbi e l’altra mamma si sono raggruppati stretti stretti tutti insieme. Il Maltese, benché peso piuma e, apparentemente docile e indifeso, si è divincolato dalla presa di uno dei bimbi, ha superato la mamma urlante e si è messo a fronteggiare coraggiosamente l’aggressore. Nel frattempo le due larghe figure che seguivano il Beagle si son messe a richiamarlo a gran voce: “Brioche, Brioche, vieni qui!”.

Ho pensato: “Cane pingue con due donne obese al seguito non poteva avere nome migliore”.

Brioche, infischiandosene altamente del richiamo, si è piazzato con fare smargiasso di fronte al latteo pupazzino col fiocco azzurro. Quel che ne è seguito è stato un trambusto piuttosto teatrale. Il più piccolo dei bimbi si è messo a gridare terrorizzato il nome del suo cagnetto: “Cappuccio, Cappuccio!” e il Maltese si è lanciato addosso alla Brioche. La mamma coraggiosa s’è messa in mezzo ai due contendenti rimediando un morso dalla Brioche e uno dal Cappuccio. L’altra mamma ha abbracciato singhiozzante e stile chioccia i bimbi, mentre le due adipose, urlando a squarciagola il nome del Beagle assalitore, hanno tentato invano uno scatto da centometrista.

Io avrei voluto intervenire, ma ero fisicamente impossibilitato dall’argine ripido e boscoso. Poiché la scena si stava facendo sempre più drammatica, ho provato ugualmente a farmi strada tra i rovi cercando di aggrapparmi ai rami più spessi, ma dopo un metro o poco più, mi sono ritrovato a terra, impigliato dappertutto. Mentre proseguivano le urla umane e canine, le due femmine appesantite sono finalmente riuscite a raggiungere il loro cane e, con fatica, l’hanno staccato dall’altro, che d’immacolato non aveva quasi più niente. A quel punto il trambusto si è quietato, i due cani sono stati separati e la mamma azzannata si è abbracciata al resto dell’affranta compagnia. Le ciccione si sono scusate per il cattivo carattere della loro Brioche, le mamme hanno accettato le scuse, i bimbi hanno continuato a piangere e io sono rimasto impigliato nei rovi come un insetto nella tela del ragno.

Nessuno dei due gruppetti si è minimamente accorto di me. Io, per non creare ulteriore tensione ai già lacrimevoli momenti appena trascorsi, me ne sono stato zitto e, pian piano son riuscito a tirarmi fuori dai rovi, con braccia e gambe graffiate e sanguinanti. L’ultima scena che ho distinto è stata l’immagine delle due brioche umane che, molto lentamente, si allontanavano nella direzione opposta al gruppo di mamme e figli, mentre i due cani avevano ripreso a zampettare come se niente fosse accaduto.

Intanto che cercavo di pulirmi dalle ferite ho pensato: “Tutto ‘sto casino per un cappuccio e una brioche! Non è che di psicologia ci capisca granché, ma sarà meglio che i due bimbi, per un po’, a colazione si mangino solo yogurt e fiocchi di granturco!”.

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“Cinque anni in fumo” di Alessandro Tondini

Erano già passati cinque anni da quando era andato a vivere con Maria Susanna. Cinque anni durante i quali aveva continuato a illudersi di aver trovato la musa che l’avrebbe ispirato a scrivere storie meravigliose. Non si era innamorato di lei, era stato quel bizzarro nome composto a sedurlo. Dopo che avevano fatto l’amore per la prima volta, le aveva detto che era la sua “Madonna di panna”, il suo “Sacro Dolce” che l’avrebbe nutrito di ogni più disparata fantasia. Mentre le sciorinava quegli strani complimenti non si era accorto che Maria Susanna non l’ascoltava con attenzione, ma quando Marco si infervorava non percepiva i segnali dell’ambiente, si isolava nel suo mondo sognante. Nemmeno si era reso conto, lui che odiava il fumo, che si era accesa una sigaretta. Solo quando ebbe finito la sua strana elucubrazione amorosa, un principio d’asma l’aveva riportato alla realtà. Non aveva capito che, con quella donna, si sarebbe intossicato.

Oggi, però, il suo angelo custode gli era venuto in soccorso sbattendogli in faccia la fotografia della sua condizione. Mentre guidava verso casa, una vecchia Land Rover si era immessa davanti a lui sputando un’enorme nuvola di fumo nero e, anche dopo che la sua andatura era divenuta regolare, continuava imperterrita a espellere un’orrida scia. La vettura si manteneva tutta a destra e gli lasciava un ampio margine per poterla superare, ma troppe auto provenivano nel senso opposto. Marco notò che alla guida della lenta fuoristrada c’era una ragazza. Dal finestrino sporgeva un candido braccio con una sottile mano che stringeva tra le dita una sigaretta.

Nella sua testa esplose un pensiero: ”Sta fumando mentre guida e tutto il fumo che aspira lo scarica contro di me dal tubo di scappamento! È per quello che l’auto non ha smesso di sbuffare zaffate nere. È lei la causa di quella scia puzzolente!”.

Riusciva appena a scorgere il suo profilo, bianco come il suo arto. Aveva una lunga capigliatura ondulata e corvina che svolazzava all’indietro fuoriuscendo parzialmente dal finestrino, sembrava fatta di fumo pure quella. L’auto rallentava ulteriormente e si spostava ancora più a destra, invitando chi la seguiva a superarla, ma Marco non ne aveva più voglia. Era troppo incuriosito dalla strana creatura che lo precedeva. Si era già costruito la sua fantasia: “Una ragazza fusa con la sua autovettura! Una bizzarra centaura a quattro ruote che si nutre di fumo e butta fuori fumo: l’antitesi postmoderna di una sirena ammaliatrice”.

Era fatto così. Si perdeva sempre in fantasticherie inutili e più immaginava più restava lì a respirare il veleno che lo avvolgeva. L’auto che lo procedeva e lo affumicava era la sua storia con Maria Susanna. Una storia di fumo e incomprensione. Avrebbe dovuto capirlo, l’aveva capito?

Decise di superare. Affiancò la creatura fumante sicuro che i loro occhi si sarebbero incrociati. Lei continuava a fumare con lo sguardo fisso alla strada e non lo degnò di uno sguardo. Marco era passato avanti e continuava a osservarla attraverso il retrovisore. Aveva notato che il volto di quella strana ragazza era privo di espressione, era come quello di un manichino, senza emozione.

Per forza. Non è un essere umano!”, si convinse Marco, “Appena arrivo a casa devo mettermi a scrivere qualcosa!”, era ormai rapito dall’idea di comporre una storia fantastica.

Il suo angioletto si era ormai rassegnato: “Ho fallito, non riesce a capire”.

Poco prima di giungere a casa venne inspiegabilmente attratto dall’insegna del tabaccaio. Accostò, parcheggiò l’auto e rimase fermo al volante: “Non ci avevo mai fatto caso”, disse ad alta voce, “MS, le iniziali di Maria Susanna, è un marchio di sigarette”.

Si sentiva confuso, capiva che stava ricevendo un’informazione, ma faceva fatica a decifrarla. Il suo angelo custode, incredulo, si era ridestato: ”Forse il ragazzo ha capito!”.

Marco scese dall’auto ed entrò dal tabaccaio: “Un pacchetto di MS per favore”.

Quando uscì, il cielo si era fatto tutto nero. Corse in auto e, poco dopo essere partito un tuono esplose in tutto il suo fragore. Insieme alla pioggia, si riversarono in terra migliaia di piume bianche.

 

 

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“Discendenza di Caino” di Marcello Rizza

Calmati Ada. Smettila di tremare e risparmiami gli strali contro nostro marito. Lamech non cambierà mai”.

Era da un po’ che stavano sedute sotto l’albero nella radura dei Strìgon, faceva molto caldo. Ada sapeva che Zilla, incurante dei rovi, delle pietre affilate nascoste entro il percorso e delle dicerie, raccoglieva le erbe medicinali in quel luogo evitato da tutti. Si mormorava che nella radura inquietanti creature nate da invocazioni pagane ballassero nude al chiaro di luna all’interno del cerchio delle Dodici Sorelle. Armata di un bastone per allontanare qualsiasi pericolo capace di respirare, ferendosi più volte i piedi scalzi si era fin li inerpicata, aveva finalmente raggiunto la sua confidente, doveva sfogarsi.

Non ti ho seguita fin qui per tacere. Ha voluto raccontarmi, anche nei dettagli più cruenti, nel mentre che m’insozzava di seme, come ha torturato e ucciso il contadino che, difendendosi, l’ha ferito a un braccio. Sa che non sopporto le sue sconce vanterie, sa che poi piango quando scendo al fiume a lavarmi dal puzzo e dalle bave”.

Zilla, appoggiata all’albero, con le gambe larghe a far entrare un po’ d’aria sotto la lunga veste, ribatteva mostrando apatia e provando insofferenza.

Non posso farmi carico del dolore di chiunque, nemmeno del tuo, Ada. Son già morta di tutta la pietà che ho provato per i miei cari. Ho ancora vivido il ricordo di quando nostro marito mi ha rapita. Bambina com’ero, vedevo il sangue delle persone per la prima volta. Erano ossa della mia schiatta che sentivo fare a pezzi, sangue del mio sangue che schizzava a ogni colpo di clava inferto. Perché ancora parlarne? Non serve a niente”.

Non provarci Zilla, dividiamo lo stesso riparo, la stessa prigione. Sai bene che avevo solo nove autunni quando allenava le sue reni con me e le altre piccole del villaggio sconfitto di Maehl. Mi ha preso in moglie perché recalcitravo e vomitavo sulla sua barba sudicia. Sono ancora viva perché ho smesso di scalciare, perché scruta nei miei occhi l’odiosa rassegnazione, del mio odio si nutre, ci si eccita”.

Non poteva sottrarsi, Ada era confusa, non sapeva cosa fare mentre lei già covava qualcosa.

Stamattina era già ubriaco, sta finendo il vino. Presto non avremo più aceto per preparare gli unguenti”.

Non gli importa dei suoi uomini feriti, dei medicamenti per guarirli”, disse subito Ada, “quando i guerrieri feriti in battaglia soffrono li uccide, a suo dire per pietà, perché proviene dalla gloriosa stirpe di Caino. Provengo dalla tribù di Adamo, tanto orgoglio non posso tramandarlo ai miei figli”.

I figli, maledizione. I maschietti erano già piccole carogne, piccoli Lamech, Zilla li avrebbe anche affogati se avesse potuto, non avrebbe pianto per il sangue del suo sangue.

Ho sentito raccontare di Caino durante la funzione, di come è nato il mondo e come è morto il fratello”.

Maehl era buono e, da ciò che tramandava, Caino emergeva più come una figura triste e dannata, anziché crudele. Ho nostalgia del villaggio natio, Zilla, dei verdi colli che lo circondavano. In quella comunità la legge di Dio era nei sospiri e nei sorrisi della gente che Lamech ha sterminato. Maehl era padre, marito, pastore, infermiere e officiante”.

Ada, ho caldo, sono stanca. Mi hai fatto sedere qui per parlare di persone che non ci sono più”.

No, Zilla. Ti ho messo all’ombra a riposare e a persuaderti che il vino per i medicamenti è più importante e santo di nostro marito e delle sue sconcezze. La mia Sadha ha già cinque primavere e la tua bimba gioca con lei. Presto, sarà Lamech a giocare con loro”.

Ada non vide la luce nello sguardo di Zilla, voltata verso la composizione di pietre che componeva il cerchio delle Dodici Sorelle.

Lo so, ci penso da tempo. Ma stai arrivando a ciò che va pensato e fatto, che non va discusso. Non andare oltre con la tua lingua, non propormi congiure. Di erbe ce ne sono tante nel prato, e qualcuna di quelle che l’altra mattina ti ho visto mettere guardinga nella sacca l’ho raccolta anch’io”.

Zilla non vide la luce dello sguardo di Ada, non ne aveva bisogno. Ada ora sapeva che poteva farlo, che non sarebbe stata sola.

Ci saranno da preparare i fuochi per la cerimonia funebre, dovremo cucire tuniche grigie per i bambini. Ci sarà molto da fare”.

 

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