“Rossano, Melania e il dente di leone” di Raffaella Tavernini

“Tutto per un maledettissimo dente di leone. Che fra l’altro era sicuramente falso. Mi fai una piccola rossa, Julie?”, così disse Rossano, senza soluzione di continuità fra un pensiero e l’altro, guardando fisso negli occhi Julie anche se la sua frase era indirizzata a me.

Appoggiato con i gomiti al bancone della nostra seconda casa, la birreria di Julie, Rossano attaccò le labbra alla birretta e con un solo sorso ne bevve più di metà. Poi le staccò, posò il bicchiere sul bancone, passò l’unghia dell’indice destro sotto l’unghia del pollice sinistro fissandosi le mani e disse:  “Piuttosto intransigente la ragazza”.

Rossano tornava da una settimana in Kenya, dove avrebbe dovuto scoprire la natura selvaggia e le profonde tradizioni del suo popolo, o così almeno prometteva il depliant dell’agenzia di viaggi dove aveva prenotato la vacanza con Melania. Una vacanza last minute quando lui e Melania avevano scoperto di avere entrambi una settimana libera dal lavoro per Pasqua.

“Non è costata neanche poco ‘sta maledetta vacanza in alta stagione”, continuò Rossano e prese a lisciarsi con il pollice destro una dopo l’altra tutte le unghie della mano sinistra, dal mignolo al pollice, continuando a osservare fisse le sue mani come se stesse operando a cuore aperto.

Si frequentavano ormai da qualche mese, Rossano e Melania, il giorno in cui erano entrati in agenzia. Si poteva dire che stavano insieme: l’intenzione di non frequentare altre persone era stata esplicitata una sera a cena a casa di lei. Una sera che a entrambi, quando la ricordavano, strappava come riflesso automatico uno sguardo languido e un sorrisetto a mezze labbra al pensiero del sesso che ne era seguito. Il palesare la reciprocità delle loro intenzioni aveva sciolto qualcuna delle prime inibizioni.

Qualche altra inibizione era stata sciolta quando Melania a casa di Rossano aveva trovato un buon cinque o sei libri di Erri De Luca che “Cavolo, sembrava lo sapesse che è il mio scrittore preferito!” aveva cinguettato il lunedì mattina in ufficio alla sua collega di scrivania mentre si limava le unghie, corte e quadrate come piacciono a lei. (Che poi Rossano davvero lo sapeva che era il suo scrittore preferito, era un discreto osservatore: aveva visto a casa sua tutti i suoi libri sul ripiano più in vista della libreria, ma qualcosa di Erri De Luca gli piaceva davvero, mica avrebbe speso un settanta euro – occhio e croce – solo per fingere una cosa così sciocca. Il peso della farfalla, ad esempio, gli era piaciuto tanto da non uscire di casa una domenica intera per leggerlo. La storia del re dei camosci e del re dei cacciatori lo aveva fatto pensare a tutte le giornate, quelle calde e quelle gelide, quelle limpide e quelle umide e nebbiose, quelle brevissime e quelle interminabili, passate accovacciato ad aspettare la regina del bosco, la beccaccia, che cacciava ormai da quindici anni.)

A questo punto della relazione non era sembrato un azzardo prenotare la vacanza in Kenya, piuttosto la promessa di una settimana di sole, mare, safari, natura, amore, sorrisi inebetiti occhi negli occhi, mani incrociate intorno ai bicchieri di cocktail decorati con le bandierine di tutto il mondo, paroline oscene sussurrate nelle orecchie in coda al buffet per i dolci e tanto sesso. Perciò senza indugi erano partiti.

“I primi giorni tutto bene, amico. Il mare del Kenya, davvero, è bello. Non mi sono annoiato neanche sul lettino: dormivo, mi svegliavo, Melania mi sorrideva, ordinavo una birra, mi riaddormentavo, mi risvegliavo, ne bevevo un sorso, guardavo Melania con uno sguardo che non so come sia, ma so che le piaceva parecchio, mi riaddormentavo e via così tutto il giorno.”

“Finché… “, Rossano ordinò un’altra birra, media questa volta. Con l’unghia del pollice della mano sinistra sfiorò tutte le linee del palmo della mano destra, e continuò: “Fino al safari. Bellissimo, due giorni nella savana con pernottamento incluso. Abbiamo visto tantissimi animali: zebre, giraffe, elefanti… ma il leone. Il leone. Il leone ti giuro che mi ha guardato. Ci siamo guardati negli occhi, con rispetto. Il giorno dopo in spiaggia sembravo io il leone, ma in gabbia. Ero irrequieto. Sono andato a fare una passeggiata e in un mercatino ho incontrato la guida che ci aveva accompagnato. Mi ha detto che aveva notato lo sguardo fra me e l’animale il giorno prima e mi ha chiesto se volevo un dente di leone da portarmi a casa. Che era del tutto legale, preso da una bestia trovata morta dalle guardie del parco”.

Rossano mi guardò negli occhi, credo che lo sguardo non fosse lo stesso che riservava a Melania. Bevve un sorso di birra e continuò: “Mi è sembrato fantastico: il re della savana, il re della foresta. Forse con il suo dente al collo avrei potuto essere davvero il re dei cacciatori. Ho comprato il dente e sono tornato da Melania correndo come una gazzella. Eccitatissimo le ho mostrato il mio dente, già attaccato con un cordino al collo”.

“Amico”, continuò Rossano appoggiando il bicchiere con molta attenzione cercando di centrare alla perfezione il sottobicchiere di cartone appoggiato sul banco, “Melania si è alzata dal lettino come impazzita. Mi gridava che sono un pazzo, una bestia, un delinquente, che mi avrebbe fatto arrestare se non avessi restituito il dente. Ho scoperto che è la fondatrice della sezione locale degli attivisti contro la caccia. Inaccettabile. Fortuna siamo partiti la sera stessa. In aereo ho chiesto che mi facessero sedere lontano da quella Giovanna d’Arco di altri tempi. L’ho riportata a casa da Malpensa, ma non ci siamo più visti”.

Tutto per un maledettissimo dente di leone.

 

 

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“Il ponte” di Jlenia adain Rodolfi

George Finney e Sebastian Lowen con le braccia incrociate fissavano l’altra parte del ponte con sguardo duro. George indossava il giubbotto di pelle di suo fratello Mc e il suo viso era rosso e gocciolante; Sebastian aveva, sulle spalle bruciate dal sole, due segni “di guerra”, come li chiamava lui, fatti col rossetto della madre. Dietro di loro, silenziosa e agguerrita, c’era la banda del borgo: le Tigri Nere.

Ricon Norton capeggiava, sull’altro lato, la banda delle campagne; non avevano ancora scelto un nome, erano solo la banda di Ricon. Più alto degli altri, biondo e con gli occhi azzurri, si era disegnato il volto come un apache e così aveva fatto anche il resto di loro. A un solo passo dietro di lui stava Emily Torres, la sua vice: bellissima e implacabile. L’aria calda trasportava la polvere in mulinelli rutilanti sul fondo del ponte e sotto di loro l’acqua del fiume gorgogliava placida.

Allora? Vi state cacando sotto eh?”, Emily era sempre la prima a cominciare.

Zitta tu!”, Sebastian gonfiò il petto e lisciò la pelle del suo giubbotto “Anche se sei una femmina ti posso lo stesso prendere a calci, sai?”.

Emily spostò indietro il ciuffo di capelli rossi con le mani lunghe e sorrise con l’angolo della bocca leggermente sollevato; George arrossì e sposto lo sguardo in giro.

Basta così, avete parlato abbastanza. Adesso passiamo ai fatti: avete rubato il nostro totem. Lo rivogliamo o sarà guerra”.

Ce lo teniamo, perdente! Ci ricorda il tuo faccione!”

La banda di Ricon rumoreggiò sdegnata e lui alzando la mano per quietarli disse: ”E allora…botte!”.

A quel segnale le due bande cominciarono la loro avanzata lenta verso il centro del ponte, erano quasi arrivati quando Emily gridò: “All’attaaaaccccooooooooooo!”. Le grida si alzarono e le due bande si scontrarono come due tori infuriati. Molti dei ragazzini più piccoli si tenevano a distanza facendo il tifo per l’uno o l’altro della loro brigata. George e Ricon se le stavano dando si santa ragione, rotolandosi sul legno secco; Sebastian aveva preso Emily per un braccio e cercava di darle un bel calcio nel sedere senza farle troppo male. Ad un tratto un urlo squarciò l’aria, tutto si fermò e i ragazzi si misero in ascolto come risvegliati: “Hey, ragazzi!”, era stato Denis Stanton, una Tigre, a urlare sovrastando il baccano della lotta, “Buch è caduto nel fiume!”.

Le due bande si precipitarono sul parapetto e guardarono verso il basso: Buch, il più piccolo delle Tigri Nere era appeso a un ramo in balia della corrente e sembrava stesse ingollando litri di acqua. George aveva la bocca aperta e fece qualche passo indietro portando le mani alla testa. Sebastian restò a fissare il fratellino con gli occhi rossi, non riusciva a fare un passo. Ricon guardò i suoi compagni di giochi e battendo una mano sulla ringhiera di legno gridò: “Emily, ragazzi, tutti giù con me! Facciamo una catena e andiamo a prendere il piccoletto!”, Sebastian e George con l’aria smarrita dissero quasi in coro: “Dai ragazzi, tutti con Ricon!”.

Le due bande si precipitarono giù dal ponte e sorreggendosi l’un l’altro si immersero nel fiume, formando una catena umana che contava non meno di 15 bambini. Buch era stremato e dovettero stringerlo forte per non farlo portare via dalla corrente. Quando finalmente fu in salvo, si distesero tutti sulla riva, stremati.

Le Tigri si raggrupparono in concilio lanciando occhiate espressive verso Ricon e la sua banda. Dopo pochi minuti, Sebastian estrasse dallo zaino un mattarello completamente disegnato e si avvicinò masticando un chewingum e facendo palloncini: “Tieni. Il totem. Grazie.” Ricon fece un sorriso storto e guardò Emily: “Dai pisciasotto, non crederai di cavartela così. Domani al campo del vecchio Peebody: lì non ci sono fiumi o altri pericoli e non avrete scuse. A noi le cose piace guadagnarcele”.

 

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BUON 2016!!!

 

Circolo Scrittori Instabili: Luca Bonini, Elda Cortinovis, Barbara Favaro, Mara Fracella, Laura Giardina, Giorgio Matteotti, Rossana Mazza, Franco Pelizzari, Giovanni Zambiasi.

Special Guest: Silva Cavalli Felci, Ornella Bramani Mastropietro (Lubrina Editore), Giorgio Pedrazzi, Laura Zanitoni, Giovanni Boscaini.

Pandora, le Storie del Vaso: Francesca Garioni, Silvia Visini, Gianluigi Bergognini, Aligi Colombi.