“Ufficio personale: ultima porta in fondo a destra” di Bianca Patrizi

Noi siamo quelli dell’ufficio personale. Quelli che si beccano le lavate di capo dai superiori che vorrebbero tutti in servizio a tutte le ore e le parolacce dai colleghi che ci prendono per quelli che decidono chi sta a casa e chi no, chi si gode l’indennità di cassa o il premio di produzione e chi no. E io sono il responsabile di quell’ufficio.

Mi sono fatto la mia brava gavetta dopo la laurea e il concorso; mi sono fatto ore di straordinari per capirci qualcosa nelle decisioni delle alte sfere, ma come ripeteva spesso un mio docente all’università “più sali in alto, più hai una visione ampia della situazione, più stai in basso, più la tua visione è limitata”. Talvolta mi sembra ancora di avere la testa infilata in un water. E serve a poco tirare lo sciacquone.

Così mi arrangio con quello che ho: me stesso. Sgretolato l’entusiasmo iniziale di fronte alle ingiustizie, deluso dall’imbecillità dilagante di chi vede il sassolino davanti alla propria scarpa ma non il pozzo nero due passi più in là, mi adeguo all’andazzo generale e sto alle regole. Che in pratica si riassumono in una, unica, ma inderogabile: salvarmi il posto di lavoro. Sono diventato duro, elastico e morbido, ma soprattutto invisibile.

Non ho il fisico atletico e l’addome tartarugato del belloccio che impera nel commerciale, né l’aria fascinosa del Vice Presidente, sessantenne vissuto e danaroso che ha fatto assumere l’Oca Giuliva che passa le giornate a fotocopiare documenti. La chiamano Kama o Sutra e dicono che se la siano trombata tutti, promettendole un posto migliore, ma lei è sempre lì, incollata alla fotocopiatrice. Oggi in sala mensa era seduta allo stesso tavolo della Vispa Teresa della contabilità due piani più sotto: una che non scherza, sempre di corsa, ma puntuale come un orologio svizzero – di quelle che se arrivano con cinque minuti di ritardo ne recuperano dieci – una specie di macchina da guerra.

L’Oca Giuliva – che giuliva non era poi tanto in quel momento – si lamentava dei colleghi maschi e la Vispa Teresa della collega incinta, ma entrambe erano d’accordo nel sostenere che quelle merde dell’ufficio personale se ne sarebbero fregate dei loro problemi. Non mi è piaciuto sentirmi dare della merda, ma d’altro canto, visti i precedenti… Oltretutto sono stato chiamato con nomi peggiori, come checca e frocio, per dirne un paio. Se non altro è la prima volta che quelle due, che si sono sempre guardate in cagnesco, si parlavano sedute allo stesso tavolo. Ho addirittura sorriso quando l’Oca Giuliva ha chiesto alla collega come facesse ad avere quel fisichino asciutto e pimpante da teen-ager nonostante un marito e due figli. Al che la Vispa Teresa è rimasta con la forchetta a mezz’aria a fissare allibita l’altra come se fosse stata colpita da uno zot, come dice Rudy, la nuova recluta che il mattino smista la corrispondenza.

Se ne sono andate insieme a bersi un caffè. Nessuna delle due mi ha notato e io ho finito di leggermi la pagina culturale del quotidiano. Ho scoperto che stasera inaugurano un locale, giusto a due passi da casa mia, con un concerto di Hot Jazz. Roba da pelle d’oca.

Così, finita la cena, sono andato a dare un’occhiata. Mi sono trovato un tavolino d’angolo, mi sono goduto i primi accenni del sax e ho ordinato un Single Malt invecchiato dodici anni, anche quello da brivido.

Cazzo, mi è preso uno zot quando ti ho visto! Cosa ci fai qui?”, mi ha chiesto una voce conosciuta mentre sorseggiavo il Whiskey, “Non immaginavo tu fossi tipo da Hot Jazz! Posso sedermi?”

E tu cosa ci fai qui?”

Ci lavoro. Faccio le pulizie”, mi ha sorriso, “sai, smistare corrispondenza per mezza giornata non mi basta: o ci mangio o ci pago l’affitto”.

Poi ha accennato al batterista, un ragazzino magro, ma scatenato in un a solo frenetico: “Questa sera sono venuto prima perché ci ho accompagnato un amico. Sono settimane che prova con la band”.

L’idea mi è venuta in quel momento. Forse è stata la musica a ispirarmi. Forse la vicinanza di Rudy. Forse un rigurgito di entusiasmo giovanile. Sta di fatto che la mattina successiva quando Rudy mi ha portato la corrispondenza, con due occhiaie che gli arrivavano al mento, avevo già scartabellato le schede degli interessati, steso un conteggio dettagliato di quanto sarebbe costato alla società assumerlo in pianta stabile con un progetto di formazione, (che comprende la fotocopiatrice), spostare l’Oca Giuliva al reparto contabilità, evitando al contempo l’assunzione di una seconda ragioniera per sostituzione di maternità. Ero già stato anche dal Vice-Presidente sessantenne, vissuto e danaroso che non sapeva più come scollarsi di dosso l’Oca – una volta Giuliva – che aveva assunto con tanto libidinoso entusiasmo.

Com’è finita ieri sera?”, ho chiesto a Rudy, “Il tuo amico ha…”

Non è il mio amico”, mi ha interrotto secco, “è solo un vecchio compagno di scuola. Il figlio più piccolo della Vispa Teresa dell’ufficio contabilità, ma se le dici che passa le notti a suonare in una band, racconto in giro che ti fai l’Oca Giuliva del piano di sotto”.

Non è il mio tipo”, ho scosso la testa e Rudy si è smollato di colpo.

Ah no?”, ha chiesto piacevolmente sorpreso.

No”, ho confermato ancora titubante. Poi mi sono deciso: “Senti, Rudy…”

Zot, per gli amici”, mi ha sorriso porgendomi la mano e io gliel’ho stretta. È un bravo ragazzo, con una mente pronta, appassionato di cinema e musica e molto, molto dolce.

Senti, Zot, me lo faresti un piacere? Avrei bisogno di parlare con la Vispa Teresa, con l’Oca Giuliva e con te per un nuovo progetto già autorizzato dalle alte sfere. Non è il massimo come soluzione, ma è un inizio. Potresti portarmele qui tu, per favore?”

Una alla volta o tutti insieme appassionatamente?”, mi ha chiesto lui con un sorriso ironico.

Prima uno alla volta, poi tutti insieme”, ho risposto sedendomi sulla mia sedia girevole mentre lui usciva dall’ufficio con un cenno di assenso.

Avevo una manciata di minuti per studiare come presentare il progetto e renderlo accettabile. Il tempo per l’Oca – che forse sarebbe tornata Giuliva – e per la Vispa Teresa di salire al quinto piano e percorrere il corridoio fino all’ufficio personale: ultima porta in fondo a destra.