Un Natale un po’ così…

Eccoci di nuovo in quel periodo dell’anno dove ci si sente in dovere di essere più buoni, ma quest’anno non gira benissimo considerato tutto quello che il 2020 ci ha fatto attraversare.

Ebbene, visto che il nostro blog è dedicato soltanto ai racconti, quello che andrete a leggere dal prossimo lunedì fino alla fine di dicembre non saranno che racconti sul Natale.

Cosa c’è di più difficile dello scrivere una storia d’amore? Scrivere una storia sul Natale, ovviamente.

Quindi è quello che faremo, sperando che l’iniziativa non vi esasperi troppo (lo sappiamo, stiamo tirando un po’ troppo la corda).

Una cosa che, però, vogliamo annunciarvi ufficialmente è che per il 2021 ci saranno delle novità. Novità che riguardano sostanzialmente l’apertura del nostro blog a tutti voi che ci seguite (siete in tanti e noi vi ringraziamo con tutto il cuore), ma anche a chi capiterà qui per caso e vorrà cimentarsi con la scrittura di un racconto.

Mettiamola così: vogliamo accogliere le storie di chi come noi ama scrivere e ama condividere ciò che scrive con gli altri.

Pertanto se anche voi vi sentite Scrittori Instabili e volete entrare a far parte del nostro Circolo non dovete far altro che scriverci a questo indirizzo: neverlandstorie@gmail.com

Vi chiediamo di dirci chi siete e perché scrivete e di allegare un solo racconto breve (max 5000 battute spazi compresi) a tema libero.

Noi leggeremo tutto e selezioneremo i racconti che ci sono piaciuti di più per pubblicarli qui sul blog (non ci saranno cessioni di diritti d’autore, rimarrete voi i soli proprietari delle vostre opere).

Speriamo che la proposta vi piaccia e aspettiamo di vedere quello che succederà. Avete a disposizione tutto il mese di dicembre per spedirci il vostro racconto.

A presto!

 

Barbara Favaro (curatrice del progetto Circolo Scrittori Instabili)

 

 

“Fantasmi a luci rosse” (quarta parte) di Alessandro Tondini

4. Jázmin

Seduta sulla panchina di marmo aspirava, lenta ed elegante, una sigaretta lunga e sottile quanto le sue pallide dita. Capelli neri, vestito nero, cappello nero, rossetto e smalto viola; li stava aspettando all’esterno della hall dell’aeroporto Ferenc Liszt. Gli occhi socchiusi a causa del vento erano quelli di un cecchino pronto a uccidere. Mentre l’ultima nuvola di fumo veniva dissolta da una violenta folata Jázmin Szàbo prese la mira, strinse l’unghia del dito medio contro il pollice e, con freddo distacco, lanciò il mozzicone in una fossa piena d’acqua. In un film hollywoodiano la pozzanghera sarebbe stata piena di benzina e, dopo essersi incendiata, avrebbe appiccato il fuoco all’intero aeroporto che sarebbe esploso in mille deflagrazioni. La pellicola che Paolo e Gitta stavano cercando non era di quel genere e la cicca si limitò a esalare la sua ultima brace in pochi centimetri d’acqua sporca.

Jázmin e Gitta si abbracciarono senza dire una parola. Gitta sorrideva, Jázmin teneva gli occhi chiusi. Paolo le osservava con stupore: davanti a lui, unite nell’abbraccio, vi erano lo yin e lo yang. Jázmin era bella quanto Gitta, ma il suo fascino era inquietante e oscuro.

«Ciaae Paulo», disse Jázmin senza sorridere, e furono le uniche due parole che proferì in quella specie di italiano.

Raggiunta l’auto di Jázmin, una vecchia Lada squadrata color ruggine, Gitta si sedette davanti. Paolo sul sedile posteriore. Gitta e Jázmin confabulavano in magiaro. Paolo non capiva niente e nemmeno s’azzardava a intromettersi col suo inglese stentato. Arrivati in un quartiere periferico, geometrico e razionale come da prontuario di urbanistica sovietica, si fermarono davanti a una decrepita villa d’epoca asburgica circondata da un giardino bisognoso di cure palliative.

«Eccoci arrivati», disse Gitta a Paolo, «è la casa della nostra famiglia, un po’ antica, ma ancora bellissima vero?».

A Paolo ricordava la casa degli Addams. Avrebbe voluto fare una battuta, ma poco prima, nello specchietto posteriore, aveva incrociato un’occhiata poco rassicurante di Jázmin. Si limitò ad annuire. La cadente dimora della famiglia Szàbo sarebbe stato il loro quartier generale per i prossimi giorni di ricerca. Jázmin conosceva un famoso regista, un certo Béla Balázs detto Bibi.

«Bibi è a Praga a girare un film, ma domani rientra a Budapest e ci darà una mano», disse tutta allegra Gitta.

«Fantastico», rispose poco convinto Paolo, «dov’è la nostra camera?».

Jázmin lo incenerì con lo sguardo.

«Tu dormi al piano di sopra, io e Jázmin divideremo la camera dei nostri genitori», gli rispose Gitta.

Paolo ne era sicuro: Jázmin capiva la sua lingua oppure gli leggeva nel pensiero. Si sentiva fuori posto, come un ospite non gradito, e anche Gitta sembrava diversa. Cenarono nella sala illuminata da una moltitudine di candele rosse. La corrente elettrica pareva non essere ancora approdata in quella nobile e antiquata abitazione. Paolo passò la notte in una lugubre e gelida stanza confortato da qualche coperta di lana e dalla presenza di Szilveszter, il gattone bianco e nero di Jázmin. Il felino rimase immobile sul suo sterno per l’intera nottata, puntandogli in faccia i suoi occhioni arancioni. Il messaggio era chiaro: «Tu da qui non ti muovi!».

L’indomani si recarono nel distretto di Kőbánya dove Bibi aveva il suo studio.

«Welcome in Budasex», li accolse squillante il regista.

Alto, magro, dinoccolato e vestito come un Elton John anni settanta, Béla Balázs si dimostrò un grande affabulatore, capace di tenere un monologo in perfetto inglese che Paolo riuscì quasi a capire. Quel poco, comunque, gli bastò per comprendere che esisteva una copia della pellicola in questione, che si trovava in una specie di archivio tenuto da un ex-pornoattore ungherese e che, ahimè, Budapest aveva consegnato lo scettro del porno a Praga. Congedati da Bibi, si diressero a casa del porno archivista, una villetta sulla collina di Buda. Questa volta Paolo e Gitta rimasero in auto, entrò solo Jázmin.

«Credi che riuscirà a farsela consegnare?», chiese Paolo.

Gitta lo guardò come se avesse di fronte un bambino sciocco: «Pensi che mia sorella non sappia come ottenere ciò che vuole?».

«Be’, con un pornoattore… », provò a ironizzare Paolo.

Gitta non disse nulla, ma la sua espressione bastò per inchiodarlo al sedile. Paolo non aprì più bocca. Dopo una mezz’ora abbondante, durante la quale lui e Gitta rimasero in un gelido silenzio riempito dall’heavy metal trasmesso da una radio locale, Jázmin riapparve con una grossa bobina sottobraccio. Aprì la portiera posteriore e la ficcò in braccio a Paolo.

«Take care of this», gli disse.

Le due sorelle si abbracciarono soddisfatte e mugolanti. Ripartirono verso casa. Quella sera, nella dimora di famiglia, festeggiarono il ritrovamento con libagioni di palinka miscelata a un intruglio di erbe misteriose. Dopo un solo bicchiere Paolo iniziò a sentirsi strano e si lasciò cadere in una larga e soffice poltrona. In un battibaleno Szilveszter lo raggiunse piazzandosi sulla sua pancia, mentre Gitta e Jázmin si misero a danzare al ritmo di un sottofondo di tamburi.

Un frastuono di bufera, come se un hovercraft si fosse materializzato dal nulla nel malandato giardinetto, risvegliò con violenza il catatonico sonno di Paolo. Era ormai l’alba e il camion-spazzatrice si dilettava a raschiare l’asfalto del quartiere senza porsi alcun problema di disturbare gli assopiti abitanti. Dopo aver capito che nessun commando armato stava penetrando nella sua stanza, Paolo si rese conto di essere rimasto sulla poltrona tutta la notte. Aveva la testa indolenzita come in un dopo sbornia e ricordava a malapena la serata appena trascorsa. Le uniche immagini sbiadite che riusciva a mettere a fuoco erano le due sorelle che fluttuavano a mezz’aria avvolte da spirali di fumo bianco.

L’avrò sognato”, pensò non troppo persuaso.

«Paolo, che fai ancora lì? Muoviti che dobbiamo prendere l’aereo», la voce di Gitta gli penetrò nelle orecchie come un proiettile.

«Sì, sì, faccio presto», le rispose docile.

Dopo una ventina di minuti arrivò un taxi a prenderli.

«Dov’è finita tua sorella?», chiese Paolo.

«È dovuta andare in centro per lavoro», rispose evasiva Gitta.

Paolo realizzò che di Jázmin non sapeva assolutamente niente e nemmeno di Gitta. Non sapeva, ma Gitta era lì con lui, e questo era sufficiente. Quando il taxi ingranò la prima, lasciando dietro di sé un cumulonembo di polvere nera, Paolo ebbe l’impressione di intravedere una figura femminile dietro a un vetro della decrepita casa.

Se non è un fantasma è di sicuro Jázmin”, pensò. Ma la cosa non lo turbava affatto. Non avrebbe sofferto la mancanza della sorella.

Durante il volo Paolo ritrovò la Gitta che conosceva: allegra, solare e loquace.

«Sei piaciuto molto a Jázmin», disse Gitta dopo aver commentato entusiasta il panorama visto dall’alto.

«A me non è sembrato proprio», le rispose stupito e infastidito da quell’affermazione.

«Mi ha detto che sei perfetto: sensibile, intuitivo e dotato. Sei pronto per il rito.»

Quell’ultima frase lo turbò un pochino: «Quale rito?».

«Non ti ricordi quello che ti abbiamo detto ieri sera? Hai bevuto troppo vero?»

«Ho bevuto un solo bicchiere e non mi ricordo un accidenti. Cosa mi avreste detto?»

Gitta sospirò: «Dobbiamo proiettare il film e occorre trovare il pubblico».

«Pubblico? Ma non conosco nessuno io», brontolò Paolo.

«Bastano poche persone, quelle giuste.»

«Quelle giuste? Che vuoi dire?»

«Ma sì, ci siamo io, te e il signor Rizzi. Poi invitiamo il Savoldi e un paio dei tuoi vicini di casa. Ci manca soltanto un prete.»

«Un prete?», esclamò sorpreso Paolo.

«Certo, un prete. L’Italia è un paese cattolico e serve un cerimoniere del culto che si pratica nella tua terra.»

«Ma ti rendi conto? Un prete invitato a una proiezione di un film porno. Già che ci siamo invitiamo anche due suore!»

«Non fare lo stupido. Se vogliamo che il rito funzioni ci serve un prete cattolico.»

Gitta era risoluta, non c’erano alternative.

In una chiesetta dell’entroterra gardesano ogni mercoledì sera si svolgeva una particolare funzione: un incontro di preghiera chiamato messa carismaticaPadre Heinz, un prete altoatesino di notevole stazza, era l’animatore di quelle cerimonie così poco ortodosse e, in effetti, il movimento carismatico era un ordine riconosciuto all’interno della Chiesa cattolica…

Il Rizzi si rivelò essere un frequentatore assiduo di questi mercoledì di preghiera e, grazie a lui, Padre Heinz venne convinto a presenziare alla proiezione de “Le pornocuoche”. Nell’appartamento di Paolo venne installato un proiettore portato dal Rizzi e furono invitati, alla seconda e completa visione: il Savoldi, il sig. Alcide, il sig. Brigante e le sorelle Sangiacomo. Le due zitelle declinarono con sdegno l’invito, ma Gitta ritenne che, comunque, non sarebbero state indispensabili per la buona riuscita della cerimonia.

La proiezione funzionò a meraviglia: Savoldi, il sig. Alcide e il Brigante erano in visibilio, il Rizzi più che eccitato era commosso e Padre Heinz riuscì a benedire ogni performance erotica con sincronismo eccezionale. Sul finale del film Gitta si produsse in uno dei suoi acuti da soprano soprannaturale raggelando tutti gli astanti, compreso un Padre Heinz ben avvezzo a manifestazioni non convenzionali. Il rito si era compiuto.

Quando rimasero soli Paolo si accorse che Gitta aveva gli occhi lucidi.

«Che succede? C’è qualcosa che non va?»

«No, no è tutto a posto», rispose Gitta con voce emozionata, «le mie cugine sono finalmente in pace».

«Le tue cugine? Le due attrici erano tue parenti?», le chiese stupito.

«Erano le figlie di mia zia Ágota, la sorella di mia madre Zsuzsanna. Adesso sono tutte insieme nella luce.»

Paolo le disse: «Dovresti chiamare Jázmin».

«Jázmin già sa, ha sentito che tutto è andato bene, come doveva essere. Ora devo andare da Ilonka.»

«Come? Vai via? E chi sarebbe Ilonka?», Paolo si sentì tremare le gambe.

«È la sorella minore delle due attrici, vive a Praga. Devo andare a stare un po’ con lei. Ha sofferto così tanto!»

«Sì, ma», balbettò Paolo, «le sue sorelle non sono più imprigionate in un limbo, adesso starà meglio».

«È giusto quello che dici Paolo, ma, anche se il rito ha funzionato, Ilonka ha bisogno del mio conforto.»

«E quando tornerai?» chiese Paolo sconsolato.

«Non so. Ho bisogno di tempo.»

Paolo capì che non l’avrebbe più rivista. Si avvicinò alla finestra. Si era alzato il vento, mulinelli di foglie secche roteavano come folletti danzanti mentre le ante del palazzo di fronte venivano schiaffeggiate senza riguardo. In fondo alla strada una donna se ne stava immobile appoggiata al muro. Era vestita di nero e fumava una sigaretta.

 

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“Legami di sangue” di Marcello Rizza

È trascorso già un anno…

Alla cerimonia c’erano tutte le persone a me care, solo tu non c’eri quel giorno Saimiri. Non saprei misurare questo tempo, non so se pesi quanto un’onda che procede pigra nell’oceano da un continente all’altro o se duri un’immensità come un disperato viaggio nello spazio profondo, so solamente che se mi pongo questa domanda è perché mi sei mancata tantissimo. Continuo a pensarti nei luoghi dove mi rifugio nella preghiera, in fondo alla chiesa come l’ultimo dei fedeli guardando al Crocefisso o in qualsiasi altro posto dove la natura mostra la sua bellezza. Ora sono qui, seduto sulla scogliera a strapiombo e osservo il mare mosso da flutti lontani che giungono da chissà dove e mi piace pensare che arrivino dalla tua terra natale.

Il mare mi ha sempre accompagnato, o ci ho vissuto vicino o sono andato a cercarlo. Sulle sponde marine negli anni, scavando la sabbia, ho raccolto le conchiglie più belle e ognuna l’ho intitolata ai miei affetti. All’inizio, da piccolo, erano poche e le tenevo in tasca. Ora sono in quella vetrina, ma non ne dimentico nemmeno una, hanno tutte un bel nome.

La conchiglia tondeggiante e bianca con le striature color dell’ambra mi ricordano nostra madre, costretta ad amarmi tanto da promuovermi a ciò che poi sono diventato. Appena nato mi ha soprannominato Dentino perché ero sottopeso e bianco come un dente. Fino a che è restata in vita, anche se ormai ero più alto di lei e abbronzato dal sole africano, mi ha chiamato così: il suo piccolo Dentino. Ha provato solo un giorno ad allattarmi, a non farmi diventare come lei, ma il suo seno era sterile e inutile e ne conosceva il motivo. Per questo fece quello che non voleva fare. Provando il dolore di chi sa di fare il male necessario, come quello d’amore e quello d’Africa, mi addentò teneramente sul collo, così mi raccontò in punto di morte. L’alternativa era di farmi morire di fame.

Mamma, la ricordi, era una donna buona e se ne era fatta una ragione di quello che gli era capitato. La sua vita cambiò quando, appena sposa, incinta di me, fu avvicinata a una festa da un uomo orribile, brutto e grasso, incurante dell’igiene, dall’età indefinita, che non aveva certamente occhi magnetici e una pelle che profumava di cuoio e sandalo come nei scontati romanzi rosa. Ma, non per merito suo, era irresistibile quando esercitava i suoi comandi. Esercitò su lei i poteri della sua natura, quelli che anche Mamma ereditò e mai usò, e fu un oplà finirci a letto e ritrovarsi con i segni dei canini sul collo. Nessuno capì perché divorziò in fretta e furia e fu anche uno scandalo, vista la sua professione. E non cercò mai più la compagnia di un uomo, si dedicò solamente all’istruzione e ad amarci e crescerci.

Era magra come un chiodo. Che io sappia non si è mai servita della razza umana, si nutriva appena per restare in vita con quel che poteva ricevere da un amorevole gattino che a sua volta si nutriva del sangue dei topini che cacciava. Tutto sommato non aveva sconvolto più di tanto la natura gattesca. A parte quel problema, e un atteggiamento schivo e riservato per nasconderlo, viveva come tutte le persone normali, era una buona insegnante di religione che passava le serate a correggere i compiti in classe, a leggere poesie o a guardare film sentimentali alla televisione. Ogni domenica, alle 10:30, assisteva alla funzione religiosa.

Nella culla mi mise subito assieme a te, Saimiri, sorella amata. Eri una scimmietta mia coetanea, ancora più minuta di me che ero piccolo. Avevi quel bel nome, musicale, esotico come la terra che ti apparteneva e che non avevi mai calcato e non sapevo ancora quando giocavamo assieme che era tanto il nome proprio quanto quello della tua razza. Quando mamma mi ha svezzato dal suo collo, come per gioco, ti addentavo e mi facevo addentare, ci nutrivamo di tutto, ci bastavamo. Saimiri, la mia conchiglia più bella, quella che assomiglia a una piccolissima brioche e che regala riflessi madreperla. Quando Mamma ci faceva il bagnetto nella vasca guardavo la mia pelle rosa e ammiravo la tua peluria color del grano scaldato dal sole. Avevi paura dell’acqua, ricordi? Non volevi che ti lavasse e le mordevi la mano, poi agilissima mi balzavi al collo abbracciandomi forte forte, poi ti agganciavi al lampadario e tornavi ad abbracciarmi forte. Smisi in fretta di provare a muovermi e saltare come te perché finivo sempre a terra, capii in fretta che la nostra natura era diversa, quante culate che ho preso! Eppure ti ho sempre respirato, mia gemella!

Non andai subito a scuola come i miei coetanei, Mamma non si fidava ancora di me, del mio autocontrollo. Mi insegnò lei le tabelline e a scrivere e riusciva a farmi viaggiare con la mente parlandomi di tutti i paesi del mondo e delle tante civiltà esistite nei secoli. Mi insegnò anche a pregare, a confidare in Dio, ad amare il prossimo e soprattutto a rispettarlo, era una buona cattolica. Mi spiegò che non è il difetto o l’eccellenza fisica a definire l’uomo, ma che sono la coscienza e il cuore.

A un certo punto mi iscrisse a un istituto scolastico, Mamma capì che dovevo attrezzarmi per affrontare il mondo che non sapeva, se non per qualche mito, della nostra esistenza. Ci teneva tanto che la situazione non cambiasse, mi diceva sempre: “Dentino, mi raccomando, non dobbiamo mai fare sapere alle persone che siamo diversi”.

E poi la svolta, la conchiglia grossa, quella che mai avrei potuto tenere in tasca e che avvicinandola all’orecchio ci sento il mare ancora vivo: Padre Carlo. Per la mia prima comunione, sacramento a cui Mamma teneva tanto, dovetti confessarmi. Quello che lei non aveva calcolato era che, secondo i suoi insegnamenti, io in confessione avrei detto la verità. Il sacerdote la convocò, le disse che nel sacramento aveva saputo delle cose di me che per il suo ufficio non poteva rivelare, ma che era lei a dovergliele spiegare. Che donna! Le rispose, cattolica e furba, che anche lei voleva avvalersi del sacramento, con tutti i crismi e riti, inginocchiata nel confessionale e con la veletta sul capo. Padre Carlo, in profonda crisi di coscienza, le disse perentorio che avrebbe violato il suo ministero e che non avrebbe potuto non parlarne con la comunità scientifica, col vescovo o addirittura con il Santo Padre. A quel punto mia madre fece quello che mai lui si sarebbe aspettato: gli mostrò una boccetta piena di veleno e gli rivelò quella che era la sua mossa pietosa studiata da tempo, disse che se il nostro segreto sarebbe stato reso pubblico si sarebbe tolta la vita e l’avrebbe tolta a me, a te e al gattino.

Padre Carlo sparì per tre mesi, ancora oggi non so dove sia andato a pregare e a chiedere consiglio a Lui. So che non ci tradì, che tornò risoluto e prese a cuore la nostra situazione. Con Mamma convennero che la soluzione migliore sarebbe stata quella di essere istruito, controllato sulla mia natura e avviato all’interno di un istituto religioso. Da adolescente che cominciava ad avvertire i primi pudori e prudori e che cominciava a chiedersi se il sesso riguardasse il sangue e quei meravigliosi colli delle ragazze che si vedevano in televisione o nei cataloghi di Postal Market, mi ritrovai a seguire un percorso seminarista molto particolare.

Per me Padre Carlo, quel santo uomo, mentì e fece mentire un suo amico medico che ancora oggi sarà lì a chiedersi perché ha dovuto falsificare in quel modo i referti medici. Me ne dispiace ancora di averlo indotto a macchiarsi, a sporcare la sua probità. Quando il sacerdote andò a parlare col Vescovo della mia situazione aveva una cartella clinica che documentava una rara e complicata forma di sindrome mielodisplasica e quindi dichiarava che necessitavo di giornaliere trasfusioni di sangue. Gli disse anche che ero votato al sacerdozio e che lui voleva diventare missionario e portarmi con sé in Africa, per istruirmi all’interno di un ospedale cattolico dove avrebbe potuto garantirmi le cure necessarie. Per me, per aiutarmi, per amore universale, rinunciava al suo comodo posto di curato di campagna per trasferirsi in Africa. La consapevolezza del suo gesto mi portò a un più sofisticato concetto di amore per l’uomo e per l’umanità.

Chiesi solamente di portare con me le prime conchiglie che avevo raccolto e di partire con te, Samiria, ma riuscii solamente a ottenere le conchiglie. Salutarti fu tristissimo, tu non capisti che non avremmo più potuto vivere la quotidianità, io non sapevo che non ci saremmo mai più incontrati. Dopo un mese dalla mia partenza Mamma mi informò sulla tua morte dandomi spiegazioni vaghe su quanto ti fosse accaduto.

Ricordo ancora quando ricevetti le prime trasfusioni di sangue umano, era come una sbornia di sangue africano, mi rendeva forte ma lo ricevevo per trasfusione e non potevo sentirne il profumo e il sapore che mi proveniva dal tuo collo pulito. La mia via verso il Cristo mi chiedeva due impegni: quello canonico di rinunciare a una vita sessuale e quello specifico di rinunciare a nutrirmi dai colli. Scegliere il sacerdozio non è una passeggiata se la percorri con rigore e serietà, devi far conto con una scelta difficile e ponderata, supportata da convinzioni, fede e studio critico. In più, per onestà, mi chiesi se una persona col mio problema, che comunque avrebbe dovuto sempre vivere nella menzogna del non rivelarsi appieno, potesse diventare un ministro di Dio e nei miei studi di filosofia e teologia cercavo un aiuto e un conforto. Mi piacque subito Origene che considerava l’anima identica in tutti gli esseri umani mentre mi mise in difficoltà San Tommaso d’Acquino che la vedeva come una entità propria del singolo. Alla fine, dopo aver studiato Spinoza, Bentham, Mill, Kant e tanti altri, non ho mai individuata una speculazione etica che contravvenisse al mio diritto, come minoranza sconosciuta, di prendere i voti sacerdotali.

È stato emozionante presentarmi a Dio e dichiararmi Suo ministro l’anno scorso quando fui nominato sacerdote. Ricordo ancora le calde lacrime di nostra madre, il suo vibrare e tremare nell’emozione, quando dall’altare per la prima volta, nell’investitura, dissi: “Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti… ”.

Visse ancora pochi mesi Mamma, era restata giusto il tempo di vedermi realizzato e felice. Al suo capezzale mi disse la verità sulla tua morte, sorella. Dopo che ero andato via hai smesso di nutrirti, hai perso la voglia di vivere lontana da me, ti sei lasciata andare. Tu, la mia conchiglia più bella, l’unica femmina di cui trattengo il ricordo di un profumo e di un sapore, che continuo a pensare nelle mie preghiere.

 

 

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“Voce” di Barbara Favaro

Lo ascoltava pronunciare i nomi di perfetti sconosciuti, come fosse un semplice appello, ma era una cerimonia di consegna diplomi. Non era la sua cerimonia, lei era già lontana, proprio un altro pianeta. Con sollievo. Ammetteva a sé stessa: enorme sollievo.

Però quella voce. Quella stramaledetta voce.

Ripercorrendo tutto e riguardando dove ancora, forse, non aveva guardato, c’erano dei nervi scoperti che scoppiettavano.

Il trapano del dentista quando tocca la polpa dentale. Quel dolore lì. Ti partirebbe volentieri un pugno se non fosse che quel trapano è dentro la tua bocca e finirebbe in un disastro per te.

Stessa identica cosa. Colpisci quella maledetta voce e qualcosa dentro di te si trasforma in un disastro. Come si fa?

Non aveva voglia di altri disastri, ne aveva avuti abbastanza. Pensava soltanto che anche da milioni di secondi di distanza e chilometri e vicissitudini varie, quella stramaledetta voce aveva ancora il suo stramaledetto potere. E si domandava perché ancora quel dolore.

Prese l’ennesima stupida decisione: “… mi avvicinerò di nuovo”. Da lontano, ma farà un passo. D’ascolto soprattutto, in quasi totale anonimato, ma ascoltare le aveva sempre fatto bene.

Quindi l’ennesima stupida decisione poteva essere giustificata. In modo contorto, come sempre, ma la logica non le era mai mancata. Poteva raccontarsela bene perché era quello in cui si era specializzata nel tempo. Sempre meglio, ma in piena verità.

Quindi i nomi continuavano a sfilare tra un’orecchia e l’altra e lei non si staccava, sapeva che prima o poi la litania sarebbe terminata e lui avrebbe ringraziato e salutato tutti.

Voleva essere tra quei tutti salutati, perché era la giornata di stupidità che si era voluta concedere ed era intenzionata ad andare fino in fondo. Sentirsi stupida fino in fondo. Proprio fino in fondo. Cos’altro c’è di meglio? Quasi niente.

La voce incrinata da un sorriso mesto e una battuta arguta, da una sorta di gioia della festa, da un divertito feedback della platea, da qualcosa che si muoveva dentro di lui e che lei poteva soltanto intuire raccontandosi che conosceva quel qualcosa, ed era quello che li legava.

Certo con uno stramaledetto elastico, certo, seghettato, certo, ma questo era.

Se con un elastico, spesso, puoi risolvere la situazione, con uno seghettato potresti lasciarci la pelle. Ecco, il Dilemma.

Non poteva negare l’enorme gratitudine che provava per quella voce, non poteva neppure negare l’immensa frustrazione del disastro conseguente alla sua scelta di allontanarsi da tutto. Fosse scelta obbligata, non cambiava nulla.

Erano state tutte scelte consapevoli. Senza alcun controllo possibile, come la vita ti impone. Senza alcun senso evidente, come la vita ti impone. Senza alcuna speranza, come la vita ti insegna.

Ascoltava la voce arrivare – di nome in nome – alla fine dell’elenco, sempre dolorosamente bella nonostante gli anni. Si fece salutare in quel tutti che non le apparteneva, o forse sì, un pezzo sì, e chiuse il libro. Niente più voce, solo riverbero.

Quello lo poteva controllare, si era sempre accontentata di quello e non c’era motivo per cui ora le cose dovessero cambiare.

Toccò con il culo il fondo della sua stupidità, rimbalzò nelle sue profondità e si diede una bella spinta con le gambe per risalire.

Lentamente. Con calma. Non c’era nessuna fretta, il giorno doveva ancora compiersi. Mica voleva rischiare un’embolia!

 

 

 

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“Fumetto con vista” di Sabrina Angiolilli

Fin da bambino, avevo sempre sognato di diventare il protagonista di un fumetto, il Supereroe, quello che è sempre dalla parte dei buoni, quello che arriva sempre al momento giusto. L’avevo sognato così intensamente, che una volta adulto, ho fatto in modo che diventasse realtà, non diventandolo ma disegnandoli: sono un fumettista.

Sì, vivo disegnando fumetti. Oddio non è un gran vivere, basta che vi guardiate attorno. Vivo in un monolocale, dove quando decido di andare a dormire, inizia un gioco all’incastro: devo spostare il tavolo, aprire il divano, mettere il telescopio davanti alla porta d’ingresso, sopratutto devo essere certo di essermi portato tutto l’occorrente per la notte al di qua della barricata, altrimenti sono costretto a crearmi un varco e ad attivare i poteri magici come i miei supereroi.

In quell’angolo, lì in fondo, c’è la cucina, se cucina si può chiamare un fornello da campo, un lavabo microscopico e un frigo che all’apertura produce un suono così stridulo e fastidioso, che mi ha costretto – per non impazzire – a munirmi di tappi anti-umore, che indosso ogni volta che voglio cucinare come se entrassi in un campo minato.

In realtà alla fine della settimana, il mio appartamento sembra proprio un campo minato, piatti e bicchieri sparsi un po’ ovunque sul pavimento, copie di bozzetti coperti da macchie di caffè e cera di candela, insomma… un vero disastro. Concludo il tour virtuale aprendovi la stanza da bagno, un luogo dove l’umidità ha fatto un gran lavoro donando ai muri scrostati quell’aria vintage che non mi dispiace; e poi c’è il lucernario, che nelle giornate di sole, diventa un occhio di bue che illumina il mio Ego in questo palcoscenico terrestre, mentre nelle giornate invernali è un cono di luce divino, che mi ricorda che presto arriverà il giorno del giudizio universale. Questo “splendido” appartamento, in cui sono in affitto, si trova dentro una triste palazzina alla periferia di Piacenza e, come tutte le periferie, è ricca di storie e di vita vissuta.

La stessa vita che da un anno, in questo laboratorio che è casa mia, seduto in quel tavolo vicino alla finestra, rappresento, creo e narro nei miei fumetti. Comunque, mi presento: sono Mauro, un illustratore, uno dei pochi rimasti che disegna ancora a mano libera, per gli amici Cervellix, come l’avatar protagonista dei miei fumetti. Il mio soprannome rivela molto del mio carattere e della mia essenza. Sono un uomo celebrale, molto radicato, in lotta costante con la sua parte creativa, eterea, la stessa che gli permette di guadagnarsi da vivere. Ho deciso un anno fa di chiudermi in casa e far diventare quella finestra l’unico mio sguardo sul mondo, ho continuato a disegnare ispirando le mie storie a l’unico scenario possibile, la parte di quartiere che vedevo dalla mia finestra e a usare le persone come protagonisti dei miei fumetti. Ho cominciato a immaginare la loro vita, a osservare i loro volti, a interpretare le loro emozioni (la rigidità di un arto, la gioia di un volto, il colore di un abito) e scriverne una storia. Tutto attraverso la finestra, tutto senza mai uscire dal mio bunker, vedo come in un film la vita degli altri che scorre e – fino a ora – non mi ero mai accorto che anche la mia sta trascorrendo in un susseguirsi di stagioni senza un reale cambiamento, senza un imprevisto, un qualcosa che metta in discussione la mia routine. Fino a oggi, giorno in cui un personaggio dei miei fumetti si è materializzato davanti alla mia porta.

Il citofono aveva suonato con insistenza, perché ero molto titubante nel rispondere, ero sicuro di non aspettare nessuno, non avevo ordinato cibo, non era il giorno della consegna della posta, ma allora chi mai poteva essere? Avevo risposto cauto e una voce molto sensuale mi ha chiesto di parlare con Cervellix.

Le ho chiesto chi fosse e che forse aveva sbagliato citofono, ma la donna ha replicato con fermezza:

Parlo con Cervellix? Io sono Lady Flower.”

Per un attimo ho pensato di essere impazzito, in preda ad allucinazioni, i miei personaggi si stavano materializzando e venivano a chiedermi il conto. Ma poi ho fatto la cosa più sensata e le ho aperto la porta. Volevo proprio sentire cosa voleva dirmi Lady Flower.

Quinto piano, senza ascensore, mi dispiace, prima porta a sinistra.”

Conosco bene la strada, non si preoccupi, io abito sul suo stesso pianerottolo, anzi precisamente di fronte a la sua porta.”

Questa conversazione sembrava sempre più irreale e mi aveva già messo in uno stato di ansia, avevo la protagonista principale del mio fumetto Lady Flower che abitava sul mio pianerottolo e non lo avevo mai saputo?

Certo per me era improbabile incontrarla, visto che sono da più di un anno chiuso qui dentro. Dopo la fine della mia storia d’amore, volevo sparire dalla faccia della terra, ma non avendo il coraggio di cambiare completamente vita, avevo deciso di chiudermi in casa e precludermi qualsiasi forma o espressione relazionale e emozionale. Per non impazzire, ho cominciato a creare i miei personaggi e vivere attraverso di loro… e ora una di queste mi veniva addirittura a conoscere personalmente.

Avevo cercato di dare una parvenza di ordine a un appartamento che da un anno non vedeva altri passi che i miei e soprattutto ero molto teso, perché stava entrando una donna e avrei dovuto relazionarmi con lei, ero davvero molto imbarazzato.

Mentre i mie pensieri viaggiavano senza un senso, dei passi si avvicinavano alla porta, il campanello aveva suonatpe e dopo un gran respiro mi ero deciso ad aprire la porta.

Mi sono trovato di fronte a una splendida donna di trent’anni: lineamenti molto delicati, capelli scuri e un fiore, presenza costante nel suo abbigliamento (questa volta era una camicia con un grande girasole disegnato su una manica).

Ciao, entra, scusa il disordine, ma sai non aspettavo visite.”

Lo so. Come ti dicevo abito di fronte e l’unica cosa che mi faceva pensare che ci fosse un essere vivente al di là della porta, era qualche rumore che sentivo ogni tanto, insieme a uno strano stridìo a cadenza regolare, come un motore in partenza.”

Sì, certo, è il mio frigorifero, non credevo si sentisse fino fuori, io ormai faccio uso di tappi quindi non mi crea nessun problema. Entra e siediti dove vuoi, o meglio dove trovi un po di spazio.”

Avevo schizzi e bozze di disegni dappertutto, stavo creando un nuovo episodio ed ero in preda a quei blocchi creativi, quelle nebbie che sembrano impossessarsi del tuo cervello e che sono una vera e propria spada di Damocle.

Questa se non sbaglio sono io, Miss Flower, giusto?”, mi stava indicando un foglio sul pavimento, “mi piace molto questo nome, anzi devi sapere che dal momento in cui ho capito di essere io Lady Flower ho cercato ogni giorno di incrociare sulla mia strada dei fiori: veri, dipinti, sugli abiti, sugli oggetti, sono diventata una flower dipendente.”

Mi stai dicendo che io credevo di disegnare un mondo reale, di persone che non conoscevano la mia esistenza e invece tu con consapevolezza mi hai aiutato a creare il tuo personaggio? E, soprattutto, come hai capito che ero io l’illustratore?”

Io adoro i fumetti e, come ben sai, una versione short è inserita ogni giovedì come inserto nel Comic Paper, il mio giornale preferito. La cosa che mi tornava molto famigliare erano i luoghi che disegnavi, che fosse la panetteria in fondo alla strada, o quel palazzo dal colore improponibile, o la bottega del calzolaio come ormai non ne esistono più, tutto ma davvero tutto mi risuonava molto familiare. La conferma l’ho avuta quando ho visto che la protagonista, Lady Flower, aveva un cactus disegnato sul braccio sinistro, legato a un palloncino il cui filo si intrecciava proprio come quello sul mio braccio, non poteva essere una coincidenza. E poi una mattina mentre compravo la rivista, ho sentito il giornalaio dire che l’illustratore viveva proprio nel nostro quartiere, in via San Donnino n.5.“

Che storia interessante, ti offro un caffè?”

Sì, grazie. Però avrei anche io due domande da farti. Forse per la prima ho già trovato la risposta”

e mi indica il telescopio posizionato vicino la finestra. “sicuramente non lo usi per guardare le stelle. Ecco come facevi ad essere cosi meticoloso nelle raffigurazioni dei personaggi, ed ecco come sei riuscito a vedere il mio cactus! La seconda domanda invece è più personale: mi spieghi perché vivi chiuso qui dentro agli arresti domiciliari? Hai una pena da espiare, magari sei un serial killer con una gran vena creativa?”

So di deluderti, ma niente di cosi oscuro e enigmatico, sono un ragazzo normalissimo, che alla fine della storia d’amore più importante della sua vita ha deciso di tagliare fuori il mondo. Ma non voglio parlare di questo, preferisco ascoltare te, quando mi ricapita di avere dal vivo la protagonista del mio fumetto? Sono riuscito a carpire qualcosa della tua vita reale? C’è qualche tratto del personaggio in cui ti puoi rispecchiare?”

Allora, iniziamo dalla mia reale professione, purtroppo non sono la fioraia, spensierata e romantica che tu hai immaginato, sono un noioso topo da laboratorio, una ricercatrice. Tutto il giorno attaccata al microscopio a osservare i miei batteri, in un ambiente senza colore e profumi. Ma ti dirò, che da quando ho cominciato a riconoscermi nel personaggio che mi hai creato ho iniziato a fare miei alcuni suoi atteggiamenti, come se fosse una mia parte nascosta che tu eri riuscito a colorare. La mia parte solare e spensierata che non mi dispiaceva affatto. Per prima cosa mi sono comperata dei fiori ogni giorno, il fioraio mi prepara una composizione assecondando il mood del giorno e porto un po’ di vita nel mio grigio laboratorio. Poi ho preso l’abitudine di mettermi il rossetto rosso, e non usavo neppure il lucidalabbra, trovo terribilmente sexy il rossetto di Miss Flower.“

Direi che questo incontro sta diventando molto interessante. E cosa mi dici del tuo amorevole fidanzato, il panettiere in fondo alla strada, che ogni mattina ti delizia con un caldo cornetto alla crema? È stato un amore travolgente o qualcosa che è cresciuto piano piano con il tempo?”

Mi dispiace deluderti, ma quel bellissimo ragazzo biondo, è – ascolta ascolta – mio figlio. Sono stata una ragazza molto precoce, sempre innamorata dell’amore e, purtroppo, regolarmente smentita… in una delle mie travolgenti storie è nato mio figlio Emanuele, il solo uomo della mia vita.”

Scusami, penso davvero di aver fatto lavorare troppo la fantasia e di aver creato un mondo parallelo completamente irreale. Eppure i vostri baci erano cosi passionali… e quel dono che ogni giorno ti offre… tutto sembrava confermare una relazione. Credevo di aver capito tutto, che presuntuoso! Allora, per dare un ulteriore insegnamento al mio Ego ti chiedo: parlami di Mister Rosemary, l’uomo che va in giro costantemente con un ciuffo di rosmarino nel taschino, quale arcano mistero nasconde? Sono in un blocco creativo e magari se mi dai qualche informazione reale, potrei modificarla e risolvere il mio problema.”

Mi dispiace, ma penso che quello che ti dirò ora, non farà per niente bene al tuo Ego: come ti dicevo prima, a un certo punto nel quartiere si e cominciata a spargere la voce di questo fumettista che spiava dalla finestra di casa sua tutte le persone in strada e, sopratutto, molti si erano riconosciuti nei personaggi e questa cosa a volte non piaceva affatto. Quindi si è pensato di comune accordo di creare anche noi un gioco, una realtà virtuale da proporti per testare la tua creatività e Mister Rosemary è esattamente questo.”

Aspetta, penso di non aver capito bene… o forse ho capito… questa cosa è davvero orribile! Voi avete creato un finto mondo che si muove entro il mio raggio d’azione visivo per vedere quanto ero bravo a inventarci su delle storie?”

Mettiamola così: abbiamo creato un laboratorio en plein air per stimolare la tua fantasia. Se tu fossi per caso all’improvviso sceso, avresti visto un palcoscenico dove gli attori girato l’angolo si liberavano dei vestiti di scena e cominciavano la loro vita reale. Si usciva da casa con i vestiti di scena, si studiava il copione del giorno e poi si ci cambiava. Abbiamo creato un vero e proprio camerino dentro il bar, dove il tuo telescopio non può arrivare.”

A quel punto ero senza parole. Non sapevo se essere arrabbiato per la grande farsa o essere felice che tutte quelle persone avessero dedicato del tempo per diventare parte attiva e creatrice del mio progetto. Di una cosa ero certo, ormai non avrei potuto più continuare come prima, non potevo far finta di niente.

GAME OVER.

Bene, forse ora posso andare, credo di averti detto tutto”, Miss Flower si stava facendo spazio tra tutti gli ostacoli presenti sul pavimento per uscire di scena.

Forse sì, però mi resta solo un’ultima domanda da farti: perché hai deciso proprio in questo momento di venire a rivelarmi tutto? C’è anche qui un piano segreto da svelare?”

In realtà mettiamola cosi: abbiamo deciso, di comune accordo, che questo gioco ci stava prendendo la mano e che la nostra vita virtuale era diventata più importante di quella reale e quindi… eccomi qui a dirti che da domani da quella finestra vedrai solo normalissime persone dentro una normalissima vita.”

Capisco, hai ragione. Allora forse da domani ci incontreremo sul pianerottolo. Avrò perso la protagonista del mio fumetto, ma ho acquistato una normalissima vicina.”

Mi ha fatto un sorriso prima di scomparire dietro la porta.

 

 

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“Oroscopo” di Rossana Mazza

Quando ero ragazzina qualcuno mi chiese: l’amore è cuore o mente?

Lo specchio rimandò due piccoli occhi marroni, gonfi e con occhiaia al seguito, forse accettabili solo per la notte di Halloween; pensandoci bene, anche i tanti fili bianchi che spuntavano come trifoglio in un prato, potevano andare bene per impersonare qualche zombie claudicante o una strega di nero vestita.

Peccato che oggi non sia il 31 Ottobre”, pensò Sara guardandosi sconsolata.

Si lavò il viso, mise un velo di crema inspirandone il dolce profumo, le dita a pettine tra i capelli per sistemarli e non rompere i morbidi riccioli, per poi spostarli dietro le orecchie, un gesto che ripeteva spesso.

Odio gli specchi!”, brontolò prendendo dall’armadio i calzoni neri, l’inseparabile camicia bianca, giusta per coprire le morbide curve e la giacca di soffice lana.

Guardò il piccolo contenitore dorato sul comò, “Etoile”. Amava il suo profumo, con note di bergamotto, mughetto, ambra e un tocco di spezie, pareva una pozione magica, capace di darle la sicurezza di cui aveva bisogno. Due gocce sui polsi due sul collo. Pronta per uscire!

La giornata era frizzante, le foglie ballavano intorno ai suoi piedi, spruzzi d’oro e rosso intenso, mentre percorreva il viale verso il bar del parco.

Lidia l’accolse con un sorriso e la voce squillante: “Il solito Sara?”.

Oh, si grazie, oggi più che mai ho bisogno del tuo meraviglioso caffè!”, rispose sedendosi al solito tavolino vicino alla vetrata. Prese il giornale e iniziò a sfogliarlo. Lidia depose la tazzina fumante e sedendosi sul tavolino, stile cowboy, le chiese:

Come va? Ti vedo un po’ giù in questo periodo… che succede?”

Sara non rispose subito, in quel periodo aveva la lacrima facile, inspirò l’aroma del caffè e infine disse:

Sono stanca di essere sola. Vorrei qualcuno vicino per condividere le mie passioni, parlare di ogni argomento e scambiarci opinioni. Qualcuno che mi percepisca oltre quello che vede, qualcuno da amare… troverò mai una persona così? Alla mia età per giunta…”

Su su su, non dire così. Devi crederci tu per prima. Guarda qua, l’ho trovato fuori dal bar questa mattina, è un quotidiano indipendente vai all’ultima pagina ci sono gli oroscopi.”

Lo sai che non credo negli oroscopi! Che ti prende?”, rispose divertita.

Leggi leggi! Mettiamo un po’ di magia in questa giornata. Il mio era azzeccato in maniera quasi inquietante, nel senso che sembrava fatto proprio su di me… ”

Che diceva?”, chiese Sara incuriosita.

Questa mattina dovrai sollevare qualche cosa di molto pesante e renderlo leggero con le parole! Ah ah ah, direi che calza a pennello!”

A quel punto non restava che andare a verificare, se non altro per farsi una risata:

Amori decaffeinati e senza gusto non fanno per voi. Vi trasporta l’emozione e un fiuto che vi fa intravedere, nel mistero, qualche cosa di prezioso. Siete i pescatori dell’invisibile, avventurieri del sogno. Malinconie passeggere.”

Rilesse più volte quelle righe, una strana sensazione… come se qualcuno le avesse guardato dentro.

Lidia! Che scherzo è questo? Incredibile davvero! Sarà un caso… ”, disse Sara poco convinta.

Le due amiche si fecero una sonora risata e ripresero la vita di tutti i giorni: una servendo caffè e buonumore e l’altra ritornandosene a casa.

I giorni passarono e ormai l’appuntamento fisso al Bar includeva oltre al solito caffè la lettura dell’oroscopo e relative risate o riflessioni. Nell’angolo opposto, al tavolino vicino all’entrata, c’era un tipo che ritornava lì tutte le mattine per sentire di nascosto i commenti delle due “ragazze”. Il giornale che fingeva di leggere e che teneva davanti al viso lo rendeva quasi invisibile, di corporatura media indossava un giubbino blu e un paio di jeans.

Quel giorno la prima pagina del quotidiano riportava in grassetto: “Ballo in maschera domani sera, presso Villa Paradiso, in occasione di Halloween. Il ricavato sarà devoluto all’Associazione del Filo d’oro”.

Sara, che ne dici? Andiamo alla festa?”, chiese Lidia già proiettata sul costume da mettersi.

Non so, forse non è il caso… saranno tutti ragazzini. E il vestito? Cosa mi metto?”

Ricordi l’oroscopo di oggi?”, la incalzò l’amica.

Alcune attese che si prolungano vi spingono a immaginare l’impossibile che non arriva. Dovete avere più coraggio per rompere l’impasse.”

Ti vengo a prendere domani per le nove”, sentenziò Lidia senza aspettare risposta mentre ritornava dietro al bancone.

Sara si ritrovò suo malgrado catapultata in questa avventura:

Ok, va bene, ora scappo devo inventarmi qualcosa per la serata”, così dicendo uscì, la mente immersa a fantasticare su cosa o chi avrebbe impersonato. Per un attimo, uscendo dalla porta, percepì un profumo… patchouli, pensò. Un attimo dopo era già in strada.

Lidia arrivò puntuale, la lunga gonna rossa a balze e la camicia bianca di pizzo le stavano d’incanto, sulla testa una corolla di fiori rossi, il viso dipinto di bianco su cui spiccavano occhi neri, richiamava l’idea di un delizioso fantasma. Per contro, Sara indossava un lungo abito nero, il tulle e il pizzo dell’ampia gonna la facevano leggera e vaporosa, la parrucca argentata con ragnetti impigliati tra i capelli la rendeva irriconoscibile, e un minuscolo cappellino da cui scendeva un velo lungo fino alle spalle completava il tutto. Unica nota di colore: le labbra rosso carminio.

Sei bellissima Sara!”, esclamò Lidia appena la vide.

Ridendo Sara ricambiò il complimento e partirono. La festa era già iniziata e la location non poteva essere migliore. Mille candele accese ovunque creavano un’atmosfera davvero incredibile, maggiordomi giravano tra gli ospiti con enormi zucche gialle da cui estraevano dolci dalle forme terrificanti o pozioni fumanti di color viola, ma dal sapore di spritz o prosecco.

Sara guardava estasiata il susseguirsi di ospiti, con i costumi più stravaganti possibili: mummie ricoperte di bende penzolanti, scheletri e fantasmi, vampiri con denti aguzzi e occhi iniettati di sangue che rincorrevano streghe più o meno sexy e spose morte! Era bello osservare come ognuno aveva interpretato a modo proprio l’occasione, la fantasia aleggiava nell’aria e anche la musica contribuiva a creare quell’atmosfera irreale nella quale tutto avrebbe potuto accadere.

Era già il quarto bicchiere fumante che beveva, aveva mangiato solo alcune bare e qualche vermicello verde, e cominciava a sentirsi euforica e leggera. Aveva perso di vista Lidia da qualche minuto e con lo sguardo la cercava tra la gente. Improvvisamente si avvicinò un uomo, indossava un abito nero e una camicia con volant, in testa un cappello a cilindro, che si tolse esibendosi in un inchino d’altri tempi:

Buona sera, posso aiutarla? Ho l’impressione che stia cercando qualcuno”, disse con tono gentile.

Sì, in effetti, ho perso di vista la mia amica… ”, rispose titubante.

Lui le offrì il braccio, da vero gentiluomo, e insieme iniziarono a percorrere la sala.

Il suo personaggio?”, chiese Sara.

Non si faccia confondere dall’apparenza”, rispose sfoderando due canini pronunciati che sembravano veri!

Risero entrambi e l’atmosfera si rilassò, le parole cominciarono a fluire, si lanciarono anche in un ballo che li restituì accaldati entrambi.

Vieni andiamo verso i balconi così ci rinfreschiamo un po’”

Non vorrai vampirizzarmi, spero, ti avverto: so fare incantesimi potenti!”, disse ridendo.

Me ne sono accorto!”, sussurrò l’uomo.

La prese per mano e una scossa sottile la percorse. Fuori faceva freddo, ma Sara sembrava non accorgersene. Cercò gli occhi di lui, verdi, profondi. I corpi tesi come un arco, pochissima la distanza tra loro, l’aria intorno vibrava. Lui sembrava aspettare un cenno, timoroso che quell’attimo sparisse. Lei allungò piano il viso verso di lui, tremava. Sussurrando le disse:

Cosa mi hai fatto… ”, e un attimo dopo posò le labbra sulle sue. Un bacio delicato, incantato, in cui entrambi si lasciarono scivolare, godendo di ogni attimo con ogni cellula del loro corpo, una melodia che li trasportò lontano nei meandri del cuore e della mente, percepirono i pensieri reciproci più intimi, fino a essere una cosa sola. Solo quando il desiderio divenne incontenibile si allontanarono. Il fiato corto, la tempesta dentro di loro. Tremavano increduli per ciò che era successo.

Sara, i sensi acuiti, percepì la brezza sulla pelle e quel sentore di patchouli

Sara! Eccoti qui! Dobbiamo andare!”

Un lampo nella notte squarciò il cielo seguito dal rombo di un tuono che fece tremare i vetri della camera di Sara. Si svegliò di soprassalto mettendosi seduta. Frastornata, si guardò in giro, nella camera tutto era in ordine tranne quei pacchetti nell’angolo della stanza: la parrucca confezionata con il cartellino del prezzo, i ragnetti nella scatolina e il rossetto intonso. Si lasciò cadere all’indietro mentre una lacrima le scendeva sul viso.

La mattina seguente non entrò subito al Bar, si sedette sulla panchina appena lì fuori. L’aria era frizzante, visto il temporale della notte. Si sistemò meglio la sciarpa, lo sguardo rincorse una foglia che sembrava danzare felice, e quasi la invidiò. Qualcuno si sedette in fianco a lei:

Posso offrirle un quotidiano?”, disse l’uomo.

Lei alzò lo sguardo, due occhi verdi la guardavano.

Io… ”

Lei crede all’oroscopo? Io mi occupo di quella rubrica. Prenda, è sempre curioso leggere cosa dicono gli astri, che lei ci creda o no!”, disse l’uomo alzandosi.

Lei allungò la mano e prendendo il giornale sfiorò le sue dita, mentre un lieve profumo di patchouli le solleticò le narici. Fu un attimo, il frammento di un sogno.

 

 

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“La sopravvissuta” di Elda Cortinovis

Settembre 2013

Al suono della campanella Annie si precipitò in classe. Era l’ultimo anno del liceo e voleva a tutti i costi sedersi col gruppo “giusto”, quello di Jennifer, Alisa e Mary. In estate aveva avuto modo di trascorrere con loro alcune giornate e dopo i primi anni di liceo si era sentita finalmente accettata. Due gomitate e via, era già seduta nella loro fila. Si voltò e accennò loro un saluto appena prima che l’insegnante entrasse in classe, Jennifer le rispose con un sorriso. All’uscita doveva prendere l’autobus per tornare a casa. Ad aspettarla c’erano due amiche d’infanzia che abitavano vicino a lei. Annie rallentò il passo e frugò nella cartella fingendo di cercare qualcosa. Le ragazze la chiamarono, il pullman stava partendo, ma Annie fingeva di non sentirle. Poi fece un cenno a loro come per dire: “Andate pure, vi raggiungo”. L’autobus partì e lei rimase nel piazzale. Poté così tornare dalle sue nuove amiche, sarebbe rientrata a casa più tardi.

Le conosci quelle?”, chiese Mary.

Poco”, rispose Annie pur sapendo che non era vero, ma quell’anno, dopo tutta la fatica che aveva fatto per essere accettata da quel gruppo d’élite, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non essere di nuovo emarginata. Sarebbe stata con le sue amiche d’infanzia la sera, una volta tornata nel suo quartiere, ma durante il giorno, a scuola, lei voleva essere come tutte le altre.

La sua carnagione olivastra, i capelli neri come la pece e le gote un poco paffute non nascondevano la sua origine, ma era fortunata, era abbastanza alta a differenza di molte altre aborigene e questo era convinta avesse giocato a suo favore nell’integrarsi.

Non era stato comunque facile, si era sentita tante volte rifiutata e guardandosi oggi con i jeans e il giubbotto come tutte, ne aveva fatti di passi per mischiarsi tra i compagni di scuola. Aveva abbandonato man mano i vestiti che sua madre le procurava e lottando si era fatta acquistare quelli alla moda. Parlava solo inglese e rifiutava la sua lingua madre. Il suo comportamento creava spesso dissapori in famiglia, ma Annie voleva essere canadese al cento per cento, il resto non le importava. Era contenta così, almeno credeva, mai avrebbe immaginato cosa le sarebbe accaduto qualche tempo dopo.

 

Febbraio 2015

I lembi degli abiti rossi fluttuavano al vento, Annie li sfiorava con la delicatezza con cui si accarezza il viso di una persona amata. Non c’era giorno che non passasse in quel luogo e ogni drappo rosso appeso ai rami degli alberi, che disordinatamente componevano il bosco, aveva un nome. Un nome femminile, perché le vittime di quella barbarie etnica erano giovani donne a cui era stato sottratto il diritto di vivere. Annie adesso per la sua gente era  Uki, la “sopravvissuta”, e lei così sì sentiva, convivendo ogni istante della sua vita con la sindrome di chi scampa da morte certa.

Camminava tra quegli abiti appesi alle grucce, con un forte senso di colpa, perché lei si era salvata, mentre le altre donne non ce l’avevano fatta. Alcune ritrovate in quel fiume, il cui nome raccoglieva tutto il dramma di quei corpi martoriati, altre scomparse nel nulla. Gelida, con il battito del cuore rallentato, era stata raccolta sull’argine del Red River. Il fiume che bagna Winnipeg e le cui sponde rigogliose attraversano il Canada, fino al confine con gli Stati Uniti. Non aveva mai temuto l’acqua fredda, neppure da piccola quando seguiva il padre a pescare. Il popolo a cui apparteneva proveniva dall’artico e il freddo scorreva nel loro sangue. Ma mai avrebbe pensato che proprio grazie a quelle temperature polari, un giorno sarebbe sopravvissuta.

Seduta a terra, con la testa leggermente abbassata e i capelli neri che le coprivano il viso, iniziò a scrivere la sua storia: il prima e il dopo. Lei che fino al “prima” era stata più fortunata di altre e non si era persa nel vortice della droga e della prostituzione, condizione invece di molte indigene, ma studiava e conduceva una vita normale. Aveva scelto la facoltà di infermieristica, erano pochi gli Inuit che riuscivano a proseguire gli studi, ancor meno se donne. Un bel traguardo di cui andava fiera. Per riuscirci, si era trovata tante volte nella condizione di rinnegare le sue tradizioni per adeguarsi agli altri pur di essere accettata. Il “dopo” era tutto da costruire e aveva il sapore di giustizia e di riscatto. Ma per raccontarlo doveva passare attraverso la storia del suo popolo. Quello che “prima” aveva più volte tradito.

Voleva ripercorrere la strada dei suoi avi che dai ghiacci erano scesi fino al Canada. Ghettizzati, modellati, cambiati. Capaci di adattarsi per sopravvivere, ma conservatori delle tradizioni per non dimenticare. Voleva ritrovare il significato dei gesti dello Shamano, dei riti, dei canti serali per tornare alle origini e recuperare ogni credenza; per dare valore a ciò che in terra straniera sembrava non valere nulla e che spesso veniva calpestato.

Stare in silenzio tra quegli abiti rossi, era l’unico modo per scavare fino in fondo al suo animo e rinascere. Assorta, ascoltava le voci delle donne che animavano il bosco, ognuna con una sua storia da raccontare. P. che non era mai stata ritrovata, K. che a soli 14 anni era stata fatta a pezzi e chiusa in un sacco, V. gettata nel fiume dopo aver subito violenza da un branco di giovani, e altre migliaia di storie così dolorose che il fruscio delle loro voci tra le fronde si trasformava via via in uno strido acuto. Ogni volta che questo accadeva, Annie avrebbe voluto tapparsi le orecchie per non sentire il grido di dolore risvegliato dalle atrocità subite, ma Uki resisteva perché il suo compito era di raccogliere tutta quella sofferenza e di ascoltare le loro storie per poi scrivere, scrivere, scrivere. Essere testimone di quanto era accaduto e dare voce alle giovani donne Inuit per raccontare di ognuna il “prima” e immaginare per loro il “dopo” era la sua missione. Perché quelle donne che avevano amato, riso e vissuto, fino alla loro tragica scomparsa, avevano anche dei progetti che non potevano e non dovevano essere dimenticati.

 

 

 

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“Una brutta storia” di Livia Trentini

Svetlana quella mattina si svegliò, si vestì con cura, preparò la colazione e uscì dal suo caldo appartamento. Faceva piuttosto freddo, ma ben coperta con il suo piumino avvolgente e con una soffice sciarpa di lana fu pronta per affrontare il viaggio. Era un giorno speciale, suo nipote Andrey avrebbe compiuto dieci anni dopo qualche giorno e lei aveva già ordinato un bel libro come regalo. Quel giorno lo avrebbe ritirato.

Doveva attraversare tutta la città con la metro, ma perlomeno si poteva godere un po’ di tepore. Per lei anche un breve viaggio era un’avventura. Le era sempre piaciuto guardare le persone, immaginare dove stavano andando, inventare storie su chi sale e scende dalla metro. Il poliziotto con lo sguardo da duro; la commessa già annoiata ancor prima di iniziare il lavoro; l’impiegato che pensa di essere più importante degli altri solo perché lavora in un ufficio pubblico; la mamma che porta a scuola i bambini e sta provando le tabelline a quello più piccolo che confonde i numeri; un anziano con il viso rassegnato.

Il viaggio era iniziato da poco quando vide salire una signora di mezza età, un piumino rosa sotto il quale si intravedeva un maglione grigio, un berretto di panno rosa, la borsa rossa appoggiata sulla spalla e un fucile fra le mani. Tutti i passeggeri la guardarono attoniti. Si sedette fra due persone, adagiò il fucile in grembo con la canna appoggiata sulla spalla, si guardò attorno e poi chiuse gli occhi. I due passeggeri vicini si spostarono, erano spaventati. Uno dei due alla prima fermata scese velocemente, l’altro rimase in piedi fingendo di leggere un adesivo, oramai stinto, incollato su un finestrino. Intorno alla signora si era fatto il vuoto, Svetlana era curiosa, per cui decise, quando la signora sarebbe scesa, di seguirla.

Dopo diverse fermate la metro uscì dal tunnel, un tratto della linea era all’aperto, la signora con il fucile aprì gli occhi, guardò fuori dal finestrino e si preparò a scendere. Scese anche Svetlana, camminando a una certa distanza. La signora in rosa procedette con un’andatura decisa, quasi marziale. Attraversò un parco e, sempre con il fucile fra le braccia, si avvicinò a un alto edifico, sembrava la sede di una serie di uffici. Cercò una panchina e si sedette, anche Svetlana fece la stessa cosa ma più defilata per non farsi vedere. Trascorsa una mezz’ora, dall’edificio uscì un signore in giacca e cravatta, la signora si alzò, imbracciò il fucile, prese la mira e sparò. Un colpo preciso, in mezzo agli occhi, non ci fu scampo. Crollò a terra, il sangue iniziò a sgorgare da quel piccolo foro e dipinse di rosso vivo il marciapiede. Il tempo si fermò, sembrava che tutto fosse rallentato, per riavviarsi attimi dopo. Si sentirono urla, si vide gente uscire dall’edificio.

– Chiamate un ambulanza!

– Chiamate la polizia!

– Ma… chi è stato?

Voci concitate, una ragazza aveva visto tutta la scena e piangeva sommessa in un angolo del portone. Venne identificata l’autrice dello sparo, impassibile, in piedi vicino alla panchina con il fucile che sembrava quasi un accessorio. Arrivò la polizia, le sirene con il loro suono acuto fendevano l’aria. L’autrice di tanta atrocità fu presa immediatamente in custodia, non prima di essere stata disarmata, la polizia la caricò in auto e venne portata via sotto gli sguardi increduli delle persone. Svetlana era sbigottita, non sapeva che fare. Ancora incredula, si riprese e quasi correndo tornò alla metro, voleva tornarsene a casa velocemente, nel posto che sentiva come il più sicuro in quel momento.

La sera al telegiornale un lungo servizio su questo efferato omicidio ancora senza movente, la donna in rosa non parlava; la vittima era un dirigente di un’importante società, molto conosciuto.

Il giorno dopo anche i giornali danno ampio spazio alla vicenda, iniziano con le congetture su chi fosse lei e chi fosse, in realtà, lui e sul possibile movente. Intervistarono la vicina di casa, che non ne sapeva nulla, l’omicida era una donna molto riservata. La polizia entrò nell’appartamento della signora in rosa e trovò una casa semplice, pulita, accogliente, sul cassettone molte foto di una ragazza, sempre la stessa, in varie fasce di età: il primo giorno di scuola con un bel fiocco rosa; in un giardino con un cagnolino; sulla bicicletta con un cestino pieno di fiori; davanti a un portone con uno zaino in spalla, la mano destra con il pollice alzato e al polso molteplici braccialetti colorati. Le foto, una decina in tutto, ritraggono sempre la stessa persona fino a circa vent’anni. Nell’ultimo cassetto trovano ritagli di vari giornali.

Leggono di una ragazza, partita in autostop per le vacanze al mare, della quale si sono perse le tracce dopo pochi giorni. Leggono di un gruppo di sette dirigenti che si erano dati appuntamento nella stessa località marina. Leggono di come questi dirigenti si erano comportati con il personale dell’albergo, di come avessero infastidito alcune ragazze. Leggono delle denunce che la polizia aveva ricevuto. Leggono del corpo riemerso dalle acque marine di una giovane donna, era stata picchiata e violentata. Leggono di come tutto era stato insabbiato per la posizione privilegiata di questi sette personaggi.

La signora in rosa, mamma della ragazza, aveva trascorso gli ultimi dieci anni a cercare il gruppetto, in un faldone aveva raccolto i nomi dei dirigenti e gli articoli di giornale, sempre negativi, sui comportamenti tenuti in vari congressi, copia di denunce presentate e poi ritirate, per paura, dalle vittime stesse. Di fianco a ogni nome aveva inserito un trafiletto di giornale con la data segnata a biro. Uno era stato investito sul marciapiede; uno avvelenato; uno era precipitato dal nono piano del suo ufficio; uno era stato schiacciato da una macchina contro un muro; uno disarcionato e calpestato dal suo cavallo; uno era morto nell’incendio di casa sua. Mancava solamente l’ultimo. La signora in rosa si era vendicata delle persone che avevano violato sua figlia e alla quale non avevano permesso di vivere la sua vita.

Svetlana seguì tutta la vicenda sui giornali, e alla fine prese una decisione. Avrebbe insegnato al suo giovane nipote Andrey il rispetto per le persone e soprattutto per le donne, si deve iniziare dai bambini per cercare di cambiare i futuri comportamenti della società.

 

 

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“Guerra o Pace?” di Bianca Patrizi

Non so come ho conosciuto Bianca. Mi piace ripetere che sia stato per caso, anche se entrambe sappiamo che nulla avviene per caso. Quando mi ha vista seduta sul bus con quell’arma appoggiata in grembo e gli occhi semichiusi, ha sgranato i suoi e ha trattenuto il fiato. Non poteva sapere allora, che quello che credeva un semplice fucile, fosse invece IL fucile mitragliatore d’assalto per eccellenza, nato (si racconta) in una grotta degli Urali, derivato dallo STG44. Migliore dello STEN inglese, migliore del MAUSER tedesco; in grado di sparare, in qualsiasi condizione, dieci proiettili al secondo, a una velocità di 715 mt al secondo; il che significa che un caricatore standard da trenta colpi si esaurisce in tre secondi di fuoco automatico. IL Kalashnikov AK-47.

Né io potevo sapere, allora, che lei aveva già vissuto i suoi incontri ravvicinati, molto ravvicinati, con le armi. Aveva cominciato da piccola a giocarci. Un po’ maschiaccia e un po’ monella, dopo tanti film della serie Arrivano i nostri, aveva chiesto e ottenuto per Natale, una pistola a tamburo, che non sparava niente, ma faceva un gran baccano. E ci si divertiva anche! Quando l’amica di sua zia si abbioccava sulla poltrona guardando la TV, sparava un paio di colpi e quella povera fornaia stremata sussultava come se le fosse esploso il cuscino sotto il sedere. Lei e la zia istigatrice si facevano di quelle risate!

Poi aveva incontrato la sua prima arma vera e le cose erano cambiate. Aveva forse nove o dieci anni allora, e aveva accompagnato suo padre a caccia, una mattina d’autunno. La campagna era ancora umida e fragrante della brina mattutina e quel velo di foschia rendeva tutto così magicamente impalpabile e vago… finché lo sparo potente e improvviso aveva zittito di colpo i passeri, dopo il frullare d’ali frenetico e spaventato dei superstiti. Suo padre aveva raccolto il piccolo ferito e lei si ricorda ancora oggi la sua mano grande e calda che racchiudeva il batuffolo di piume, ma soprattutto non riesce a dimenticare quegli occhietti vispi che la guardavano. Aveva dato per scontato che lui, suo padre, avrebbe soccorso il piccolo. Invece, con un colpo secco, il cacciatore aveva gettato con forza l’animale contro il calcio del fucile, finendolo, e lei aveva sollevato lo sguardo incredulo. In un raro momento di intesa reciproca, lui – suo padre – aveva stretto le labbra.

«Dispiace anche a me», aveva ammesso, «ma ormai era ferito e stava soffrendo».

Il successivo incontro con un’arma era stato sconvolgente, ma per caso o per fortuna, non tragico. Il terzo, invece, era stato devastante. Il quarto, l’aveva fatta fuggire. Poi, la scoperta che non è l’arma in sé ad essere pericolosa, ma l’uso che se ne fa. Un coltello puoi usarlo per affettare il pane e dividerlo con gli amici. Un ferro per stirare, per accarezzare una camicia sgualcita e ridarle vita e dignità. Oppure no.

Bianca aveva preferito la fuga e grazie al cielo, le era stata concessa. Io avevo dovuto scegliere se sparare a chi avevo di fronte, sparare a me o non sparare. Dicono che siamo gente dura. Dicono che la terra forgia. Può essere. Era stata mia nonna a insegnarmi a sparare. Uno dei migliori cecchini, perché già allora avevano capito che le donne erano migliori degli uomini: battito cardiaco più basso, quindi più precise, perché mano più ferma. Non solo. Anche nelle fabbriche dell’AK-47 la maggior parte degli operatori è di sesso femminile. Io ci ho lavorato per anni. Pare che la nostra perizia superi quella maschile.

Quando l’ho raccontato a Bianca, ne è rimasta stupita. Lei continua a sostenere che le armi siano pericolose e quando sono venuta in Italia a trovarla, mi ha portato al Museo XX Secoloi, a Desenzano del Garda. Credeva di stupirmi con effetti speciali, ma non è stato così. Al contrario. Fucili, mitragliatori, cannoni… ordinaria amministrazione. Già le maschere anti-gas l’hanno impressionata, ma è stato davanti al lanciafiamme che Bianca ha avuto un piccolo cedimento. Paradossalmente, più l’arma era potente, meno lei sembrava toccata. Quando siamo arrivate davanti alla catena spinata si è fermata di colpo. Poi le ho spiegato come veniva utilizzata la coda d’istrice, ma soprattutto che derivava dagli antichi Romani e lei mi ha fissata inorridita, a mascella pendula, stile trota che boccheggia. Ma è stato l’azzoppamuli a darle il colpo di grazia. Credo si sia ricordata in quel momento di una mostra itinerante vista in Toscana tanti anni prima, sugli strumenti di tortura utilizzati all’epoca dell’Inquisizione. La Vergine di Norimberga era qualcosa di doloroso, lo ammetto, ma c’è di peggio nella vita.

Abbiamo passato il resto del pomeriggio sedute a un bar a bere lei vodka e io grappa (amiamo gli scambi culturali), guardando il lago, il cielo, il Baldo, i gabbiani in volo, le papere, i cigni, gli alberi delle barche a vela ormeggiate. Ho dovuto guidare io al ritorno, perché lei aveva un po’ di nausea. Sostiene di soffrire il mal di mare e altalene e barche ondeggianti le danno fastidio, ma non so se era per quello che le girava la testa.

È strano come Bianca e io ci siamo intese con uno sguardo, su quel bus. È strano che ancora adesso ci scriviamo regolarmente, nonostante lei sia sempre convinta che le armi siano pericolose, e io che siano una benedizione del cielo. Ma veniamo da terre diverse e abbiamo affrontato situazioni diverse. Lei continua a scappare, io a viaggiare col mio AK-47 in grembo, ma entrambe con lo stesso obiettivo: rimanere in vita.

Mi auguro solo di non trovarci un giorno, una contro l’altra. Potrebbe anche essere che Bianca, nonostante il nome candido, si tinga di sangue e io decida di non sparare. Sarebbe un peccato.

Do svidanije*.

* il termine, di origine polacca, è formato da due parole distinte «do» e «svidanjie» che, tradotte singolarmente e letteralmente, significano: «fino al prossimo incontro», che è esattamente il significato che deve emergere dal testo.

i miei ringraziamenti ai volontari del Museo XX Secolo di Desenzano del Garda (BS) che mi hanno fornito le informazioni tecniche e storiche con cortesia e competenza rare.

 

 

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“Fantasmi a luci rosse” – terza parte – di Alessandro Tondini

3 – La pellicola pornografica

L’orologio segnava le ventitre e quarantacinque. Gitta, dopo la lunga e seria disquisizione sulla sua famiglia e sul dono che le era stato tramandato, aveva ripreso il suo fare allegro. La chiacchierata era tornata su argomenti abituali e Paolo si stava già dimenticando il motivo per il quale la splendida ragazza si trovava nel suo appartamento.

«Vuoi bere qualcosa? Dovrei avere una bottiglia di cognac», le chiese.

«No Paolo», rispose gentile, ma severa, «dobbiamo rimanere sobri e lucidi, tra non molto le voci torneranno a farsi sentire».

Eccomi ricondotto all’ordine, pensò Paolo.

«È quasi mezzanotte, non manca molto e… », aggiunse con un sorriso ironico, «ti ricordi l’ora in cui hai cominciato a sentire i lamenti, vero?»

Ormai non ricordava tanto bene, forse mezzanotte e mezza, forse l’una. Gitta era lì con lui e il suo mediocre cervello di maschio aveva derubricato tutta la faccenda misteriosa a un mero avvenimento curioso.

«Mezzanotte e trenta?», rispose sperando di averci azzeccato.

«Mezzanotte e diciannove. Controlla l’orologio e vedrai che tutto si ripeterà al medesimo orario, non un minuto prima, né uno dopo»

Paolo sorrise e disse: «Ok, allora restiamo in attesa e facciamo un bel brindisi, con l’acqua minerale».

Diciotto minuti dopo la mezzanotte Gitta appoggiò il capo sulla testiera del divano e chiuse gli occhi. Paolo rimase imbambolato a guardarla.

Lei allungò un braccio, gli prese la mano e sussurrò: «Chiudi gli occhi anche tu e aspetta».

Percepire col tatto la pelle morbida e fresca di Gitta non l’aiutava a rilassarsi, ma d’improvviso un tremito simile a una scarica elettrica si diffuse dalla sua mano a tutto il resto del corpo. Come se gli fosse stata iniettata una sostanza calmante, si sentì leggero e disteso. Tutte le finestre della sua testa erano state spalancate e una corrente d’aria aveva purificato la sua mente.

I gemiti cominciarono a farsi sentire, ma questa volta Paolo non li avvertiva con l’udito, erano fuori e dentro di lui e, poco a poco, crescevano di intensità. Riusciva perfino a captare i sospiri e il lieve fruscio emesso dai corpi struscianti. In un attimo all’amplesso si sostituì un turbine d’angoscia colmo di rumori e grida. Paolo riuscì a distinguere il fracasso prodotto da cumuli di piatti rotti, un forte stridio di pneumatici e poi urla strazianti e odore di fumo. Tutto cessò di colpo.

Gitta fece un sobbalzo, Paolo si voltò verso di lei e non la riconobbe. Il viso di Gitta era pietrificato: un calco di marmo latteo irradiato da venature violacee. Gli occhi erano diventati due buchi neri che risucchiavano la luce della stanza e, dove c’era la bocca, si era aperta una voragine dalla quale scaturiva una voce proveniente dal ventre della terra: «Trovatela, trovate la pellicola, riavvolgetela per l’ultima volta e… dateci la pace!».

Gitta fece una breve pausa per poi sprigionare un acuto così lungo e vibrante da fare invidia alla migliore soprano di tutti i tempi. I vetri delle finestre sembrarono sul punto di esplodere. Paolo si tappò le orecchie in attesa del disastro, ma non accadde nulla: il silenzio sostituì il fragore e Gitta tornò a essere la Gitta di tutti i giorni. Sembrava non fosse successo niente quando invece tutto era accaduto.

«Hai capito Paolo?», gli disse con naturale dolcezza.

Cazzo devo capire? Sembrava di essere nel film L’esorcista! pensò Paolo senza fiatare.

Gitta proseguì: «Hanno chiesto il nostro aiuto. Dobbiamo trovare la pellicola, proiettarla e fare in modo che le loro anime vadano alla luce».

Paolo era sconcertato: «Quale pellicola? E chi è che avrebbe chiesto aiuto?»

Gitta rise, si avvicinò al suo viso, gli accarezzò le guance e gli diede un bacio.

«Domani andremo alla ricerca del proprietario del cinema», sussurrò Gitta. Lo baciò ancora e aggiunse: «Adesso ci dobbiamo rilassare».

Paolo venne svegliato dalla luce del nuovo giorno, aprì gli occhi e vide il viso di Gitta accarezzato da un raggio di sole. Accanto a lui non dormiva una donna qualsiasi, bensì una rivelazione soprannaturale. Cos’altro avrebbe potuto desiderare? Si sentì in dovere di ringraziare. Ringraziò la sua vita, la sua stessa esistenza e ringraziò perché Gitta era lì con lui. Anche lei aprì gli occhi, i loro sguardi si incrociarono e si sorrisero. L’orologio segnava le otto e trenta. Avrebbero potuto rimanere a letto, continuare a dormire, fare l’amore o solo restare vicini, ma avevano una missione da compiere.

«Mi hai detto che il cinema si chiamava Rizz, dal nome del suo proprietario vero?», chiese Gitta.

«Così mi ha raccontato il Savoldi. Il nome del proprietario era Rizzi, ma io non ho la più pallida idea di dove possa vivere, e nemmeno so se è ancora vivo», rispose Paolo.

«Chiama questo Savoldi e chiedigli informazioni, vedrai che lui lo sa»

«Seee lo chiamo, ma già m’immagino le sue battute»

Gitta rise: «Pazienza se ti prenderà in giro, noi dobbiamo trovare Rizzi».

«Ok», disse Paolo sconfortato, «facciamoci prendere un po’ per il culo… ».

La telefonata non durò molto. Tra una risata, una battuta e un’altra risata, il Savoldi diede a Paolo l’indirizzo del signor Marcello Rizzi e concluse: «Ahahah, Guarda che il Rizzi non vede l’ora di raccontare le sue storielle, ahahah».

Paolo ringraziò Savoldi, il luogo indicato non era lontano. La casa del Rizzi era una villetta bifamiliare all’interno di uno di quei villaggi popolari costruiti negli anni sessanta. Un luogo tranquillo composto da strade strette e giardini ben curati in cui facevano buona guardia piccoli cagnetti incazzosi. Quello del Rizzi sembrava il più furioso.

«Speriamo sia più simpatico del suo cane», mormorò Paolo, «vabbe’ suoniamo».

«Non ti farai mica intimorire da questa bestiolina?», disse Gitta ridendo.

Dalla porta uscì un signore anziano, non molto alto ma piuttosto in forma. Il suo sguardo faceva il paio con la ferocia del suo cane. Paolo si era preparato la storiella dell’appassionato di cinema che necessitava di consigli per l’apertura di una saletta cinematografica d’essai. All’udire della parola cinema al Rizzi cambiarono i connotati: il suo viso si trasformò in un’espressione di beatitudine e li fece subito accomodare. Pure il cane si acquietò di botto e si mise a fare le feste a Gitta. Il Rizzi li portò di corsa in una saletta in cui era custodita una collezione di proiettori di varie epoche e, dopo averli fatti accomodare su delle sedie da regista, si dilungò a raccontare del suo sconfinato amore per la settima arte e del suo adorato cinema Rizz.

«Purtroppo», disse con un certo rammarico, «per poter sbarcare il lunario, dovetti trasformare la mia sala in un cinema a luci rosse. Però, anche in quel contesto, riuscii a portare pellicole innovative».

«In che senso?», chiese curioso Paolo.

«Tutte le novità del genere, con gli attori più famosi come Pontello e la Staller e poi anche qualche film con una vaga trama, con qualche scena osé in meno e qualche dialogo in più. Be’ insomma, più o meno», rise facendo l’occhiolino a Gitta.

«Mi hanno raccontato che il cinema venne distrutto da un incendio», proseguì Paolo.

Il Rizzi si rabbuiò: «Pensi che è stato l’ultimo giorno di proiezioni. Una vera sciagura. Avevo organizzato una non-stop di film dalla mattina alla notte. L’ultima pellicola si intitolava “Le pornocuoche”, titolo non molto fantasioso, ma almeno il film non iniziava subito con le scopate o le orge. Le due protagoniste erano due cuoche che utilizzavano sostanze afrodisiache per far eccitare i commensali. Nella scena madre le due cuoche assaggiano un po’ troppo i loro manicaretti così si eccitano e iniziano a baciarsi, a spogliarsi eccetera finché sull’onda dell’entusiasmo si bruciano sui i fornelli. Pensate che coincidenza: proprio durante quella scena la pellicola prese fuoco e questo si propagò nel locale».

«Che incredibile casualità», esclamò Gitta.

Il Rizzi la guardò sbarrando gli occhi e aggiunse: «Ma lo sa cosa è successo davvero di incredibile? Pochi giorni dopo la chiusura del mio cinema, le due attrici sono morte carbonizzate in due distinti incidenti stradali. Una coincidenza davvero tremenda».

Gitta chiese a Rizzi: «Lei sa se, per caso, esiste una copia di quella pellicola?»

«Chi lo sa, bisognerebbe fare una ricerca, ma dubito. Ormai sono passati quasi trent’anni».

Chiacchierarono ancora un po’ e, quando si salutarono, Paolo promise al Rizzi che l’avrebbe tenuto al corrente sui progressi della sua saletta d’essai.

Fuori dall’abitazione Paolo chiese a Gitta: «Ma come cavolo facciamo a trovare la pellicola?»

Gitta lo guardò con tenera commiserazione, gli sorrise come sapeva fare solo lei e rispose: «Si va a Budapest, tesoro mio… »

Continua

 

 

 

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