“Una vita piena di messaggi” (parte seconda) di Sabrina Angiolilli

Alice mi venne a prendere, puntuale come sempre, e finalmente venni a conoscenza della nostra destinazione: Montenegro, o meglio la Baia di Kotor riconosciuta come l’unico fiordo del Mediterraneo. Strana coincidenza con la Norvegia e il nostro recente viaggio. Quando poi mi resi conto della distanza, pensai di impazzire: dieci ore di auto!

Scusa Alice quando parlavi di abbigliamento comodo, era per dire che avremmo passato una vita intera in auto? Sai che hanno inventato gli aerei per le lunghe distanze?”

Non preoccuparti Claudia, queste ore saranno preziose per ricevere tutte le informazioni che ti serviranno quando arriverai a destinazione e ti troverai di fronte a Danka”

Danka? E chi è? Avevo capito che eravamo solo noi due, non so se sono pronta per una vacanza a tre.”

Sì che lo sei, non eri tu quella del flusso, delle coincidenze, della sincronicità?”

Hai ragione. Quindi di cosa parliamo in queste dieci ore?”

Della mia vita… prima di Claudia. Una vita completamente diversa dal noioso e rigido avvocato penalista di oggi.”

Sono contenta. Ho sempre sperato che la tua vita non fosse tutta qui… sarebbe stata sprecata.”

Grazie per la sincerità. Spesso, noi umani, non riusciamo a vivere pienamente le cose che ci accadono e, in preda alla paura, modifichiamo completamente il corso della nostra vita. È più semplice e poi, nel mio caso, c’è Danka.“

Allora, va bene che abbiamo tanto tempo da trascorrere insieme, ma vuoi essere così gentile da iniziare a spiegarmi qualcosa?”

Hai ragione. Fin da quando ero molto piccola mi succedevano strane cose, delle volta incontrando delle persone vedevo come in un trailer tutta la loro vita, sopratutto gli eventi negativi, era davvero un incubo. Per preservare la mia salute mentale, passavo dei lunghi periodi chiusa in casa per non incontrare nessuno. Non succedeva sempre e con tutti e, sopratutto, non incontrando più quelle persone non potevo avere nessuna sicurezza sulla veridicità delle mie visioni, fino a… Danka. Posso, però, prima farti una domanda? Perché hai scelto proprio la Norvegia e quel posto in particolare per il nostro viaggio?”

Ti ricordi cosa ti ripetevo ultimamente? Tutti quei segnali che mi arrivavano erano informazioni che ti riguardavano ed era importante io continuassi a riceverli per chiudere il cerchio. Quella mattina, prima della nostra cena, uscendo da casa mi sono trovata un nido di uccello sulla soglia, proprio quella mattina che ti avevo sognata arrampicata e impaurita su un albero. E proprio quella stessa mattina, aprendo la mia mail, vedo il Juvet che mi comunica che c’è una promozione sulla Bird House, quella che cercavo di prenotare da tempo… e – infine – quell’articolo che parlava di una violenza che si era consumata proprio in Norvegia… mi era rimasta in mente la frase della giornalista che aveva chiuso l’articolo dicendo: ”Il destino non si può cambiare.”

Claudia, nella mia borsa c’è una cartella con dentro un ritaglio di un giornale, puoi dargli un‘occhiata?”

Certo“

Presi la cartella, tirai fuori il foglio del giornale e lessi l’articolo risalente al 2010, dove si parlava di una donna ridotta in fin di vita nella Baia di Kotor che era riuscita a evitare la morte grazie al suo rifugiarsi per quattro giorni su un albero e grazie a una farfalla.

Che strana coincidenza… gli alberi, i fiordi, Danka, cosa significa tutto questo? Ancora non riesco a capire?”

Non preoccuparti lo scoprirai molto presto.“

Quando arrivammo in tarda serata eravamo distrutte, andammo subito a dormire, consapevoli che quello che ci attendeva il giorno dopo sarebbe stata molto impegnativo. Appena sveglie, Alice mi disse di prepararmi, perché avremmo fatto colazione a casa di Danka, che viveva a pochi passi da lì. Bussammo alla porta di una modesta casa, con un piccolo giardino adiacente, ben curato e pieno di fiori, ci venne ad aprire una donna sulla quarantina su una sedia a rotelle che, in un perfetto italiano, ci disse di accomodarci per la colazione e poi aggiunse:

Grazie Claudia, hai fatto un ottimo lavoro, hai ridato una seconda possibilità ad Alice e a me.”

Di nulla, ma non capisco… una seconda possibilità? In che senso?”

Mi sembra che Alice ti abbia fatto vedere l’articolo vero?”

Sì”

Bene, mi presento: sono la donna di quell’articolo, sopravvissuta grazie all’albero e alla farfalla. Sono io Danka. È una lunga storia, ma mi sembra di aver capito che tu sia interessata ad ascoltarla…”

Beh, non ho fatto dieci ore di auto solo per una colazione… nonostante sia deliziosa.”

Allora inizio il racconto. Dieci anni fa Alice viveva qui ed era la mia migliore amica. Si era appena laureata in giurisprudenza e continuava ad avere quelle visioni che la condizionavano profondamente, tanto che a un certo punto cominciai a pensare che avesse bisogno di aiuto per non diventare matta. Nello stesso periodo stavo frequentando un uomo, gentile, affidabile e molto sexy, sentivo che piano piano la cosa si stava trasformando in una relazione, ma le visioni di Alice continuavano a essere foriere di brutti auspici. Mi ripeteva in modo quasi ossessivo di allontanarlo affermando, come faceva sempre lei, che non gli piaceva la sua energia, e io quasi sempre per farla infuriare rispondevo:

Quando l’energia diventerà un parametro ufficialmente quantificabile e visibile ne riparleremo”.

In realtà, da troppo tempo Alice condizionava la mia vita, queste sue intuizioni non mi permettevano di fare esperienze e per me stava davvero diventando un problema, ero come una bambina continuamente tenuta sotto l’ala protettiva della mamma e io volevo crescere… fino a quando arrivò quel weekend. Ricordo bene come ero felice, un weekend in mezzo al nulla insieme a Goran, alla natura e al nostro amore. Mi guardai bene dal dire qualsiasi cosa ad Alice, non avrebbe approvato ed io non avevo voglia di darle alcuna spiegazione. Quando arrivammo in quella splendida casa tutta in legno dall’aspetto spartano in mezzo a un bosco di abeti bianchi, vicino a un fiume, mi senti immensamente felice. Volevo vivere e respirare ogni attimo di quel luogo e delle emozioni che avrei provato, anche perché nessuno sapeva della mia fuga romantica e questo in un certo senso avrebbe reso quei giorni unici, solo nostri, un’assenza spazio-tempo senza nessuna possibilità di condivisione.

Goran recuperò la legna per accendere il camino mentre io esploravo i dintorni. Il rumore dell’acqua, il sole e i suoi giochi di luce tra gli alberi, il profumo dell’erba, tutto mi provocava un incredibile stato di quiete. La serata fu magica, cena all’aperto sotto un cielo stellato con la luna piena, un leggero vento che ci rinfrescava, il rumore dell’acqua che faceva da sottofondo alla sua voce calda e sensuale… a un certo punto mi alzo per raggiungere il fiume, mi stendo su un sasso ad ammirare le stelle e poi… quella mano che con enorme violenza mi spinge in acqua e quel pezzo di legno, serrato nell’altra mano, usato come un bastone, che si abbatte sul mio corpo fino a farmi perdere conoscenza. Non so precisamente quanto tempo io sia rimasta in quello stato, so solo che nel momento in cui ho riaperto gli occhi ero sdraiata vicino al camino e Goran mi era accanto. Dormiva, sembrava stremato. Completamente dolorante, e con una profonda ferita in testa, cercai di mettermi in piedi per scappare il più lontano possibile. Senza far rumore, aprii la porta, era molto buio ed era difficile orientarsi, i sentieri sembravano tutti uguali, non riuscivo a ricordare da dove fossimo arrivati, ma sopratutto ero molto debole ed ero terrorizzata, non comprendevo cosa stesse succedendo, ma ero sicura che dovevo fuggire il più lontano possibile. Presi il primo sentiero davanti a me e cominciai a correre addentrandomi nel bosco di abeti. Mi ero allontanata da soli cinque minuti, quando all’improvviso mi raggiunse la voce di Goran che sadicamente continuava a ripetere:

Ci sono, amore mio, mi senti? Avevi voglia di guardare le stelle, dai che ti porto al fiume, vieni con me, non avere paura”.

Ormai ero in gabbia non potevo tornare indietro, avrei potuto continuare a correre, ma ero stanca e priva di forze, Goran mi avrebbe raggiunto in un attimo. Non vidi altra soluzione che nascondermi dentro la chioma di un albero. In preda a non so quale strano demone, ho cominciato a salire sull’abete, trasformandomi in una sorta di scimmia, fino ad arrivare sulla cima. Io che non riuscivo neanche a scavalcare un semplice muretto, stavo trovando rifugio tra la chioma di un albero. Il tempo passato sull’abete mi sembrò infinito, solo più tardi seppi che furono quattro interminabili giorni, giorni in cui non muovevo neanche il più piccolo muscolo del piede, giorni in cui il mio cuore aveva abbassato la frequenza cardiaca e il mio respiro era diventato un soffio lieve, giorni in cui Goran continuava a presiedere l’area, come un carceriere in perlustrazione in attesa di ritrovare il detenuto fuggito. Lo guardavo dall’alto e non potevo fare a meno di pensare alle parole di Alice: ”Stai attenta, non è un uomo stabile, nasconde molta rabbia e un giorno potrebbe usarla contro di te”.

E purtroppo, io ero su un albero e nessuno sapeva dove fossi e Goran era lì pronto, aspettando solo un mio passo falso per potere terminare la sua opera. Purtroppo quel momento arrivò, ricordo perfettamente quando la forza cominciò piano piano ad abbandonarmi, una sensazione che dal basso, dalle gambe raggiunse tutto il mio corpo, fino ad arrivare a ogni singolo dito della mano, la presa che si affievolisce progressivamente, la mano che piano piano si apre, io che perdo l’equilibrio e cado a terra e subito quella sensazione strana di non riuscire a muovere le gambe, mentre la mia testa continuava a spronarmi e a dirmi di fuggire il corpo continuava a non ascoltare. Intanto Goran dopo aver sentito tutto, mi stava raggiungendo, ma le mie gambe non reagivano e quei passi si avvicinavano accompagnati da quell’odore di animale in cerca della preda. Quando fu di fronte a me, Goran capì subito la gravità della cosa, capì che non mi potevo muovere, e con uno sguardo fisso perso nel vuoto, si sedette di fronte a me in silenzio. Passammo cosi diverse ore, Goran non alzò mai lo sguardo, io cercavo con i miei occhi di creare un dialogo amorevole, ma in realtà l’unica cosa che riuscii a produrre fu un leggero ghigno di sfida, era come se volesse essere certo che io vivessi le ultime ore della mia vita lentamente, con consapevolezza, amplificandone il dolore. A un certo punto, all’improvviso si alzo come un felino, mi prese per un braccio e mi trascinò di nuovo fino al fiume, io ormai sentivo tutto il corpo paralizzato dalla paura e la fine della mia vita molto vicina. Mentre mi trascinava, accompagnata dal rumore del tappeto di foglie secche che il mio corpo al suo passaggio spostava, vidi una bellissima farfalla bianca che continuava a volteggiare dietro di lui e fu proprio in quel momento che ricordai quella furibonda lite. L’unica lite avvenuta tra noi due mesi prima, dove fui inondata dalla sua rabbia che esplose all’improvviso senza un reale motivo e poi con la stessa rapidità ritornò scemò, facendolo ritornare a uno stato di quiete solo perché aveva visto una farfalla bianca entrare nella stanza. E in quel momento una farfalla si trovava proprio dietro di lui, quindi valeva la pena provare. Con le ultime forze rimastemi urlai:

Goran! Guarda che magnifica farfalla!”

Come quella volta, Goran girò lo sguardo, vide la farfalla e cambiò subito espressione del viso, ogni tensione sparì, la sua voce tornò calda e accogliente e soprattutto, come se fosse uscito da uno stato di trance, si girò verso di me, mi accolse tra le sue braccia e, sollevandomi, si diresse verso la casa in legno. Mentre mi teneva stretta con cura, come si fa con le cose preziose, iniziò a farmi un sacco di domande:

Amore mio, ma mi sono allontanato solo pochi minuti, chi ti ha ridotto così? Chiamo subito l’autoambulanza, corro a vedere se quel bastardo è ancora nei dintorni e lo riduco in fin di vita”.

Io seppi solo dire, con un filo di voce: “Non preoccuparti, portami in ospedale”.

La diagnosi fu: rottura del midollo spinale. Sarei rimasta a vita su una sedia a rotelle.

Alice non mi venne mai a trovare in ospedale, molte settimane dopo rientrando a casa la vidi sull’uscio, dimagrita e pallida, non riuscii a sostenere il suo sguardo, c’era nei suoi occhi molta rabbia mista a tristezza e percepii come se qualcosa dentro di lei fosse morta in quel weekend per sempre insieme a me. Entrammo in casa, non volle sapere nulla di quello che era successo in quei quattro giorni, cercai di rassicurarla, alla fine ero ancora viva e questo era importante, ma lei cominciò a singhiozzare e a vomitarmi addosso tutta la sua verità.”

Quel venerdì in cui sei partita avevo una strana agitazione, ho provato a chiamarti diverse volte, ma senza risposta. Volevo avvisarti di una cosa che mi era accaduta nel pomeriggio che non mi faceva stare tranquilla. Ero al supermercato in cassa, avevo incontrato Goran e all’improvviso quelle visioni: un fiume, un bambino violentato, una donna massacrata di botte, ridotta in fin di vita, e a pelo d’acqua una farfalla, una meravigliosa farfalla bianca. Non riuscivo a capire la connessione di tutti quegli eventi, non capivo se fossero avvenimenti già accaduti, se riguardassero lui o qualcun altro, sapevo solo che quello che avevo visto mi aveva lasciato una profonda angoscia, ero consapevole che non volevi più essere condizionata dalle mie visioni, però avevo bisogno di sentirti, di essere rassicurata, ti ho chiamato ripetutamente, senza mai riuscire a comunicare con te”

Ti devo chiedere scusa…”

No, sono io che non ho capito la gravità della cosa, dovevo insistere e dare credito alle mie visioni, sono stata io a ridurti in questo stato.”

No, mia cara amica, ognuno ha il suo destino e questo purtroppo non si può cambiare.”

Dov’è finito Goran?”

È stato portato in un luogo dove possono aiutarlo per curare i suoi disturbi mentali. Aveva tanta rabbia e dolore dentro”


“Nei mesi a seguire la vita riprese il suo corso, ma io e Alice da quel giorno non riuscimmo mai più ad essere amiche, qualcosa si era rotto definitivamente, un muro era stato alzato tra di noi fino al giorno in cui mi comunicò che si trasferiva in Italia perché voleva lasciarsi tutto alle spalle, ricominciare una nuova vita, avere una nuova identità.
Cosi fu per dieci anni, dieci lunghissimi anni dove tra di noi non ci fu nessun contatto, fino a quella sera di un mese fa, quando mi arrivò una telefonata, ricordo molto bene le sue parole:

Ciao Dakna come stai? Sono in Norvegia con un’amica, ti ricordi delle mie visioni? Erano sparite da quel giorno al supermercato, anzi ho cercato fermamente di recidere qualsiasi collegamento con la mia vita passata e con tutte le sofferenze che mi aveva creato fino a stasera, dove è successo di nuovo e io sento di aver bisogno della tua presenza qui, mi potresti raggiungere? È molto importante.”

Senza pensarci un attimo, ho preso il primo volo e sono partita. Quando sono arrivata, Alice mi ha detto che una mattina, in quel luogo, vicina al fiume aveva avuto delle visioni e aveva visto in maniera chiara ogni momento di quel mio terribile weekend, ma non come spettatrice, era come se facessimo parte dello stesso corpo, distinte ma unite, e aveva pensato di ripetere ogni singolo passaggio di quella esperienza lì in quel preciso momento. Io che non gli avevo mai raccontato nulla, la lasciai fare, sentivo che il ripetere ciò che era accaduto, seppure nella sua straziante sofferenza, sarebbe stato liberatorio per entrambe e così fu. Alice mi prese, mi adagiò sull’acqua, sostenendomi dolcemente per tenermi a galla e cullandomi, chiedendomi di lasciare andare tutte quelle memorie di dolore ancora profondamente radicate, poi con molta cura mi adagiò su un albero e li siamo rimaste insieme per diverse ore, in silenzio, in protezione come dentro un ventre materno, per poi lasciarci andare sul terreno, coperte dalla coltre di foglie secche, abbracciate fino a sentirci parte di un unico corpo, per ricordare a noi stesse che niente di quello che era successo poteva avere un esito diverso, il destino non si può cambiare, ma noi potevamo concederci una seconda possibilità. Ecco Claudia questa è la storia.”

Sono senza parole, ora è tutto chiaro: i miei alberi, il nido, il Juvet e il… destino, questa strana entità superiore che ci conduce inesorabilmente verso un’unica possibilità di scelta. Però mi resta un dubbio: come ha potuto una farfalla con la sua leggerezza bloccare Goran, la sua forza, la sua rabbia, la sua violenza?”

Vero, ho dimenticato di dirti che tutta quella rabbia e quel dolore dentro Goran, provenivano dalla sua infanzia, un’infanzia molto triste che lo ha fortemente provato. Goran è un orfano, è vissuto in un orfanotrofio fino a diciotto anni, e da bambino ha subito ripetute violenze, dai ragazzi più grandi di lui veniva condotto nei campi e violentato. Una volta mentre era dentro quel vortice di sofferenza, che continuava a condurre la morte nel suo corpo e nella sua anima, la sua attenzione fu attirata da una farfalla bianca che volteggiavano in mezzo ai campi. Fu rapito dalla sua bellezza, dalla sua leggerezza, dalla sua eterea essenza e cominciò a pensare di poter volare lontano insieme a lei, quella leggerezza entrava nella sua testa e nel suo cuore rendendo quei momenti meno densi, meno materici. Riusciva a vedere il suo corpo come un vuoto involucro, quasi una corazza vuota, mentre il suo cuore aleggiava tra prati fioriti e cieli tersi. Era l’unico modo per sopravvivere. Quindi la farfalla è stata l’unica cosa che ha dato un senso alla sua vita e che ha salvato la mia.”

 

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“The River of Dolls” di Marcello Rizza

Il sole asciugava l’uva nei vigneti ed evidenziava il viola e la patina di muffa nobile della bacca del Norton Cinthiana. Era una tarda mattina ottobrina, faceva decisamente troppo caldo per continuare la vendemmia, in Florida c’è umidità anche nelle campagne. I braccianti sudati caricavano i trattori di tinozze colme di uva, alcune donne cominciavano ad apparecchiare su una tovaglia a terra: ciambelle con sciroppo d’acero e succo di mela, salsicce e sangria. Una bracciante notò un’auto parcheggiare nella proprietà di Zeph, ne scese una donna che si diresse verso il retro della casa.

Guarda chi si rivede!”, distraendo gli altri che si voltarono.

Ma quella è la figlia”

Si, è lei, non si vedeva da un pezzo.”

Scese dall’auto e si predispose alla quiete, il CD che aveva ascoltato a basso volume, l’ultimo lavoro inciso da suo padre vent’anni prima, aveva smesso di ascoltarlo da molto tempo, era bello ma già raccontava malinconia dal titolo – The River of Dolls – e a lei occorreva pace. Non l’aveva avvisato del suo arrivo. Aveva con sé la borsa della spesa e una piccola valigia, conteneva il necessario per quattro giorni. Lo trovò riparato dal sole sotto la pergola nel retro, in giardino. Dormiva sulla sedia a dondolo, teneva un libro poggiato sulle magre gambe scoperte, il portacenere sopra il tavolino era sconsolatamente pieno. Uno sciame di moscerini dell’uva silenziosi muoveva una danza disordinata vicino al cesto della frutta, pensò che fosse un ambiente d’abbandono. Buck arrivò scodinzolando felice: “Woof woof”.

Gli strinse affettuosamente il muso: “Shhh! Non svegliare Papi”, sorrise e gli diede un bacio sulla fronte. Suo padre non si svegliò – bene! – entrò in casa dall’ingresso posteriore e anche là c’era un contenuto disordine: un po’ di ragnatele agli angoli, tende ingiallite, libri e quaderni dappertutto. Lesse alcune pagine dei quaderni, pur non calcando più le scene il grande rocker continuava a scrivere canzoni. I testi erano sempre belli, scriveva canzoni che erano poesie, le scriveva per Lilith e su Lilith. Forse in altre pagine aveva anche scritto una canzone su di lei. Probabilmente no. Mise in ordine la stanza, libri e quaderni al proprio posto. Entrò nella sua camera da letto e volse gli occhi all’orsacchiotto della sorella appoggiato sul letto vuoto. Cacciò in gola il pianto, risolse di non aprire subito quel cassetto appena socchiuso della memoria, sapeva che sarebbe giunto quel momento, era tornata a casa anche per quello.

Buck si strusciò addosso al suo padrone, si erse sulle zampe appoggiandosi alla sedia a dondolo e lo leccò col suo vezzo canino di baciare. Lui si svegliò e, ancora intontito, percepì una presenza e un profumo di cipolla caramellata, carne alla brace e rosmarino stufato nelle patate al forno. Capì e malinconicamente si sorprese: “Dove sono gli occhiali? Sarà in cucina? Cosa le dico?”.

Lei stava apparecchiando la tavola, sentì nelle reni il silenzio di suo padre e si voltò, si guardarono, lui con la schiena dritta ma le spalle che cadevano pesanti, lei con una espressione involontaria che s’accordava con le spalle del padre. Non parlarono per un istante, che certi istanti durano immensi ricordi. Non si abbracciarono, lei sorrise:

Non mi fermo molto, sai, fra sei giorni ho il volo per Roma”.

Zeph osservò la stanza in ordine, i quaderni, e gli scattò qualcosa: ”Hai letto i quaderni?”. Lei esitò un attimo di troppo a dirgli che no, non li aveva letti, le spalle scesero ancora più pesanti. Passarono una serata tranquilla, poche parole di circostanza, silenzi nascosti guardando il cielo stellato. Buck li tirava per i pantaloni e poi si rassegnava e si stendeva ai piedi di uno e dell’altra, di volta in volta.

Dormì poco e male, alle 06:30 suo padre ancora era a letto e lei già in cammino, con a tracolla la chitarra, Buck scodinzolando la seguì. Le bastarono cinque minuti per raggiungere il fiume e sedersi a guardar scorrere l’acqua, a farsi violentare da ricordi e sensazioni. Era l’anniversario. Trent’anni erano trascorsi.

Anche tu hai i tuoi ricordi Buck? Ricordi quando morì tua madre? Quando ti staccarono dai fratellini?”, Buck dormicchiava incurante, lo accarezzò.

Rivide se stessa e Lilith piccoline, con il sogno di cantare un giorno sul palco insieme al loro idolo, loro padre. E poi quella bambola a cui lei e Lilith volevano fare il bagnetto: “Papà, dai! Andiamo al fiume!”

Non aveva tempo, si mise le cuffie alle orecchie e riascoltò ancora gli arrangiamenti delle ultime canzoni, voleva far uscire il suo disco per dicembre. Quando Lilith cadde nel fiume Zeph non sentì le urla, aveva le cuffie, stava limando gli arrangiamenti, era distratto, non sentì, non arrivò a salvarla. Parlò con sua sorella, parlò alle increspature dell’acqua là dove la vide per l’ultima volta. Le raccontò del suo gatto Oliver e di Leonard (il suo nuovo fidanzato taciturno), che era riuscita a diventare cantante di successo, che l’avrebbe portata con sé sul palco a Roma per quel concerto. Prese la chitarra: “Dimmi cosa ne pensi Lilith, vorrei cominciare il concerto con questa”. E iniziò a suonare alcuni accordi, poi a cantare. Finita la canzone, Lilith e l’acqua non le risposero. Ancora non pianse.

Sentì un frusciare, si voltò, era suo padre: “Sapevo che ti avrei trovata qui” e si sedette al suo fianco, assieme guardarono le increspature dell’acqua che brillavano del sole ormai sorto.

È molto bella la canzone che stavi cantando, non la conoscevo, stai preparando un nuovo disco?”

Lei non rispose.

Ti scriverò una bella canzone, sai? Parlerà di te, di quanto sei bella.”

Sto andando via, papà”, lo decise nello stesso momento in cui glielo disse, “sto andando via”.

Di già? Volevo… ”

Si, andrò via”, si alzò e tornò a casa a preparare le sue cose, Buck la seguì, Zeph restò solo a guardare le increspature dell’acqua. La raggiunse mentre lei stava caricando nel baule la piccola valigia, appena aperta, giusto lo spazzolino da denti e il pigiama. Lei volse lo sguardo lontano, un velo di malinconia negli occhi, la carne verso il fiume.

Papà, quando ero piccola ho smesso di amarti”, poi lo guardò dritto, sorrise con dolcezza come a dirgli che non doveva preoccuparsi “ma ormai sembra proprio un romanzetto da quattro soldi, non trovi? Tipo l’unica figlia del grande rocker, del grande Zephyr Hale Dillard”.

Lo abbracciò, provò a credere in quel gesto, lui triste e incurvato, le spalle cadenti:

Ti scriverò una canzone, promesso”.

Papà, papà…! Me le scrivo da sola. Un altro The River of Dolls anche no, grazie. Per perdonarti devo stare in pace, pensò. Salì in auto e andò via. Guardò i vigneti pensando che quell’anno sarebbe venuto un buon vino e, finalmente, pianse.

 

 

 

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“Un arrivo inaspettato” di Elda Cortinovis

Don Luigi quel pomeriggio aveva celebrato la messa delle 18.30 un po’ rapidamente, così era certo di cenare per le 20 e di andare a letto presto. La giornata era stata particolarmente calda e faticosa. Era andato a trovare una famiglia il cui ragazzo, introverso e rissoso, altro non sapeva fare che a botte con qualcuno. Per cena la sua perpetua gli aveva preparato un piattino degno di un ospedale e lui si concesse così un peccato di gola, versandosi un goccetto di grappa – per digerire – raccontava a sé stesso.

Nel dormiveglia ripassava le osservazioni che ancora doveva fare ai suoi parrocchiani. Al coro doveva rammentare di provare il giovedì entro le 18, perché la chiesa doveva essere libera tassativamente mezz’ora prima della messa; alle ragazzine di terza media, che venivano al campo estivo in calzoncini corti, che sarebbe stato più opportuno le braghe fino al ginocchio; per quel brigante del Matteo, che nell’anno si era presentato a catechismo una volta sì e due no, una parolina ai genitori andava fatta. Alla perpetua una richiesta lecita di una cena un poco più appetitosa.

Nel vortice dei suoi pensieri e complice il grappino la palpebra calò e Don Luigi piombò in un sonno profondo. A metà notte partì a tutto volume l’Inno alla gioia che lo fece sobbalzare nel letto e provocandogli una tachicardia che quasi scambiò per infarto. Seduto sul letto cercò di mettere a fuoco l’accaduto: la Toccata e fuga di Bach era l’allarme per i ladri che entravano in chiesa, la Moldava di Smetana era per quelli che entravano nella sua casa. Eh sì, perché qualche anno prima aveva fatto installare questi allarmi un poco rudimentali, dopo che più volte dei balordi erano entrati dalla sacrestia per rubare la questua e gli oggetti d’argento utilizzati per la celebrazione. Non aveva voluto campanelli e suonerie; un artigiano del paese, grande devoto, si era ingegnato per collegare dei mangianastri con dei bei pezzi di musica classica che don Luigi adorava. Non canti liturgici, perché temeva nel sonno di scambiarli per una messa solenne celebrata nelle braccia di Morfeo.

Questi allarmi erano già scattati più volte per alcuni farabutti che avevano tentato di entrare, ma l’Inno alla gioia, quello mai! In un secondo il sangue gli si gelò nelle vene. Inforcò gli occhiali, si alzò, infilò i pantaloni e le scarpe e si precipitò giù dalle scale verso l’uscita secondaria della sacrestia. L’Inno intanto continuava impetuoso, accompagnandolo per tutto il percorso fino al portone.

Lì, oramai da alcuni anni, aveva fatta installare una culla rotante, dopo che un bimbo, in un paese più a valle, abbandonato al freddo non ce l’aveva fatta. Non importava che ora non si usassero più, al suo paesino non sarebbe mancata. Così si era andato a vedere la storica ruota degli Esposti a Padova e l’aveva fatta costruire simile per la sua parrocchia. Abbassò la leva e come un vassoio la culla girò. Non poteva credere ai suoi occhi. Si sarebbe aspettato di vedere un bimbo neonato avvolto in una copertina multicolore, magari accompagnato da un bigliettino in cui la mamma diceva “ti vorrò sempre bene”, e già questo lo avrebbe sorpreso non poco. Invece, nella culla era accoccolato un bimbo di almeno due anni, con indosso un pantaloncino lercio e una magliettina stracciata. Le gambe bianche e magre avevano ecchimosi evidenti e la manina con alcune bruciature, copriva completamente il viso.

Don Luigi alla vista di questa creatura rimase impietrito, poi, ripresosi, aprì il portone e si guardò intorno sperando di vedere qualcuno darsi alla fuga, ma il suo tempo di reazione era stato tale, che ormai il silenzio della notte avvolgeva tutta la via. Richiuse l’entrata e prese il pargolo tra le braccia. Non c’era altro tempo da perdere, bisognava avvisare le autorità, chiamare il medico, insomma svegliare la perpetua per avere il suo aiuto.

Nel tempo che tutti accorsero, don Luigi nella sua goffaggine cercava di consolare il bambino che nel frattempo si era svegliato e aveva iniziato a strillare disperato. Con mezze frasi, un po’ ad alta voce un po’ tra sé e sé, si chiedeva chi poteva averlo lasciato, quale fosse la sua storia, da dove venisse. Quale bestia aveva osato conciarlo in quello stato. Affidò il bambino alla perpetua, non per liberarsi della creatura, ma per la fretta che aveva di buttarsi a capofitto nella ricerca di quei delinquenti colpevoli di tale cattiveria.

Salì sulla sua motocicletta e si avviò in fretta e furia verso il paese che stava più a valle, certo di trovare qualche indizio. Intanto gli montava nel petto una rabbia irrefrenabile e si rese conto che se avesse avuto sotto mano quel o quei farabutti li avrebbe presi a bastonate e avrebbe fatto fare loro la via crucis in ginocchio sui ceci, avanti e indietro. Vagò di casa in casa nella speranza di vedere una luce accesa o qualcosa di sospetto; intanto pensava e ripensava a tutte le famiglie del suo paese. Le conosceva bene, ma lo stesso le fece passare ad una ad una per capire se gli era sfuggito qualcosa. Chissà cosa pensava di trovare, non sapeva neppure bene cosa cercare. Ad un certo punto si fermò e dovette tirare un lungo sospiro per ricominciare a ragionare. Si spaventò della sua stessa rabbia e rifletté sul fatto che aver portato il bambino in quella culla era già stato un gesto incredibile, chiunque l’avesse fatto.

Si vergognò del sentimento di collera che lo aveva accecato; non aveva invece pensato che la famiglia di questo bambino doveva essere disperata, chissà in che condizioni di miseria viveva. Pensò che forse, era stata la madre a portarlo per proteggerlo e per salvarlo da mani pesanti e senza scrupoli. Realizzò infine che era dovere di altri cercare il colpevole, a lui spettava ben altro compito.

Alla messa delle 18.30 durante il sermone si rivolse ai fedeli invitando tutti a collaborare con le autorità, senza omertà e rivolgendosi a chi aveva portato quel bambino disse:

La persona che ha lasciato questo bambino nella culla gli ha salvato la vita e se questa persona mi vorrà parlare, prometto che nessun altro verrà a saperlo. Se sei sua madre, non disperare io ti aiuterò, o meglio, questa comunità ti accoglierà, affinché tu possa stare con tuo figlio”.

Poi rivolto nuovamente a tutta la platea aggiunse:

Insieme riusciremo a fermare chi ha picchiato selvaggiamente questo bambino, affinché la cosa non si ripeta mai più. Ora il bambino è accolto dalle nostre suore in attesa di trovare chi l’ha abbandonato. Non parla, noi lo abbiamo chiamato Rocco poiché ieri era san Rocco”.

La messa era finita e a don Luigi ora non rimaneva che fare pace con sé stesso per tutta la rabbia provata, anche se, considerata la sua testardaggine, in quella faccenda sarebbe senza dubbio andato a fondo.

 

 

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“Corso di scrittura creativa” di Livia Trentini

Leggo il volantino appoggiato sul ripiano di un bar: “Corso di scrittura creativa”. Me ne approprio, controllando che nessuno mi veda, per rileggerlo con calma e valutare se iscrivermi o meno. Penso: “Fantastico! Non sono solo una lettrice ma potrei essere anche un’autrice… “, e me ne torno a casa immaginando pagine e pagine di scritti sui più svariati argomenti.

Devo sempre lasciar decantare le decisioni, di qualunque natura siano, per cui trafiggo il volantino sulla lavagna di sughero con uno spillo colorato – in questo caso blu, che significa da valutare. Non leggo quando e dove verrà fatto, tanto devo pensarci, e ritorno alla quotidianità.

Ogni volta che entro in cucina lui mi guarda, ma io impassibile lo ignoro, devo valutare bene un corso di questo tipo, non è da tutti scrivere, però sarebbe un bello smacco per la mia insegnante delle medie che, per dirla tutta, non mi ha mai capita. Già all’epoca ero una studentessa che faceva voli con la fantasia quando si trattava di scrivere i temi, tanto che venivo quasi sempre redarguita con giudizi del tipo: “fuori tema” oppure “torna fra noi” o “atteniamoci alla realtà”… fino a spingersi in un aggressivo “ma qualcosa di più personale no?”. Certo che no! Di più personale mai! Le mie emozioni sono solo mie. Perché dovrei condividerle con un’insegnante che neppure mi apprezza?

Questo era il mio pensiero di adolescente, e nel tempo le mie convinzioni non sono poi cambiate molto. Tralascio queste considerazioni e intanto che ci penso provo a immaginare di scrivere qualcosa su… già… su che cosa? Che argomento potrei affrontare? Un racconto che riguarda la… forse la mia vita? Banale, non ho fatto nulla per la quale potrei essere ricordata. Per ora.

Forse sul tempo? Cumulonembi che si scontrano con cirri che creano vortici in situazioni di alta/bassa pressione che finiscono per rovinarci il fine settimana. Però non sono un meteorologo, non so riconoscere le diverse tipologie di nuvole. Per me le nuvole sono solamente immagini nel cielo, mi ci perdo nella ricerca di unicorni, draghi, macchine, cani… una volta ci ho visto perfino Paperino. Vedo anche dei personaggi nelle piastrelle decorate del bagno: un signore che fuma la pipa, Braccio di Ferro, Ratman, una vecchietta sdentata e tanti altre figure. Alcuni pensano che io sia dotata del così detto pensiero laterale, altri che io sia semplicemente un po’ fuori di testa. Sto divagando, forse la mia insegnante aveva ragione.

Prendo il portatile, apro un foglio di Word e… e adesso? Il nulla assoluto. Le nuvole sono entrate nel cervello, ma invece che provocargli una reazione creativa lo ovattano, forse il corso mi può aiutare. Il volantino continua a guardarmi. Gli cambio lo spillo con un altro di colore giallo che significa da valutare attentamente, e torno alla mia quotidianità.

Nell’andare al lavoro in macchina ho tempo per pensare a: personaggi, ambientazioni, trame, emozioni… è tutto nella mia testa. Tornata a casa prendo il portatile e nulla. Proprio nulla. Il blocco dello scrittore, ma non sono uno scrittore per cui non posso avere blocchi. Penso ai personaggi dei film che, solitamente, con una vecchia Olivetti Lettera 32 e una risma di fogli, sfornano pagine su pagine come se non ci fosse un domani; di solito con una sigaretta accesa che penzola fra le labbra o appoggiata a consumarsi nel portacenere, un bicchiere di whisky come compagnia (verrà bevuto quando lo sforzo letterario sarà concluso, solitamente a notte fonda quando tutta la città è ancora addormentata e silenziosa).

Io non bevo, ma potrei iniziare; non fumo, ma ci potrei provare; tutto per emulare gli scrittori dei film. Il volantino continua a guardarmi, cambio lo spillo giallo con uno rosso: urgente.

Oggi il cielo è arrabbiato, le nuvole si incontrano e si scontrano, forse prima di sera arriverà un bel temporale per rinfrescare la canicola di agosto. In un attimo sbattono le ante, il vento entra in casa, corro da una stanza all’altra per chiudere tutto, per ultima la cucina nella quale il vento è entrato con violenza strappando dallo spillo rosso il volantino. Lo recupero direttamente nel lavandino dove ha finito il suo svolazzare, ma si è bagnato. Nel cercare di appiattirlo con la mano ne salta via un pezzo, proprio quello in fondo con i dati del contatto e il luogo dove si tiene il corso. Accidenti! E adesso? L’ho avuto sott’occhio per tanto tempo e non l’ho mai letto attentamente. Non mi sono soffermata sul dove, come, quando e chi teneva il corso, ma soltanto sul titolo: “Corso di scrittura creativa”. Leggo le poche righe rimaste intatte e mi accorgo che il termine è scaduto, anzi il corso è già terminato. Un urlo mi sale in gola. Mannaggia a me e alla mia indecisione!

Prendo tutti gli spilli colorati e li butto via, da oggi le decisioni le prenderò con rapidità e prontezza. E questa decisione la trafiggo nella mia mente, in modo figurato, con uno spillo rosso.

 

 

 

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“Immanenza” di Giovanni Zambiasi

Il sentiero non era lo stesso del sogno, ma era comunque un sentiero e Angelo lo seguiva con il suo cuore e il medaglione al collo. Il segnavia dava fiducia: il sentiero n. 22 seguiva a mezza costa la montagna rivelando vallette sconosciute, ricche di acqua e paesaggi mai visti, molto diverso da quanto ricordava, ma bellissimo. Castagneti sui versanti al sole e bosco ceduo sui versanti a nord, agrifoglio e ginepro mescolati ai pini silvestri sui terreni magri dei versanti ripidi.

Improvvisamente, uscendo da un versante ricco di abeti, un casale. Un vecchio fabbricato che dominava un prato luminoso, rivolto a sud, e invaso dalla luce del mattino. Nel sogno non c’era e nemmeno aveva incontrato l’anziano malghese che stava osservando, poco lontano, un gruppo di cavalli seduto all’ombra di un grande noce. Lo zampillo della fontana per l’abbeverata offriva nuova acqua, più fresca, per la borraccia di Angelo. Da lontano il malghese, distolto lo sguardo dai cavalli, osservava il ragazzo intento a chiudere la borraccia, indeciso sul da farsi. Malvolentieri doveva passare vicino all’uomo, un intruso sul suo sentiero, sentiero che però passava proprio di là.

Buongiorno”

Salve”

Che fal en giro da cheste bande?[trad. “Cosa fa da queste parti?”]

Il dialetto è del Garda e Angelo lo capisce e lo parla bene: “So dre a sercà en fosadel che traversa el senter, pense l’è mia luntà, el ghà da eser piò avanti e prima de encrusà el ve sò a fà na cascadela e na bela pòsa profonda..[trad. “Sto cercando un rio che credo attraversi questo sentiero. Non credo sia lontano, deve essere un po’ più avanti e, prima di attraversare il sentiero a monte, scende da una cascatella con sotto una pozza bella profonda”]

Il malghese incuriosito: “Serchel i gamber? Varda che iè proibiti e ghè en giro la Forestal… ocio!” [trad. “Cerca i gamberi? Guarda che è vietato e la Forestale controlla… attento!”]

Angelo ripensa al gambero nel torrente vicino al cuel e non risponde.

Gnaro… sel vol troà la cascata… senter vech… mia chesto… [trad. “Ragazzo, se vuoi trovare la cascata… sentiero vecchio… non questo…”]

Cioè ?”, chiede Angelo.

Riat a la malga de sura, l’ultima, dèdre al prà en mes ai fò, se vede el senter vech che va so nela val. Te và so de le.. e dòpo le svulte, quater o sic, và a destra e a le tante t’encruserè en canal de acqua…va so e te vedarè la cascata che se furma dove s’encrusa i du fiomech che ve so da la Singla[trad. “Arrivato all’ultima malga, dietro al prato nel bosco dei faggi, si vede un sentiero vecchio che scende nella valle. Vai giù e, dopo quattro o cinque tornanti, tieni la destra e dopo un bel po’ incroci la valletta con l’acqua… risali un po’ e troverai il laghetto con la cascata che si forma dall’unione dei due fiumetti che scendono il Monte Zingla”]

Grazie!!! … vo mia a pescà i gamber ma vores troà el posto, i dis che l’è bel e a me me pias veder i nos posti[trad. “Grazie!!! … non voglio pescare i gamberi, ma vorrei trovare questo posto che mi dicono sia bello perché amo conoscere i nostri posti”]

Come te ciamet?[trad. “Come ti chiami?]

Angelo”

Piacere, me ciame Giovanni, ma i me dis El Verones, la famea l’era originaria de Spiazzi, l’altra sponda del Lac, sol Baldo. Sta atento nela val, l’è anni e anni che nisù va sò de le, se sucede vergot i te troa pieò e… atento aca a le dò dame, le vif nei fiomech fach co le sò lacrime, disperate perchè la Dea Vesta l’era sparia dopo che i cristiani i vulia copala e le dame se le vol le te encantesima.[trad. “Piacere, io mi chiamo Giovanni, detto Il Veronese, la mia famiglia era di Spiazzi, dall’altra parte del lago, sul Monte Baldo. Stai attento nella valle, sono anni che nessuno va giù di lì e se succede qualcosa nessuno ti troverebbe e… attento anche alle Dame, vivono nei due Rii che formano la cascata, da quando i Cristiani volevano uccidere la Dea Vesta e lei sparì, sono ancora disperate e potrebbero stregarti”]

Angelo capisce che quell’incontro non è una coincidenza e si siede con Giovanni, “El Verones”. Il vino spunta dalla cucina annerita dal fumo del grande camino munito di grossi sgabelli laterali. Dallo zaino il pane ancora fresco rende felice il malghese che da giorni non scende a prenderlo, il salame non manca e l’orto dietro casa offre insalata e pomodori.

El me cunte de le Dame… [trad. “Raccontami la storia delle due Dame… “]

Angelo non si stanca di ascoltare la leggenda delle Vestali che vivevano in quelle valli interne dopo che erano fuggite da Roma durante le persecuzioni ai pagani che non riconoscevano la nuova religione di stato (il Cristianesimo). Fuggite con il fuoco sacro, mai spento da sempre, simbolo della Dea Vesta, arrivate nella Valle che oggi si chiama Vestino – delimitata ad ovest dal monte Vesta – vi si fermarono per sempre. Le Vestali accompagnate e protette da otto fratelli, armati e devoti, fondatori di otto paesi di cui sette ancora esistono, hanno tenuto acceso il fuoco per quasi mille anni e mantenuto l’antica religione viva nei cuori dei discendenti degli otto fratelli.

En bel dì però riva el Vescof Vigilio con l’esercito a portà La buona Novella… Buna mia tat… I ga copach tutch chei che se convertia mia!!! Batì so dalla Rocca che i ciama amò Pagana, en sima i ga mitì na bela crus, a perenne ricordo.[trad. “Un bel giorno, però, arriva il Vescovo Vigilio, accompagnato dall’esercito, per portare la buona novella… Mica così buona… infatti hanno buttato giù dalla Rocca tutti i Pagani e in lì cima ci hanno messo una bella croce, in perenne ricordo”]

E così il fuoco è sparito, spento? Nessuno lo sa o dice di saperlo, di fatto le ultime Vestali della valle di Vesta, hanno chiesto alla loro Dea di trasformare le loro lacrime in ruscelli. Ancora oggi le loro lacrime scorrono, ancora oggi i Rii Due Dame si uniscono a Valle formando una bellissima cascata che alimenta un laghetto con acque limpide e verdissime. La Dea fece di più per ringraziare le Vestali: offrì loro l’immortalità e un posto vicino a lei. Le due sorelle accettarono, ma chiesero di poter vivere per sempre nella Valle. E così la Dea le trasformò in Ninfe immortali e diede loro come casa il laghetto verde.

Ormai è sera, Angelo deve accettare l’offerta di passare la notte sul fienile e di cenare con Gioan: minestra di fagioli e formaggio, pane vecchio e olio, un bicchierotto o due di vino e un bel grappino con le gemme di pino mugo e zucchero. Il fieno lo accoglie con i suoi profumi. Nel dormiveglia che precedeva il sonno, dal cortile la voce del malghese:

Envia mia la sigareta che magari brusom tuch[trad. “Non accendere sigarette che poi bruciamo tutti”

Foeme mia Gioan… buonanotte e grasie per la bela ciacerada[trad. “Non fumo, Giovanni... buonanotte e grazie per la bella chiacchierata”]

Il buio e il silenzio diventano padroni della valle, Angelo è di nuovo in cammino per proseguire il suo sogno.

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“Sguardo sul Mare del Nord” di Rossana Mazza

Una sottile linea blu cobalto divideva il cielo dal mare, ma il sotto poteva essere il sopra e il sopra poteva essere il sotto. Spazio dilatato fino a sembrare infinito. Silenzio… pace.

Katerina sbattè le palpebre più volte mentre dall’auricolare aeronautico usciva una voce schietta e allegra:

Guarda, quella è l’isola di Oland e quello è il Mare del Nord!”

Una piccola isola spiccava. Tonda, con un promontorio al centro e dei piccoli canali che la circondavano entrando a tratti fino alla terra ferma. Dall’alto del piccolo velivolo l’immagine le ricordò i pittogrammi della sua amata Inghilterra. Come i Crop Circles, ciò che osservava emanava magia e armonia. Sorrise tra sé pensando che non c’era niente di più lontano dai cerchi di grano, ma la lontananza fa brutti scherzi e non era ancora arrivata a destinazione. Passarono oltre e la voce del pilota la informò che la sua destinazione era vicina.

Katerina studiava ornitologia e in preparazione della tesi aveva partecipato a un bando come volontaria per fare il guardiano nell’Isola di Norderoog. Tutto era successo così in fretta che ancora non si capacitava.

Dieci minuti dopo, su un piccolo lembo di terra, un tappeto verde smeraldo che seguiva l’umore del vento, un paio di scarpe da ginnastica bianche atterravano sul morbido, insieme a un grosso borsone in gorotex gonfio che pareva dovesse esplodere da un momento all’altro e a una serie di scatoloni. Jim, il pilota, la raggiunse:

Sei proprio sicura di voler restare qui, sperduta in mezzo al nulla, con solo delle Sterne Artiche a farti compagnia?”

Katerina rizzò le spalle, la passione per il suo lavoro si fece corazza, e disse:

Non sono delle semplici Sterne, fanno parte di una delle dieci specie più rare di uccelli marini, sono protette e avrò molto da osservare in questi mesi!”

Vedo che sei decisa e combattiva, meglio così! Ti aiuto a portare gli scatoloni in casa”, e sollevandoli come fossero vuoti Jim si avviò fischiettando.

Pochi passi e davanti ai loro occhi comparve una palafitta. Salirono le scale ripide e poggiarono i bagagli sul pavimento di legno.

Qui trovi la radio trasmittente, io passo ogni venti giorni, fammi sapere di cosa hai bisogno e provvederò a farti avere il tutto. Lì sul tavolo trovi anche tutte le spiegazioni e le istruzioni che ti serviranno.”

Katerina annuiva senza proferire parola mentre i suoi occhi perlustravano lo spazio spartano dove avrebbe trascorso i prossimi mesi.

Buona fortuna. Ci vediamo tra venti giorni. Ciao!”, disse Jim sorridendo e ritornò al suo veivolo. Il rumore delle pale mescolò il cielo, un attimo dopo era solo un pois sulla tela turchese.

I giorni seguenti furono una scoperta continua, mentre le sere si animavano di racconti che condivideva con Hans attraverso la trasmittente. Lo aveva conosciuto durante il primo tentativo di usare l’unico mezzo di comunicazione a disposizione. Lui viveva a Oland e consegnava la posta alle varie isolette con una locomotiva a scartamento ridotto che correva su un unico binario. Un filo argentato che legava le isole del mare di Watten come ciondoli di una collana. La settimana successiva si sarebbero finalmente incontrati e Katyerina non vedeva l’ora. La voce profonda e armoniosa di Hans l’aveva colpita, portandola a indagare. Sapeva che aveva la barba e gli occhi scuri, ma il resto poteva solo immaginarlo.

La giornata iniziava con un’abbondante colazione seguita dalla vestizione, come amava definirla: prima legare i capelli in una treccia, poi seguono camicia e maglione, calzoni infilati negli stivali in gomma alti fino al ginocchio, un cappello con falda morbida stile pescatore, il binocolo e… la sua inseparabile videocamera. Così era pronta per uscire.

L’aria umida e l’odore del mare la investirono appena fuori dalla porta, l’odore del sale era talmente intenso che le sembrava di averlo in bocca.

Peccato non poter registrare queste sensazioni, pensò avviandosi. Una grande sterna artica volava sopra il suo capo a grandi cerchi.

Buongiorno Mery!”, la salutò Katerina.

Con il tempo aveva imparato a riconoscerla. L’abito candido e una macchia nera sulla testa, che ricordava un cappellino, la faceva sembrava una signora d’altri tempi e Katerina aveva preso l’abitudine di parlare con lei quasi fosse una persona. A lei confidava i suoi sogni e le sue paure, in cambio Mery la guidava ai nidi delle sue compagne in modo da fargliele osservare e riprendere.

Quel mattino camminò molto tra prati verdeggianti, distese di sabbia e acqua stagnante popolata da un’infinità di minuscoli esseri viventi e alghe, il cibo ideale per gli uccelli della riserva. Improvvisamente, oltre la duna si ritrovò davanti una fila di grossi pali in legno piantati nell’acqua, simili a soldatini sull’attenti, solo che al posto del cappello in testa a ognuno di loro faceva capolino un nido di beccapesci. Era la prima volta che si vedeva questa specie rara in quella zona.

Katerina si fece piatta sulla sabbia, lentamente prese il cannocchiale e trattenendo il respiro osservò. Gli occhi, guardando attraverso le lenti, si accorsero della comparsa del gamberetto solo quando una testa gigante con occhi sporgenti e antenne si parò loro davanti. Un urlo e lo strumento balzò in aria insieme agli uccelli che presero il volo verso il mare. Divertita e al tempo stesso arrabbiata ritornò sui suoi passi. Uno strano vento si era alzato e il mare sembrava nervoso. Il passo di Katerina, faticoso e dondolante nella sabbia, animava le lunghe gambe che sorreggevano la scatola di legno all’orizzonte, disegnando uno skyline alquanto inusuale ma pur sempre casa. Entrò e si buttò sul letto esausta, abbandonandosi a un sonno ristoratore. Fuori intanto il vento stava aumentando.

Crrr crr Katerina mi senti? Crr… Ka… crrr… sono Ha… crrr… mi sent… crrr… ”, nessuna risposta.

Lo sbattere incessante delle ante la svegliò di soprassalto. Si guardò in giro, fuori era buio. Dentro pure. Le ci vollero alcuni minuti per capire che qualche cosa non andava, un rumore assordante proveniva dall’esterno e la casa non le sembrava più così solida. Tutto scricchiolava e gli spifferi si erano trasformati in mani gelide. Cercò di ricordare dove avesse messo la torcia, a tentoni raggiunse l’armadio e ribaltò il borsone sul pavimento mentre l’ansia cominciava ad assalirla.

Qui non c’è, dove l’ho messa quella maledetta torcia! La trasmittente… ”

Passando davanti alla finestra gettò lo sguardo fuori, lunghe strisce schiumose iridescenti si intravedevano a tratti.

Il mare… sta aumentando…

Raggiunse a tentoni la scrivania, premette il pulsante e urlò nel microfono:

C’è nessuno? Hans mi senti? Aiuto… ”

Crrr crrr… silenzio.

Poi ricordò le parole di Hans.

Devo andare verso la collina, devo salire oltre le dune al punto d’incontro.

Recuperò la giacca e lo zaino. La torcia era nella tasca, la estrasse, si guardò in giro e poi uscì. L’acqua si era alzata e ora sbatteva contro i piedi della palafitta. Un ultimo sguardo e si diresse verso le dune. Camminare era diventato difficile, forti raffiche di vento la spingevano obbligandola a proseguire a testa bassa, la pioggia aveva iniziato a scendere colpendola come aghi impazziti. L’urlo del vento penetrava la mente oscurando ogni logico pensiero, vascello inerme nella tempesta, oscillava, inciampava e cadeva a ogni raffica. Lacrime invisibili si mescolavano, sale con sale, come un mantra il cuore suggeriva:

resisti, resisti…

Il mare trasformato in una gigantesca porta girevole, con ritmo incalzante, riversò sulla spiaggia acqua nervosa e irruente che investì Katerina facendola rotolare e schiacciandola contro un palo. Una forte fitta al fianco; dolore, rabbia, paura si mescolarono esplodendo nell’urlo che le uscì dalla gola. Un altro giro, poi più niente.

Jim si alzò in volo appena possibile, il cielo era ancora scuro ma all’orizzonte una linea rosa si stava affacciando preannunciando il sorgere del sole. Si diresse subito verso la palafitta, il tetto era volato poco lontano, spiaggiato. Il grosso faro dell’elicottero scrutava tra ciò che restava della casa, ma di Katerina non c’era traccia.

Pronto, pronto, Jim mi senti? Hai notizie di Katerina?”

Hans! Si sono proprio sul luogo ma di lei non c’è traccia, probabilmente si è spostata per cercare rifugio altrove. Hai idea di dove possa essersi diretta?”

Hans riflettè un attimo poi disse: “Avevamo parlato di incontrarci al limite dell’isola, verso ovest… ”

Vado subito! Ti avviso se vedo qualche cosa.”

Di terra priva d’acqua ce n’era ben poca, le strette lingue sabbiose che collegavano le isole erano sparite restituendo un paesaggio quasi magico alla luce dell’alba. Sospese tra cielo e mare galleggiavano come piccoli gioielli racchiusi tra candidi merletti creati dalle onde che ribollivano scontrandosi con la terra. L’elicottero superò la collina sabbiosa e una lunga fila di pali in legno si presentò all’orizzonte, li sorvolò fin quando la vide, immobile, coperta di sabbia e alghe. Prese il microfono per avvisare Hans quando lo vide arrivare. Fece tre giri sopra di lei per segnalargli la posizione, poi si spostò in cerca di un atterraggio.

Un caldo tepore le sfiorava il viso, con gli occhi chiusi cercava di capire. Il corpo le doleva ma poggiava sul morbido.

Dove sono?

Mosse le dita, sfiorò acqua, sabbia e piccole protuberanze ruvide e dure, aprì gli occhi e si accorse di essere immersa in un prato di conchiglie. I raggi del sole appena sorto giocavano sulla madreperla dei piccoli crostacei a pelo d’acqua creando giochi di luce. Un piccolo paradiso marino. Il verso di una sterna ruppe il silenzio.

Mery!

Volava in tondo sopra di lei. Guardò il cielo, che piano piano diventava sempre più azzurro, incapace di muoversi. Improvvisamente sopra di lei un viso, due occhi scuri una folta barba.

Hans…

Sono qui, ora sei al sicuro.”

L’aiutò ad alzarsi, percorsero un breve tragitto e raggiunsero la piccola locomotiva. La coprì con la sua giacca in panno blu, lei poggiò la testa sulla sua spalla e si avviarono verso Oland dove li attendeva l’elicottero. Percorsero il tragitto in silenzio. Ora era il tempo di godersi quello spettacolo della natura che si stendeva lì davanti ai loro occhi.

 
 
 

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“Una pettegola al balcone” di Bianca Patrizi

Oggi tutto è cominciato con una voce sonora, straripante di abdullah che mi ha trapanato le cuffie e oscurato il gorgheggio gentile del soprano che rimpiangeva l’amore perduto. Poi è stata la volta dell’Ucraina mastodontica che strillava nel cellulare ultima generazione puchinkiwaski a tutto spiano, dalla stessa panchina di legno un po’ consunta proprio sotto la portafinestra della cucina. Poi è passato il macchinone rombante che con due colpi di clacson ha allertato la escort scosciata della scala C e ho sentito i suoi tacchi dodici scendere a precipizio le scale.

Non aveva ancora chiuso la portiera che il fabbro nella casa di fronte, armato di flessibile, ha cominciato a tagliare mattonelle. Deve averne in quantità industriale, perché quando comincia va avanti per ore. La sua vicina, invece, fra le dodici e trenta e le quattordici, munita di soffiatore, giornalmente ripulisce la rampa del garage dalle foglie secche e le dirige sulle aiuole sotto ai tigli davanti a casa. Dice, e l’ho sentita io con le mie orecchie, che lo fa perché vuole che il Comune, che a suo dire non pulisce mai la via, si renda conto che deve intervenire, perché così la cosa non è decente. Poi, giornalmente il Pelèr, più puntuale di lei, gliele risospinge lungo la rampa contro la saracinesca del garage.

Sotto casa, inoltre, ci sono in sequenza: un negozio di articoli per animali, una toelettatura per cani e gatti e lo studio di una veterinaria. Miagolii disperati, guaiti strappacuore, latrati funebri e un abbaiare furioso si mescolano al flessibile che dilania mattonelle. Di tanto in tanto c’è anche un ragazzino che scende lungo la via facendo strillare il motore del suo moscerino a due ruote.

Quando la voglia di riempire un secchio di acqua gelata e rovesciarlo sugli occupanti la panchina mi prende, allora vuol dire che proprio non ne posso più e cerco rifugio sull’altro balconcino, quello che dà sul cortile interno. Mi butto sul letto, ma la situazione lì è forse peggiore, perché i muri del caseggiato fungono da cassa armonica e miagolii, guaiti, latrati, le litanie dell’anziana vicina devota, i colpi sordi della coppia che scopa con ritmico entusiasmo, la donna di servizio rumena che passa l’aspirapolvere, sposta i mobili e urla per zittire il pechinese che si infuria per i mobili spostati o forse perché teme di essere risucchiato dall’aspirapolvere mi tirano i nervi e mi alzo di scatto. Mi affaccio al balcone, pronta a emulare Peter Finch nei panni di Howard Beale in Quinto Potere e mi riempio i polmoni d’aria per urlare: sono incazzata nera e tutto questo non lo accetterò più!

Ma non lo faccio, perché io sono una persona tollerante, sono contro la violenza, sono per l’accoglienza, in una parola sono la rappresentazione del politically correct. Per di più io non sono affatto pettegola, non lo sono mai stata e non per merito personale, ma perché i miei passatempi preferiti mi risucchiano come vortici escludendo tutto ciò che sta fuori da me. Ho vissuto quindici anni in un condominio immerso nel verde, un monolocale isolato, lontano dal traffico, ignorando facce e nomi dei miei vicini e la cosa non mi ha minimamente disturbata. Ma da quando mi hanno sfrattata, mi sono dovuta adattare a questo nuovo appartamento, incastonato in un alveare a cento metri dal centro e non ho più nemmeno aperto il pianoforte per non cedere alla tentazione di mettere le mani sui tasti bianchi e neri che gridano per essere toccati. Una tortura.

Così quando la voglia mi prende, mi rintano sul balconcino più discreto che si affaccia su una strada importante, anche se non principale, protetta dal tiglio spumeggiante che lo protegge dal sole battente del primo pomeriggio, o per le veneziane birichine che mi permettono di giocare a mio piacimento al io-vedo-te-ma-tu-non-vedi-me e fumo. Fumo una sigaretta dopo l’altra.

E fumo di rabbia.

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“Fantasmi a luci rosse” (parte prima) di Alessandro Tondini

Paolo era arrivato nel parcheggio condominiale e aveva infilato la sua Golf nell’unico spazio libero. Per fortuna ho affittato anche il box, e io che credevo di aver lasciato alle spalle anche i problemi di parcheggio, pensò. Il trasloco era ormai completo, quella notte avrebbe dormito nel nuovo appartamento. Scese dall’auto, aprì il portellone del bagagliaio e ne estrasse una grossa valigia, l’ultima. Con la coda dell’occhio scorse, al di là dei vetri dell’auto, la faccia di un ometto anziano che lo scrutava curioso. Pensò fosse un vicino di casa e lo salutò d’istinto: «Buongiorno».

«Buongiorno a lei», rispose con prontezza l’uomo, «fa frescolino oggi».

«Ma veramente qui il clima mi sembra sempre mite», disse Paolo.

«È appena arrivato, vero? Viene da Brescia?»

Alla faccia, già informatissimo”, pensò Paolo e rispose «Sì, ma sono di qui. La mia famiglia si era trasferita in città quand’ero piccolo».

«E come mai è tornato?»

Paolo avrebbe voluto tanto rispondergli “fatti un po’ i cazzi tuoi”, ma il suo interlocutore era un vecchietto troppo carino: un omino ovale, vestito con una salopette arancione, la cui testolina tutta bianca sporgeva a malapena oltre il tettuccio della Panda.

«Perché ero stufo della confusione. Volevo tornare a vivere in tranquillità.»

«Quando saremo morti ce ne avremo di tempo da stare in pace. Lei mica è tornato per star tranquillo, avrà avuto altri motivi eeeh?»

Paolo era seccato, sei un vecchietto grazioso, ma sei pure un impiccione: «Mi creda, vivere qui è un’altra cosa. La vita che conducevo era troppo stressante».

«See, see, tutti a dir così, poi si rimpiange quel che si faceva prima, comunque io sono Alcide e abito al primo piano.»

«Piacere, Paolo. Io sto al secondo.»

Paolo allungò la mano destra per stringergli la mano, ma l’ometto allontanò il braccio sbuffando: «Io saluto a voce: le auguro buona giornata e buona permanenza».

Alcide si diresse lungo la discesa che andava verso il centro del paese. Paolo rimase a osservarlo. L’ometto era manchevole della mano destra e camminava con un bastone poiché la gamba sinistra era rigida come un tronco. Piccolo, ovale, monco, con gamba offesa e inoltre ficcanaso, pensò Paolo sorridendo, chissà se aver conosciuto per primo uno così porta fortuna o sfiga nera? Sollevò la valigia e si diresse all’entrata del condominio, una grande porta a vetri con un cartello che raccomandava: “Accompagnare la porta, la molla è rotta, il vetro rischia di rompersi se sbatte!”.

Da questa venne fuori un tipo di mezza età coi capelli lunghi e grigi che indossava una felpa violacea con la scritta Pink Floyd, un paio di jeans slavati e pieni di strappi che gli strizzavano le gambette da ranocchio e, ai piedi, delle scarpe da ginnastica usurate e inguardabili. La faccia era da foto segnaletica con un tocco di grottesco tormento. Paolo gli fece un gentile sorriso e aggiunse: «Salve». Il tizio lo guardò con aria sorpresa mista a disgusto: «’Ngiorno», bofonchiò rauco. Lasciò che la porta si richiudesse da sola con forza e s’incamminò con andatura barcollante. Simpatico il soggetto, si disse Paolo. Prima di infilare la chiave per riaprire la porta, si soffermò sui cognomi indicati sui campanelli: Brigante, Carapelli, Gravina, al piano primo; Gorreri, Sangiacomo, al secondo. Mancava Berto, il suo. Questo qui sarà stato il Brigante, ridacchiò.

Entrato nell’ingresso lo accolse un secondo cartello appiccicato alla porta dell’ascensore: “GUASTO”. Ne fu sorpreso: ma come? Ieri funzionava! Vabbe’ pazienza, son solo due piani. Due piani, ma con un bel po’ di gradini e una valigia pesante da trasportare. Giunto in cima era a corto di fiato e già sudaticcio. Stava infilando la chiave nella toppa quando sentì aprirsi la porta dell’appartamento di fronte al suo. Apparvero due donne, più o meno.

«Lei dev’essere quello nuovo», esclamò quella che all’apparenza era la più vecchia.

«Nuovo, ma non più giovane, ahimè!», rispose Paolo, aggiungendo una leggera risata.

C’era poco da fare gli spiritosi, la più matura lo scrutava arcigna e, quella che forse era la più giovane non si capiva bene dove guardasse: un occhio era puntato sul soffitto mentre l’altro sparava sulle scale. Entrambe indossavano una vestaglia beige e delle ciabatte paffute che avvolgevano dei cortissimi calzini bianchi.

«Piacere, Berto», Paolo si avvicinò alle due.

La più giovane si ritrasse in un istante dietro alla porta, mentre la più matura gli rispose con una smorfia seccata: «Noi siamo le sorelle Sangiacomo, questo è un posto tranquillo, spero che lei sia un tipo a modo», e fece un passo all’indietro. Paolo si fermò nel mezzo del pianerottolo.

«Potete stare tranquille, ormai mi è passata la voglia di far festa», buttò lì sperando che la bisbetica cogliesse il doppio senso.

«Mi fa piacere. La saluto», gli rispose scomparendo all’interno.

«Arrivederci», anche no magari , si disse.

Entrato nel suo appartamento non poté non riflettere sui suoi nuovi vicini.

Per adesso non ce n’è uno normale – sospirò – speriamo in bene nei restanti.

Passò la giornata a sistemare le sue cose e per cena si fece portare una pizza d’asporto. Mentre sorseggiava una birra iniziò a sentire una leggera vibrazione che dalla nuca si irradiava al resto del corpo: aveva finito di tenere la mente impegnata, cominciavano i pensieri. Non aveva alcun ripensamento, era convinto della sua decisione. Uscire dalla società e trasferirsi sul Lago di Garda era stata un’ottima idea. Aveva passato una vita a sbattersi di lavoro, ma adesso, a cinquantacinque anni, doveva mollare. Il lavoro gli aveva dato soddisfazioni e anche parecchi soldi, ma la sua salute era più importante. Aveva bisogno di riposo e di una vita tranquilla: Al diavolo il denaro e la carriera! Se non mi fermavo ci lasciavo le penne. C’era una cosa però che non poteva non rodergli dentro: Bianca. Era passato già un anno da quando se n’era andata. Lui aveva capito, accettato, ma in fondo subìto la sua decisione. Era solo e doveva ricostruirsi una vita. La stanchezza era tanta e sedimentata da tempo, le sue riflessioni sul passato non avevano la forza di tenerlo in piedi. Si sdraiò sul nuovo giaciglio e, in pochi istanti, dormiva della grossa.

Si svegliò di soprassalto. Guardò la sveglia sul comodino: le 00:20. Erano passate più di due ore da quando si era addormentato, qualcosa aveva disturbato il suo sonno. Dalla finestra penetrava il chiarore dei lampioni stradali, ma non era stato quello il motivo del suo risveglio. Da qualche parte del condominio provenivano dei gemiti. Paolo credette che qualcuno dei vicini fosse intento in un amplesso carnale, ma ripensando a quelli che aveva conosciuto l’ipotesi non lo persuadeva del tutto. I mugolii di piacere si facevano sempre più insistenti, ma non riusciva a individuarne la provenienza, gli sembrava venissero dal piano di sotto, o forse, dalla tromba delle scale. Le voci umane, che sembravano appartenere a una o più donne, dapprima sommesse, poi sempre più alte, si tramutarono d’improvviso in grida di dolore, urla piene di paura, strepiti di atroce sofferenza. Paolo era sorpreso e impaurito: ma che cazzo succede? Staranno mica ammazzando qualcuno?

Si alzò dal letto per andare alla porta, ma dopo pochi istanti tutto ripiombò nel silenzio.

(to be continued)

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“Una vita piena di messaggi” di Sabrina Angiolilli

Credimi Alice, questa volta è davvero impossibile equivocare, il messaggio era chiaro e io ormai non ho più dubbi”

Claudia, di cosa si tratta questa volta? Il gatto bianco sul ciglio della strada che ti guarda perplesso, il Tir che ti sorpassa con una scritta sul retro che è la risposta alla domanda posta un secondo prima dal tuo subconscio, l’orologio che ti ricorda semplicemente che sono le 11.11… o cos’altro?”

Continuo a non capire perché, nonostante questo tuo apparente scetticismo, la prima persona a cui ogni volta ho voglia di comunicare queste cose, sei sempre tu”

Forse perché essendo io una donna normale e sana di mente, ogni volta ti riporto alla realtà, impedendoti di smaterializzarti e di diventare agli occhi di tutti la Matta!”

Ok ho capito, è l’ultima volta che ti parlo di queste cose. Dimmi, hai visto l’ultimo modello di scarpe di Christian Louboutin e le capsule Skylodge in Perù e quel ristorante dove ti fanno vivere con tutti i cinque sensi l’esperienza del cibo?”

Che stupida che sei… comunque ora devo andare, mi è arrivato il segnale dal fondo della tazzina del caffè che mi ricorda che ho un lavoro. Buona giornata.”

A te, amica mia.”

Che strana la vita, fino a quattro anni fa ero proprio come lei, profondamente razionale, sicura di tenere tutto sotto controllo.

Fino al giorno in cui, per delle strane coincidenze, arrivai in ritardo a un appuntamento e la mia vita cambio completamente. Sincronicità, destino, non so, ma da quel momento cominciai ad approfondire l’argomento e ora sono qui a interpretare qualsiasi messaggio che mi arrivi e la cosa ancora più strana è che ho voglia sempre didirlo ad Alice, la più pragmatica tra le mie amiche, quella che non fa meditazione, che non segue il mondo olistico, un avvocato penalista, perfettamente centrata ne suo ruolo. Eppure non so, c’è qualcosa che mi fa sentire che l’unica che mi può davvero capire è lei. Boh, forse sono davvero matta.

Il giorno dopo, come succede ogni venerdì io e Alice ci vediamo per cena, è la nostra serata, una specie di resoconto settimanale.

Allora, settimana pesante Ali ? Sei ancora sicura di voler fare l’avvocato penalista a vita?”

Possiamo parlare di altro? Sono persino disposta a subirmi la tua follia, piuttosto che pensare alla mia settimana lavorativa.”

Allora dillo che la mia follia è per te linfa vitale e che la mia vita è molto più interessante della tua!”

Va bene, lasciamo perdere… Invece mi vuoi parlare dell’ultimo segnale dell’universo, quello che finalmente darà la svolta alla tua vita… ”

Sei proprio sicura di voler ascoltare? Questa volta è tutto molto chiaro e non riguarda solo me”

Mi stai incuriosendo molto… allora?“

Allora ho una gran fame, ordiniamo?”

Ho capito, mi stai punendo perché non sono stata accogliente nella nostra ultima telefonata. Ci sta… ordiniamo?”

È stata una delle serate più spensierate trascorse insieme: grandi risate, soliti discorsi sugli uomini poco evoluti e poi due bottiglie di vino rosso, il che aiuta sicuramente a rendere tutto più fluido. Tra l’altro, prese da una strana eccitazione, ci ritrovammo a comprare due biglietti aerei per la Norvegia, un weekend lungo quattro giorni per raggiungere il Juvet Landscape Hotel, uno dei miei sogni da sempre, un hotel immerso in un ambiente incontaminato, architettura sostenibile… insomma, il Paradiso.

La mattina seguente il mio telefonino squillò molto presto, Alice aveva qualcosa di molto importante da comunicarmi:

Ciao Claudia, ho fatto uno strano sogno, quasi un incubo: io e te eravamo a cena insieme e tu hai comprato dei biglietti aerei per la Norvegia, in un hotel in mezzo al nulla, solo alberi cascate, fiumi, scoiattoli, insomma… un incubo. Sarà stato il vino… non so.”

Buongiorno amica mia! Certo davvero un incubo, penso che la peggior cosa che possa succedere a un umano sia di ritrovarsi da solo in mezzo a tanta bellezza e… allora sei fortunata, perché non è un incubo ma una splendida realtà! Partiamo venerdì,destinazione Åndalsnes, per vivere un meraviglioso sogno!”

Dimmi che non è vero! Se hai fatto questo approfittando della mia scarsa lucidità mentale giuro che ti faccio causa per manipolazione legata all’incapacità di intendere e di volere!”

Dio mio, quanto sei drammatica! Non ti sto portando ad Alcatraz! È un posto incredibile ed è molto difficile trovare disponibilità, siamo state fortunate!”

Fortunate?! Cosa faccio tre giorni in mezzo alla natura, magari non c’è neanche la connessione, nessun museo, nessuno con cui scambiare qualche parola, solo foglie, parassiti, zanzare, rumore di acqua che scorre… sento che potrei impazzire!“

Ok, mi rendo conto che in questo momento non sei obiettiva, hai quattro giorno per familiarizzare con l’idea e sono sicura che ci riuscirai”

Sì certo, ho due alternative: regalare il mio biglietto a Veronica, che è folle come te, oppure portarmi un flacone di sonniferi e dormire profondamente, perché sono certa che in quel caso la natura non mi disturberebbe.”

Buona giornata Alice, vedrai un giorno mi ringrazierai per questo viaggio, cambierà la tua vita.”

In peggio credimi, dopo questo viaggio odierò il colore verde e ogni piccolo filo d’ erba. Buona giornata a te.”

I giorni che seguirono furono davvero pesanti, Alice continuava a inviarmi messaggi audio dove a suoni melodiosi di uccelli, vento, acqua, aggiungeva nel finale frasi poco carine, urla stridenti e fastidiose come non avevo mai riconosciuto nel suo tono di voce, insomma mi faceva capire in modo chiaro cosa mi aspettava in quel weekend, e io cominciavo a pensare che davvero non era stata una buona idea e che avrei dovuto trovare una soluzione, magari avrei potuto viaggiare da sola, che per me non è affatto cosa da disdegnare.

La sera prima della partenza mi arriva una foto inequivocabile: Alice vestita da scout con scarpe da trekking, zaino e addirittura una bussola e un coltellino. La didascalia diceva: “Sono pronta per partire per la più brutta avventura della mia vita. Ti passo a prendere alle sei, notte”. Io non riuscì a fare altro che inviare uno smile e un ok.

Il viaggio in auto per raggiungere il Juvet mi tolse il respiro. Conosco bene l’Europa del Nord, ci torno spesso e nonostante tutto ogni volta rimango senza parole. Quella natura cosi presente e accogliente, i suoi meravigliosi fiordi, i suoi colori netti che regalano una pienezza e una matericità unica a ogni elemento, il suo silenzio, tutto, davvero tutto, sembra essere perfettamente integrato come la più bella melodia di uno spartito musicale.

Alice, intanto, guardava tutto con scarso interesse, rigida come un tronco di legno secco pronto da ardere.

Allora, prime impressioni?“

Attuo la facoltà di non parlare, riservando ogni considerazione a fine viaggio”

Mi sembra una cosa saggia”, dissi e continuai a guidare.

Quando arrivammo io ero eccitata come una bambina. Dopo la consegna dei documenti, venimmo accompagnate nella nostra Bird House. Al sentire pronunciare questo nome Alice sbottò: “Dimmi che ho capito male, noi come gli uccelli stanotte avremo un nido su un albero, magari fatto con rami, foglie, licheni muschio e anche fango? Sapevo che era una pessima idea questo viaggio!”

Io non provai neanche a rispondere, la donna ci disse di prendere le nostre cose e seguirla. Iniziammo a camminare in mezzo a un bosco di tigli, con un fiume che nell’incontrare sassi, tronchi di alberi, piccoli salti, produceva dei suoni differenti, quasi un dialogo, mi girai per guardare Alice e vidi che non era proprio contenta. L’espressione del suo volto però cambiò, quando fummo davanti al nostro nido: una meravigliosa costruzione integrata perfettamente con la natura, con enormi vetrate che creavano un gioco di vuoti e pieni e una continuità esterno/interno da lasciare senza parole. Una volta dentro, tra il profumo del legno usato per l’arredamento, la sensazione di sospensione nel vuoto, e tutto quel verde delle foglie e degli alberi che ci abbracciavano e proteggevano, beh io avevo le lacrime agli occhi ed ero molto felice di poter condividere tutto questo con Alice.

All’improvviso fui quasi risvegliata dalle sue parole:

Si trattano bene gli uccelli da queste parti! Forse prenderò qualche tranquillante in meno, per poter godere di questa splendida architettura minimalista… ”

La mattina dopo mi ero riproposta di svegliarmi presto, ma in realtà quando aprii gi occhi il sole era già sorto da un po’ e Alice non era nel suo letto! Girai lo sguardo per ammirare il panorama e la vidi seduta su un sasso vicino al fiume in una strana postura, per niente rigida, anzi sembrava armonizzarsi con il tutto.

Quando rientrò finsi di dormire e lei non mi raccontò nulla, l’unica cosa che cominciai a notare erano dei lenti cambiamenti fisici: il tono della voce, per esempio, non era più cosi fastidioso perentorio e autoritario, fondamentale per un avvocato ma non indispensabile nel vivere quotidiano, era diventato più armonico, dolce, si era abbassato alle frequenze della natura; lo stesso per la sua postura non più da ciocco di legno da ardere, ma meraviglioso salice che danza sinuoso all’arrivo del vento, era diventata più femminile, più sensuale direi, l’unica cosa che continuava ad essere rigida era però la sua testa e le sue parole:

Programma di oggi”, disse, “visita allo scoiattolo ballerino, incontro della pietra erosa dall’acqua, passaggio nel fiume dove si vanno ad abbeverare le renne e poi cos’altro?”

Cavolo Alice, io non avrei saputo fare di meglio… È un magnifico programma, lo sottoscrivo, ci aggiungerei solo sosta nel rovo di more per una colazione rigenerante”

Ok vado ad indossare le mie scarpe da trekking e andiamo”

Stranamente le nostre passeggiate in quei giorni furono molto silenziose. Lunghe ore dove ogni parola era superflua, e a fine serata sul terrazzo sotto un cielo stellato, riflettendo sulla giornata trascorsa, i nostri pensieri erano sorprendentemente simili: l’uso di un arto, il dolore di un pollice, il muscolo della gamba, la consistenza di un capello. Strani, ma per noi molto chiari. Come se i nostri corpi cominciassero a risvegliarsi e a riconoscere la funzione fondamentale di ogni organo, fino alla più piccola cellula esistente.

L’ultima mattina prima della partenza Alice si svegliò molto presto, era ancora buio, mise le sue scarpe e il suo anti-pioggia e usci senza una torcia, facendo molta attenzione a non fare rumore. Io ero pervasa da sentimenti contrastanti, una voce mi diceva seguila, potrebbe aver bisogno del tuo aiuto, un’altra con un tono autoritario e perentorio mi diceva di non farlo assolutamente e mi ricordava del perché io avevo voluto portare Alice, proprio in quel luogo, in quel preciso momento della sua vita. Ascoltai la seconda voce.

Quando Alice tornò era stanca, provata e completamente bagnata, si fece una doccia calda e si mise al letto per dormire un po’, visto che il nostro aereo partiva in serata. Il nostro viaggio di ritorno fu avvolto da un silenzio tombale, sembrava fossimo state al funerale del nostro migliore amico e non di rientro da uno splendido weekend.

Una volta rientrati Alice sparì per due settimane, non rispondeva ai miei messaggi, anzi non li apriva proprio, era come se si fosse smaterializzata e io cominciai a pensare che non potevo aspettare ancora troppo a lungo. In realtà, si fece viva lei e quella mattina quando vidi che mi stava chiamando fui molto sollevata e felice:

Ciao preziosa amica mia, come stai? Non mi dirai che sei stata troppo impegnata a costruire il tuo Bird House Underground e ti sei dimenticata di me?”

Ciao Claudia, in realtà è successo proprio qualcosa di simile. Ho fatto molta fatica a ritornare nel ritmo della mia vita, nei suoi rumori, nelle ansie, nelle responsabilità e l’unica cosa che sono riuscita a fare per assecondare il mio disagio è stato scappare in montagna! Hai creato un mostro, te ne rendi conto?”

Sai che mi fai molto felice?”

Allora, ti invito per un lungo weekend insieme, questa volta scelgo io dove andare e lo faccio senza niente che mi offusca la mente, neanche un bicchiere di birra!”

Benissimo! Cosa metto in valigia? Costume e libro per un viaggio in barca a vela, scarponcini per trekking sull’Etna, o abbigliamento comodo per ogni evenienza?”

Abbigliamento comodo per ogni situazione e… poi si vedrà. Si parte venerdì mattina presto, ti passo a prendere io, buona giornata!”

Sono già pronta, ciao!“

Questa volta ero io quella agitata, non riuscivo a immaginare cosa potesse aver escogitato Alice per il nostro viaggio.

(to be continued)

 

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“Clausura” di Marcello Rizza

La madre stessa non poteva scorgerla quando andava a trovarla al monastero, tra loro c’era una grata fisica e una severa scelta di vita. Soffriva, non capiva perché dopo averla concepita, nutrita, allevata non potesse più guardarla in volto, indagarne lo sguardo, nemmeno più ne ricordava chiaramente le sembianze. Si era rassegnata, la pensava come imprigionata, non comprendeva la necessità di una vita di clausura. Lei non riuscì mai a convincerla del contrario, che in quel monastero era stata libera e quieta, ormai da anni aveva rinunciato a persuaderla limitandosi ad accarezzarla di parole. Nel convento era stata bene, protetta, le religiose erano la sua famiglia, un formicaio organizzato sul lavoro, la preghiera e il mutuo soccorso. Sempre che in cinque si potesse parlare di formicaio.

«Ave Maria, piena di grazia il Signore è con te, tu sei… »

Non riusciva a pregare, non era concentrata. Dopo la disgrazia, riassettando la cella della defunta Madre Superiora, trovò quel portagioie che ogni Suora tiene e non dovrebbe tenere. Conteneva un rosario, alcune fotografie di un mondo alieno, articoli di giornale risalenti a cinquant’anni prima riguardanti il ritrovamento di piccoli resti umani rinvenuti in un pozzo, un rossetto, un antico fermaglio in osso e una lettera che prontamente distrusse. Di scandali ce n’erano già a sufficienza e quanto vi era scritto non spostava di una virgola l’essenziale, la Madre Superiora era una santa. Che fosse stata anche una donna erano affari suoi. Trovò anche alcuni effetti appartenuti alle consorelle in fase di ammissione nell’ordine monastico e il documento d’identità di Sorella Maria. Ricordò quando, poco più che una bambina appena uscita dal tunnel della droga e della prostituzione, venne presentata alla comunità da Suor Celestina. Per tutti Silvia Bacigalupo fu Sorella Maria, tutti le vollero bene da subito, anche Mela abbaiava felice quando lei curava la serra, da quella scura e grassa terra cavava splendidi fiori, saporiti ortaggi arrivavano nella tavola delle consorelle. Mela le era sempre attorno, scodinzolando di felicità, facendo suonare quel discreto campanellino che Suor Caterina gli aveva messo sul collarino. Si pensò all’imperscrutabile disegno del Signore quando sparì e non si sentì più quel garbato tintinnio, quel festoso abbaiare. Sorella Maria in refettorio, durante la colazione e dopo che ebbe letto un passo del Vangelo, pianse la scomparsa di Mela, ricordando la parabola dell’uomo ricco, del povero Lazzaro e di quel cane che per pietà leccava le piaghe dell’indigente.

«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta… »

Una stretta al cuore, un dolore mai così provato non potevano aiutare la concentrazione. Come aveva fatto il demonio a insinuarsi nel loro convento, nascosto sotto le vesti delle monache a guardarle l’anima e il sesso, ormai un tutt’uno destinato al Santo Sposo? Rabbrividì. I suoi genitali senza il peso dell’anima erano un fastidio, un imbarazzo, qualcosa d’impuro in un corpo asciutto di 48 chili. La sessualità, la più facile rinuncia della sua vita. Sapeva che se non fosse diventata suora non sarebbe mai stata vista in compagnia di un uomo. Conosceva la sua inclinazione, per questo il sesso era un imbarazzo, la più facile rinuncia della sua vita.

«Ave Maria, piena di grazia… »

Non era più clausura. Giornalisti sudati, nervosi, morbosi con videocamere e fallici microfoni stettero come avvoltoi davanti al convento. I Carabinieri calpestarono i luoghi sacri, insozzarono la cappella monastica del 1600 con polverine per cercare impronte digitali, fecero domande e domande e domande, la toccarono e toccarono e toccarono, la guardarono dritto negli occhi che nemmeno a sua madre era permesso, le era stato vietato, la guardarono dritto negli occhi.

Trovò lei il corpo, uno scenario agghiacciante. Era stata denudata e composta ai piedi dell’enorme crocefisso della cappella del convento. Le erano stati cavati gli occhi, li avrebbe ritrovati dove non avrebbe mai pensato. Si vergognò del suo pensiero, non l’aveva mai vista coi capelli sciolti, Suor Celestina era bellissima con quel suo carnato diafano, era bellissima nuda.

«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta tra le donne e benedetto… »

Non si era accorta del sangue che usciva dall’orecchio della Madre, come poteva accorgersene quando il volto della morte la indagava con orbite vuote, accusandola di eccitarsi nel vederla nuda? L’aveva saputo da quel magistrato, almeno quella era una donna e non la toccava. L’aveva interrogata, non si riusciva a ricostruire tutto di quello strano omicidio, chiedeva a lei. Non aveva idea di quale arma fosse stata usata da Sorella Maria per trapassarle il cervello, quell’oggetto non era mai stato trovato. Armi, sangue, il demonio sotto la veste monacale, troppo dopo una quiete di 38 anni nel monastero, uscita dal convento solo in occasione del voto referendario sul divorzio e sull’aborto, così esposta solo per obbedienza al Vescovo, che il divorzio e l’aborto mai l’avrebbero riguardata.

«Signore, aiutami, soccorrimi, sto crollando. Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome… »

Fu un disastro anche quando decise, come Sorella più anziana, di ridistribuire i compiti alle consorelle. Suor Caterina si sarebbe occupata dell’orto. Quando questa, nel mentre che zappava l’orto lasciato orfano da Sorella Maria, proruppe in un urlo angoscioso, stava recitando il rosario nel chiostro vicino. Corse subito a soccorrerla. La trovò svenuta, la vanga a terra. Vicino alle gardenie e alle peonie la terra smossa aveva liberato ossa di uccellini e roditori, ostie, fiocchi in tessuto rosso, un crocefisso a cui mancava la testa di Gesù, due occhi umani, azzurri e opachi, che cominciavano a decomporsi, la carcassa di un cane con ancora il collare col campanellino.

 

 

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